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Una storia, quella di Antonella Diacono, una ragazza piena di vita – “una forza della natura” come la descrive il suo papà –  che a 13 anni, il 28 novembre del 2017, decide di togliersi la vita.
Ho intervistato Domenico Diacono, padre di Antonella “Paninabella” e con lui abbiamo affrontato questo delicatissimo argomento, con il garbo e l’attenzione che merita.

Insieme abbiamo cercato di capire le dinamiche, gli errori, le mancanze, le problematiche che coinvolgono i giovani, che hanno però spesso una personalità così spiccata, tanto da non riuscire a perdonare nulla neanche a sé stessi.

Domenico e sua moglie Angela, hanno fondato un’associazione, senza fine di lucro che si può sostenere se si vuole cliccando qui https://www.paninabella.org/la-nostra-missione/

o devolvendo il 5×1000
https://www.paninabella.org/sostienici/

Domenico e Angela Diacono incontrano genitori e ragazzi, raccontando la loro storia ma senza voler mai trovare un colpevole, qualcuno su cui sfogare rabbia e dolore, ma analizzando un unico perché: “Perché Antonella non ha chiesto aiuto?” Una domanda scomoda che però può portare a comprendere cosa si può fare per aiutare chi sta male.

Durante questa toccante e a tratti commovente intervista, Domenico ha parlato utilizzando parole, sentimenti e pensieri che sono stati di sua figlia, raccontando una ragazza che si era sentita “Sfondo nella vita degli altri” e che per qualcuno era “diversa“. Perché le parole di Antonella riguardano tutti.

Vi invito a guardare questa intervista e a diffonderla, perché sono tante le parole chiave che Domenico Diacono ha pronunciato e  che – ne sono certa – potranno essere di aiuto a molti, anche a tutti coloro che mai hanno considerato il suicidio di un proprio figlio, come una cosa possibile.

 

 

Martedì 19 ottobre presso il Duomo di Monreale alle ore 21:00, verrà eseguito il Concerto in Sol maggiore per Mandolino e Orchestra di Johann Nepomuk Hummel che inaugurerà la 63ma Settimana Internazionale di Musica Sacra di Monreale.

L’interprete solista dell’autorevole Orchestra Sinfonica Siciliana sarà il mandolinista di fama internazionale Carlo Aonzo che affronterà il concerto scritto da Hummel nel 1779 per Bartolomeo Bortolazzi famoso mandolinista che rese questo strumento popolare presso il pubblico della sua epoca. Il Maestro Aonzo arricchirà questo componimento con un’inedita cadenza di sua creazione.

Una ulteriore e prestigiosa collaborazione del Maestro Aonzo in terra di Sicilia in veste di solista con l’Orchestra Sinfonica Siciliana che negli anni ha ospitato maestri solisti del calibro di Uto Ughi, Maurizio Pollini, Salvatore Accardo, Mario Brunello, Daniela Dessì fra gli italiani e Nikita Magaloff, Joshua Bell, Raina Kabaivanska, fra gli stranieri, e che per la prima volta vede come nobile protagonista il mandolino, strumento simbolo del nostro Paese.

Un forte il legame quello fra il mandolinista ligure e la Sicilia, testimoniato anche dall’interessante puntata della serie di documentari “L’Italia dei 1000 Mandolini” (https://youtu.be/Qtap76mrzWI) che Carlo Aonzo ha dedicato all’isola, terra di antiche tradizioni mandolinistiche.

Nell’affascinate contesto del Duomo di Monreale, datato 1174 e iscritto dal 2015 nella lista dei patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, si completerà il programma musicale con l’esecuzione della Messa in Do Minore KV427 per soli, coro e orchestra scritta da Wolfgang Amadeus Mozart.

CARLO AONZO
Carlo Aonzo, mandolinista italiano di fama internazionale è nato a Savona dove è cresciuto immerso nella musica; la sua stessa abitazione era sede della Scuola di Musica del Circolo Mandolinistico “G. Verdi”.

Diplomatosi in mandolino col massimo dei voti e lode al Conservatorio di Padova nel 1993, ha collaborato con prestigiose istituzioni come l’Orchestra Filarmonica del Teatro alla Scala di Milano, il Maggio Musicale Fiorentino, la Nashville Chamber Orchestra (USA), la McGill Chamber Orchestra di Montreal (Canada), la Philarmonia di San Pietroburgo (Russia), i Solisti da Camera di Minsk (Bielorussia), il Schleswig-Holstein Musik Festival (Germania). Nel 2001, con la sua “Orchestra a Pizzico Ligure” ha suonato in Vaticano per Papa Giovanni Paolo II.

Tra i suoi riconoscimenti si annoverano il Primo Premio assoluto e premio speciale “Vivaldi” al Concorso Internazionale “Pitzianti” di Venezia nel 1993 e il Primo Premio al Walnut Valley National Mandolin Contest a Winfield, Kansas (USA) nel 1997.

Il profondo interesse in attività di promozione e sensibilizzazione focalizzato sul proprio strumento è testimoniato dalle sue innumerevoli collaborazioni con le orchestre mandolinistiche di tutto il mondo: New York, Seattle, Portland, Providence, Pittsburgh, Baltimora, Filadelfia, Denver, Milwaukee, Atlanta, Montreal, Milano, Genova, Lugano, Tokyo, Nagoya, Osaka, Sendai, Saigon, Wuppertal, Berlino, Londra, San Pietroburgo.

E’ spesso invitato come direttore musicale e docente dalle più importanti istituzioni mandolinistiche internazionali quali CMSA (Classical Mandolin Society of America), FAME (Federation of Australasian Mandolin Ensemble), EGMA (European Guitar and Mandolin Association) e convocato nelle giurie di concorsi internazionali: Saigon Guitar Festival (Vietnam), Osaka International Mandolin Competition (Giappone), Yasuo-Kuwahara Competition Schweinfurt (Germania), Concorso Internazionale per Mandolino Solo di Modena.

