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E’ appena cominciato nella caserma dei carabinieri di Termini Imerese l’interrogatorio di Pietro Morreale, 19 anni, da parte del Procuratore Giacomo Barbara, che sta coordinando le indagini dei carabinieri.

Il giovane, che questa mattina ha condotto le forze dell’ordine in quel burrone nelle campagna di Caccamo, dove giaceva il cadavere in parte carbonizzato della sua fidanzata 17enne, Roberta Siragusa, dovrà chiarire tutta la dinamica della morte.

Il corpo parzialmente bruciato e senza vita della 17enne Roberta Siragusa è stato trovato in un burrone nella zona di Monte San Calogero a Caccamo, in provincia di Palermo, zona impervia dove è molto difficile arrivare. Sul luogo sono intervenuti  i vigili del fuoco, il 118 e i carabinieri  che stanno conducendo le indagini, coordinati dalla procura di Termini Imerese e gli uomini della scientifica per i rilievi del caso, il Pm di turno e il medico legale.

Intanto il sindaco di Caccamo, Nicasio Di Cola, proclamerà il lutto cittadino ed ha affermato: “Sono stato a casa della ragazza trovata nel burrone. Ho incontrato i genitori. Per Caccamo è un giorno tristissimo. Questa notizia ha sconvolto tutti. Conosco entrambe le famiglie. Sono tutte e due dedite al lavoro e i genitori hanno sacrificato tutta la loro vita per far crescere in modo onesto e leale i loro figli“. Il sindaco ha anche confermato che i due ragazzi malgrado la “zona rossa” ieri si erano visti, ed erano stati insieme ad alcuni amici in una villetta nella zona Monte Rotondo a Monte San Calogero a Caccamo.

In quella villetta i due giovani avrebbero litigato per motivi di gelosia. Roberta non era tornata a casa e i genitori avevano sporto denuncia ai carabinieri e anche la procura per i minorenni era stata informata del mancato rientro a casa della ragazzina.

Pietro Morreale ha le sembianze di un ragazzino, capelli corti, volto semplice e sul social in queste ore, dove il ragazzo ha circa 3.000 amici e diversi selfie, sono molti i commenti di persone che inneggiano alla sua sofferenza e alla sua morte per quello che avrebbe fatto alla fidanzatina. Uno tra tutti: “SOLO IN UNA BARA TU STARESTI BENE E MI AUGURO TU CI FINISCA IL PIÙ PRESTO POSSIBILE”

Colpisce anche una delle sue frasi scritte sul social: “ho scelto il male, perché il bene era banale”.

Aggiornamento

Gli investigatori stanno passando al setaccio tutte le immagini delle telecamere sparse sul territorio del paese, cercando anche di capire se Pietro Morreale si sia recato presso qualche pompa di benzina per rifornirsi di carburante

Nella caserma dei carabinieri, oltre a Pietro Morreale vengono ascoltate anche una decina di giovani, in qualità di testimoni.
Sarebbero coloro che insieme a Pietro e Roberta hanno partecipato alla serata nella villetta in zona Monte San Calogero, poco distante dal luogo dove è stato rinvenuto il corpo semicarbonizzato della 17enne.
I testimoni avrebbero confermato la lite tra i due ragazzi, che però si sarebbero poi allontanati dalla villetta intorno alla mezzanotte.

 

A Palermo, in via Schiavuzzo, dove abita la famiglia della piccola Antonella, morta due giorni fa per aver forse partecipato ad una blackchallenge su Tik Tok, sono apparsi palloncini e striscioni, nei quali si legge: “Il tuo dolce sorriso non lo dimenticheremo mai. TI amiamo Principessa”.

Sono tutti stravolti dal dolore, parenti e amici.
Intanto oggi sul corpo della piccola di 10 anni, dal quale sono stati espiantati gli organi, verrà effettuata l’autopsia, e poi potrà tornare a casa per il funerale.

