Fratè, non ti dimenticherò mai. Il mondo del giornalismo perde un gigante, io perdo mio fratello. O forse no…

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Un pensiero, qualche ricordo a Franco, mio fratello, prestigioso giornalista siciliano, uomo perbene, maestro di vita e protagonista indiscusso di una stagione irripetibile dell’informazione. Ma soprattutto, mio fratello. Il mio fratè.

Fratè, da dove comincio?

Da dove si comincia a raccontare una vita quando quella vita è stata così grande da non poter essere contenuta in una pagina, in un articolo, in un ricordo? Da dove si comincia quando il dolore ti stringe la gola, gli occhi si riempiono di lacrime e le parole, quelle parole che abbiamo usato per una vita intera, all’improvviso non bastano più?

Come si fa a scrivere di te senza sentire che ogni riga è una pugnalata al cuore? Come si fa a parlare di te al passato, se per me sei ancora qui, se continuo a sentirti vicino, se in ogni ricordo ritrovo la tua voce, il tuo sorriso, il tuo modo inconfondibile di affrontare la vita?

Fratè, io non sto scrivendo soltanto di un giornalista prestigioso, di un direttore, di un uomo che ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’informazione siciliana. Sto scrivendo di mio fratello. Di quel pezzo della mia vita che se n’è andato portando con sé una parte di me che nessuno potrà mai restituirmi.

E allora, fratè, lasciami parlare con te come abbiamo sempre fatto. Senza cerimonie, senza formalità, senza quelle parole eleganti che si usano nelle occasioni importanti. Noi siamo stati fratelli prima che tu diventassi Franco Castaldo, il giornalista. Prima dei giornali, delle televisioni, delle inchieste, dei riconoscimenti e di tutto quello che sei riuscito a costruire.

Noi eravamo semplicemente due fratelli. E forse è proprio da lì che bisogna ricominciare.

Fratè, ti ricordi quando eravamo piccoli e giocavamo con le pantofole di papà e una palla fatta di carta e adesivo?

Bastava niente per essere felici. Una stanza, due bambini, una palla arrangiata alla meglio e la fantasia che trasformava quel poco in un mondo intero. Non avevamo bisogno di giocattoli costosi, di grandi regali o di chissà quali divertimenti. Ci bastava stare insieme.

Eravamo piccoli, fratè, ma tu avevi già qualcosa di speciale. Una serietà, una compostezza e un senso di responsabilità che sembravano appartenere a un uomo adulto. In te c’era già quella dignità che ti avrebbe accompagnato per tutta la vita. Non potevamo immaginare cosa saresti diventato, ma in quel bambino c’era già l’uomo che avresti saputo essere: onesto, leale, perbene. Uno di quelli che non hanno bisogno di alzare la voce per conquistare il rispetto degli altri, perché lo guadagnano con il comportamento e con la coerenza.

Se oggi qualcuno mi chiedesse quale sia stato il tuo insegnamento più grande, non parlerei soltanto delle tue inchieste, dei tuoi scoop o dei tuoi successi professionali. Direi che tu mi hai insegnato, prima di tutto, come si sta al mondo. E non è poco, fratè. È tutto.

Ti ricordi quando mi accompagnavi a scuola con la Vespa? Anche sotto il diluvio, quando sembrava che il cielo si fosse aperto sopra le nostre teste, tu non ti tiravi mai indietro. Si partiva e basta. Dovevo andare a scuola e tu mi ci portavi.

Oggi, ripensando a quei momenti, mi viene da sorridere e subito dopo da piangere. Perché in quei viaggi c’era già tutto quello che saresti stato: il fratello presente, quello sul quale potevo contare, quello che non aveva bisogno di promettere nulla per dimostrare quanto mi volesse bene.

La tua presenza era una certezza.

Forse non te l’ho detto abbastanza, ma certi ricordi rimangono dentro per tutta la vita. La Vespa, la pioggia, la strada, la scuola. Tu davanti, alla guida, e io dietro, sicuro che insieme saremmo arrivati a destinazione.

Se potessi chiederti una cosa impossibile, fratè, ti chiederei un altro viaggio. Uno soltanto. Anche sotto il diluvio. Io dietro di te, tu alla guida, e per qualche minuto ancora il mondo come prima, senza sapere che un giorno avrei dovuto imparare a vivere senza poterti chiamare.

