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Intervistare Paolo Di Giannantonio, storico giornalista Rai, ha cambiato il mio modo di guardare al ruolo del giornalismo ai tempi dei social network e delle fake news.

Una carriera straordinaria, la sua, come conduttore del Tg1 ma anche come giornalista d’inchiesta e inviato, che ha potuto raccontare alcune vicende che hanno cambiato il mondo, a cavallo di due secoli.

Un grande privilegio intervistarlo, una lezione sul difficile mestiere del giornalista, i rischi, e poi l’intuito, quel pizzico di fortuna che a volte serve e la bravura di gestire le difficoltà.

Pezzi di vita, la passione per la sua città e quel suo essere poco mondano. L’uomo, il giornalista Paolo Di Giannantonio al Sicilia24ore

Questo e tanto altro nella video intervista 

 

La cosa straordinaria del mio lavoro è che mi capita di imbattermi in artisti così bravi che mi fanno divenire affamata di bellezza. Ricevo tanto materiale da ascoltare e mentre ascolto, a volte resto impigliata in un’idea, non soltanto in una bella esecuzione. E ultimamente la mia attenzione va in quella direzione ossia oltre la bravura, lì dove il talento si apre, prende respiro, decanta a si trasforma … e poi appaga. Questo mi è successo ascoltando il nuovo lavoro di Enrico Olivanti, SYNPHONIA, un strada tracciata all’interno della dimensione sonora che così diventa luogo, spazio, pura percezione; una narrazione, una storia di cui anche l’ascoltatore ne diviene protagonista.
Avevo già conosciuto Olivanti come chitarrista jazz talentuoso, schivo, non incline all’autocelebrazione, profondo conoscitore delle partiture, un musicista autentico, attento e raffinato; lo avevo già conosciuto attraverso il suo album “Il pensiero positivo” e già avevo ammirato la sua arte, fatta di dedizione, di ricercatezza e di capacità di “condurre” nel senso di “portare a destinazione” e la musica è un viaggio.
Su di lui avevo ancora tanta curiosità e così è nata questa intervista:

 

SS: Italianissimo, musicista e compositore, vivi, studi e lavori in Germania. Raccontaci cosa fai in Germania e dalla Germania

EO: Vivo in Germania dal 2015, anno in cui mi sono trasferito dapprima a Berlino per assaporare e vivere da dentro l’atmosfera unica di questa grande capitale artistica e culturale d’Europa.
Appena trasferitomi ho ricevuto la notizia di essere stato ammesso per un Master in Composizione alla Hochschule für Musik Carl Maria von Weber di Dresda con una lauta Borsa di Studio del DAAD (Servizio tedesco di scambi accademici).
Da allora ho avuto ed ho l’opportunità di espandere la mia ricerca e attività artistica proseguita poi per altri due anni nella Meisterklasse, una sorta di corso di alto perfezionamento nel quale grazie a una nuova lauta Borsa di Studio dello stato federale della Sassonia da me vinta ho potuto finanziare e approfondire i miei progetti artistici.
In questi anni ho avuto l’opportunità di lavorare in ogni ambito della creazione musicale come Compositore, dall’Orchestra Sinfonica (Landesjugendorchester Sachsen, Mittelsächsische Philharmonie, Dresdner Bläserphilharmonie) alla Big Band, all’Orchestra di Fiati da Camera, Duo Chitarra e Batteria, Duo con Elettronica, Installazione, Musica da Film e formazioni jazzistiche classiche (Quartetto, Trio), nonché collaborazioni con solisti al Pianoforte e al Violoncello.
Nel contempo sono riuscito anche a lavorare in Italia ad un progetto in Teatro in collaborazione con il Teatro Porta Portese di Roma nel 2015/16 con il mio Enrico Olivanti Quintet: La Musica che Gira Intorno.
Al momento porto avanti la mia attività artistica su vari dei fronti sopra elencati, innanzitutto gestendo progetti da me fondati come  l’Ensemble NOI di 10 elementi, il Quartetto PEGASUS, il Duo con Joao Raineri e quello di Composizione spontanea e Performance elettroacustica con Milos Tschubenko, oltre che come Compositore freelance.
Dalla Germania porto avanti inoltre il progetto che da più anni mi lega all’Italia, ovvero l’Enrico Olivanti Quintet.

SS: Qual è stato il momento preciso in cui non hai avuto più dubbi e hai pensato: “la Musica sarà il mio futuro, costi quel che costi?”