Insegna in seminari e workshop in tutto il mondo: dal 2000 dirige il corso annuale “Manhattan Mandolin Workshop” a New York (dal 2017 a Milwaukee, Wisconsin) e nel 2006 ha fondato l’Accademia Internazionale di Mandolino di cui è tutt’ora il direttore, un ente in continua espansione con nuove attività e corsi (www.accademiamandolino.com).

I suoi progetti discografici riflettono il suo interesse e talento per i differenti aspetti del repertorio mandolinistico: dalle composizioni originali per mandolino (“Integrale per Amandorlino e Chitarra Francese”), ai virtuosi italiani degli strumenti a corda tra l’800 e il ‘900 (“Serenata” con Beppe Gambetta e “Traversata” con il guru-mandolinista americano David Grisman).

In Duo con chitarra classica, Carlo ha prodotto gli album “Paganini” con René Izquierdo e “Kaze” con Katsumi Nagaoka.

Nel 2016, con il Carlo Aonzo Trio, ha realizzato l’album “A Mandolin Journey” sul repertorio mandolinistico internazionale e nel 2019 “Mandolitaly”, il progetto sulla tradizione musicale iconica italiana rivisitata ed attualizzata. Con l’ensemble barocco “Il Falcone”, ha registrato il ciclo completo delle 4 Stagioni per la prima volta con il mandolino quale strumento solista.

Per l’etichetta americana Mel Bay ha pubblicato il video-concerto “Carlo Aonzo: Classical Mandolin Virtuoso” e libro-CD “Northern Italian & Ticino Region Folk Songs for Mandolin”; per Hal Leonard ha realizzato le raccolte “Bach Two-Parts Inventions” e “Classical Mandolin Solos”.

Come ricercatore ha lavorato sulla storia del proprio strumento e collaborato con il New Grove Dictionary of Music and Musicians. Inoltre, ha presentato conferenze sull’iconografia del mandolino in rinomate istituzioni quali la Waseda University di Tokyo, il Guitar Festival di Panama, il Dartmouth College, la St. John’s University di New York, la Boston University, il New England Conservatory di Boston, il Wisconsin Conservatory of Music di Milwaukee, il Vanderbilt College of Nashville, il Centro di Cultura Italiana di Vancouver (Canada), la Biblioteca Berio di Genova, il Museo Nazionale di Strumenti Musicali di Roma.

Annovera numerose partecipazioni in trasmissioni radiofoniche e televisive nazionali Italiane e straniere tra cui Rai1, Rai3, RaiNews, RadioRai1, Radio3, Rai Radio Live, Radio24; nel 2018 si esibisce per la prima volta alla Carnegie Hall di New York e dall’autunno 2019 a febbraio 2020 effettua tournée in Giappone, Stati Uniti, Australia e India esibendosi tra gli altri al 4th Goa Mand-Fest.

Sempre nel 2020 realizza e produce la serie “L’Italia dei 1000 Mandolini”, nove mini-documentari dedicati al mandolino e all’affascinante mondo che lo circonda, un progetto che trova notevole interesse in varie parti del globo, dall’Australia agli Stati Uniti, al Canada, al Giappone e all’Irlanda.

Dal 2020 è docente presso il “Conservatorio di Musica Girolamo Frescobaldi” di Ferrara.

Il 2021 vede la nascita del “Carlo Aonzo meets Daniele Sepe” un nuovo ambizioso ed originale progetto nel quale uno fra i massimi esponenti dell’arte mandolinistica coinvolge con il suo storico trio, formato con Lorenzo Piccone alla chitarra e Luciano Puppo al contrabbasso, il talentuoso e poliedrico batterista Ruben Bellavia e come ospite speciale l’eclettico sassofonista Daniele Sepe.

Erano a Ryad per esibirsi i tre ballerini italiani morti in un incidente nel deserto in Arabia Saudita.

L’agrigentino Nicolas Esposto, di Cammarata, era insieme al pugliese Antonio Caggianelli e a Giampiero Giarri, di Tor San Lorenzo in provincia di Roma.

Era il loro giorno libero e avevano deciso di fare un’escursione con un gruppo di 10 persone. Ma la gita si è trasformata in tragedia. Il mezzo su cui i tre procedevano per il deserto sarebbe caduto in una scarpata, oltre a loro hanno trovato la morte anche altre due persone del posto.

I corpi dei ballerini della compagnia italiana,  sono stati recuperati con un elicottero.
Nella giornata di oggi, domenica 17 ottobre, c’è stato il riconoscimento delle salme.
Le famiglie degli italiani deceduti sono state informate dalla Farnesina.

 

Non si tratta di protestare, di dire la propria.
Qui stiamo parlando di assalto squadrista alla sede nazionale della CGIL di Roma.
I dubbi sono pochi, considerato che i due leader di Forza Nuova, Giuliano Castellino e Roberto Fiore (rispettivamente leader romano e nazionale) che sono stati arrestati, erano finiti nelle immagini delle telecamere.
Insieme a loro altre 12 persone finite in manette con l‘accusa gravissima per reati di danneggiamento aggravato devastazione e saccheggio, violenza e resistenza a pubblico ufficiale, e tutti in flagranza di reato. 

Questi arresti sono solo il primo passo.
Forza Nuova va resa illegale, perché il fascismo NON È un’opinione ma un reato.

Violenza e disordini.
Parole che poco hanno a che fare con una protesta che è sancita nello stato democratico, ma che deve essere pacifica.
Nella storia ce ne sono state tante, con milioni di persone, ma senza lo schifo di ieri sera.
E i fatti di ieri a Roma, tutto sono stati fuorché pacifici.

La violenza cieca ed inaudita, che si è verificata era contaminata dagli estremisti.
Manifestazione autorizzata, con partecipanti che hanno  lanciato oggetti contro le forze di polizia.
Una guerriglia urbana, che le forze dell’ordine hanno cercato di fronteggiare, mentre la sede della Cgil è stata assediata da soggetti violenti fino al midollo. E oramai è chiaro – visto gli arresti – che dietro questi no-vax si celavano gruppi neofascisti. 
Non è un problema da sottovalutare, ogni scusa sarà buona per attuare violenza meschina come quella di ieri a Roma.
Oggi il no ai vaccini, domani sarà per qualcos’altro. 
Lo stato deve dare la caccia e sciogliere ogni organizzazione neofascita, perché sono alla stregua dei mafiosi e dei terroristi.
Lo stato deve applicare la disposizione costituzionale secondo la quale “è vietata la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista”. 