I genitori intervistati da Repubblica hanno raccontato come la piccola avesse ricevuto il telefonino per il suo decimo compleanno, che ballava cantava e voleva essere la star del famosissimo social.
E intanto in quel suo cellulare, sequestrato dagli inquirenti, si nasconde presumibilmente la verità su quello che le è accaduto, considerato che la bambina aveva più profili su Facebook, Tik Tok e anche youtube dove sarebbero stati caricati dei video in cui lei parlava sottovoce.

Quei minuti in bagno sono stati fatali, e a quanto dichiara il papà della piccola, quella cinta che si stringeva al collo, gliel’aveva data lui, su richiesta della figlia.

“Era una bambina solare e allegra ma anche ubbidiente, eppure penso che in quei 5 minuti non sia stata più lei” – continua il papà, distrutto dal dolore.

Intanto da ieri e fino almeno al 15 febbraio il garante per la protezione dei dati personali ha disposto il blocco immediato per Tik Tok dei dati degli utenti per i quali non è stata accertata con sicurezza l’età anagrafica.

 

13 morti, 427 nuovi casi di coronavirus e 847 guarigioni, 87 pazienti in terapia intensiva, 21 di loro in ventilazione.
Sappiamo dare benissimo i numeri.
In questi mesi ci siamo allenati tantissimo.
Solo che questi sono numeri che arrivano dalla Palestina, e sono numeri in continuo aggiornamento.
Si fa fatica però a contare laggiù, molto più che qui.
Il ministro della Salute palestinese, Mai Al-Kailah, ha diffuso alcuni dati che però risalgono allo scorso sabato.
Anche in Palestina si fanno i conti con la situazione vaccini.

Ma mai dovremmo perdere di vista quello che laggiù accade, perché sarebbe come perdere di vista un pezzo di mondo che vive, e pulsa e soffre più che altrove. E per sapere il perché vi basterà leggere questo articolo fino in fondo.

Il Primo Ministro palestinese Dr. Muhammad Shtayyeh, proprio sabato ha aperto l’ospedale della Mezzaluna Rossa “Palestine Red Crescent Hospital” designato proprio per curare il Coronavirus a Nablus. L’inaugurazione è avvenuta alla presenza di Mahmoud Al-Aloul, Vice Presidente del movimento “Fatah”, e del Ministro della Salute, Dr. Mai Al-KailaH, alcuni altri ministri, il governatore di Nablus, il maggiore generale Ibrahim Ramadan e il capo della “Mezzaluna Rossa”, il dott. Yunus Al-Khatib.

Queste le parole del dott. Shtayyeh:A nome del presidente Mahmoud Abbas, stiamo aprendo questo edificio medico, e siamo pronti, a partire da domani, per fornire ciò di cui l’ospedale ha bisogno in termini di bisogni, e tutte queste procedure rientrano nel campo della localizzazione del servizio sanitario, e in un modo che ci salvi da qualsiasi trasferimento. Vogliamo aumentare il livello del servizio nel settore della sanità pubblica.”

Lo scorso 9 gennaio il Ministro della Salute palestinese ha affermato : “Non esiste una data precisa per l’arrivo del vaccino anti-Corona in Palestina, e abbiamo un contratto con quattro aziende“. Il ministro ha poi aggiunto che il vaccino arriverà probabilmente durante il primo trimestre di quest’anno, rilevando che  è stato stipulato un contratto con quattro aziende produttrici del vaccino, poiché questi vaccini copriranno un totale del 70% della popolazione palestinese, oltre la quantità di vaccini che l’Organizzazione Mondiale della Sanità fornirà al ministero e che si attesta intorno al 20% .

Il ministro della salute ha poi continuato, spiegando cosa si farà nel frattempo per arginare l’emergenza: “Dopo la riunione del Comitato Supremo di Emergenza, del Comitato Epidemiologico e del Consiglio dei Ministri, e in base ai poteri conferitimi dal Presidente ai sensi del decreto presidenziale emanato per dichiarare lo stato di emergenza, si è deciso di continuare a lavorare con le stesse misure attualmente in atto per fronteggiare l’epidemia del Corona virus, per ulteriori due settimane. Le misure includono: chiusura settimanale venerdì e sabato, e tutti i giorni dopo le 19:00 fino alle 6:00, chiusura delle università e prevenzione della circolazione tra governatorati e il lavoro delle istituzioni ufficiali e del settore privato e civile secondo il meccanismo di emergenza“.

