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Io ancora mi tormento, ancora mi meraviglio e ancora mi indigno.
Temo il giorno in cui tutto sarà “come da ordinaria amministrazione”.

Le ultime parole di George Floyd – “non posso respirare” – si sono trasformate nello slogan della manifestazione di protesta ed indignazione, contro la morte dell’afroamericano che 48 ore fa è morto, o forse dovremmo dire è stato ucciso, da 4 poliziotti a Minneapolis, durante un controllo, senza ancora un perché.

Però una domanda nasce spontanea: “Vale più un resoconto fatto a parole, o un video dettagliato realizzato in presa diretta, lì sul posto, che racconta di come siano andate le cose?

Per adesso sappiamo solo che i 4 poliziotti sono stati licenziati, che sulla vicenda si sta indagando, che l’uomo è morto e sul suo corpo si effettuerà l’autopsia e che la manifestazione di protesta ha riempito le strade della città, e non ha avuto connotati docili tanto che la polizia ha dovuto usare i gas lacrimogeni contro la folla in cerca di una risposta.

Un poliziotto bianco uccide un nero.
Un classico da film americano.
Qual è la condotta della polizia nei confronti dei neri?
Sembra esserci ancora una ingombrante condizione di razzismo, in essere, tanto che nel 2016 nacque un movimento chiamato “Black Lives Matter” (le vite nere contano) impegnato nella lotta contro il razzismo perpetuato a livello socio-politico verso le persone di colore.

Che aveva fatto, dunque, George Floyd, quel giorno  in cui è morto? Chi era George Floyd?
46enne afroamericano che per vivere faceva il buttafuori di un ristorante, poi chiuso per il lockdown, in cerca di una nuova occupazione, fermato all’interno della sua auto dai 4 poliziotti che avrebbero avuto una segnalazione circa un traffico di documenti farsi, c’è chi sostiene che fosse in possesso di sostanze stupefacenti. Un po’ ostica la motivazione, ma facciamo che andava bene così.

Il poliziotto che si è inginocchiato letteralmente sul collo di George Floyd, si chiama Derek Chauvin, 19 anni di carriera e diverse denunce per uso eccessivo della forza, con una causa relativa ad un’accusa di violazioni dei diritti costituzionali federali di un prigioniero.

Il punto è perché da un controllo si finisce per morire.
Noi certo, non abbiamo nulla da invidiare agli americani anche in circostante come questa.
Non ci dimentichiamo  (no, non ci dimentichiamo perché tanto è impossibile dimenticare) di Stefano Cucchi, per il quale la giustizia ha incominciato ad arrivare dopo 10 anni, quando finalmente sono venute fuori le responsabilità di chi lo arrestò, lo trattenne, lo picchiò fino ad ucciderlo. Omertà, silenzio che è tanto violento quanto un pugno, un calcio, un ginocchio sul collo, come quello che ha presumibilmente ucciso George Floyd poche ore or sono.

E se per Cucchi (e per molti altri come lui, vittima della condotta violenta e non maldestra come spesso si cerca di giustificare) non c’erano testimoni che ripresero con il telefonino in mano gli eventi, lì, sul posto, a Minneapolis mentre si consumavano, due giorni fa una ragazza che era presente, ha filmato tutto e le immagini sono molto eloquenti, sono vere, pulsano e fanno male.

(Ho scelto di non inserire il video, ma se volete lo trovare in rete, ma preparatevi perché fa male).

Un uomo nero, a faccia in giù, ammanettato con un poliziotto bianco che gli preme un ginocchio sul collo, che non si ferma malgrado gli venga detto che non può respirare, malgrado il sangue che esce dal naso, malgrado l’implorazione dei presenti che urlano di smetterla. Arriva l’ambulanza, il medico infila la mano sotto il ginocchio del poliziotto per verificare se ci sia ancora il battito, carica l’uomo sull’ambulanza, ma lo stesso in serata, viene dichiarato morto.

Perché tanta violenza?
Cosa è avvenuto prima dell’arresto?
Purtroppo il filmato non mostra gli istanti che precedono quell’atto di forza.