E poi c’era quella Fiat 126 rossa. Te la ricordi? Io credo che nella tua testa l’avessi scambiata per una Ferrari! La guardavi come se fosse una macchina da corsa. Partivi per i tuoi lunghi viaggi e tornavi soddisfatto, quasi orgoglioso, dicendomi: «Questa macchina è un bolide!».

E noi a ridere.

Che meraviglia poter tornare, anche soltanto con il pensiero, a quei giorni. Oggi darei chissà cosa per risentirti pronunciare quella frase, vedere ancora il tuo sorriso, prenderti bonariamente in giro e sentire la tua risposta.

Quella Fiat 126 non era una Ferrari, lo sappiamo. Ma era la tua macchina e tu sapevi trasformarla in un’avventura. Avevi il dono di dare valore alle cose, di affrontare la vita senza aspettare che tutto fosse perfetto. Avevi entusiasmo, carattere e voglia di andare avanti. Chi avrebbe immaginato che un giorno la Vespa e quella piccola automobile rossa sarebbero diventate ricordi ai quali mi sarei aggrappato per sopravvivere alla tua assenza?

La vita è strana, fratè. Ci fa vivere momenti che sembrano ordinari e soltanto dopo ci rivela quanto fossero straordinari.

Poi è arrivato il giornalismo, ed è cominciata un’altra storia. Una storia fatta di intuizioni, coraggio, notti insonni, telefonate, viaggi, documenti, notizie inseguite e verità cercate anche quando sarebbe stato più comodo voltarsi dall’altra parte.

Tu non sei stato soltanto un giornalista. Sei stato un precursore del giornalismo d’inchiesta in Sicilia, uno di quelli che avevano capito che il mestiere non consiste soltanto nel raccontare ciò che accade, ma anche nel cercare quello che qualcuno vorrebbe tenere nascosto.

Hai costruito il tuo percorso passo dopo passo, senza scorciatoie, conquistando credibilità e autorevolezza con il lavoro, l’intelligenza e la determinazione. Non ti bastava arrivare alla notizia: volevi capirla. Non ti bastava ascoltare una versione: volevi verificarla. Non ti bastava scrivere una riga: volevi che quella riga avesse un significato.

La tua credibilità non te l’ha regalata nessuno, fratè. Te la sei guadagnata.

E poi sono arrivate Rai 1, Rai 2, Mixer, Giovanni Minoli, Enrico Deaglio e le televisioni straniere, tedesche, danesi e francesi. Attraverso il tuo lavoro, la Sicilia usciva dai propri confini. Le storie che raccontavi e le inchieste che seguivi attiravano l’attenzione di chi guardava alla nostra terra da lontano.

Tu avevi tutto questo.

Eri Franco Castaldo, un giornalista che credeva profondamente nel proprio lavoro e lo svolgeva con una passione impossibile da fingere. Quante storie avrei voluto ascoltare ancora direttamente da te, magari davanti a un caffè, con quella tua capacità di andare subito al punto e trasformare un episodio in un racconto indimenticabile.

Adesso quelle storie rimangono negli archivi, nelle pagine che hai scritto, nelle testimonianze di chi ha lavorato con te e nei ricordi di chi ti ha voluto bene.

Soprattutto nei miei.

Anche il giornale La Sicilia ha rappresentato una parte importante del tuo percorso. Hai dato lustro alle pagine della provincia di Agrigento e contribuito a raccontare un territorio che aveva bisogno di essere seguito, osservato e interrogato. Ci sono stati momenti difficili, incomprensioni e periodi nei quali non ti sei sentito riconosciuto quanto avresti meritato. Ma il valore di una professionalità non si misura soltanto con gli incarichi ricoperti: si misura con ciò che lascia.

E tu hai lasciato tanto.

Il tuo contributo non si cancella con il tempo, con il silenzio o con il cambiamento delle stagioni professionali. Rimane nelle notizie che hai raccontato, nelle persone che hai formato, nei lettori che ti hanno seguito e nei colleghi che hanno imparato qualcosa osservandoti al lavoro.

Il giornalismo ti ha dato tanto, fratè, ma tu hai dato tantissimo al giornalismo.