In Israele però la situazione è diversa.

Sono quasi 170.000 israeliani che riceveranno la seconda iniezione di vaccino contro il coronavirus entro venerdì.
Gli studi iniziali effettuati sui primi destinatari del vaccino, avrebbero rilevato che  nei soggetti non ci sono stati effetti collaterali significativi se non qualche dolore locale.

Giovedì 56.716 israeliani hanno ricevuto la loro prima vaccinazione, per un totale di 1.992.806, con altri 64.366 che hanno ottenuto la seconda dose, raggiungendo 169.707 – di gran lunga il più alto tasso di vaccinazioni al mondo, secondo il sito web Our World In Data. I risultati sono correlati ai dati del Ministero della Salute diffusi giovedì che hanno indicato che su quasi 2 milioni di persone vaccinate, solo 1.127 persone hanno presentato segnalazioni di leggeri effetti collaterali.

Ma la pandemia, in Palestina, non ha fermato gli espropri dei terreni e delle case. 
Le problematiche di quella terra non si fermano perché esiste un problema pandemico.
Sarebbe bene che il vaccino possa essere accessibile a tutti in Palestina, che questa terra anche in questo caso, non venga dimenticata, perché resta una terra che lotta e combatte contro due pandemie: Il coronavirus, ma ancor prima l’occupazione.

Abbiamo domandando all’esperto quali saranno nel tempo le conseguenze nei bambini e negli adolescenti, dopo tutto questo tempo lontani dalla scuola, luogo cardine della loro crescita, dove maturano scelte, percorsi comportamentali, capacità di socializzare e personalità.

A rispondere la Dottoressa Maria Esposito, psicologia esperta in devianza, sessuologa, psicodiagnosta, analista del comportamento e Consulente Tecnico in ambito forense. Attualmente Funzionario in Regione Calabria

  • «La lontananza da quello che è il luogo di socializzazione per eccellenza nella vita di bambini ed adolescenti, sta lasciando profonde ferite. I bambini non hanno la possibilità di coltivare, proprio nella fase che Freud definisce “periodo di latenza” – in cui l’attività fondamentale per una buona crescita dei bambini è la socializzazione –  il rapporto fra pari che è un importante precursore del successivo passaggio all’età adolescenziale.
    I bambini, quindi, manifestano soprattutto sintomi ansiosi che spesso si presentano con manifestazioni fisiche come mal di testa, mal di pancia, disturbi alimentari, disturbi nel ciclo sonno – veglia, o con manifestazioni comportamentali, come pianti improvvisi, atteggiamenti aggressivi o, al contrario, depressivi.
    Negli adolescenti, oltre all’ansia, compare la depressione che si manifesta soprattutto con senso di vuoto, senso di impotenza, che si contrappone a quella che generalmente è l’onnipotenza come nucleo principale della fase adolescenziale, che li espone poi a varie forme di dipendenza per cercare di colmare angoscia e frustrazione. È in aumento infatti il numero di adolescenti che consumano alcol e droghe, soprattutto sintetiche, che possono essere facilmente acquistate in Rete.
    Ed è anche in aumento il fenomeno conosciuto come Hikikomori, ovvero un fenomeno di isolamento sociale che si protrae a lungo e che porta i giovani a disconnettersi totalmente dalla vita reale per immergersi esclusivamente in quella virtuale, andando incontro anche ad una dipendenza da internet.
    Se si continuerà ad ignorare questo problema, si pagherà un prezzo sociale per tantissimo tempo
    »