Tutto questo è una ferita democratica” – come ha detto Maurizio Landini segretario generale della Cgil.
E l’ennesimo tentativo di Salvini e Meloni di spostare l’attenzione altrove, anziché sulle violenze fasciste, non meraviglia più.
Loro non sanno, non conoscono la matrice – dicono.
Mai però che dalla loro bocca escono le tre semplici parole: “IO SONO ANTIFASCISTA”.

E per chi sta inneggiando, ancora, alla “marcia su Roma”, sarebbe il caso di rispondere che erano solo “marci, su Roma”.
Solidarietà dalla Cgil, perché un attacco ad una sede sindacale è un attacco alla libertà e alla democrazia.

Intervista a cuore aperto a Norma Marrocco, sorella di Lucio, marito di Simona Loizzo

 

Mi sono posta delle domande nel corso di questi mesi. Noi giornalisti siamo così. Passiamo mesi e mesi a rimuginare, a porci e a porre domande (non sempre scomode) nella speranza di ricevere delle risposte. Qualche volta ci riusciamo, altre volte no. Questa volta pensavo che le mie domande non avrebbero mai trovato risposta ed invece la Sig.ra Norma Marrocco, sorella del dott. Lucio Marrocco, morto il 7 gennaio di quest’anno nello sgomento di tutti coloro che lo avevano conosciuto, ha accettato con grande serenità di rispondere alle mie domande.

Sig.ra Marrocco, com’è vivere la vita quando si perde un fratello, una persona cara? Come si sopravvive al dolore?

Ho perso una sorella, di cancro.
Si sopravvive. Si fanno i conti con il dolore e si sopravvive.
Ma è difficile sopravvivere alla morte di Lucio. Sono una persona estremamente credente quindi so che rivedrò mio fratello e la sua presenza è forte anche in questo momento della mia vita. Da quando Lucio è morto è diventato il mio compagno quotidiano.
Dire che “la vita non si può e non si deve fermare al 7 gennaio” come ho sentito dire con tanta freddezza a pochi giorni dalla morte di mio fratello, mi sembra assurdo. Io dico che la vita cambia e la mia vita è cambiata moltissimo, completamente, ed è la fede che mi sostiene perché sono sicura che mio fratello lo rincontrerò, sicuramente in un posto migliore rispetto a dove ha vissuto.
A casa ho una foto bellissima di Lucio e ogni giorno quando incontro il suo sguardo non posso non ricordare, non posso non piangere … sento una fitta al cuore. La mia vita va avanti, certo, io e lui siamo una cosa sola, ma ammetto che è difficile, è davvero molto molto difficile.

Come è venuta a sapere della morte di suo fratello e qual è stato il suo primo pensiero, quando ha saputo quel che gli era capitato?

Ho saputo della morte di mio fratello la mattina dell’8 gennaio. Un giorno dopo la sua morte. L’ho saputo da un mio strettissimo familiare (io qui rappresento me e nessun altro) che mi ha chiamata e mi ha detto dell’accaduto. A sua volta questo familiare era venuto a saperlo quando mio fratello veniva portato in obitorio.
La notizia era già apparsa sui social.
Tutti sapevano della morte di Lucio, tranne i suoi familiari stretti.
Anche questa cosa è estremamente triste ed altrettanto dolorosa.
Il primo pensiero che ho avuto e che mi ha completamente sconvolta è stato proprio la morte in sé. Ho capito immediatamente che Lucio non c’era più, ho avvertito una fitta profonda, mi sono sentita persa, mi sono disperata, ho urlato. Ero sconvolta, non ho fatto caso a tutto il resto, ho fatto caso solo al fatto che era successo che mio fratello non c’era più e che non si poteva più tornare indietro.
Il dolore mi ha aggredita, lacerata … è stata ed è una esperienza inenarrabile.

Che tipo di rapporto c’era tra Lucio e la sua famiglia di origine?

Domanda interessante alla quale mi fa molto piacere rispondere. Va sottolineato infatti che Lucio aveva una famiglia di origine. Lucio non è nato a 27 anni ma prima dei 27 anni e il rapporto con la sua famiglia è stato sempre molto buono, perché Lucio era buono. Lui era l’ultimo della famiglia, mia madre aveva 42 anni quando lo partorì; questo fratellino che è arrivato come un dono, come un miracolo. Ricordo benissimo la mattina in cui è nato: sono entrata in camera – perché è nato in casa – era una fredda mattina di dicembre, e ho visto questo bambino bellissimo tra le braccia di mia madre. Siamo cresciuti insieme. Lucio amava profondamente la sua famiglia. Aveva un eccellente rapporto con mio padre, adorava mia madre e quando mamma è scomparsa, Lucio è scoppiato a piangere e davanti alla bara ha detto: “oggi è morta l’unica donna che mi ha veramente capito nella vita”. Amava profondamente tutti noi, ed era profondamente ricambiato da tutti noi. Quindi un bellissimo rapporto, in particolare con il fratello maggiore, rapporto che le distanze geografiche non hanno permesso di coltivare quotidianamente, ma mai si è staccato il filo di amore che ci ha sempre legati tutti.

Qual è stato l’ultimo messaggio ricevuto e cosa vi siete detti l’ultima volta che vi siete sentiti?