Ci sono sentimenti che vengono fuori, che non si possono tenere a bada, che ci pongono nella condizione di riflettere sul perché ancora accadano questi episodi. Orrore, rabbia, dispiacere, sofferenza, affollano pensieri e sensazioni e ci si interroga su come sia possibile provare così tanto odio verso qualcuno, soprattutto quando si indossa una divisa. Violenza, contro persone che implorano prima di morire, che si lasciano morire, che lottano fino alla fine prima di soccombere, di soffocare, di morire tra dolori atroci, da soli, vittime (forse consapevoli) dell’odio che un altro essere umano prova verso di te.

Nessuna colpa può giustificare tanta violenza, nessuna.
Vi prego, vi prego, vi prego, sto soffocando, non posso respirare (please, please, please i can’t breathe” – sono state le ultime parole prima che George Floyd morisse soffocato e senza più fiato. Ripete tre volte le parole “Per favore” prima di morire.

Anche Stefano Cucchi morì martoriato da danni irreversibili da percosse così evidenti che ancora oggi, quando sua sorella Ilaria mostra quella gigantografia, a me viene da restare senza fiato. Chissà quante volte ha chiesto di fermarsi, Stefano Cucchi.

Giustizia sia fatta, e al più presto.
Giustizia per George Floyd.
Perché non esistono al mondo tante Ilaria Cucchi, lei che non si è mai, mai, mai arresa davanti alla morte di suo fratello e ha lottato insieme ai suoi genitori per 10 lunghi anni, affinché venisse fuori la verità, solo la verità e insieme all’avvocato Fabio Anselmo sono riusciti a far condannare i due carabinieri, colpevoli della morte del giovane romano che avvenne il 22 ottobre del 2009.

La violenza deve essere bandita, la violenza che nasce da una forma di razzismo profonda, radicata ancora in una società che può provare a difendersi da tutto tranne che da atti come quelli che ancora si perpetuano per le strade, dentro le caserme, oltre il muro del rispetto della vita umana.

 

Simona Stammelluti 

 

Ci sono voluti 10 anni ma alla fine la giustizia e la verità si sono finalmente allineate.

Stefano Cucchi fu pestato da due carabinieri fino alla morte. Sono stati loro ad ucciderlo. E’ questa la verità sancita dalla Corte D’assise di Roma che arriva dopo 10 lunghi anni da quel 16 ottobre del 2009, quando il 33enne fu arrestato a Roma per droga e fu restituito alla sua famiglia senza vita dopo una settimana.

Sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio preterintenzionale i due carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, nell’ambito del processo per la morte di Stefano Cucchi, morto nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini il 22 ottobre 2009, una settimana dopo il suo arresto.

Una pena di 12 anni per i due militari dell’Arma dei Carabinieri, inflitta dai giudici della Corte d’assise di Roma.  Assolto invece dall’accusa di omicidio preterintenzionale l’imputato-teste Francesco Tedesco, condannato a due anni e sei mesi per falso.

Tre anni 8 mesi per falso, inflitti al maresciallo Roberto Mandolini, ex comandante della stazione Appia,  che è stato però assolto dall’accusa di calunnia dopo che il reato è stato riqualificato in falsa testimonianza. Assolto dalla stessa accusa anche il carabiniere Vincenzo Nicolardi.

Assolto uno dei medici, prescritte accuse per gli altri quattro.

I giudici hanno inoltre assolto uno dei cinque medici imputati, Stefania Corbi, per “non aver commesso il fatto”. Prescritte invece le accuse per il primario del reparto di Medicina protetta dell’ospedale dove fu ricoverato il geometra romano, Aldo Fierro, e per altri tre medici Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo. Per tutti il reato contestato era di omicidio colposo.

Adesso Stefano potrà riposare in paceCosì Ilaria Cucchi subito dopo la sentenza.
Poi ha continuato: “Oggi ho mantenuto la promessa fatta a Stefano dieci anni fa quando l’ho visto morto sul tavolo dell’obitorio. A mio fratello dissi: Stefano ti giuro che non finisce qua. Abbiamo affrontato tanti momenti difficili, siamo caduti e ci siamo rialzati, ma oggi giustizia è stata fatta e Stefano, forse, potrà riposare in pace. Stefano non è caduto dalle scale, Stefano è stato ammazzato di botte. Questo lo sapevamo e lo ripetiamo da 10 anni”.