In Calabria davvero siamo alla barzelletta.
Nella situazione già tremendamente drammatica a livello nazionale, mentre chi governa non sa più che pesci prendere, che non ha uno straccio di piano pandemico, né uno vaccinale, mentre si dice tutto e il contrario di tutto, mentre si danno i numeri e pure i colori, così ormai a caso, in Calabria nelle ultime ore si è andati avanti a botta e risposta tra la Regione che predisponeva chiusure e il Tar che annullava le ordinanze regionali circa la chiusura delle scuole e così lunedì, a seguito della delibera del Tar, i ragazzi delle scuole elementari e medie sono tornati in aula.
Ma la normalità è durata appena che 48 ore perché stamane, nel comune di Montalto Uffugo ci siamo svegliati con una ordinanza circolata nella notte e firmata dal vicesindaco con la quale si disponeva nuovamente la chiusura delle scuole per altri 4 giorni a causa di un caso di positività riguardante un collaboratore scolastico.

Ma fateci capire, esiste un protocollo serio o si agisce così alla carlona, tanto chi se ne frega della salute mentale ed emotiva dei ragazzi? A cosa servono 4 giorni di chiusura quando bastano 4 ore per sanificare una scuola? E ci dicessero dal comune, la scuola resta aperta solo se nessuno si contagia?  E sarebbe normale secondo loro che in tempo di pandemia non ci fosse nessun caso di contagio nelle scuole? E allora ogni volta che ci sarà un caso di positività, le scuole resteranno chiuse per 4 giorni?

Roba davvero da far cadere le braccia anche ai più pazienti.

In molte zone di Italia si va a scuola, si bonificano i locali, si interviene nei casi di positività bonificando in serata e la mattina si torna in classe. A cosa servono 4 giorni di chiusura? A cosa?

Per non parlare della completa assenza di controlli sul territorio.
E non solo davanti alle scuole, ma su tutto il territorio comunale.

E si continuano a fare gli happy hours, in alcuni bar, si continuano a somministrare caffè e bibite senza nessun rispetto delle norme previste per i bar in zona arancione. E mi domando come si faccia a non accorgersene quando si abita proprio su determinati bar e gli schiamazzi sono udibili in tutto il vicinato.

Non esiste un controllo, mai visto sul territorio in questo periodo.
E a farne le spese sono le poche attività che si attengono scrupolosamente al rispetto delle norme, perdendo anche clientela davanti ad un “no, ci scusi, non è possibile avere il caffè nella tazzina, non è possibile entrare senza mascherina”.

La gestione della situazione sul territorio è completamente fuori controllo.

Prudenza, buonsenso, rispetto delle regole, ma anche la salvaguardia del diritto allo studio e alla salute mentale ed emotiva dei ragazzi

Ricevo la notizia per telefono di mattina, mi chiama un’amica: “Simo si è suicidato il dottor Marrocco 

Mi fermo un attimo, faccio mente locale, e nel dispiacere che mi pervade chiedo conferma: sì e lui, il medico che sempre sorridendo rispondeva alle domande dei giornalisti circa la vicenda Covid, considerato il suo ruolo di responsabile anche per quanto riguarda i vaccini. 

Perché si è suicidato? – mi chiedo. 

Perché si è suicidato? – mi chiedono le tante persone che pensano io possa sapere qualcosa in più, perché di mestiere faccio la giornalista; ma non sono nata a Cosenza, alcune personalità non le conosco, non conosco del tutto alcune storie che riguardano anche il mondo della sanità dell’ultimo trentennio. 

Funerali. 

Poi sembra calare il silenzio, fino all’arrivo di un messaggio di una cara amica, che mi avverte che la moglie di Marrocco sarà ospite di Giletti.

Come lo ha saputo? – mi domando.

Probabilmente da qualcuno che l’ha saputo da qualcun altro, che a sua volta chissà da chi l’avrà saputo. Forse la dottoressa Loizzo, lo ha reso noto, e così la notizia si diffonde.

Perché Giletti vuole questa intervista? – mi domando. 

Perché la moglie del medico suicida ha accettato di farsi intervistare? – mi domando. 

Alle 23:20 circa su La 7 Giletti intervista la moglie del medico suicida a Cosenza, ma qualcosa non mi torna. 

