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La biografia e la vicenda pubblica di Enrico Berlinguer ha innervato profondamente ed in maniera indelebile la storia del nostro paese.

Il 25 maggio del 1922 nasceva a Sassari l’uomo e il politico che consegnò al popolo italiano non solo un esempio di politica ma anche una importante avventura umana.

Berlinguer è ancora oggi per per milioni di italiani il ricordo di una politica impegnata e pulita al tempo stesso. Il suo impegno come segretario del Partito Comunista Italiano dal 1972 in poi, accompagnato da una serie di successi politici, ma anche la morte, avvenuta durante un un comizio a Padova, quindi proprio mentre espletava il suo compito di parlare alla gente con quel suo carattere così incisivo, hanno rappresentato anche simbolicamente un’immagine di dignità ed autorevolezza dell’impegno politico e tutto questo oggi manca. Un gigante capace ed irreprensibile in un mondo già all’epoca sporco, deviato, colluso.

E se è vero che chi oggi ha 70, 80 anni lo ricorda non solo come un esponente politico capace, ma anche come simbolo di come si dovrebbe fare la politica, sarebbe opportuno farlo conoscere anche ai giovani, raccontandolo incastonandolo in quel periodo storico così madido di eventi.

La sua caratteristica tipica era quel suo porsi in un modo “a sottrazione”, senza slanci plateali, e in vita gli fu spesso rimproverato di non essere una persona “scintillante”, eppure fu un leader politico carismatico, ma questo carisma si è affermato in un modo graduale, così come la caratteristica del mito. Un carisma quindi, non costruito sulla sua personalità, schiva e seria, ma sul suo agire, sull’incisività del suo modo di fare politica.

A Berlinguer hanno portato un profondo rispetto politico anche avversari fieramente contrapposti sia alla cultura che all’appartenenza del leader comunista; si pensi al leader della destra sociale, Giorgio Almirante che chiese e ottenne di salutare per l’ultima volta il feretro di colui che la sua comunità politica considerava un nemico, ma che in maniera autentica consideravano una persona perbene.

In quella sua idea di politica che seppe andare oltre gli schieramenti e oltre le sensibilità individuali spesso diverse, c’era un impegno generoso e completo, formato su una dedizione, verso una Repubblica che funzionava a sua volta intorno a dei grandi partiti che rappresentavano delle istituzioni con dei grandi valori a prescindere dal colore politico.

Berlinguer è importante nella storia della sinistra italiana ma anche della democrazia italiana perché ebbe la capacità di portare il partito comunista nel cuore del gioco politico, proprio con la strategia del compromesso storico, attraverso il dialogo con Aldo Moro.

Non si deve idealizzare a posteriori; quelli furono dei processi molto duri, estremamente conflittuali, che ebbero tanti avversari, sia dentro che fuori dal Pc, nell’area della cultura di sinistra, progressista. Per questo Berlinguer è stato un dirigente politico a tutto tondo; ha combattuto una battaglia senza esclusione di colpi, che ha visto anche momenti drammatici, come il sequestro e la morte di Aldo Moro.

Resta famoso il gesto di Benigni che dalla terrazza del Pincio, a Roma, il 16 giugno del 1983, sollevò in braccio Enrico Berlinguer che rise e lo lasciò fare. Gesto molto bello della sua naturalezza e spontaneità che è rimasto nella storia.

Nello stesso anno Giovanni Minoli intervistò Enrico Berlinguer, e gli chiese:
Qual è il suo peggior difetto?
B: l’avere un carattere decisamente spigoloso.
E il suo pregio?
B: l’essere rimasto fedele agli ideali di quando ero ragazzo.
Cos’è che le da più fastidio?
B: sentir dire che sono sempre triste, perché non è vero.

Bastano queste poche risposte per capire senza ombra di dubbio lo spessore di  Enrico Berlinguer come uomo e come politico.
Serio, tanto da sembrare sempre triste, di carattere, di cui egli stesso ne percepiva la spigolosità e detentore di un ideale; e si pensi a come siano gli ideali a delineare una persona ma soprattutto un politico.

Berlinguer negli ultimi anni della sua vita incrocia una serie di sensibilità, di valori ed ideali politici, che poi furono  i cosiddetti “pensieri lunghi”, come quello sulla sostenibilità ambientale, il tema del ruolo della donna nella società. Ci sono anche delle sue riflessioni originali sul ruolo che avrebbe potuto avere – e che poi ha avuto – l’informatica.

Manca alla politica un uomo come Berliguer:

La questione morale esiste da tempo. Ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale, perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico. [Enrico Berlinguer]

 

 

Luigi Strangis vince l’edizione 2022 dell’ormai collaudato talent show “Amici” di Maria De Filippi, e vince con la sua austera gentilezza. Ieri sera durante la finale sembrava uscito da un libro di fiabe e con in dosso quell’abito che lo faceva tanto assomigliare al piccolo principe, ha sbaragliato gli altri finalisti, tutti molto bravi.

Questa edizione – così come facevano notare anche i critici della stampa presenti ieri in collegamento – è stata caratterizzata dall’educazione e dall’umiltà dei ragazzi, peculiarità che hanno accompagnato quel percorso di crescita significativa all’interno della scuola, e che li ha condotti non solo alla finale ma anche a vincere prestigiosi premi e borse di studio che li porteranno in giro per il mondo, permettendo loro di affinare potenzialità e talento. A Serena infatti viene consegnata una borsa di studio per volare a New York per studiare nella prestigiosa scuola di ballo Alley School. Anche lei, perennemente bombardata dalle critiche della maestra Celentano che l’ha sempre definita non adatta al ballo, né fisicamente né come preparazione, ha continuato il suo percorso a testa bassa, con umiltà, tenendosi stretta la voglia di crescere, di migliorare e di trovare il suo posto nel mondo della danza e questo riconoscimento, la riscatta in maniera inequivocabile.