Con Lucio non scambiavamo molti messaggi, un po’ perché io non amo molto scrivere su whatsapp. Il 5 dicembre, il giorno del suo compleanno gli ho mandato gli auguri e lui mi ha subito risposto molto affettuosamente – “Grazie Minè” – chiamandomi con il nome con cui mi chiamano a casa. I suoi auguri erano sempre i primi che mi arrivavano, il giorno del mio compleanno che è in febbraio. Poi Lucio ad un certo punto rassicurandoci, ci aveva detto che era un periodo in cui non aveva molta voglia di parlare. Ma io nel tempo ho capito che questo suo comportamento (questa è una mia sensazione) lo aveva attuato come se volesse proteggerci da qualcosa. Non era depresso mio fratello, assolutamente, lavorava tantissimo, mi ha detto che seguiva tutta la campagna del Covid, tant’è che mio fratello ha regalato qualcosa come 1200 ore al suo lavoro che faceva con grandissima passione, ed io (e non solo io) so benissimo che una persona depressa non può lavorare tante ore, non può essere lucido fino alla fine come è stato lui. E sinceramente mi fa molto male pensare al modo sbrigativo e alla facilità con cui si è parlato di depressione riferendosi a Lucio. Questa cosa mi fa molto molto male. Mi diceva che lavorava tanto ma lo faceva con passione e amore. Lui amava il prossimo, ci metteva amore nel curare le persone che soffrivano. Questo era il suo carattere, questa la sua vocazione.
Lui il primo gennaio, quindi poco prima di morire, attraverso un nostro familiare stretto, ci rassicurava dicendo di essere molto impegnato con il lavoro e quindi di stare tranquilli. Ho saputo anche da alcune persone che conosco dell’ambiente nel quale lui è vissuto, che progettava di vedersi in un immediato futuro appena la questione Covid lo avrebbe permesso. Quindi mio fratello aveva dei progetti. Questi i ricordi … parliamo di dicembre scorso e poi del primo gennaio di quest’anno.

Come stava Lucio, in quel periodo? Aveva qualche preoccupazione? Aveva paura di qualcosa?

Mio fratello non ha mai avuto paura di nessuno, credeva nell’Amore tra le persone, non era praticante ma si comportava da vero cristiano.
Mio fratello era una persona seria, onesta, era un grande medico, vero e colto. Ma non si dava delle arie, non era di certo un esibizionista, anche se avrebbe potuto permetterselo. La responsabilità assegnatagli per la gestione dell’emergenza Covid all’Annunziata di Cosenza la viveva fino in fondo, perché mio fratello era un uomo con un forte senso del dovere etico.

Che ragazzo è stato e che uomo è stato prima ancora di cambiare vita e città?

Ho solo bei ricordi … le sue partite a tennis con l’altro fratello che adorava, la sua vita partecipata in casa, i tantissimi amici che Lucio aveva ancora nella sua terra di origine, amici che rivedeva quando tornava a casa e durante quei lunghi periodi dell’assistenza a nostra madre. Era una gioia per tutti quando Lucio arrivava. Mai uno screzio, mai un dissapore. Anche tutte le volte che io sono stata in Calabria, ho passato dei bei momenti con mio fratello.
Era una persona solare, aveva la capacità magnetica di attrarre la simpatia di tutti, di trascinare le altre persone, di farle stare bene. Era amatissimo. In paese, a scuola, all’università. Era amato dalle persone delle aziende che visitava come Medico del Lavoro. Non ho mai visto nessuno come lui capace di entrare in confidenza con tutti, immediatamente. Quelle che per me sono le più belle foto di mio fratello, sono quelle che lo ritraggono con le persone più umili, incontrate anche sui cantieri.
Lucio era un uomo che amava la vita.

Era felice il Dott. Marrocco?

A questa domanda in prima battuta risponderei con le sue stesse parole, quelle sotto una foto di Instagram che lo ritrae mentre cavalca un delfino: “questi cetacei rendono felici anche i più disperati”. Lui era una persona che voleva essere felice, la sua natura lo portava ad essere felice. Poi tante cose sono cambiate ed io non posso rispondere al posto di mio fratello, perché è una domanda talmente intima, ed io ho grande rispetto per chi è in vita e ancor più per chi non può più parlare, ma di sicuro non era un uomo disperato, era un uomo che aveva tutte le carte in regola per essere un uomo felice. Almeno fino ad un certo punto della sua vita.
Di sicuro l’ambiente nel quale è cresciuto nei primi 28 anni della sua esistenza è diverso da quello nel quale ha trascorso l’altra metà. I valori della mia famiglia rispecchiano molto quelli della Ciociaria (terra di San Benedetto, terra di “ora et labora”) di lavoratori, di persone genuine e semplici, con un forte senso della modestia ma anche di grande cultura.
Una cosa ricordo bene perché questo argomento spesso lo abbiamo trattato io e lui: mio fratello cercava l’amore e la felicità è legata all’amore. Se sei amato sei felice.

Lucio era una persona riservata, aveva un amico del cuore, qualcuno con cui si confidava? C’è qualcuno che ad oggi potrebbe sapere qualcosa circa quello che aveva nella testa e nel cuore nei giorni in cui è morto?

Lucio aveva tantissimi amici, ma non parlava della sua vita. Era una persona altruista, che si preoccupava prima di tutto del prossimo. Ho ricevuto testimonianza di affetto da centinaia di persone, persone che non lo vedevano da 30 anni ma che non lo avevano mai dimenticato. Un suo amico dei tempi dell’università è stato uno dei suoi testimoni di nozze e Lucio il suo. Vive in Svizzera.
Ho ricevuto messaggi da tante persone conosciute insieme trenta anni fa, sbigottite dall’evento della sua morte. Nessuno di loro se lo sarebbe mai aspettato. Mio fratello era un Uomo con la U maiuscola.
Però c’era una persona, un amico con il quale Lucio aveva un’apertura particolare e con il quale anche io continuo a sentirmi e che sostiene che Lucio non si fosse mai abituato a certi stili di vita diversi dai princìpi con i quali era cresciuto. Perché noi veniamo da una famiglia che agli occhi di qualcuno potrebbe essere vista come “quella dei morti di fame”. Noi siamo tutti professionisti, venuti su con i sacrifici dei nostri genitori, che erano insegnanti, non solo docenti ma insegnanti di valori. Nostro padre sosteneva sempre l’onestà. Diceva “meglio morire che non essere onesti”. Siamo tutti imbevuti di questo grande valore.