C’è un episodio che ancora oggi mi colpisce. Ricordi quella mattina in cui pubblicasti una pagina intera con le fotografie di una trentina di personaggi della provincia di Agrigento, in un contesto segnato da una stagione criminale terribile? Il titolo era inquietante: «Ecco chi saranno i prossimi morti di mafia in tutta la provincia di Agrigento».

Fratè, ma che volevi fare, il mago?

Ancora oggi mi viene da chiedertelo con quel tono scherzoso che conosci bene. Ma dietro quella battuta c’è lo stupore per la tua capacità di leggere i segnali, cogliere le tensioni e intuire ciò che si muoveva in un territorio attraversato dalla violenza mafiosa.

Nel giro del primo mese si verificarono i primi omicidi e, tra le vittime, ci furono proprio due persone le cui fotografie erano apparse in quella pagina.

Non voglio trasformare quel ricordo in una leggenda. Non eri un mago, fratè. Eri un giornalista capace di osservare, raccogliere informazioni, collegare fatti e interpretare segnali che altri potevano non vedere.

Il tuo mestiere non era indovinare il futuro, ma leggere il presente con una profondità fuori dal comune. Quella pagina rimane una testimonianza inquietante del clima drammatico di quegli anni e dell’importanza del lavoro di chi cercava di raccontarlo.

E poi ci sono i ricordi dei nostri viaggi sui luoghi dei delitti. Spesso arrivavamo prima della polizia e dei carabinieri. Tu avevi già fiutato la notizia, avevi intuito che qualcosa era successo e partivamo.

Una volta un carabiniere baffuto arrivò sul posto dopo di noi. Ti guardò incredulo e ti chiese: «Castaldo, ma lei come minchia fa a sapere le notizie prima di noi?».

Fratè, se ci penso, mi viene da ridere. Riesco quasi a vedere la scena, a sentire quella domanda e a immaginare la tua espressione.

Dietro quell’episodio c’era il tuo metodo di lavoro: la rete di conoscenze costruita negli anni, l’orecchio sempre attento, la capacità di capire quando una voce meritava di essere verificata e quando un fatto poteva nascondere qualcosa di più grande.

Tu non aspettavi che la notizia venisse a cercarti. Eri tu ad andarle incontro.

Di questi episodi potrei raccontarne centinaia. Potrei riempire pagine e pagine, ripercorrere decenni di cronaca, ricordare personaggi, incontri, telefonate, intuizioni e notti interminabili. Ma non posso certo scrivere una seconda Divina Commedia!

E poi, se cominciassi davvero, rischierei di non fermarmi più. Ogni episodio ne richiama un altro, ogni ricordo apre una porta e ogni porta conduce a una stagione della nostra vita.

E poi quel «quatrangolo»! Così lo chiamava qualcuno, con quella storpiatura che ci faceva ridere. Eppure, guarda che cosa sei riuscito a fare.Hai creato una realtà editoriale che forse tanti, all’inizio, non immaginavano potesse raggiungere determinati traguardi e l’hai trasformata in un punto di riferimento per l’informazione siciliana. Grandangolo è diventato un nome conosciuto, letto, discusso e seguito anche oltre i confini dell’Isola. Un giornale che ha attraversato anni difficili, raccontato fatti scomodi e seguito vicende delicate, costruendo giorno dopo giorno un rapporto con il territorio.

Si raccontava persino che il boss Falzone, durante la sua latitanza a Marsiglia, leggesse Grandangolo. Doveva pur tenersi aggiornato, fratè!

È una battuta che oggi mi strappa un sorriso amaro, ma che racconta quanto il giornale fosse diventato riconoscibile. La cosa più importante, però, non è chi lo leggesse. È che tu avevi costruito qualcosa capace di durare, di essere riconosciuto e di lasciare un segno. Grandangolo non era soltanto una testata. Era una parte di te, il risultato di anni di lavoro, sacrifici, scelte, intuizioni e dedizione.

Penso ai ragazzi della tua redazione, a chi ha lavorato al tuo fianco e a chi ha imparato da te. Non possono non ringraziare Iddio per aver avuto un direttore come te.

Perché un direttore vero non si limita ad assegnare un articolo, correggere un titolo o decidere una linea editoriale. Insegna, incoraggia, pretende, protegge e aiuta a crescere. Ti spinge a fare meglio e, quando serve, ti mostra dove hai sbagliato.