Intanto Giletti si interessa molto alla Calabria ma mai una sola volta che abbia invitato qualche giornalista calabrese, di quelli che questa terra la conoscono, la vivono, la interrogano. 

Durante la tranche di trasmissione dedicata all’intervista alla dott.ssa Simona Loizzo, moglie del dott. Marrocco, morto suicida 72 ore fa, salta alla mia attenzione un servizio perfettamente confezionato dalla redazione di La7, senza una sbavatura, realizzato durante il funerale del medico, con interviste impeccabili alla dott.ssa Loizzo e ad altre colleghe che altro non fanno che confermare quanto il dottore fosse una bravissima persona.

Ma perché è morto? – ce lo siamo domandati tutti.

Perché quel gesto estremo? 

Cosa si aspettava di sentirsi dire Giletti dalla moglie, considerato che – come lo stesso dichiara – si erano già sentiti prima della trasmissione? 

È vittima indiretta di covid, la sua è una morte bianca – dice la dottoressa Loizzo – è come un operaio che cade da un’impalcatura” .

Lo stress, dunque. 

Alla domanda se avesse notato qualcosa di strano, lei risponde di no, se non proprio la pressione al quale era sottoposto, al quale si era aggiunto il dispiacere perché una Oss a cui era affezionato, era peggiorata dopo aver contratto il Covid. 

Basta a Giletti questa risposta? 

A me sinceramente no. 

Non una intervista a colleghi che ci lavoravano insieme nelle tante ore di lavoro quotidiano.

Non una piccola indagine sulla realtà, raccolta però da fuori alla famiglia che ha forse ogni diritto di tenere per sé una eventuale verità diversa da quel che appare. 

Cosa si aspettava Giletti da questa intervista?
A chi serviva?
A cosa è servita? 

Se il dottore suicida è vittima indiretta del Covid, chissà se qualcuno della sua famiglia deciderà di chiedere un risarcimento.

Fossi stata in Giletti, questa domanda l’avrei posta.

Polimeni tergiversa e poi incalzato da Giletti che gli dice di fare in fretta, pone la domanda: “Signora c’entra per caso la massoneria deviata? Suo marito può essere stati avvicinato da qualcuno?” 

Perché la massoneria deviata? – Avrei chiesto, se fossi stata al posto di Giletti. 

Era massone il dottore? 

E anche se lo fosse stato, perché proprio la massoneria deviata, che poi è un’altra faccia della mafia.  

No – risponde la moglie – assolutamente no“. 

Due sono le cose: 

O si sa davvero tutto e allora si dovrebbe usare una intervista per condannare.

O non si sa tutto e difficilmente lo si potrà fare. 

Ma una intervista ad una donna che ha perso il marito 72 ore prima, per sentirsi dire che lo stress lo ha portato a togliersi la vita, forse, non è servita a molto. 

In fondo erano le stesse parole dette dalla dottoressa nel servizio ben confezionato durante il funerale, mandato in onda prima dell’intervista. 

Ognuno fa il suo lavoro come meglio crede. 

Ma urlare allo scandalo come fa Giletti, senza mai voler toccare con mano, facendo eventualmente ed efficacemente parlare più voci in causa, mi sembra più da show che da pagina di giornalismo d’inchiesta. 

Chissà poi come avrà fatto la Gazzetta del Sud a pubblicare lo stesso contenuto dell’intervista alla dottoressa Loizzo ospite da Giletti, per intera. Prima o dopo l’avranno pubblicata?
I misteri del mondo del giornalismo, del quale faccio parte, mentre ancora mi domando un po’ troppi perché 

Si chiamava Lucio Marrocco, il medico 56enne che ieri sera intorno alle 22 si è tolto la vita lanciandosi dal balcone della sua abitazione dove viveva insieme alla sua famiglia.

Il dott. Marrocco era  sposato con un altro medico, responsabile della vaccinazione anti Covid-19 sul personale ospedaliero a Cosenza. Era anche direttore dell’Unità operativa complessa prevenzione e protezione ambientale dell’Azienda ospedaliera di Cosenza che nei giorni scorsi aveva organizzato le fasi della campagna di vaccinazione contro il Covid-19 negli ospedali di Cosenza e Rogliano.