E poi ancora: “in questi 10 anni chi è stato al nostro fianco ogni giorno sa benissimo quanta strada abbiamo dovuto fare.Voglio ringraziare Fabio (l’avvocato Fabio Anselmo)  il dottor Musarò e il Dott. Pignatone, la Squadra mobile di Roma, tutte gli uomini e le donne in divisa per bene che insieme a me c’hanno creduto fino all’ultimo momento”

Il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni Nistri dopo la sentenza: “Abbiamo manifestato in più occasioni il nostro dolore e la nostra vicinanza alla famiglia per la vicenda. Un dolore che oggi è ancora più intenso dopo la sentenza di primo grado che definisce le responsabilità di alcuni carabinieri venuti meno al loro dovere, con ciò disattendendo i valori fondanti dell’istituzione”. “Sono valori – riprende – a cui si ispira l’agire di 108mila carabinieri che, con sacrificio e impegno quotidiani, operano per garantire i diritti e la sicurezza dei cittadini, spesso mettendo a rischio la propria vita, come purtroppo testimoniano anche le cronache più recenti”.

Commozione per i genitori di Stefano, Rita e Giovanni Cucchi: “Avanti per la verità e la giustizia, lo abbiamo giurato sul corpo martoriato di Stefano. Questo è il primo passo e andremo avanti fino alla fine, ma oggi è già tanto e vogliamo ringraziare la procura di Roma e tutte le persone che ci sono state vicine”. 

Subito dopo la lettura della sentenza un carabiniere, visibilmente commosso, ha fatto il baciamano a Ilaria Cucchi. “Finalmente dopo tutti questi anni è stata fatta giustizia“, ha dichiarato il militare mentre accompagnava i genitori di Stefano Cucchi, anche loro commossi, fuori dall’aula di Rebibbia dove si è celebrato il processo.

 

La proposta arriva da Nicola D’Amore, sindacalista e agente penitenziario nel carcere: “Parlare in carcere della vicenda del giovane geometra romano è ancora tabù: perché non cominciamo a infrangerlo proiettando il film nel nuovo cinema?”

BOLOGNA – “Credo sarebbe molto significativo, a dieci anni dalla morte di Cucchi, proiettare all’interno della Casa Circondariale di Bologna il film ‘Sulla mia pelle”.

Il desiderio, condiviso sia sulla pagina Facebook dell’Associazione Cinevasioni – che nell’Istituto Penitenziario organizza il corso di cinema, promuove l’omonimo festival e, solo pochi giorni, ha aperto il primo cinema in carcere aperto al pubblico – sia su quella dell’assessore comunale alla cultura Matteo Lepore, porta la firma di Nicola D’Amore, sindacalista e agente penitenziario di stanza proprio nel carcere della Dozza. “Parlare in carcere di Stefano Cucchi ancora oggi è un tabù – spiega – Dal mio punto di vista, invece, sarebbe importante aprire una discussione, sempre nel rispetto della magistratura e di quello che sarà deciso alla ne dei tre gradi di giudizio. Abbiamo la nuovissima sala cinematografica AtmospHera, perché non approfittarne per proiettare il film di Cremonini?

D’Amore racconta di quando, con la famiglia, ha visto il film: “Mia figlia è ancora troppo piccola, mio figlio ha 11 anni e ha visto qualche immagine. Mi ha chiesto perché potrebbe essere accaduto un fatto così grave. Le sue parole mi hanno molto colpito: gli ho risposto che è necessario attendere la ne del processo, spiegandogli che, se le accuse dovessero rivelarsi fondate, bisognerà accettare il fatto che anche lo Stato, qualche volta, può sbagliare. Ho colto l’occasione per fargli leggere alcuni miei interventi sulla vita all’interno di un carcere per fargli capire come dovrebbe comportarsi un uomo che ha giurato fedeltà alla Costituzione”.

L’idea di D’Amore è proporre all’amministrazione penitenziaria della Rocco D’Amato l’organizzazione di una visione interna di “Sulla mia pelleLeggi qui la recensione , di fronte a detenuti e agenti di polizia penitenziaria. Un’occasione di dibattito e confronto.