In 6 giunti alla finale, dopo la prima uscita di Albe, a battersi per il titolo di vincitore, Sissi, Alex, Luigi, Serena e Michele, che arrivato all’ultima fase della finalissima, perde davanti alle innumerevoli peculiarità d Luigi, polistrumentista, che arriva alla vittoria, dimostrando una propria maturità, ed una capacità eccellente di scrittura; il tutto condito da quel suo essere schivo, educato, amabile.
Michele però vince 50 mila euro come vincitore della categoria ballo oltre alla possibilità di ballare insieme a Roberto Bolle, durante una serata dedicata alla danza.

Luigi, il cui nuovo singolo “Tienimi stanotte” è stato passato innumerevoli volte in questi mesi sui network radiofonici, gli consegna il traguardo di entrare di diritto a far parte del primo spettacolo della generazione Z, il Future Hits Live, grazie proprio alla preferenza espressa dagli ascoltatori di Radio Zeta. Non in ultimo a lui va il premio di 150 mila euro.

Archiviate le liti tra prof che come tutti gli anni hanno “colorato” il talent show, i sei finalisti si sono reciprocamente abbracciati nei momenti delle varie sfide. Si sono sempre voluti molto bene, al netto degli amori nati all’interno della casetta che li ha ospitati per nove lunghi mesi.

Dismesse quest’anno le tute e le divise classiche della trasmissione, i ragazzi sono stati liberi di esprimersi attraverso anche il loro look. Luigi Strangis quel look lo ha sempre mostrato con orgoglio senza mai ostentarlo; dagli occhiali bianchi – divenuti un must per le fan – alle unghie laccate di nero, e poi quegli abiti eccentrici ma mai inadeguati, con lustrini e paillette, e le scarpe con un po’ di tacco che tanto ricordano i Beatles.

Vince Luigi, anche grazie alla sua conoscenza approfondita del mondo musicale che ha fatto suo puntata dopo puntata, interpretando i brani scelti, con la schiettezza di chi ha voglia di farsi ricordare, ma senza forzare mai la mano.
Le prime parole subito dopo la vittoria sono per la sua famiglia, “è grazie a loro se sono qui“.

Molto significativo era stato infatti l’incontro tra Luigi e suo papà nei giorni scorsi, nelle giornate destinate alle prove, un incontro inatteso per il cantante, che ha mostrato tutto il supporto che la sua famiglia aveva dato a Luigi e l’attaccamento di Luigi alla sua famiglia e alla musica; i genitori nel corso degli anni lo hanno sostenuto, incoraggiato, sin da quando era bambino.

Anche altri premi consegnati ai ragazzi durante la serata finale di ieri sera:

PREMIO DELLA CRITICA TIM  da 50 mila euro a Sissi.

PREMIO TIM, dato da una giuria tecnica del valore di 30 mila euro in gettoni d’oro a Serena

PREMIO RADIO, una targa al pezzo ritenuto più radiofonico assegnato dai principali network a Luigi per il brano Tienimi Stanotte.

PREMIO OREO, dato da una giuria tecnica del valore di 20 mila euro in gettoni d’oro a Alex

PREMIO MARLÙ, del valore di 7 mila euro in gettoni d’oro assegnato a ciascun finalista.

E adesso attendiamo di vedere quanta strada faranno questi ragazzi, che quest’anno hanno dimostrato che c’è una nuova generazione che ha voglia di scrivere canzoni – cosa che manca molto alla musica italiana – e che l’attitudine allo studio è ancora un bene prezioso.

 

 

