Home / Post taggati"canicattì"

Fu un vile e barbaro omicidio mafioso. 

La “stidda” agrigentina fu spietata verso il giudice Rosario Livatino, che quel 21 settembre di trent’anni fa aveva solo 38 anni, percorreva la  SS 640 Agrigento-Caltanissetta a bordo della sua Ford Fiesta. Provò a mettersi in salvo a piedi, scappando dalla sua auto e dal commando omicida, ma trovò poi la morte dopo pochi passi. Si dirigeva senza scorta, in tribunale, per fare il suo lavoro con competenza, abnegazione e coraggio. Si dirigeva in tribunale per celebrare un processo a carico di alcuni mafiosi di Palma di Montechiaro.

La stidda, la  derivazione di ribelli della classica mafia siciliana. Di solito ne fanno parte coloro che per un motivo qualsiasi vengono allontanati da “cosa nostra“. Ma non per questo sono elementi meno pericolosi, visto che gli scopi societari sono sempre stati quelli: controllo del territorio con metodi mafiosi e delle attività illecite in Sicilia (in particolare della zona di Agrigento e Caltanissetta).

I giudice Livatino – mai ricordato abbastanza rispetto ai suoi colleghi siciliani – fu il magistrato che per primo immaginò il colpo alla mafia con lo strumento della confisca dei beni. La sua “tangentopoli siciliana” si nutrì di indagini complesse sulle organizzazioni criminali di stampo mafioso nonché su eclatanti episodi di corruzione.

Dall’agenda di Rosario Livatino, con data 18 luglio 1978, leggiamo: “Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige“.

Per onorare la figura di Livatino e per comprenderne a pieno  l’eredità che ci ha lasciato, e che anche noi giornalisti dovremmo fare in modo che non vada perduta, ho pensato di raccontare un po’ quella sua eredità, contenuta in alcune conferenze che il magistrato fece spiegando dettagliatamente quale fosse la responsabilità di chi deve difendere la giustizia e la verità.

Il giovane ma capace Livatino raccontava come il magistrato non dovrebbe essere una realtà sul cui mutamento ci si debba interrogare:egli è un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare  – diceva –  Se questa cambia, anch’egli dovrebbe cambiare; se questa rimane immutata, anch’egli dovrebbe mantenersi uguale a se stesso, quali che siano le metamorfosi della società che lo avvolge”.

Spiegava nella conferenza del 7  aprile del 1984 presso il Rotary Club di Canicattì che l’indipendenza del giudice, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della vita condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza.

Per Rosario Livatino “l’indipendenza del giudice è nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”.

E questo vale anche per chi come noi lavora nella verità della notizia e con la credibilità di un’attività che è travagliata e difficile.

Il giudice e il servizio da lui reso devono far parte di un processo di adeguamento e non sfugge al cammino della storia. E non solo ai giudici si può chiedere quell’adeguamento, in una società in cui è assai complessa la difesa dei bisogni, degli interessi e dei diritti di tutti.

«Nelle società primitive e, comunque, semplici, tutto era relativamente chiaro in termini di “cosa era giusto e cosa era ingiusto” e tutto era facile, relativamente, in termini di accesso a chi amministrava giustizia (il capo tribù, il capo villaggio, il capo religioso); oggi, nelle società a crescente complessità e soggettività, come sono tutte le società occidentali mature, è sempre più difficile sapere e far accettare i concetti di giusto ed ingiusto ed è sempre più difficile individuare e rendere più accessibili gli strumenti per ottenere giusta protezione»

E’ chiaro come in questa prospettiva, riformare la giustizia, in senso soggettivo ed oggettivo, è compito non solo di pochi magistrati, come Rosario Livatino che sono morti per difendere la propria missione,  ma di tutti i magistrati, dei giornalisti, dello Stato tutto, della collettività e della stessa opinione pubblica. Livatino sapeva che il giudizio critico, il rispetto della cosa pubblica e la il disprezzo verso ciò che è privilegio, costituisce la chiave della giustizia, perché la convivenza in una democrazia moderna, non può essere compito di una minoranza.

E che queste sue parole possano rimbombare nel  nostro domani, affinché le nostre azioni abbiamo sempre un significato, siano lucide e responsabili:

«Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma quanto le nostre azioni siano state credibili.»

 

Simona Stammelluti 

L’assessore regionale alla Sanità Ruggero Razza di concerto con i vertici dell’Asp (erano tutte presenti le Istituzioni?) di Agrigento hanno deciso in fretta ed in furia di stravolgere e trasformare, sostanzialmente, l’ospedale di Agrigento San Giovanni di Dio in un punto Covid 19.

Forti di un certificato della ditta specializzata in “areazione” che assicura il perfetto funzionamento del sistema di climatizzazione, il reparto (che ormai non è più un reparto ma è, di fatto una intera struttura) Covid 19 è pronto per essere avviato. Ultimi dettagli, ultimi ritocchi e vai.

Che succede adesso?

Tanti sono gli interrogativi che dovranno essere posti, quasi a prevenire (vista l’esperienza) situazioni che potranno presentarsi da un momento all’altro.

Come saranno gestite le urgenze chirurgiche e traumatologiche ad Agrigento, in considerazione che le sale operatorie, al San Giovanni di Dio, sono chiuse?

Saranno trasferite a Licata? Con quali conseguenze? Tutti i pazienti con patologie gravi come saranno gestiti?

Tutti i percorsi dei pazienti COVID positivi con pluripatologie hanno un itinerario già stabilito oppure entrano e seguono un percorso assolutamente blindato?

Non sarebbe stato meglio identificare una struttura COVID, avulsa dal nostro nosocomio, tenuto conto dell’importanza vitale della nostra struttura ospedaliera?