Ancora sconosciute le cause che hanno portato al gesto estremo

 

L’epidemia ha solo amplificato la situazione che era già insostenibile da tempo.

E così, sottoposti al questionario promosso da Anaao Assomed, solo il 53% dei medici di strutture ospedaliere, dalla Lombardia alla Sicilia, hanno risposto che si vedono ancora a lavorare in ospedale pubblico, nei prossimi 2 anni.

E’ evidente la grave sofferenza non solo dei professionisti ma di tutto il sistema sanitario, nel complesso.

I carichi di lavoro con la pandemia da covid-19 hanno minato lo spirito di sopravvivenza.
E così se solo  il 54,3% dei medici ospedalieri, pensa di lavorare ancora in un ospedale pubblico nei prossimi due anni, il 75%  ritiene che il proprio lavoro non sia stato abbastanza valorizzato durante la pandemia.

Il fenomeno però non è tutto italiano, perché lo stesso è già stato registrato in Inghilterra e in Svezia, e poi ancora in Germania.
Le ragioni sono le medesime e si riassumono in un comprensivo senso di sopravvivenza, considerata la causa che risiede nella carena numerica di soggetti operanti, nella confusione sui numeri delle assunzioni e sul rischio del lavoro posto in essere, con in aggiunta la cattiva organizzazione e una retribuzione decisamente non adeguata.

Medici e dirigenti, hanno dichiarato di sentirsi schiacciati da una macchina che esige troppo e che non ascolta la loro voce.
Si sentono svalutato. frustrati da un’organizzazione del lavoro che non sembra avere come priorità i bisogni e le necessità dei soggetti, sia nel ruolo personale che professionale.

Se si guardano solo bilanci e indicatori numerici, se si riducono le risorse disponibili, si smarriscono anche mordente e resistenza, soprattutto in un periodo in cui non ci si possono permettere errori o mancanze.

L’emergenza da Covid-19, sottolinea l’Anaao, “ha messo dolorosamente a nudo questa fragilità e il quadro che emerge lascia presagire un avvenire difficile per la sanità pubblica italiana, il cui declino potrebbe arrivare entro pochi anni se le scenario prospettato dagli stessi medici ospedalieri dovesse realizzarsi. Per evitare il disastro serve un cambiamento radicale rispetto alle politiche del passato, cominciando a rinunciare all’illusione di potere governare un sistema complesso esclusivamente attraverso un illusorio controllo dei conti. Occorre certamente aumentare le risorse e le retribuzioni ma, fattore altrettanto importante, secondo il nostro campione, anche coinvolgere i professionisti nei processi decisionali che governano la macchina ospedaliera”.

La categoria più in difficoltà resta quella delle donne.
Il 75% delle donne si dichiara insoddisfatta, incapaci ormai di conciliare vita privata e lavoro.
Il 20% si è dichiarato “molto insoddisfatto”.

Il sindacato pertanto conclude che la politica dovrebbe valorizzare le spinte positive e il grande capitale di qualità umane e professionali.

La risposta alle sfide – come quella che si è avuta nel 2020 con la pandemia da covid-19 – dipenderà in futuro anche da come si tratteranno i medici ospedalieri, i dirigenti sanitari durante questa emergenza ma anche al termine della stessa.

 

 

Via libera al nuovo decreto legge.
Non si contano più ormai le disposizioni che vengono inflitte ogni 15 giorni da svariati mesi ormai.
Il nuovo decreto legge è pronto e reca in sé nuove restrizioni che andranno dal 7 al 15 gennaio prossimo.
Sono nuovi anche i parametri che portano le regioni ad essere in zona gialla, arancione e rossa.
Partiamo dal fine settimana del 9 e 10 gennaio quando tutta Italia sarà arancione, mentre negli altri giorni sarà per tutti “zona gialla rinforzata” e NON si potrà spostarsi tra regioni.
Queste disposizioni varranno solo per pochi giorni perché arriverà per metà mese di gennaio, il nuovo decreto legge o dpcm, vedremo. C’è chi scommette che la stretta varrà fino a fine mese.