Poche volte accade che un film che tratti eventi realmente accaduti sappia colpire emotivamente in maniera così profonda lo spettatore, che vorrebbe che quelle immagini fossero solo un film. Ed invece “Gli Stati Uniti contro Billie Holiday” non è solo un film è uno spaccato autentico e toccante della vita di un’artista straordinaria, di colei che fu una delle voci jazz più belle di sempre, forse l’unica davvero inimitabile, ed è per questo che l’interpretazione di Andra Day -al suo debutto cinematografico che le ha portato però una nomination all’Oscar come migliore attrice e un Golden Globe – risulta essere estremamente coinvolgente. Per quel ruolo la Day, non ha dovuto solo studiare ogni movenza ed espressione (non solo canora) della grande artista, ma anche “cambiarsi i connotati” con un significativo dimagrimento e iniziando a bere e fumare, per provare ad incarnare nella maniera migliore possibile (cosa riuscitissima anche grazie a trucco, parrucco e outfit) colei che visse una vita che le diede fama internazionale, ma anche una immensa dose di dolore e che fu vittima di una vera e propria persecuzione da parte del Governo americano che per mano della sezione narcotici dell’FBI, ha provato fino alla sua morte, a distruggere ogni suo tentativo di utilizzare la sua notorietà per risvegliare le coscienze, per difendere i diritti del suo popolo, per denunciare i linciaggi ai danni della comunità dei neri nel Sud degli Stati Uniti.
E questo lo faceva attraverso ciò che meglio le riusciva ossia cantare e in quel suo famoso quanto censurato pezzo, Strange Fruit, pezzo scritto nel 1939 da un insegnante del Bronx, che raccontava proprio dell’impiccagione, nella metafora di strani frutti, con sangue sulle foglie e sulle radici, appesi agli alberi di pioppo.
Questa immagine viene evocata nel film di Lee Daniels, come se fosse un momento onirico, e vede una Billie Holiday sconvolta e in preda alla disperazione. È questa però una delle scene che sembrano slegate da tutto il resto.
Quasi tutta la vita artistica della strepitosa cantante gira intorno a quella canzone, che lei inserisce nei suoi concerti, quelli dove i neri e i bianchi la considerano una vera star, quelli che la osannano, che la fanno sentire importante, come forse mai si era sentita, considerata la vita difficile e assurda che il destino le aveva riservato fin quando non è giunta la notorietà. Ma anche quel momento della sua esistenza, è destinato ad essere una continua lotta contro chi la vuole distruggere, affossare, annientare.
L’Fbi finisce per infiltrare i suoi uomini, neri, quelli che mai avrebbero potuto salire le scale del ruolo di comando ma che erano ideali per essere le pedine che fanno il lavoro sporco, con l’unico scopo di fermare Lady Day e la sua canzone di denuncia. E l’avrebbero fermata a qualunque costo, compreso usando letteralmente la sua dipendenza dalla droga.
Sarà l’agente federale Fletcher (Trevante Rhodes) ad incastrarla prima e ad innamorarsene poi. Ma Billie Holiday non riesce a godere dell’amore, pensa di non meritarlo, usa il sesso come merce di scambio, così come aveva fatto sin da bambina nei bordelli. Si fa usare, picchiare, annientare e questo dolore e questo suo modo di vivere il confronto con l’altro sesso lo canta anche nelle sue canzoni. Anche quel tipo di rapporto è tossico.  E Andra Day è capace di rendere percepibile tutta la malinconia e la tristezza di quel personaggio così eccessivo, sensuale e sfrontato, è in grado di far pulsare il corpo e la mente di Billie Holiday, da gran diva sui palcoscenici di tutto il mondo, a quando si spoglia nuda per evitare una perquisizione, dalle innumerevoli scene in cui viene mostrata una Lady Day che si droga perché senza l’eroina proprio non sapeva vivere, alla forza del suo essere, che la pellicola riesce a consegnare al pubblico.
Lee Daniels fa però un lavoro “troppo pulito”, quasi didascalico, sorretto però da una fotografia impeccabile e ben curata. Ed usa anche il suo linguaggio, usa “il gergo”, senza piegarsi a tutti i costi ai canoni holliwoodiani. Eppure riesce a raccontarla e a renderla immortale proprio in quel suo essere incapace di un equilibrio personale ma capace di brillare come nessuna mai. La struttura narrativa semplice, considerato che narra di uno specifico spaccato della vita dell’artista, avrebbe potuto aiutare il regista a spingersi un po’ oltre, dentro il personaggio, ed invece insiste molto su palcoscenici, su camerini, sulla droga.
Chi non conosce la storia di Billie Holiday, non sarà in grado di notare come il ruolo di Lester Young (Prez) – che nella vita vera fu non solo un musicista stratosferico ma che ebbe un rapporto empatico e quasi viscerale con Lady Day (fu lui a darle quel soprannome) – è relegato ad amico e musicista che la segue sul palco. Un misero accenno poi viene fatto al passato di Billie Holiday, quando invece un film così lungo (130 minuti) avrebbe potuto utilizzare le anacronie, nello specifico della analessi per far comprendere il motivo di alcune scelte, di alcuni sentimenti, di alcune disperazioni. Ma questo nel film non avviene, si limita ad incentrare la storia cinematografica sulla persecuzione ai danni di Billie Holiday. Il regista si aiuta anche con delle immagini di repertorio, ma lascia che sia la voce originale, meravigliosa e prorompente di Andra Day ad incantare, da sopra quel palco cinematografico, lasciando che lo spettatore venga letteralmente investito da tanta bravura. E se anche conoscendo ogni sfumatura della voce di Lady Day, che aveva quella capacità di rendere sublime quel suo originalissimo “naturale lamento” mentre cantava, si fa fatica a pensare che qualcuna possa imitarla, il pathos è così imponente guardando il film, che se si chiudono gli occhi si finisce dritti dritti in uno dei locali dove era solita cantare. E allora capolavori come All of me, Solitude, Them There Eye, prendono respiro e lì ci si arrende.
C’è una difficoltà a raccontare i personaggi che ruotano intorno alla figura di Billie Holiday.
Però c’è da dire che ci voleva il regista nero statunitense Lee Daniels a riportare l’attenzione su un’artista che non ebbe mai abbastanza rilievo.
Non si rimane indifferenti davanti a scene che sono state ben costruite, come quando Billie Holiday esce con un cappotto e sotto solo una guepiere per andare a cercarsi una dose, e ci si indigna quando un inserviente nero le proibisce di accedere ad un ascensore solo perché nera.
Un film da vedere a prescindere se si è o meno appassionati di jazz. Certo, si fa fatica, se si ama visceralmente Billie Holiday e si è compreso, attraverso la sua musica e il suo modo di cantare, quello struggimento, che ha bisogno solo di orecchi e cuore.

Strange Fruit fu canzone dell’anno nel 1978, ma ad oggi ancora negli Stati Uniti non esiste una legge contro il linciaggio dei neri.

 

Ho terminato la lettura del libro di Gino Strada “Una persona alla volta” qualche giorno fa, ma ho dovuto attendere un po’ prima di scrivere questo articolo, perché le emozioni che ti travolgono sono tante, la commozione davanti alla sua meravigliosa utopia non ti lascia indifferente e se è vero che un libro come questo, che racconta di vita vera, deve indurre delle riflessioni, beh, quelle riflessioni hanno bisogno di alcuni giorni per trovare il proprio posto, o compimento, come direbbe lui.

E così in punta di piedi e con tutta la delicatezza che conosco, provo a raccontarvi questo libro, che tutti – oggi più che mai – dovrebbero leggere.
E magari potremmo farlo nei momenti liberi, al posto delle nostre disquisizioni asfissianti ed anche banali che ormai siamo soliti fare al bar, al telefono, o sui social, dove ci atteggiamo a persone che sanno tutto sulla guerra, sui perché, sui perché no, ma davvero poco sanno sulle conseguenze a lungo termine di un conflitto. Quello che sappiamo di ciò che accade ai civili lo vediamo in tv, ma sempre comodamente seduti sul divano di casa, dalla comodità e dalla libertà di essere, pensare, agire, fare o non fare.