Mi ritrovo nelle parole di Mauro Palma: uno Stato è forte quando non nasconde, ma sa affrontare le sue ferite. Le carceri dovrebbero essere luoghi trasparenti e avere il coraggio di affrontare tutto ciò che avviene al loro interno” – ha poi concluso.

E’ un film che ti lascia un compito; quello di trovare le parole. Parole che siano giuste, perché è facile cadere nel luogo comune. Parole che siano diverse da quelle che il tuo vicino di poltrona racconterà, appena lasciata la sala. Sì, è un film che non ti lascia senza parole…le parole te le consegna. Strana come sensazione. E’ un film fatto di parole chiave, disseminate in una pellicola ben girata, che si serve di attori di caratura; è un film rigoroso, che non fa sconti sulla vita di Stefano Cucchi, che non romanza, se non quel tanto che basta per renderlo fedele più che mai ad una realtà spietata, i cui dettagli lasciano increduli, sgomenti. E’ un film che ti mette tra le mani degli avvenimenti di cui diventi custode, per deciderne poi cosa farne, di quegli avvenimenti, mentre ti interroghi e ti domandi se hai voglia di sperare ancora, oltre che di capire, di andare fino in fondo, qualunque sia la verità che ancora resta sospesa.

Sospesa dove, vi chiederete?
Sospesa in quella fiducia che Stefano chiedeva, quel dettaglio che aiuta qualche volta a non sentirsi soli, e a volte anche a sopravvivere.
Sospesa sulla crudeltà, che ti domandi da dove arrivi così forte e subdola. Ed io me lo sono domandata se ai boss della malavita i carabinieri hanno mai riservato il trattamento che nel film viene riservato a cucchi.
Sospesa sul dolore. Un dolore collettivo, che travolge e che fa male. Il dolore provato da Stefano, un dolore urlato, sofferto, pianto, nel buio e nel silenzio; quel silenzio non solo fisico ma anche emotivo. Stefano è morto da solo, con quel desiderio di un pezzetto di cioccolata mai esaudito; è morto tra la sofferenza e l’indifferenza di chi a volte il suo lavoro lo fa senza abbastanza amore, senza dedizione, senza attenzione.

E’ un film che rimbomba nelle orecchie, nello stomaco, nel cuore.
Il rimbombo delle porte che si chiudono pesantemente, come pesanti sono i passi di Stefano che non ce la fa più. Il rimbombo dei respiri di Stefano, il rimbombo delle sue parole che cambiano tono, che stentano ad essere espresse, che cadenzano una verità che però sembra non interessare a nessuno, intorno a lui. C’è anche il rimbombo dello sbattere di ciglia di Stefano, che piange da solo, che si sente solo, che muore solo, in bilico tra l’agonia e i tanti perché.

Perché?
Cosa stava scontando davvero Stefano Cucchi, in quei 7 giorni di non vita? Un reato che sarebbe stata la legge a stabilire se fosse stato commesso o meno, o la frustrazione di qualcuno che arriva da così lontano, tanto da pretendere a tutti i costi una valvola di sfogo?

E’ un film affilato, che taglia come un bisturi le coscienze … ma dubito che sarà stato così per tutti. Perché ci sarà chi una coscienza non la ha, non l’ha mai avuta o magari l’ha barattata con un applauso a porte chiuse.

E’ un film che va visto “sulla propria pelle”, nudi, svestiti da ogni pregiudizio perché il film pregiudizi non ne ha, o almeno, io non ne ho visti, e vi assicuro che per me è stato più difficile che per altri, fare i conti con quelle dinamiche che hanno fatto divenire gli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi, un viaggio verso la morte, tra camere di sicurezza di caserme dei Carabinieri, carceri, strutture protette, come se fosse il peggiore dei malvimenti. Ah già…non lo sappiamo come li trattano nelle caserme dopo gli arresti i latitanti, i mafiosi, i boss.

E’ un film che non descrive Stefano come la vittima di un sistema ma come vittima di un accadimento, così come scritto nelle oltre 10 mila carte processuali che Cremonini si è studiato prima di scrivere questo film. Il film non fa di Stefano un santo o un martire, ma ne disegna invece le debolezze, gli errori, le fragilità.