Tu hai lasciato anche questo: un patrimonio professionale e umano che non si misura con il numero degli articoli pubblicati. Hai trasmesso un metodo, un modo di guardare il mondo e una cultura del lavoro.

E questa, fratè, è un’eredità che non si disperde.

Ma adesso basta parlare di giornalismo. Voglio parlare dell’uomo.

Perché il rischio, quando scompare un giornalista del tuo calibro, è ricordare soltanto le inchieste, gli scoop, le collaborazioni, le televisioni e i successi professionali. Tutto importante, tutto vero. Ma io, che sono tuo fratello, so che la parte più grande di te stava altrove.

Sei stato una persona perbene, di quelle che sembrano appartenere a un’altra epoca, quando la parola data aveva valore, la lealtà non era una convenienza e l’onestà non era uno slogan, ma un principio da rispettare anche quando costava fatica.

Sei stato un uomo generoso, affettuoso e disponibile, pronto ad aiutare chiunque. E, conoscendoti, qualche volta perfino chi non ne aveva bisogno!

Non riuscivi a voltarti dall’altra parte davanti a una difficoltà. Se potevi fare qualcosa, la facevi, se potevi dare una mano, la davi, magari senza raccontarlo a nessuno e senza aspettarti un ringraziamento; la generosità autentica non ha bisogno di pubblicità. E tu non avevi bisogno di raccontare quanto fossi una brava persona: lo dimostravi con i fatti, con la famiglia, con gli amici, con i colleghi e con chi incontravi lungo il cammino.

Non eri un uomo perfetto, perché nessuno lo è. Ma eri un uomo vero. E questa è una qualità che vale molto più di qualsiasi perfezione apparente. Se oggi tante persone sentono il bisogno di ricordarti, se colleghi e amici si stringono intorno alla tua famiglia, è anche perché dietro il giornalista c’era un uomo capace di costruire rapporti autentici.

Fratè, questo è il tuo vero capolavoro!!!

E poi c’è Ombretta. Non voglio ridurre il suo ruolo a una frase fatta: voglio semplicemente dirle grazie. Grazie per essere stata accanto a te, per aver condiviso il cammino, per aver costruito insieme a te una famiglia e per aver affrontato le gioie e le difficoltà della vita. Soprattutto, grazie per quello che hai saputo fare in questi mesi terribili.

Quando arriva una malattia che fa paura, quando ogni giorno porta con sé un’incognita e la speranza deve misurarsi con una realtà sempre più crudele, si comprende fino in fondo che cosa significhi amare.

Ho visto, e ne sono rimasto profondamente colpito, di che cosa sono stati capaci i tuoi cari pur di strapparti a una morte che, giorno dopo giorno, sembrava farsi sempre più vicina.

Ho visto la volontà di non arrendersi, il desiderio di cercare ogni possibilità, la speranza aggrappata anche al più piccolo spiraglio. Ho visto l’amore combattere contro qualcosa di più grande delle nostre forze. Questa immagine, fratè, mi resterà dentro per sempre. Quando si ama davvero qualcuno, non si smette di lottare. Si cerca, si domanda, si spera, si prega. Si prova a fare tutto ciò che è umanamente possibile.

Ombretta ti è stata accanto in una battaglia durissima. Il dolore che oggi la attraversa non può essere misurato con le parole. A lei voglio dire che l’amore costruito insieme non si cancella con la morte: rimane nelle abitudini, nei gesti, nelle parole, nelle fotografie e nei ricordi che soltanto voi due potete comprendere fino in fondo.

Rimane nei figli che avete cresciuto e nella storia che avete scritto insieme.

E poi ci sono Giuseppe e Giulio. Non credo sia necessario parlarne troppo: li conoscono tutti. E chi li conosce sa che sono figli degni del padre e della madre. Non servono aggettivi solenni. Ci sono persone che si raccontano attraverso i comportamenti, i valori e il modo in cui affrontano la vita. Giuseppe e Giulio portano dentro una parte di te. Non soltanto il cognome, ma anche una storia familiare fatta di principi, responsabilità, affetti e insegnamenti che non si apprendono sui libri.

