#happymotherday alle mamme di Gaza che vivono il terrore di una guerra che ha portato via oltre 15 mila bambini

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I numeri sono impressionanti. Sono 15.613 i minori uccisi e 33.900 feriti dall’inizio della guerra.  Solo i neonati uccisi sono 876, e i bambini sotto i 5 anni sono 4.110. Non si conosce il numero dei bambini e minori orfani. Per ognuno di questi bamini ci sono delle mamme che stanno vivendo l’orrore di tutto questo, che stanno vivendo il terrore di questo genocidio che sta sterminando la popolazione di Gaza, i bambini, sta falciando vite e sogni.

Che coraggio ci vuole per essere madri sotto le bombe a Gaza. Sono le madri che stringono a sé i propri bambini nel buio, sperando che i bombardamenti in corso non colpiscano un sito a loro vicino; solo le madri che non possono più sfamare i propri figli, che li vedono piangere disperati, che provano a consolare il terrore che si nutre di occhi pieni di paura e di silenzi rotti dal pianto; sono le mamme che non possono più vedere i propri figli giocare, ma vivono dell’unica priorità di conservarli in vita. Ma ci sono quelle mamme che tra le braccia hanno stretto i corpi senza vita dei loro figli, che non sono state capaci di proteggerli dal male, dalle bombe, dall’indifferenza.

Mamme testimoni di una guerra che ci invitano ad un richiamo universale, alla riflessione sul significato profondo di maternità ossia proteggere anche nelle avversità, quando non si ha più nulla, rassicurare quando domina il caos, resistere quando tutto crolla, senza far crollare l’amore che è pilastro della vita donata.

Difficile comprendere fino in fondo, per noi che viviamo in un contesto nel quale essere madre è sicuramente impegnativo, ma raramente è un atto di sopravvivenza. Ci lamentiamo, ci diciamo sempre stanche, a volte insoddisfatte, e talvolta ci scappa la frase “non ce la faccio più“. Eh no! Sono loro che non ce la fanno più eppure ce la fanno, ce la devono fare. Sono loro, le mamme coraggiose e piene d’amore di Gaza, ma anche quelle dell’Ucraina, del Sud Sudan, dell’India, del Pakistan, e poi ancora le mamme africane, Yemenite, le mamme di tutte quelle terre martoriate da guerre ingiuste.

Abbiamo un grande privilegio, noi mamme e donne nate nella parte fortunata del mondo: possiamo dormire in pace e vivere grandi opportunità. Ma abbiamo anche un enorme dovere, oltre a quello di crescere al meglio i nostri figli: abbiamo il dovere di batterci affinché tutte le mamme del mondo possano trovare la pace e addormentarsi senza il terrore di veder morire un figlio per una guerra ingiusta e crudele. Dobbiamo essere la loro voce, dobbiamo essere megafono, dobbiamo scrivere di loro, parlare di loro, coinvolgere sempre più persone affinché la luce resti sempre accesa, dobbiamo donare, contribuire a far sì che gli aiuti umanitari possano arrivare a destinazione. Solo una cosa non dobbiamo fare: girarci dall’altra parte, come se la cosa non ci interessasse. Non sono lontane da noi. Ci divide una striscia di terra a nord e il mare a sud. È tutto sotto i nostri occhi, crudelmente sotto i nostri occhi. Smettiamola di essere insensibili. Non possiamo anestetizzarci al dolore. Dobbiamo “sentire” e dissentire. Dobbiamo batterci, stare dalla loro parte, dalla parte giusta della storia del mondo. Dobbiamo accogliere il pianto inconsolabile delle mamme di Gaza, perché davanti a quelle immagini che raccontano il loro dolore non possiamo assuefarci. Le immagini non mentono, non consolano, non nascondono. Madri che piangono lenzuoli bianchi, che avvolgono il “non più”. Perché quando muore un bambino muore anche il ruolo di madre, amputata di un pezzo vitale, mentre resta mutilata così come mutilato resta il mondo.

Perché tutte le mamme del mondo si assomigliano nei gesti d’amore, anche nel buio dell’oblio.

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