Sig.ra Morrocco, ha visto il corpo di suo fratello dopo la sua morte?

Sì, l’ho visto. Non appena mi è stato comunicato il suo precipitare dal quinto piano che conosco bene, mi ero psicologicamente preparata a vedere un corpo massacrato, sfracellato, sfigurato. Un corpo di circa un metro e 86 con la sua corporatura e il suo peso, arriva al suolo con un impatto a 50 km all’ora. Quando l’ho visto senza vita, ho accusato un malore. Aveva ancora il suo sorriso, non ho visto fratture evidenti, non aveva nulla di particolare. Aveva solo segni come di una colluttazione. Sul lato sinistro della fronte aveva ripetute piccole ferite tutte uguali, l’orecchio sinistro nero, dei graffi sul naso, e aveva lividi come di una presa al polso sinistro. Ma non mi sembrava un corpo di uno che ha avuto un impatto al suolo. Mi ha colpito il sorriso, però. Ho visto un corpo integro di un uomo morto. Ho pensato che Dio gli avesse voluto così bene da farlo atterrare tra le braccia degli angeli.

Cosa è accaduto dopo la sua morte? 

Dopo la sua morte i funerali. Un funerale abbastanza sbrigativo, nel quale si è dato poco spazio alla figura di Lucio. Un funerale dove per fortuna il celebrante ha risottolineato e concluso la messa con una riflessione brevissima ma molto significativa, e guardando la bara ha detto: “il malato al centro, il profitto fuori”.
Dopo la morte continua il dolore.
Non ho la negazione del dolore.
Dopo la sua morte Lucio ha alzato uno tsunami di amore. Centinaia di persone che mi sono state vicine e molti hanno ricordato Lucio tutti allo stesso modo, come un uomo che portava un abito troppo stretto per lui, una corazza che non lo faceva vivere per come era la sua natura.

Se permette vorrei dire un’ultima cosa, vorrei fare un appello:

Vorrei che Lucio riposasse in pace, che venisse lasciato riposare in pace, e che adesso che è morto di lui se ne parlasse solo nella intimità e tra chi lo ha amato profondamente. Perché lui era una persona riservata e discreta, e rispettoso della propria vita e della vita degli altri. Chi vuole ricordare Lucio, lo facesse come facciamo noi fratelli, nel silenzio delle nostre case, nel silenzio dei nostri cuori, nel profondo della nostra anima, perché Lucio non è fenomeno da baraccone, non è un bel vestito da indossare nelle occasioni importanti.
Ora è lì, nella luce di Dio.

Per tutti quelli che si sono sempre schierati con Mimmo Lucano sin dalla prima ora delle sue vicissitudini processuali, questo 30 settembre 2021 è un giorno brutto.
Partiamo dal presupposto che io sto (ancora) con #MimmoLucano al quale va tutta la mia solidarietà perché penso che abbia commesso forse l’unico errore di aver operato con troppo umanità in una terra nella quale la mafia invece uccide, contamina, annienta.
La Calabria è una terra ostile.
È la terra di mafia e del voto di scambio.
È la terra dimenticata da Dio e dagli uomini.
È la terra dove ci sono problemi enormi di sanità, di rifiuti, dove le istituzioni che si sono avvicendate si sono mangiate praticamente tutto, dove nessun giovane vuole restare più.
Eppure salta alle cronache la forza di un uomo che decide di accogliere fino a rendere un piccolo centro come Riace famoso in tutto il mondo, per il suo “metodo di accoglienza“.
Siamo ancora al primo grado di giudizio, ed un uomo è innocente fino al terzo grado.
Tutto dunque, può cambiare. La sentenza di primo grado può essere ribaltata.
È assurdo, sì, ma la giustizia si accetta e non si discute.
Guai se perdessimo fiducia nella giustizia.
Non la possiamo discutere, ma possiamo parlarne, però, cercare di capire.
Perché sono innumerevoli i casi di errori giudiziari che hanno fatto la storia.
Perché questa sentenza arriva giusta giusta a 3 giorni dalle elezioni. Sarà un caso?
Mimmo Lucano che accetta di candidarsi e di correre a sostegno di Luigi De Magistris alla carica di presidente della Regione Calabria.
Così De Magistris subito dopo la sentenza:
Per me Mimmo Lucano è un uomo giusto, un simbolo di umanità e di fratellanza universale, non si è mai girato dall’altra parte di fronte alla richiesta di vita di esseri umani diversi. Conoscevo Riace prima di Lucano ed era un borgo desertificato, con Lucano era divenuto un Paese ricco di energie, di economia circolare e di comunità viva. Con il post Lucano nuovamente abbandono e spopolamento. Per me Lucano è l’antitesi del crimine. Non è certo un cultore del diritto amministrativo, avrà pure commesso delle irregolarità ed illegittimità, ma sono convinto che alla fine del suo calvario verrà assolto perché ha agito per il bene e mai per il male. […]  Mimmo non devi mollare perché sei un uomo buono e giusto e il popolo ti vuole bene. Ora mi voglio assumere la responsabilità di guidare la Calabria affinché con la volontà del popolo sovrano la giustizia e i diritti possano trionfare”.
13 anni e due mesi a Mimmo Lucano, più del doppio di quanto richiesto dal Pm, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Le accuse a Lucano: associazione a delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per presunti illeciti nella gestione del sistema di accoglienza dei migranti.
Il Pm:
“Non era importante la qualità dell’accoglienza ma far lavorare i riacesi così da conseguire, quale contraccambio, un sostegno politico elettorale. A Riace comandava Lucano. Era lui il dominus assoluto, la vera finalità dei progetti di accoglienza a Riace era creare determinati sistemi clientelari
Riace fa  – udite udite – 2300 abitanti a 125 km da Reggio Calabria.
Qualche domanda dovremmo porcela:
Di quali vantaggi elettorali si parla?
In quel paese dimenticato da tutti che cosa ci guadagna un uomo a fare il sindaco?
Che cosa si sarà mai comprato Mimmo Lucano con i soldi guadagnati facendo il sindaco di Riace?
Cosa si sarà comprato mai … una villa, una barca a vela, ha conti offshore?
Chi saranno mai questo persone che lo hanno “favorito” alle elezioni?
I proprietari di quelle 4 botteghe? Chi?
Stando alla sentenza, Mimmo Lucano – che non si è potuto neanche permettere altro tipo di avvocato – è un criminale ma nessuno se n’era mai accorto. Nessuno di quelli che negli anni sono andati a vedere da vicino il modello di accoglienza che ha reso “Il modello Riace” famoso in tutto il mondo, modello d’integrazione, che avrebbe di fatto salvato il morente borgo, grazie a una contaminazione di culture e al recupero dei vecchi mestieri artigianali.
Così Mimmo Lucano ricorda quell’idea di accoglienza:
“Mentre vedevamo Riace Marina affollata durante la stagione estiva, Riace Superiore, la parte alta del comune, era addormentata, svuotata dei suoi abitanti partiti a lavorare al nord. E se questi profughi ci aiutassero a svegliarla? Se grazie a loro le vie potessero tornare alla vita? Se si potesse ancora sentire la gente parlare e i ragazzi ridere?”
Riace così diventa simbolo di integrazione, solidarietà e accoglienza in contrasto con i porti chiusi di Matteo Salvini, ma  Lucano si dovette allontanare dalla cittadina, per divieto di dimora.
Non si era mai arreso.
E neanche noi, ci arrendiamo, caro Mimmo.
Che aggiungere …
Ognuno fa i conti con la propria coscienza e dopo, con la giustizia.
E comunque l’Italia non è sicuramente un paese ideale nel quale si può accogliere e amare gli ultimi così come ha fatto Lucano.