Immagino quanto sia difficile per loro affrontare questo momento. Perdere un padre significa perdere una presenza che, anche quando non la cerchi consapevolmente, rappresenta una certezza. Significa sapere che ci saranno occasioni nelle quali vorresti telefonargli, chiedergli un consiglio, raccontargli una bella notizia o condividere una preoccupazione. Poi arriva quella fitta dolorosa e ti ricordi che quella telefonata non potrai più farla.

Ma Giuseppe e Giulio hanno qualcosa di prezioso: possono continuare a parlarti attraverso ciò che hanno imparato da te. Possono riconoscerti nei valori che hai trasmesso, nei tuoi insegnamenti e nei gesti che hanno visto compiere.

Possono essere orgogliosi di te, non soltanto per il giornalista che sei stato, ma per il padre che hai saputo essere.

E poi c’è Franco junior, il tuo nipotino, la gioia dei tuoi occhi, il piccolo che porta un nome tanto importante e che potrà crescere conoscendo la grandezza del nonno.

Non sappiamo che cosa gli riserverà la vita. Ma sappiamo che crescerà circondato da una storia straordinaria, da una famiglia che gli racconterà chi eri e da ricordi che gli permetteranno di conoscerti attraverso gli occhi di chi ti ha amato.

Un giorno gli diranno: «Tuo nonno Franco era così».

Gli racconteranno del giornalista, delle inchieste, delle televisioni e del giornale. Ma spero soprattutto che gli raccontino dell’uomo, del marito, del padre, del nonno e del fratello. Gli parleranno della Vespa, della Fiat 126 rossa, delle battute, delle risate e di quel tuo modo inconfondibile di affrontare le cose. E allora, fratè, continuerai a vivere anche nei suoi occhi.

Lo scorso agosto, quando hai ricevuto il Sipario d’Oro, tante persone hanno espresso apprezzamento per te. Ricordo l’ammirazione, l’affetto e la consapevolezza di trovarsi davanti a un uomo che aveva dedicato un’intera vita al proprio lavoro. Non ti nascondo che quella sera mi hai messo seriamente in grande difficoltà. Tu eri speranzoso, positivo, sicuro di farcela. Io no.

Fratè, ma come si fa ad accettare che tu non ci sia più?

È questa la domanda che mi tormenta. Come si passa dalla certezza di averti accanto alla consapevolezza che non potrò più stringerti, parlarti e ascoltare la tua voce? Come si immaginano le prossime feste, le occasioni familiari e le giornate qualunque senza pensare che da un momento all’altro arriverai tu, con una battuta, una notizia o una telefonata?

Come si fa a non cercarti con gli occhi? Come si fa a non pensare che ci sia ancora qualcosa da raccontarti?

La tua malattia ci ha costretti a vivere un tempo crudele, fatto di attese, paure e speranze che si accendevano e si spegnevano. Abbiamo assistito a una battaglia che nessuno avrebbe voluto vedere, a un confronto impari nel quale l’amore della tua famiglia cercava disperatamente di trattenerti qui.

Non dimenticherò chi ti è stato accanto, chi ha cercato di aiutarti e chi ha sperato fino all’ultimo. Non dimenticherò la forza di Ombretta, di Giuseppe, di Giulio e di tutti coloro che hanno lottato insieme a te. E non dimenticherò te: la tua dignità, la tua storia, il tuo nome.

Vorrei trovare una spiegazione che rendesse questa perdita meno assurda. Vorrei poter dire che esiste una ragione capace di aiutarci ad accettare ciò che è accaduto senza sentirci spezzati.

Ma non ce l’ho.

Ci sono dolori davanti ai quali non esistono spiegazioni capaci di consolare. Ci sono assenze che non si colmano e vuoti che nessuna parola riesce a riempire. La tua è una di queste.

Il giornalismo siciliano perde una figura di grande prestigio. Grandangolo perde il suo fondatore e direttore, il punto di riferimento attorno al quale è cresciuta una storia professionale importante. I tuoi colleghi perdono un maestro, i tuoi amici una presenza preziosa, la tua famiglia un marito, un padre, un nonno e un fratello.

Io perdo Franco. Il mio fratè.

Questa è la parte più difficile da scrivere, perché nessuna parola può spiegare che cosa significhi perdere un fratello con il quale condividi le radici, l’infanzia, la casa, i genitori, le prime risate e le prime paure.