C’è il ruolo della sua famiglia, raccontato nella pellicola, anche. Tutti ci siamo domandati nel corso di questi anni come fossero stati i rapporti tra Stefano e sua sorella Ilaria, tra Stefano e i suoi genitori, con la sua famiglia, con i suoi amici. Quella frase che Jasmine Trinca – impeccabile nel ruolo di Ilaria Cucchi – proferisce: “mamma ma non è che non lo conosciamo Stefano … io te lo dico, io non mi faccio più prendere in giro, non voglio più sentire le sue cazzate“. Lo sconforto di quella famiglia che si interrogava, che però a tratti non capiva cosa stesse accadendo ma che subisce tanto quanto Stefano, la ghigliottina di una burocrazia adulterata, confusa e ignobile che impedisce loro di stare vicino ad un loro caro, malgrado i suoi errori e gli accadimenti; impedisce di loro di vederlo, di fargli sapere che ci sono, che non lo vogliono abbandonare al suo destino. Neanche un cambio d’abiti, riescono a consegnargli. Un dettaglio che nel film è descritto con determinazione ma anche con delicatezza.

Stefano si ribella, come può, pone delle condizioni, che però nessuno ascolta. E’ questo che fa male. Tutti vedono, tutti capiscono, in qualche modo, tutti fanno i conti con una realtà che però rifiutano, perché forse è più comodo così.

E’ un film che interroga.

Perché Stefano non parlò circa quel che gli stava accadendo?
Perché non si è difeso per come avrebbe dovuto?
Aveva paura?
O semplicemente lo ritenne inutile, perché lui, aveva capito tutto?
Sapeva già come sarebbe andata a finire?
Perché diede mandato di difesa ad un avvocato d’ufficio, anziché pretendere il suo legale di fiducia?

Quanto male ha subìto Stefano Cucchi?
Questa è l’unica risposta che il film dà, attraverso il lavoro magistrale e certosino di uno straordinario Alessandro Borghi, già apprezzato nel mondo del cinema per altre ottime interpretazioni, ma che sembra in questo ruolo, essere stato investito da un “sentimento” esclusivo, che l’ha messo nei panni di Stefano Cucchi, come che Stefano vi avesse soffiato nel cuore la sua ultima emozione. Perché diciamolo, il bravo attore è quello che interpreta bene una parte, che se la studia e che la recita per come sono le direttive del regista, le esigenze della pellicola e secondo la storia che va raccontata. Ma qui la storia è stata un piccola immensa lotta che dura sette lunghi giorni, mentre si cammina lungo un corridoio che diventa un tunnel che porta alla morte, tra ipocrisie e finto rispetto di quelle regole che talvolta tolgono ad un uomo la dignità che gli spetta, anche se colpevole di una qualsivoglia colpa. Il trucco impressionante, Borghi dimagrito di 18 chili, uno studio sulla voce, sulla camminata, sugli sguardi e sul sorriso di Stefano. Un lavoro cinematografico fatto bene, con i primi piani a raccontare i dettagli, quelli che fanno più pena e danno più dolore, una fotografia calata in un decennio fa, i colori freddi, come il freddo che Stefano sentiva. Un plauso anche a Max Tortora e a Milvia Marigliano, che nella pellicola sono stati Giovanni e Rita Cucchi, nei loro panni di genitori  alle prese con accadimenti che non sono riusciti in qualche modo a fermare.

La cosa sorprendente del film e che non ci sono nomi in rilievo, che non ci sono figure singole inchiodate a responsabilità, né penali né morali ed è questa la forza del film di  Alessio Cremonini, che lo dice in una intervista: “è una storia che riguarda tutti perché racconta di come un uomo entra vivo esce morto da un sistema giudiziario“.Come è noto, la storia giudiziaria del caso Cucchi è ancora in corso, questo film non nasce con la voglia di riconoscere responsabilità singole che eventualmente saranno appurate nelle appropriate sedi, ma mettendo al centro la vita di Stefano, così come si è consumata, mentre imboccava una strada ormai senza uscita.

Attendiamo che sia la giustizia a mettere la parola “fine” sul caso Cucchi.

Io vi invito a vederlo e a farvi una vostra idea, ed è giusto così.

la mia è questa.

E’ un film sul dolore e si sa, “il dolore è traditore; viene fuori piano piano”

 

Simona Stammelluti

(A Stefano)