E’ troppo tardi per tornare indietro?

Proprio in queste ore si è levato un coro di proteste e sdegno da parte di tutti i sindaci del Distretto Socio Sanitario D3 di Canicattì i quali lamentano non solo le disfunzioni legate all’ospedale Barone Lombardo ma anche di “scongiurare l’allestimento all’interno dell’ospedale “Barone Lombardo” di un reparto per l’isolamento dei pazienti positivi (o sospetti positivi) al Covid_19, in quanto è materialmente impossibile – nelle condizioni date – allestire un percorso specifico che non metta a repentaglio la salute del personale ospedaliero e dei pazienti e/o comunque non li esponga al pericolo d’infezione”.

Per l’ospedale di Agrigento i vertici sanitari aziendali, di fronte a un bivio, hanno scelto probabilmente la strada più complessa e più intricata, stracolma di interrogativi, alcuni dei quali li abbiamo posti prima.

E’ desiderio non solo nostro ma di tutta una intera popolazione avere risposte convincenti a queste e ad altre domande che inevitabilmente sorgeranno giorno dopo giorno in modo sempre più pregnante?

N.B. Intanto, nella giornata di ieri, nonostante le innumerevoli rassicurazioni da parte di tutti i preposti, questo foglio A4 che vedete nella foto è apparso in uno degli ascensori (funzionanti) dell’ospedale San Giovanni di Dio.

Non crediamo proprio che lo abbia affisso un barbone di passaggio…

Un uomo extracomunitario è stato colpito dal divieto di avvicinento e frequenza di luoghi frequentati da una donna canicattinese – rea di essere l’ex amante dell’uomo.
La misura è stata emessa dal Tribunale di Agrigento ed eseguita dagli agenti del commissariati di Canicattì.
La vicenda: l’uomo e la donna, hanno intrattenuto un rapporto  extraconiugale. Dopo che la donna decide di troncare il rapporto clandestino, l’uomo da inizio agli atti persecutori.
Minacce, offese, vessazioni, pedimenti e continue telefonate sono i comportamenti persecutori tenuti dall’uomo.
A far scattare la denuncia da parte della donna, a quanto pare, sia stata la minaccia di pubblicazione di alcune foto e video hard che riprendevano la donna.

L’Onorevole Roberto Di Mauro del gruppo Autonomisti e vice Presidente dell’Ars interviene sui recenti atti intimidatori accaduti a Canicattì nei confronti del gruppo di imprese che gestisce la raccolta differenziata.

L’intervista

Una decina di finestre della scuola Sandro Pertini” di Canicattì sono state danneggiate da ignoti vandali nella notte tra giovedì e venerdì. A fare la scoperta sono stati gli impiegati dell’istituto all’apertura del plesso scolastico di ieri mattina. Subito è stata avvisata la dirigente scolastica Giuseppina Cartella che ha denunciato il fatto. Sul posto sono giunti i carabinieri della locale Compagnia che hanno effettuato i rilievi di rito e avviato le indagini.

Gli uomini della Polizia Stradale di Agrigento, diretti dal comandante Giuseppe Morreale, hanno “bloccato” un autobus destinato a una gita scolastica. Il pullman, da un controllo effettuato, risultava avere pneumatici usurati e dunque non rispettava gli standard di sicurezza previsti dalla legge. Gita scolastica dunque rimandata di poche per studenti ed insegnanti di una scuola di Canicattì che si sono rivolti ad altra ditta per compiere la loro escursione. Il titolare del pullman “incriminato” è stato sanzionato con una multa.


La scorsa notte a Canicattì in c.da Bastianella, i carabinieri, unitamente a personale Vv. Ff., sono intervenuti in casolare abbandonato, ove era divampato un incendio. Domato, si accertava che ignoti avevano dato alle fiamme il rivestimento esterno di cavi elettrici, rinvenendo in una stanza del citato stabile accatastati kg 1.000 circa di rame già ripulito – di probabile provento di furto – sequestrato ed affidato in custodia giudiziale.


Gli agenti del Commissariato di Canicattì hanno arrestato Maurizio Li Calzi, classe 74, in via La Loggia, in esecuzione del provvedimento emesso dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Palermo – emesso il 20 aprile scorso – dovendo espiare la pena di 2 anni di reclusione oltre al pagamento di una multa di 10.000€ per i reati di detenzione ai fini di spaccio e inosservanza degli obblighi imposti.
Li Calzi è stato condotto presso il carcere “Petrusa” di Agrigento.


Un incendio, a Canicattì, ha distrutto la Volkswagen Golf di proprietà di un operai di 35 anni. Il rogo si è esteso anche ad un mezzo parcheggiato vicino, un Fiat Ducato, di un bracciante agricolo di 58 anni che è stato semidistrutto. Sul posto i vigili del fuoco che hanno spento le fiamme. Il fatto è accaduto in piena notte, a cavallo tra mercoledì e giovedì scorso, in via Carabiniere Di Gioia, dove sono giunti anche i carabinieri per i rilievi di rito.


Il Comune di Canicattì – tramite determinazione sindacale – ha provveduto a nominare il dott. Domenico Ferrante a capo della direzione V – Corpo Polizia Municipale.
Il sindaco Di Ventura ha così colmato l’ultima “casella” ancora scoperta cioè la Polizia Locale. Nominato anche il dirigente della direzione IV – Servizi alla Città: è il dott. Angelo Licata.
Le nomine danno seguito ad un processo di riorganizzazione dell’Ente, deliberato dalla Giunta Municipale, che ha il compito di dotare il Comune di diverse professionalità e approfondite conoscenze interdisciplinari.