Una delle cose che più mi ha colpito di questo libro che per davvero non è un’autobiografia ma il racconto toccante di come si possono salvare vite umane e diritti del singolo che poi diventano di tutti, è scritta nella postfazione curata da Simonetta Gola, moglie di Gino Strada che lo descrive come una “persona libera”, con quel suo modo straordinario di abitare il mondo, qualunque cosa facesse. E allora mi sono domandata cosa avrebbe detto oggi, con la sua perentorietà ai fautori di questa assurda guerra, ma anche agli ucraini, che proprio in nome della libertà stanno resistendo. Anche il “resistere” è parola cara a Gino Strada. Ha resistito lui, mentre cercava di curare e salvare le vittime delle guerre dentro le quali lui ha messo letteralmente le mani. E lui sì che di guerra poteva parlare perché l’aveva vista in faccia, l’aveva sfidata e poi vinto ogni qualvolta ha prima salvato una persona alla volta, e poi ha urlato verso chi rendeva i civili vittime.

“Se nove vittime su dieci sono civili, non è più normale. Non è più la stessa guerra. Non si dovrebbe nemmeno chiamarla tale”

Leggendo il racconto delle vittime di altre guerre, si fa presto a pensare ai civili di Mariupol, città martire della guerra in Ucraina. Anche loro, come i feriti salvati da Gino Strada, erano persone che stavano facendo una propria vita prima che una mitragliata o un’esplosione la cambiasse per sempre. L’atrocità della guerra, la disumanità della guerra, la violenza che distrugge vite e toglie dignità e possibilità di futuro. E chi resta, fa i conti con la disperazione e il dolore.

Nel libro Gino Strada racconta la sua vita spassionatamente, senza nascondersi mai. Parla della sua famiglia di origine, del dolore che si prova quando si perde una persona cara, di come ci voglia del tempo, per capire l’amore.

È stato un concentrato di efficenza ed efficacia; perché lui sapeva quanto difficile fosse poter curare persone in posti del mondo dimenticati da Dio e dagli uomini (o meglio dai potenti), luoghi dove la fame e le malattie e la guerra rendeva tutto quasi impossibile, ma lui pensava, agiva, realizzava, tutto con efficienza e a volte impiegando le risorse minime indispensabili. Davanti ad un problema, aveva bisogno di fare.

Era quel binomio bisogno/azione che lo aveva fatto appassionare alla chirurgia. E così la passione per la medicina, insieme all’antifascismo, alla politica e alla militanza, erano diventate le radici che lo tenevano ben saldo, ovunque fosse andato nel mondo. Racconta quel mondo visto, vissuto e salvato con una semplicità disarmante, come se creare ospedali ai confini del mondo, dove non c’è nulla se non il dolore, fosse una cosa semplice. Perché lui, non aveva scelto quel lavoro perché mosso irresistibilmente dal bisogno di salvare vite umane, ma aveva semplicemente scoperto quanto gli piacesse farlo.

Ha speso la sua vita a studiare le dinamiche delle guerre, le motivazioni sempre meno plausibili, cercava di capire, di saperne di più con la forza di chi non si rassegna mai. Non si è mai rassegnato Gino Strada, non si è mai girato dall’altra parte ed anche se non poteva fermare la follia delle guerre che incontrava sul suo cammino, poteva curare le sue vittime.

Spesso, il fondatore di Emergency ha detto la frase “mi sono sbagliato“. Ma subito dopo essersi indignato, agiva.
Gino Strada mi ha insegnato che per davvero da soli si può fare ben poco, che la cooperazione è sempre la soluzione, che il coinvolgimento, le energie comuni, la condivisione, il sostegno, rendono possibili alcuni progetti impossibili. E dove finisce tutto questo, finisce la storia.

Regole di condotta, codici di comportamento, valgono nella vita di tutti i giorni, ma non nella guerra.
Lo dice a gran voce Gino Strada.

Non vi è nessuna differenza sostanziale quando decidi di uccidere.

Ripensavo non solo alla guerra però, dopo questa sua affermazione. Penso a tutte le volte che si muore per mano di un proprio simile. Regole comportamentali dismesse come un vecchio abito, codici etici del vivere, rottamati in cambio della follia.

Molto toccante il passaggio dove racconta le ragioni del più forte. I suoi occhi hanno visto vittime sempre uguali di guerre diverse.

“Ma verrà anche il momento della guerra di tutti contro tutti”.  

Spesso mi sono espressa circa la necessità di studiare per capire. Senza il sapere, si brancola nel buio. E questo libro, a tratti, funge da fonte straordinaria di nozioni, circa gli innumerevoli tentativi che ci sono stati nella storia, di costruire letteralmente la pace.

E poiché la guerra non si può umanizzare, la si può solo abolire. 

Questo disse Einstein nel 1932 alla conferenza generale sul disarmo tenutasi a Ginevra.
Einstein non pensava certo di abolire la guerra con un trattato, ma con un salto di qualità della coscienza collettiva. Convivere senza uccidersi.
Iniziavano a prendere forma le parole Pace ed Utopia.

Si parlavano da esseri umani ad essere umani pur avendo divergenze profonde.
Quanto siamo capaci noi di parlarci oggi “da esseri umani ad essere umani” pur avendo profonde divergenze di opinione?

Vorrei raccontare ancora tanto di questo libro, ma lascio al lettore la possibilità di immergervisi di dentro e di trovare un proprio filo magico che lo conduca dritto dritto alla propria vita quotidiana. Dalla straordinarietà di ciò che Gino Strada ha fatto per una vita intera, come se fosse normale, alla normalità delle nostre esistenze che però possono diventare straordinarie se solo grazie al suo esempio siamo pronti ad accogliere, aiutare, fare squadra, comprendere.

Un giorno dell’anno 2001 Gino Strada capì di non essere un pacifista, ma solo un uomo che era contro la guerra.
E allora mi sono chiesta perché nelle trasmissioni televisive spesso in questi mesi abbiamo sentito pacifisti, che mai si sono espressi a gran voce contro la guerra e chi l’ha avviata e ancora oggi si arroga il diritto di sovrintendere il destino del mondo.