Potremmo dire che Nanni Moretti ha fatto semplicemente un film a modo suo.
Ed invece no, non è così perché intanto per la prima volta il regista dirige un film la cui storia non è originale ma ispirata (molto poco liberamente) al capolavoro letterario Tre Piani, romanzo di Eshkol Nevo.
Nanni Moretti non fa quel che sa fare, ma si limita a raccontare una storia e a recitare a modo suo (che in questo caso non è efficace) considerato che tiene per sé la parte di uno dei personaggi delle tre storie raccontate; storie di tre famiglie borghesi in una Roma dei giorni nostri, che in comune hanno l’essere incapaci di una qualsivoglia felicità.
E qui – prima ancora di addentrarci in alcune caratteristiche del film che a mio avviso è il più brutto mai realizzato da Moretti – corre l’obbligo di dire che a questo prodotto cinematografico manca una cosa importantissima che invece imbastisce completamente il libro ossia il pathos.
Nel film le tre storie sono ovviamente raccontate in contemporanea, in fondo i personaggi vivono, si muovono e si condannano nello stesso condominio, cosa che nel libro non accade considerato che seppur con diverse interazioni, i tre piani, rappresentano tre vite a sé che vengono svelate in tutta la loro drammaticità in tre momenti diversi e che si evolvono senza però mai consegnare al lettore la certezza del riscatto per ognuno dei personaggi, pur intravedendosi proprio nel magistrale modo di dotare i protagonisti delle storie di quella volontà di rinnegare parte di quella che era stata la propria vita precedente, dotata di scelte opinabili.
Sembra come se Nanni Moretti abbia perso la capacità di forgiare personaggi nella loro stratificazione intellettiva e sentimentale ma senza sentimentalismi.
Dicevamo manca di pathos, il film, manca di quella capacità di emozionare mentre si cammina accanto ai personaggi ma manca anche di atmosfere, che nel libro sono di una Tel Aviv che pulsa di rivolte, di incertezze, di paesaggi e di strade da percorrere e che non conducono solo da qualche “parte altra” ma anche in un pezzo di vita sconosciuta ai personaggi e che cambierà drasticamente la percezione di tutta la loro esistenza.
Tre piani, tre famiglie, tre storie.
Una coppia con una bambina che spesso viene affidata ai vicini, una coppia di anziani pacifici, fin quando il vecchio sparisce insieme alla bambina, e il padre teme che abbia potuto abusare di sua figlia.
La storia di una coppia di giudici che fanno i conti con un figlio che disattende ogni loro idea di perbenismo e che commette un reato fino poi a voler vivere senza nulla più  sapere dei suoi genitori.
Una donna che molto poco verosimilmente va a partorire da sola, attendendo poi un marito che lavora spesso fuori, mentre gestisce una emotività che la porta a credere di aver ricevuto la visita del cognato in perenne astio con suo marito.
Lo spettatore non prova nessuna empatia nei confronti di nessuno dei personaggi, non ci si affeziona, non ci si “accomoda” accanto a nessuno di loro, cosa che invece avviene durante la lettura del libro.
Leggendo vorremmo essere Dora che parla con il marito morto attraverso una vecchia segreteria telefonica e che incontra un uomo che le fa vivere emozioni mai vissute, ad incominciare da un bagno in una vasca, oppure Hani, la donna che tutti chiamano “la vedova” che passa dall’isolamento della maternità alle emozioni provate con il cognato in fuga dai creditori, senza che mai il lettore sappia se si tratta di realtà o attimi di pazzia così come era accaduto a sua madre.

Non si avverte nel film la crisi vissuta dai personaggi, la loro disperazioni.
Le emozioni non pulsano, non arrivano. Non pulsano l’angoscia, il dubbio, il senso di colpa, la solitudine, la voglia di riscatto.
È solo una storia. Nanni Moretti mette tutto davanti alla macchina da presa, ma non sfonda la personalità dei personaggi, malgrado una scelta stilistica della ripresa che non dispiace. Bella la fotografia, i campo contro campo.

Manca nel film quella introduzione alle storie, che lo scrittore invece regala attraverso dei dialoghi con qualcuno ai quali raccontare il perché delle proprie scelte, delle proprie paure. Nel film ci sono personaggi che fanno cose compostamente, anche quando sarebbe stato giusto dotarli di una umanità (inteso come cose da esseri umani e non da attori)  che sembravano aver dimenticato chissà dove.

