Rosario Livatino quel 21 settembre del 1990 morì consapevole e rispettoso dell’importanza del ruolo del magistrato

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Fu un vile e barbaro omicidio mafioso. 

La “stidda” agrigentina fu spietata verso il giudice Rosario Livatino, che quel 21 settembre di trent’anni fa aveva solo 38 anni, percorreva la  SS 640 Agrigento-Caltanissetta a bordo della sua Ford Fiesta. Provò a mettersi in salvo a piedi, scappando dalla sua auto e dal commando omicida, ma trovò poi la morte dopo pochi passi. Si dirigeva senza scorta, in tribunale, per fare il suo lavoro con competenza, abnegazione e coraggio. Si dirigeva in tribunale per celebrare un processo a carico di alcuni mafiosi di Palma di Montechiaro.

La stidda, la  derivazione di ribelli della classica mafia siciliana. Di solito ne fanno parte coloro che per un motivo qualsiasi vengono allontanati da “cosa nostra“. Ma non per questo sono elementi meno pericolosi, visto che gli scopi societari sono sempre stati quelli: controllo del territorio con metodi mafiosi e delle attività illecite in Sicilia (in particolare della zona di Agrigento e Caltanissetta).

I giudice Livatino – mai ricordato abbastanza rispetto ai suoi colleghi siciliani – fu il magistrato che per primo immaginò il colpo alla mafia con lo strumento della confisca dei beni. La sua “tangentopoli siciliana” si nutrì di indagini complesse sulle organizzazioni criminali di stampo mafioso nonché su eclatanti episodi di corruzione.

Dall’agenda di Rosario Livatino, con data 18 luglio 1978, leggiamo: “Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige“.

Per onorare la figura di Livatino e per comprenderne a pieno  l’eredità che ci ha lasciato, e che anche noi giornalisti dovremmo fare in modo che non vada perduta, ho pensato di raccontare un po’ quella sua eredità, contenuta in alcune conferenze che il magistrato fece spiegando dettagliatamente quale fosse la responsabilità di chi deve difendere la giustizia e la verità.

Il giovane ma capace Livatino raccontava come il magistrato non dovrebbe essere una realtà sul cui mutamento ci si debba interrogare:egli è un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare  – diceva –  Se questa cambia, anch’egli dovrebbe cambiare; se questa rimane immutata, anch’egli dovrebbe mantenersi uguale a se stesso, quali che siano le metamorfosi della società che lo avvolge”.

Spiegava nella conferenza del 7  aprile del 1984 presso il Rotary Club di Canicattì che l’indipendenza del giudice, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della vita condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza.

Per Rosario Livatino “l’indipendenza del giudice è nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”.

E questo vale anche per chi come noi lavora nella verità della notizia e con la credibilità di un’attività che è travagliata e difficile.

Il giudice e il servizio da lui reso devono far parte di un processo di adeguamento e non sfugge al cammino della storia. E non solo ai giudici si può chiedere quell’adeguamento, in una società in cui è assai complessa la difesa dei bisogni, degli interessi e dei diritti di tutti.

«Nelle società primitive e, comunque, semplici, tutto era relativamente chiaro in termini di “cosa era giusto e cosa era ingiusto” e tutto era facile, relativamente, in termini di accesso a chi amministrava giustizia (il capo tribù, il capo villaggio, il capo religioso); oggi, nelle società a crescente complessità e soggettività, come sono tutte le società occidentali mature, è sempre più difficile sapere e far accettare i concetti di giusto ed ingiusto ed è sempre più difficile individuare e rendere più accessibili gli strumenti per ottenere giusta protezione»

E’ chiaro come in questa prospettiva, riformare la giustizia, in senso soggettivo ed oggettivo, è compito non solo di pochi magistrati, come Rosario Livatino che sono morti per difendere la propria missione,  ma di tutti i magistrati, dei giornalisti, dello Stato tutto, della collettività e della stessa opinione pubblica. Livatino sapeva che il giudizio critico, il rispetto della cosa pubblica e la il disprezzo verso ciò che è privilegio, costituisce la chiave della giustizia, perché la convivenza in una democrazia moderna, non può essere compito di una minoranza.

E che queste sue parole possano rimbombare nel  nostro domani, affinché le nostre azioni abbiamo sempre un significato, siano lucide e responsabili:

«Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma quanto le nostre azioni siano state credibili.»

 

Simona Stammelluti 

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