Troppo facile dirsi pacifisti, diceva lui. Quanto aveva ragione …

E allora è possibile un mondo senza guerra?
Bella domanda.
Neanche Gino Strada seppe mai rispondere a questa domanda.
Lui era convinto che tutto ciò che può sembrare utopico alla fine può avvenire.

L’utopia è solo qualcosa che ancora non c’è.

L’abolizione della schiavitù, della ghettizzazione erano ideali utopici – dice Strada – ma alla fine ci si è riusciti a compierli.
Ed anche se c’è ancora qualche forma di schiavitù e il razzismo è una moderna forma di ghettizzazione, la logica intrinseca è stata annientata.
Perché alla fine è una questione etica. C’entra sempre l’etica, perché esistono il bene ed il male.

E allora forse un giorno, anche la vita senza guerra potrà essere realtà.
Un giorno. Forse. Oggi no.

 

 

 

Una mattina mi sono svegliato, e ho trovato l’invasor. 

Quante volte abbiamo cantato “Bella Ciao” nel giorno del 25 aprile.
Lo abbiamo fatto con la leggerezza di una generazione che non ha visto la guerra, che non ha subìto l’invasione, la distruzione, lo sgomento che invece i nostri nonni, alcuni dei quali partigiani, ci hanno raccontato, che ancora ci raccontano con le lacrime agli occhi.
Noi che pensavamo di aver consegnato definitivamente alle pagine dei libri di storia, l’orrore dei regimi totalitari, che oggi vediamo voler ripristinare invece una sorta di “colonialismo”, con la prepotenza che è propria di chi vìola e oltraggia altri popoli, saccheggiando dentro il loro bene più grande, la libertà di scegliere in che direzione andare.
Noi che viviamo lo sgomento di trovarci dinanzi ad una delle pagine peggiori della storia della Chiesa dai tempi delle crociate, davanti ad un Patriarca che in maniera assurda e folle appone “il sigillo della sacralità” su una guerra come quella che si sta consumando in Ucraina, voluta da un un uomo che nel giorno della Pasqua ortodossa con un cero acceso, con una mano si è fatto il segno della croce e con l’altra continuava ad ordinare il massacro dei civili.

L’abbiamo cantata mille volte quella canzone simbolo della resistenza e di libertà.
L’abbiamo cantata anche in maniera quasi scaramantica, affinché quello scempio chiamato guerra, non fosse mai più, anche grazie alla memoria, alla storia. Perché la libertà non è un feticcio, è una macchina che va fatta camminare, va incoraggiata e protetta, a qualunque costo.
Ed invece da oltre 50 giorni, abbiamo la guerra nel cuore dell’Europa, così tanto vicina a noi che quasi sentiamo il suono delle bombe e l’odore della morte.
Ma ciò che sentiamo forte è l’angoscia di sapere che il popolo ucraino “una mattina, si è svegliato, e ha trovato l’invasor”. Un invasore spietato, che sta facendo scorrere fiumi di sangue e sta riaprendo la ferita che avevamo chiuso nei libri di storia con l’aiuto delle parole “democrazia” e “libertà”.

Democrazia e libertà violate, annientate, strappate via ad un popolo libero e democratico, che però non si è arreso di fronte alla prepotenza, e ha praticato il coraggio di affrontare l’invasione russa, tra paura e determinazione, nella libertà stretta a sé, di decidere se vivere o morire.
Un orrore che si ripete. Le bombe, i rifugi, la violenza, la paura, la morte, la distruzione, le urla, il dolore, le richieste di aiuto, il terrore, gli occhi che non si chiudono per paura di non vedere un nuovo giorno.
E quelle parole “mai più” sembrano volate via, nel vento di una primavera rossa di sangue e dittature che fanno ritorno e che offendono una società e i suoi valori, che con prepotenza calpestano diritti, dignità e libertà di essere umani, che è il popolo ucraino.

La loro Liberazione che sembra così lontana e la parola pace che sembra non avere più suono tanto da migrare da cuore ad orecchio, da orecchio a coscienza.
E poi le polemiche, così tante, spesso così vicine ad ognuno di noi, che mettono in dubbio i motivi circa i quali il popolo ucraino sta combattendo e il perché non si voglia arrendere al nemico, alla dittatura, alla violenza e alla prepotenza, che – se ci si pensa bene – è rivolta anche alla nostra di società e ai nostri di valori, mentre si avverte come fiato sul collo il pericolo di veder indebolire le nostre democrazie, già fragili anche senza guerra.

Se la nostra di liberazione è avvenuta dopo la difesa con le armi e con la resistenza verso il nemico, perché il popolo ucraino dovrebbe arrendersi?
Dovrebbe essere un 25 aprile di solidarietà, espressa e praticata, forte e coesa, verso quel popolo che è divenuto martire in nome di una libertà che vale così tanto, che pesa così tanto, che vale più di una sopravvivenza sotto il peso di una dittatura.

(Che si pensi poi a come qui da noi si sopravvive a forme di dittatura indiretta come la mafia, e contro la quale bisognerebbe lottare e resistere, per potersene liberare).

E mi viene da pensare a tutti coloro che stanno criticando “la resistenza” del popolo ucraino, e domani però sventoleranno la bandiera della Liberazione e canteranno Bella Ciao.
Penso agli esponenti di destra, sempre vicini a Putin, ai filoputin – intellettuali, parlamentari, imprenditori che in passato o più recentemente hanno sottolineato meriti e qualità del presidente russo –  ed anche a giornalisti che per giorni hanno scritto contro il fare decisionale dell’Ucraina e che domani titoleranno a gran voce circa il significato del 25 aprile. Che ci si astenga, almeno dalle commemorazione, dagli inchini alla bandiera, dalla mano sul petto.