Veniamo al cast.
Lecito chiedersi perché il regista abbia scelto Scamarcio per fare il ruolo di Lucio, il padre della bimba. Non ha i requisiti Scamarcio per interpretare un uomo divorato dai dubbi prima e dal senso di colpa poi. Non sa piangere, non sa esprimere rabbia, passione, delusione.

Brava Margherita Buy nel ruolo della donna magistrato. È sempre una certezza, ma malgrado sia attrice cara a Moretti e che con lui ha spesso lavorato, non è riuscita a tirar fuori dal Nanni attore quella espressività che necessitava. A mio avviso la sobrietà sua solita in questo film non bastava.

Nel cast anche Adriano Giannini (così così) una discreta Alba Rohrwacher  alle prese con quel ruolo di donna piena di paure ed incertezze. Bravo Stefano Dionisi in una parte secondaria, del cognato della donna che fa irruzione nella sua vita, forse in sogno forse nella realtà e che le consegna un anelito di emozione, un guizzo dentro una vita di perenni insicurezze.

Mentre leggi il libro vorresti che non finisse mai, lo leggi lentamente e sai che alla fine resterai orfano dei personaggi, della storia e di quelle scelte che tu come lettore devi attuare perché lo scrittore ti lascia libero di scegliere il finale che vuoi, per ognuna delle storie che si dipanano nei tre piani; mentre guardi il film vorresti finisse il prima possibile. Forse perché il rimbombo della storia raccontata nel libro prende il sopravvento e ti suggerisce quando sbagliato sia il film perché manca di troppi dettagli.
Non c’è Moretti nel film di Moretti.

È tutto statico se non fosse per lo schianto dell’auto in principio di film, che ti desta un po’.
Il minimalismo e la sobrietà di Moretti non si addicono a questo film, nel quale si raccontano tragedie, rapporti difficili tra genitori e figli, ma senza mai travolgerti, senza emozionarti, senza coinvolgerti, e ahimè anche senza farti riflettere.

É un film non in sintonia, ed é a che anacronistico, perché seppur moderno ci sembra vecchio nella misura in cui vediamo cose che al tempo della pandemia ci sembrano inconcepibili.

Se volete vedere il film dimenticate la maestria di Moretti che gioca con la metafora dell’identità perduta come in Palombella Rossa, o il linguaggio esplicito e  forte della condizione giovanile in Porci con le Ali o quel senso di anarchia in Ecce Bombo, film in cui si parlava di rapporti umani, di coscienza e di drammi giovanili.

Moretti ha solo perso la capacità di interagire con la modernità, forse invecchiando ha smarrito anche quell’estro nel rendere tutto credibile e a tratti terribilmente vero  mentre fotografava l’epoca.

Ritenta Nanni … ritorna, Nanni.

 

È stato come ascoltare un disco, ma con le emozioni dell’aspetto scenico, del talento che ti coinvolge, che ti avvolge e che ti fa fare un viaggio davvero intorno al mondo.
Ieri sera, nell’ambito della rassegna musicale Festival D’Autunno, il suggestivo teatro Politeama di Catanzaro, ha ospitato il progetto musicale di Tosca Morabeza, un vero e proprio viaggio nelle sfumature musicali, nel linguaggio e nei sentimenti di altre culture, di luoghi lontani ma che pulsano sul palco dove la cantante romana accompagnata dai suoi musicisti racconta in musica, le intenzioni raccolte durante un viaggio in giro per il mondo.

Un’atmosfera coinvolgente, per un pubblico variegato, che si è lasciato guidate in quel viaggio dove i suoni, il pathos e la capacità interpretativa si fondono a costruiscono un ponte immaginario che lo spettatore percorre, fino a sentirsi parte di quel progetto sonoro fatto di strumenti che suonano insieme ma nello stesso tempo ognuno per sé, delineando e ricamando ogni melodia che affonda le radici nelle terre che Tosca ha cercato, vissuto, respirato, fino a rubarne l’essenza musicale e culturale.

Morabeza non è solo una parola ma uno stato d’animo, un senso di nostalgia, che insieme alle tradizioni e alle lingue originali, contaminano la padronanza del linguaggio musicale, che Tosca mostra con intraprendenza sul palco, con vigore e raffinatezza, padrona non solo del suo mezzo vocale, che le permette di cantare in una maniera impeccabile, ma anche di essere padrona dello spazio che vive e respira non solo cantando, ma ballando, suonando strumenti a percussione e interagendo con le altre voci ospiti sul palco e che con la sua si legano, si fondono, in mille sfumature tutte da godere. Nel suo modo di fare musica c’è conoscenza approfondita di come si canta, ma c’è anche carisma e quell’anima che ribolle e che esplode in tutta la sua veracità.

Musica e parole di brani arrangiati da Joe Barbieri, cantautore sopraffino suo amico, che “rende comoda” la struttura dei pezzi e li rende amabili, accattivanti, accoglienti.

I suoni della terra d’Africa, fino al Sudamerica, passando per la Francia, fino al cantautorato italiano, vivono su un palco, il cui allestimento scenico è curato da Massimo Venturiello.
Luci soffuse, un grande mappamondo illuminato, gli strumenti come se arrivassero da ogni parte del mondo e la bellezza della musica che si apre, si snoda, nota dopo nota e che abbraccia l’ascoltatore rendendolo erudito e coinvolto e accolto in ogni suono di tamburo, percussione, violoncello, contrabbasso, chitarra e voce.

I musicisti che accompagnano la cantante nel progetto Morabeza sono tutti di grande talento e di straordinaria capacità di dare forma e colore ai brani proposti e con Tosca hanno grande complicità artistica.

Giovanna Famulari al violoncello, al piano e alla voce, musicista di caratura artistica, Massimo De Lorenzi virtuoso della chitarra, Fabia Salvucci che canta altre lingue in maniera appassionata, che suona le percussioni e incanta, Elisabetta Pasquale al contrabbasso e voce, Luca Scorziello, pieno di energia e di prorompenza ritmica, tutti insieme conducono l’ascoltatore in una vera e propria esperienza sensoriale.