La bozza del decreto legge datato 4 gennaio, che stabilisce dunque:

Divieto di spostarti  tra regioni o province autonome diverse su tutto il territorio nazionale tranne che per comprovate esigenze lavorative, situazioni di estrema urgenza e necessità o motivi di salute NEL PERIODO TRA IL 7 E IL 14 GENNAIO  mai si può fare RIENTRO ALLA PROPRIA RESIDENZA, DOMICILIO, con esclusione degli spostamenti verso le seconde case ubicate in altra regione o provincia autonoma;

ZONA ARANCIONE, nei giorni 9 e 10 gennaio ma saranno comunque consentiti, negli stessi giorni, gli spostamenti dai Comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti, entro 30 chilometri dai relativi confini, con esclusione degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia.

Il testo conferma sino al 15 gennaio, nei territori inseriti nella cosiddetta “zona rossa”, la possibilità, già prevista dal decreto legge 18 dicembre 2020, n. 172, di spostarsi, una sola volta al giorno, in un massimo di due persone, verso una sola abitazione privata della propria regione RISPETTANDO IL COPRIFUOCO DALLE 22 ALLE 5

Alla persona o alle due persone che si spostano potranno accompagnarsi i figli minori di 14 anni (o altri minori di 14 anni sui quali le stesse persone esercitino la potestà genitoriale) e le persone disabili o non autosufficienti che con queste persone convivono. Resta ferma, per tutto il periodo compreso tra il 7 e il 15 gennaio 2021, l’applicazione delle altre misure previste dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020 e dalle successive ordinanze.

COSA SI PUO’ FARE DUNQUE DAL 7 AL 15 GENNAIO?

il 7 e l’8 gennaio è prevista la zona gialla rafforzata in tutta Italia: spostamenti liberi ma soltanto nei confini della propria regione, la mascherina rimane obbligatoria così come il distanziamento. I bar e i ristoranti saranno aperti fino alle 18. Dopo quell’orario si potranno solo acquistare cibo e bevande da asporto – con il divieto di consumarli nelle adiacenze del locale – oppure chiedere la consegna a domicilio. Sono aperti anche i negozi e i centri commerciali. Gli spostamenti saranno liberi fino alle 22, quando entrerà in vigore il coprifuoco, fino alle 5 del mattino;

il 9 e il 10 gennaio tutta Italia sarà in zona arancione: gli spostamenti sono permessi dalle 5 alle 22 ma con autocertificazione; sarà vietato uscire dal proprio comune. I bar e ristoranti sono chiusi tutto il giorno, aperti invece i negozi, i parrucchieri e i centri estetici;

dall’11 al 15 gennaio dovrebbe tornare la zona gialla rafforzata ma per quella data – in cui è prevista anche riapertura delle scuole suoeriori al 50% in tutta Italia – alcune regioni si troveranno in zona arancione e quindi in quei territori saranno in vigore le restrizioni del 9 e del 10 gennaio.

Sembrerebbe che gli spostamenti saranno comunque vietati fino al 31 gennaio, che la stretta verrà introdotta a tappe: fino al 15 gennaio, e poi fino al 31 con il nuovo decreto che avrà data proprio 15 gennaio.  Il secondo verrà approvato lo stesso giorno di scadenza del “decreto ponte” appena varato e prorogherà le restrizioni al 31 gennaio.

E nel frattempo si continua con le vaccinazioni.

Alle 21 di ieri, secondo il sito del Commissario straordinario, erano state somministrate 150.245 dosi, pari al 31,3 per cento delle 479.700 distribuite alle Regioni. Il Lazio è al 61,4 per cento, la Toscana al 56 e il Veneto al 55,5, mentre la Lombardia arranca al 7,9 per cento e Calabria, Molise, Valle d’Aosta e Sardegna vanno ancora peggio. Ma per il momento sono limitate agli operatori sanitari e alle Residenze per anziani.