… e questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà.

 

 

 

 

 

 

Letizia Battaglia muore a 87 anni, dopo aver amato Palermo visceralmente.
Fotografa di fama internazionale, animatrice culturale, impegnata in politica,  ha raccontato i tanti volti della sua città, e poi la mafia e quel suo scatto dell’omicidio di Piersanti Mattarella, divenuto poi celebre.

“Io con la macchina fotografica al collo, scatto dal finestrino. All’interno della macchina c’è il corpo di un uomo che viene trascinato fuori da un altro uomo. Avevano sparato al presidente della nostra regione ” 

Queste le parole di Letizia Battaglia mentre racconta gli eventi accorsi nel 1980 al quale provava a prestare soccorso il fratello Sergio.

La fotografa si trasferisce poi a Milano nel 1970, ma resta legatissima alla sua terra.
Ha testimoniato con il suo lavoro la stagione del terrorismo a Palermo; realizza le immagini degli omicidi di mafia, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Collabora con le più importanti agenzie internazionali e nella sua carriera hanno celebrato la sua arte, con mostre e premi in Italia ma anche all’estero.

Uno sguardo severo il suo, ma sempre con una luce di speranza.

“Noi eravamo in balia della mafia. Perché c’erano anche politici collusi. La figura oggi di Mattarella come presidente della Repubblica è di grande speranza”. 

Dotata di personalità, carattere e carisma, riversava ogni dettaglio di sé nei suoi scatti che, come lei stessa diceva, erano diversi quando puntava l’obiettivo sui dettagli di Palermo. Trovava le giuste inquadrature, poneva lo sguardo geometricamente rispetto ai luoghi, trovava un senso, e quelle immagini in bianco e nero, durante le stragi di mafia, erano d’obbligo, per evitare che il colore del sangue distogliesse da tutta la scena rappresentata, che nelle sue foto pulsava di umanità violata. Realtà e nessuna censura nelle sue immagini, che hanno assunto nel tempo uno straordinario valore anche storico, considerato che ha immortalato un’epoca, e che poi sono finite nell’archivio dei ricordi di Letizia Battaglia e nelle mostre, come quelle “sospese nel vuoto” nella mostra al Maxxi di Roma nel 2017.
In quella mostra attaccata ad un muro anche il telegramma che Letizia Battaglia ricevette dalla mafia che le ordinava di lasciare Palermo, altrimenti l’avrebbero fatta fuori.
Ma lei mai si fece intimorire.

Non era solo una fotografa, ma una vera fotoreporter alla quale fu riconosciuto il Premio Eugene Smith, a New York. Lei prima donna europea a ricevere quel premio, riconoscimento internazionale istituito per ricordare il famoso fotografo di Life. Nel 2017 il New York Times l’ha citata come una delle undici donne straordinarie dell’anno. Enorme il suo contributo dato al teatro, all’editoria e alla promozione della fotografia come disciplina.

La sua attenzione anche verso il mondo femminile, che ha fotografato fino all’ultimo giorno, come il suo progetto sui nudi di donna, corpi non sexy ma belli, veri e sinceri. I soggetti erano tutte sue amiche. Il ricordo poi della bambina con il pallone, che Battaglia ha rincontrato da adulta, dopo 38 anni, trovandosi dinanzi una donna bellissima, buona, gentile, che ha vissuto la sua vita distante da quella realtà anche se mai la fotografa l’aveva dimenticata perché mai avrebbe potuto dimenticare quello sguardo così greve incastonato in occhi da bambina.

“Nessuna tecnica, solo passione” 

Diceva quando le chiedevano se i suoi scatti fossero istintivi o se seguissero una tecnica.

Un delle sue ultime riflessioni fu proprio sulla vita:

“Bisogna lavorare sodo, solo così si giunge alla conquista di qualcosa di vero e non effimero. Perché la vita è stupenda, io ho 84 anni e la considero ancora e sempre piena di sorprese. E in rapporto a questa meraviglia bisogna impegnarsi molto; con gioia, ma anche sfacciatamente. Ecco: con coraggio. Il coraggio ci vuole, lo dico anche a me stessa”.

Sapete cosa abbiamo sulla testa?
Quello che vedete nella foto qui sopra.

Qualche giorno fa, da un satellite sono arrivate le immagini che immortalano la tensione nei nostri mari tra la flotta russa e quella della Nato.
Le immagini mostrano la portaerei statunitense Truman inseguita dal caccia Kulakov: una sfida che avviene a poca distanza dalle coste calabresi e quelle siciliane. 

Scene simili non si vedevano da più di 30 anni, dai tempi cupi della Guerra Fredda.
Sulle nostre teste avviene una dimostrazione di forza senza confini, in cui le navi di Mosca esercitano una pressione crescente su quelle dell’Alleanza atlantica.

Sono operazioni che hanno un obiettivo politico ossia far capire che Mosca è pronta a tutto e non teme nessuna escalation. 

La portaerei Truman è l’ammiraglia dello schieramento occidentale nel Mediterraneo: i suoi cacciabombardieri F18 Hornet hanno simulato incursioni volando fino al Mar Nero e al Baltico, per testimoniare la capacità di intervenire in sostegno dei Paesi più vicini all’area del conflitto.

Il Kulakov invece è una nave d’epoca sovietica, completamente modernizzata nel 2010: secondo alcune fonti è dotata pure di missili cruise Kalibr, lo stesso tipo di arma che viene usata per colpire le città ucraine. Si muove in coppia con l’incrociatore Varyag, il peso massimo della Marina di Mosca: un’unità progettata proprio come “killer di portaerei”.

Nel mar Mediterraneo dunque, Mosca ha schierato una forza navale di grande portata: due incrociatori, due caccia, due fregate, una corvetta, almeno due sottomarini convenzionali e con molta probabilità anche uno a propulsione nucleare.