 

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Il processo per l’omicidio di Denis Bergamini si farà. 

Isabella Internò l’allora fidanzata del calciatore che quel 18 novembre del 1989 era con lui sulla statale 16 nei pressi del Castello di Roseto Capo Spulico, e che dichiarò che Denis si era suicidato finendo sotto le ruote di un camion che l’aveva poi trascinato per 60 metri,  è stata rinviata a giudizio con l’accusa di omicidio aggravato dalla premeditazione e da futili motivi, in concorso con soggetti ancora ignoti. Lo ha deciso il gup di Castrovillari Fabio Lelio Festa accogliendo la richiesta del pm Luca Primicerio.

La prima udienza del processo è stata fissata per il 25 ottobre prossimo.

In aula non erano presenti né la Internò né la sorella di Bergamini Donata.

Nel corso dell’udienza, l’avvocato Angelo Pugliese, difensore di Isabella Internò, nella sua arringa durata circa tre ore, ha illustrato le tesi della difesa chiedendo il non luogo a procedere per la propria assistita.

La famiglia Bergamini era rappresentata dall’avvocato Fabio Anselmo che si è così espresso subito dopo la decisione:

 

Si scrive un nuovo capitolo. La giustizia ha fatto una inversione di marcia. Grazie soprattutto al procuratore Facciolla che ha avuto il coraggio di far riaprire il caso. […] Una pagina importante e una inversione di marcia estremamente tardivo. 32 anni. 32 anni da quei verbali falsi, che certificavano il traumatismo, lo sfondamento del torace che guarda caso,  collimava con la versione di Isabella Internò e cioè  l’investimento di Denis e il suo trascinamento per 60 metri e seguito di un tuffo suicidario.

Mi inquieta che gli autori di quei verbali di ricognizione cadaverica non possono essere perseguiti. 
Al processo finalmente avremo la possibilità di far entrare in una aula giudiziaria la verità. 
Oggi non è stata condannata Isabella Internò, oggi è una tappa fondamentale, è stata rinviata a giudizio. Abbiamo ottenuto un processo che sembrava non si volesse fare. Sono stato accusato di fare i processi mediatici, ma come si fa senza la presenza dei media nel momento in cui tu rappresenti una verità così surreale e palesemente falsa, cioè che il corpo di Denis è stato investito da un camion, e trascinato per 60 metri senza produrgli alcuna lesione, quando metà addome  (non il torace) ha i segni di sfondamento da parte di una ruota del camion e nessun altro segno. Quando la dottoressa Innamorato dice al signor Conte il poliziotto “il corpo guarda che parla”, lo dice in modo preoccupato, e questa circostanza è stata diciamo fortunata, perché quel corpo ha voluto parlare, e tutto questo lo dobbiamo alla giustizia, nel bene e nel male. 

Lo sconforto  che nessuna pandemia avrebbe potuto annullare.
Lo sconforto di vedere sempre gli stessi nomi, le stesse beghe, le stesse facce (… “come al culo” Cit.) che saltano fuori da santini (che ci fanno odiare di avere WhatsApp) e cartelloni 7×3, e le pagine Facebook che nascono “per l’occasione” e che ci ricordano che non abbiamo scampo, che ci toccherà andare a votare e che siamo stufi di votare il meno peggio che alla fine è sempre il peggio che si ripropone, senza un briciolo di decenza.

Pensi che sia passato il “tempo suo” ed invece sono sempre lì, inquietanti più che mai, con sempre nuovi burattini pronti a fare i ventriloqui.

Qualche faccia apparentemente nuova, dunque, ma che alle spalle ha i soliti noti, quelli che da decenni muovono le fila di una politica marcia che ha fatto marcire questa terra così bella e maledetta che cerca un riscatto che – lo sappiamo tutti – non arriverà fin quando ci saranno i soliti noti, i soliti nomi, che ci disgustiamo anche a pronunciare, figuriamoci a votare, ma che alla fine saranno rivotati perché le dinamiche circa come ci si procaccia i voti, sono ahimè sempre le stesse.

Ma la cosa che più mi ha colpito a questo giro è stato vedere questa novità di propinare all’elettorato il racconto a puntate della propria vita, con tanto di foto nostalgiche, manco i cittadini calabresi dovessero scegliere la tata per i propri figli. A parte il fatto che sappiamo bene chi siete, a chi siete figli, e considerato l’obbligo di ogni candidato di caricare online il proprio curriculum vitae affinché tutti possano sapere che percorso si è fatto,  la cosa che fa rabbrividire è che puntata dopo puntata, manco fosse una soap opera di quelle che si vedono in tv all’ora di cena, non esiste una che sia una proposta su cosa si intende fare semmai si riesca a ricoprire un ruolo alla Regione.

A noi poco importano i dettagli della vostra infanzia, del viaggio di nozze, delle cene alla quali intervenite, ma ci interessa un eventuale programma con tanto di punti che ci permettano poi, di sbugiardarvi quando non realizzerete quello che eventualmente promettete.

Per alcuni candidati poi, era tutto già in programma, come da programma.
Passerelle televisive in tempi non sospetti, confezionate ad arte, in prospettiva della corsa ad una carica per la quale non sappiamo certo se ci saranno o meno le capacità.

Presentazioni video come quelle che si fanno per andare dalla De Filippi, degne proprio di “tronisti” edizione autunnale.

Io voglio programmi (non soap o talk show), voglio progetti, voglio idee concrete, attuabili, fattibili.
Ne ho piene le scatole della fuffa che pensate di poterci ancora propinare perché nella vostra “carriera” vi manca il ruolo istituzionale e allora pensate che il capriccio che volete togliervi, ve lo tolga la gente da dentro la cabina elettorale.

Quando con gli amici e colleghi facemmo alcuni pronostici, non ci sbagliavamo affatto.
Solo che la realtà supera spesso la fantasia e a volte è così terribile, che vorremmo sempre poterci svegliare da un incubo che incombe sulle vite di chi aveva creduto che la decenza, la sobrietà e il senso del pudore potesse avere un peso.
Ma non sarà così neanche questa volta.