Un fratello conosce una parte di te che nessun altro potrà conoscere nello stesso modo. Conosce il bambino che eri prima di diventare adulto, le cose che ti facevano ridere quando non avevi ancora imparato a nascondere le preoccupazioni e le persone che siete stati prima che la vita vi trasformasse.

Quando se ne va un fratello, non perdi soltanto una persona amata. Perdi anche uno dei testimoni della tua vita.

Perdi qualcuno che c’era prima di tante cose, qualcuno con il quale custodivi ricordi che nessun altro potrà raccontare esattamente come voi.

Per questo, fratè, il tuo vuoto è incolmabile.

Nessuno potrà prendere il tuo posto. Nessuno potrà sostituire la tua voce, il tuo modo di guardarmi, il nostro linguaggio fatto di battute e complicità, di ricordi che non avevano bisogno di spiegazioni.

Nessuno potrà essere il mio fratè.

Quello delle pantofole di papà, della Vespa sotto la pioggia, della Fiat 126 rossa che era un bolide. Quello che mi accompagnava a scuola, che mi portava sui luoghi dei delitti e che sembrava sapere sempre qualcosa prima degli altri.

Quello che, crescendo, è diventato Franco Castaldo, il giornalista. Ma per me sei rimasto sempre anche quel bambino. Ed è forse questo che fa più male: sapere che dentro l’uomo straordinario che tutti ammiravano c’era ancora il ragazzo con il quale avevo cominciato a condividere la vita.

Fratè, non posso continuare all’infinito. Se dovessi raccontare tutto quello che sei stato, dovrei chiedere in affitto una bella fetta di Facebook. E forse non basterebbe nemmeno.

Ci sarebbero le persone che hai aiutato, le amicizie che hai coltivato, le storie che hai raccontato, i colleghi che hai formato, i riconoscimenti, le soddisfazioni e le delusioni. Ci sarebbero i viaggi, le telefonate, gli incontri, gli scoop, le risate e le notti interminabili.

Ci sarebbero soprattutto le persone che oggi potrebbero raccontare una storia diversa dalla mia, ma tutte capaci di restituire un frammento del tuo carattere.

Perché nessuno, da solo, può raccontare interamente una persona. E tu, fratè, eri troppo grande per essere racchiuso in un unico racconto.

Io ho raccontato il mio Franco, o forse una piccola parte: il fratello che ho amato, l’uomo che ho ammirato, la persona perbene che ho avuto la fortuna di avere accanto.

Fratè, ti chiedo soltanto una cosa: non abbandonarci mai. Continua a starci vicino, come hai sempre fatto. Accompagnaci da lassù, se esiste davvero un luogo nel quale l’amore riesce a superare anche il confine più doloroso.

Veglia su Ombretta, su Giuseppe, su Giulio e sul piccolo Franco junior. Stai accanto a tutti quelli che ti hanno voluto bene e che oggi devono imparare a convivere con la tua assenza. Aiutaci soprattutto a non dimenticare mai la persona che eri: quell’uomo onesto e leale che non aveva bisogno di essere presentato con un titolo, perché il suo modo di vivere parlava per lui.

E adesso, fratè, prima di finire davvero, devo chiederti un’ultima cosa.

Lassù hai qualcuno da salutarmi. Tu sai chi sono…

E quando parlerò di te, non dirò soltanto che sei stato un grande giornalista. Dirò che sei stato mio fratello e che aver condiviso con te questo tratto di strada è stato uno dei doni più importanti della mia vita.

Grazie, fratè. Grazie per quello che sei stato, per quello che mi hai insegnato e per tutte le volte in cui ci sei stato, anche quando forse non ti ho detto abbastanza quanto fosse importante averti accanto. Grazie per le risate, per i ricordi, per la tua generosità e per il tuo affetto. Grazie per avermi regalato una vita intera di momenti che oggi fanno male, ma che non cambierei con niente al mondo.

Grazie per essere stato Franco. Il mio Franco. Il mio fratè. E finché avrò voce, fratè, racconterò di te. Ci sono vite che si esauriscono nel tempo che occupano. E ci sono vite che continuano ben oltre quel tempo, perché hanno saputo lasciare qualcosa che merita di essere custodito La tua appartiene a queste ultime.

Ciao, fratè mio. E, se puoi, continua a guardarci da lassù.

Grazie, grazie, grazie.

Lelio

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