La Cantina Bentivoglio a Bologna è da sempre il posto magico del jazz, luogo ideale dove tutto l’anno si possono ascoltare concerti nella condizione più propizia a questo tipo di ascolto e cioè vicini agli artisti, dei quali si può percepire non solo il talento ma anche l’anima, le intenzioni, l’appeal.
La formula vincente del jazz club, dunque,  con la marcia in più di essere un posto sofisticato dove tutto è perfetto, dal cibo al vino, dalle luci al servizio, dalla musica alla complicità che si sprigiona tra gli appassionati di jazz e quel luogo che non delude mai.
Ieri sera ad esibirsi, un’artista che a mio avviso, merita molta più visibilità di quelle che già non ha esibendosi nelle sale jazz di tutto il mondo.
Champian Fulton è giovane e deliziosa, e la felicità che ha imparato a vivere (sometimes I’m happy – dice) sentendo i suoi genitori suonare il jazz, la regala al suo pubblico che non può non inebriarsi davanti ad una capacità artistica fuori dal comune, perché la cantante e pianista americana non è solo dotata di bravura sopraffina, ma è anche una virtuosa del jazz, e del jazz ne rappresenta la purezza e l’integrità.

Il suo fascino garbato è al contempo prorompente, denso di swing, con il suo pianismo brillante e pieno di idee armoniche nei passaggi improvvisativi, mentre corre sui tasti del pianoforte con la leggiadria di chi conosce in maniera impeccabile la materia e la fa sua, senza indugi e senza ammiccare.

L’ampia sensibilità verso la tradizione jazzistica e i temi di repertorio dei quali ne incarna le sfumature, diventano espressione e linguaggio che trasmigrano nell’ascoltatore diventano dimensione appassionata e coinvolgente.

Con lei sul palco ieri sera due fuoriclasse che al mondo del jazz hanno dedicato tutta la loro vita. Un team ritmico che vede al basso Lorenzo Conte e alla batteria Joris Dudli.

Un connubio perfetto, un interpley impeccabile, uno scambio di spazio sonoro e di complicità, realizzato per innescare un piacere all’ascolto tanto raro quanto appagante.

Champian Fulton eccelle sia al piano che alla voce. Ricorda le voci divine delle cantanti jazz anni 50, e se chiudi gli occhi mentre l’ascolti fai un salto nel passato, sei immerso in quei jazz club newyorkesi e ti avvolge la consapevolezza di essere nel posto giusto con le intenzioni giuste, quelle di godere fino in fondo delle emozioni sensoriali che solo il jazz sa consegnarti.

La voce di Champian è giovane ma ha in sé il tocco del veterano, mentre interpreta gli standard, e a me ha ricordato la voce di Carmen McRae, con tutte le inflessioni vocali del bop, del blues, mentre padroneggia con le ballad fino alla potenza dello swing.

È un’artista dotata e abile nel condurre, cosa non scontata e non facile da riscontare nei trii dove il leader è una donna.

Gli assoli sono agili e raffinati, eloquenti ed effervescenti, sono concentrati sul tema e permettono alla performance di apparire ritmicamente coinvolgente e ricca di sensualità.

Sometimes i’m happy – dice Champian Fulton.
Lo siamo stati anche noi, ieri sera, per un’ora e mezza in cui il jazz ha pulsato nella forma più accattivante possibile.

 

Il 4 aprile 2022 verrà ricordato come il giorno in cui la giustizia ha mostrato finalmente il suo volto, dopo 13 lunghi anni di battaglie e di depistaggi.

In questi anni Ilaria Cucchi, che non si è mai arresa ad una realtà che non era la verità, e i suoi genitori che nel frattempo si sono ammalati, hanno lottato strenuamente per giungere a questo giorno giunto forse tardi, ma come si dice: meglio tardi che mai.

Ma mai avrebbe gettato la spugna Ilaria, rappresentata e sostenuta dall’avvocato Fabio Anselmo, la cui bravura indiscussa, non è stata solo un mezzo per giungere alla giustizia ma la dimostrazione di quanto sia importante competenza, tenacia e valore professionale per raggiungere l’unico obiettivo possibile: giustizia e verità.

E la Verità è che Il 22 ottobre del 2009, Stefano Cucchi è morto perché pestato con violenza all’interno della caserma dei carabinieri.

La Cassazione in via definitiva condanna a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, autori materiali del pestaggio avvenuto la sera del 15 ottobre 2009 e che ha causato la morte di Stefano.

Gli stessi giudici hanno rinviato in Appello per la rideterminazione della pena Roberto Mandolini e Francesco Tedesco, accusati di falso.

L’arma dei carabinieri si scusa, con la Famiglia di Stefano, con sua sorella Ilaria, che come una roccia ha resistito e ha sopportato i colpi di una giustizia che ha stentato ad arrivare, ma che oggi riporta la pace nella vita di chi ha sofferto così tanto, da pensare forse, a volte, di non farcela, ma tutti sapevamo che ce l’avrebbe fatta, che insieme a Fabio Anselmo ce l’avrebbero fatta.

A sentenza pronunciata, Ilaria ha ringraziato i suoi avvocati, il pm titolare dell’inchiesta Giovanni Musarò, per averli condotti fino a questa conclusione.

12 anni sono pochi o tanti, ci si è chiesto nelle ultime ore?

Questi sono gli anni di condanna per un omicidio preterintenzionale.

Tutti abbiamo davanti agli occhi le immagini che per anni Ilaria Cucchi ha mostrato in gigantografie che mostravano Stefano martoriato dai segni delle botte.

E allora ci si chiede se non ci fosse anche un aggravante in questo omicidio preterintenzionale, uno sfregio operato, un odio consumato in questo pestaggio, un abuso di potere che dovrebbe pesare come aggravante, tanto quanto il reato posto in essere.

Anni difficili quelli trascorsi, anni di depistaggi, “occhi chiusi che non hanno voluto vedere” che miravano a sotterrare la verità insieme al corpo di Stefano.

E come non soffermarsi a riflettere su come sia stato possibile che tutte quelle persone tra personale medico, paramedico, penitenziario, che hanno visto e visitato Stefano, non si siano accorti di quello che gli era realmente accaduto. C’è un concorso di colpa enorme. E chissà se non si sarebbe potuto salvare, Stefano, se chi avesse visto o voluto vedere quello che era gli era accorso, avesse parlato, avesse agito. 

Intanto tra pochi giorni, il prossimo 7 aprile, è prevista la sentenza del processo proprio sui presunti depistaggi circa il decesso di Cucchi, che vede imputati otto carabinieri accusati a vario titolo di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia e per i quali il pm ha chiesto condanne che vanno da 1 anno e 1 mese fino a 7 anni.

Poca roba. Una manciata di mesi di reclusione, in relazione alla falsificazione anche di atti che hanno complicato gli eventi giudiziarie che hanno fatto assumere alla storia della morte di Stefano Cucchi, le fattezze di un grande rebus di cui tutti conoscevano la soluzione.

Giustizia è fatta.

Ma il dolore resta.

Il dolore di una perdita ingiusta, il dolore di una lotta che ha consumato le vite della famiglia Cucchi, i cui occhi hanno visto e pianto, ma non si sono mai abbassati, davanti alla verità granitica alla quale si sono aggrappati per non cadere.

Un film che era candidato a 12 Oscar ma ne vince solo uno.
È un film che ti si svela piano. Un film affascinate e complesso.
Adattato sull’omonimo romanzo del 1967 di Thomas Savage, racconta  -in oltre due ore – la storia di tre uomini, ognuno dei quali ha un passato che scalpita, che si manifesta attraverso comportamenti le cui motivazioni si comprendono un po’ alla volta.
E poi il ruolo della donna che esce dal binario di colei che sta accanto, e diventa spina nel fianco, ma che su di sé vive un tormento che si trascina dietro e che la rende vittima ed infelice, malgrado un nuovo matrimonio che la tira fuori dal ruolo di vedova e madre.
Il suo passato non è “passato” abbastanza e le crea un disagio costante.

Una sorta di sofferenza attraversa tutto il film nascosta dentro cose non dette, che lo spettatore scopre un passo alla volta scavando dentro ciò che apparentemente caratterizza i personaggi. Inconscio, tutto ciò che non si è rimosso, e poi l’eros raccontato sottilmente e l’aggressività che è figlia diretta della frustrazione.

Per quasi tutta la visione ci si chiede perché il film si intitoli “Il potere del cane” e solo sul finale si scopre avere a che fare con un versetto biblico, con il tradimento e la crocifissione di Gesù.
Ma vi è anche una immagine che si palesa agli occhi di chi “sa guardare” le colline che dominano in Montana.
Un cane si intravede, un cane che fa parte di un branco e che vive pulsioni e spirito di sopravvivenza.

Nel film vi è odio represso e amore nascosto. Vi è vendetta e solitudine, in un film corale nel quale ognuno interpreta paure e insicurezze.

Montana, 1924, nelle pianure del vecchio west, dove due fratelli George (Jesse Plemons) e Phil (Benedict Cumberbatch), completamente diversi in fisico, carattere ed identità, approcciano al cambiamento che sta arrivando, alla modernità che vorrebbe tirarli fuori dalla rozzezza in cui sono cresciuti. Ci sono locande che mostrano tovagliato raffinato, fiori di carta sui tavoli e pianoforti da suonare e musica da ballare.

Phil, il più giovane, il più colto ed il più bello, è anche quello più tormentato, rimasto intrappolato in quel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, un tempo impreziosito dalla presenza nella sua vita di un amico, un mentore, un amore, Bronco Henry, che gli ha insegnato a cavalcare, a diventare uomo e a nascondere la sua omosessualità ostentando un machismo che non gli appartiene.
Figura centrale in contrapposizione al fratello, che vive senza slancio e mai fuori dalle righe, uomo mite che sposa Rose (Kirsten Dunst), per non sentirsi più solo,  dopo essersi sentito solo per una vita intera. Lei, in rotta con il cognato, del quale vede solo il narcisismo, e che a sua volta la detesta perché gli ricorda che in lui alberga una parte femminile che ha sempre dovuto nascondere, considerato anche il suo ruolo da “capo branco” nel ranch di famiglia.
E poi Peter (Kodi Smit-McPhee), figlio di Rose, che appare in principio come l’anello debole della narrazione ma che a poco a poco mostra la sua reale natura.
Vittima di una storia finita tragicamente con la morte per suicidio di suo padre che era un alcolista, si trova a dover gestire una nuova vita dove il rapporto non è più a due, con sua madre, ma c’è la presenza di altri due uomini che hanno però posizioni differenti rispetto al suo modo di concepire la nuova esistenza. Prima denigrato e schernito da Phil che offende la sua parte “delicata”, finisce poi sotto la sua ala protettrice, trovando in quell’uomo così scontroso il suo mentore, per poi entrare letteralmente in quello spazio privato ed invalicabile della sua intimità.
Sarà Peter a prendere il ruolo del personaggio brutale e sottilmente sadico. Ben lontano da come il personaggio si mostra allo spettatore sul principio della narrazione, finirà per “intrecciare” ricordi nefasti con quel finale che non ci si aspetta.

La regia è da Oscar, è concepita per porre lo spettatore accanto ai personaggi, nella penombra degli interni e gli esterni luminosi, dietro spighe di grano, in groppa ad un cavallo, tra mosche e mandrie, tra mani insanguinate e corde che si intrecciano, come le vite dei protagonisti. Jane Campion con rigore ci insegna ad osservare, a saper guardare i dettagli, a “farci caso”, a passare dentro le forme rigide di interni per poi rifiatare nei panorami colorati di giallo oro e di marrone, che profumano di terra e di oblio.