EO: Se devo trovare un momento preciso credo debba tornare con la memoria indietro a una Domenica mattina dell’anno 2006, a Perugia in Piazza 4 Novembre l’ultimo giorno del Festival Umbria Jazz.
Avevo preso parte ai corsi estivi della Berklee College of Music di Boston e per me era stata la prima esperienza in mezzo a giovani musicisti provenienti da tutta Italia, alcuni addirittura dall’estero.
In quei 10 giorni avevo conosciuto persone e musicisti splendidi, alcuni dei quali figurano fra i talenti di punta della scena italiana ancora oggi, e quella mattina, dopo una nottata passata in giro a godersi gli ultimi momenti di questa esperienza, mi ero alzato con la voglia di andare a vedere chi di quei musicisti avrebbe coronato quei 10 giorni ricevendo il riconoscimento dal prestigioso ateneo americano.
Ricordo ancora lo stupore mentre, parlando con un amico, si avvicinò la traduttrice dei Docenti americani per chiamarmi sul palco a ricevere io quel riconoscimento. Se mi avessero eletto Papa per acclamazione sarebbe stato meno sorprendente in quel momento!
Ancora stordito dall’emozione e dallo stupore scesi dal palco e incontrai per caso uno dei miei musicisti preferiti in assoluto, Antonio Sanchez, il cui autografo conservo ancora gelosamente.
Non so se è successo in quel momento, ma da quel momento  in poi solo l’idea di non fare della Musica la compagna fedele e irrinunciabile della mia Vita non mi ha più neanche lontanamente sfiorato.

SS: La domanda è di rito, ma io te la pongo perché mi interessa davvero: la musica che ti ha condotto a fare questo mestiere, quella che mettevi su e più l’ascoltavi e più ti ispiravi, e più ti innamoravi, è la stessa che oggi ascolti quando stacchi tutto e vuoi riconciliarti con il mondo?

EO: Senza ombra di dubbio è la Musica dei Beatles.
Li ascolto da quando avevo 12 anni, la prima volta che fui sfiorato dall’idea di farmi regalare una chitarra fu quando a 10 anni ascoltai una musicassetta di John Lennon e non esiste altro fenomeno musicale nel quale, nonostante gli anni, riesco a trovare sempre una nuova fonte di ispirazione come se fosse la prima volta.

SS: Cos’hai provato la prima volta che ti si sono rivolti a te chiamandoti “maestro”?

EO: In realtà niente perché credo che la prima volta fu una delle tante in cui io e i miei colleghi/amici/compagni di studio ci siamo chiamati per scherzo “maestro”.
Credo sia un termine che da una parte può incutere una certa riverenza verso l’autorità, e questo è il lato che mi piace di meno.
Dall’altra parte però può essere un termine che ancora racchiude l’aspetto puramente artigianale dell’essere musicista, nonché il suo connotato pedagogico che può essere di guida per le generazioni più giovani. Ecco, questo secondo significato, che fa del “Maestro” di turno nient’altro che il tedoforo il cui compito è passare il Testimone della bellezza della Musica, è forse quello che mi piace di più.

SS: Quando ti parte l’idea, quella che poi diventerà una composizione, già pensi alle parti di tutti gli altri strumenti? insomma cose da direttori d’orchestra …

EO: E’difficile raccontare o spiegare la nascita di un’idea musicale, innanzitutto perché credo che ognuna sia diversa.
Mi è capitato di incominciare da un motivo melodico, da una sequenza di accordi, da un ritmo, da una tinta orchestrale, da una struttura numerica, da appunti presi dopo aver intervistato il solista per cui scrivevo, da un timbro campionato…insomma, ogni composizione ha una storia a sé.
Se c’è però una cosa che cerco di fare sempre, al di là dello Stile e della prassi compositiva che variano da caso a caso, quella è l’immaginarmi il Mondo nel quale la mia Musica deve avvenire. In questo senso mi piace ragionare come uno scrittore o un regista cinematografico, come se dovessi costruire le mie città invisibili alla Italo Calvino o i mondi stellari lontani lontani nell’Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Cerco di immaginare le tinte, la qualità sonora degli elementi in gioco e instaurare con loro un rapporto che è quello che qualsiasi drammaturgo ama instaurare coi propri personaggi, che alla fine altro non sono che frammenti della propria Anima tramite i quali l’Autore stesso si rispecchia nell’Anima del Mondo.

SS: La musica è un linguaggio e come tale contempla una conoscenza di base e una capacità comunicativa. Qual è l’aspetto più difficile del dover “arrivare”a destinazione, e dunque del creare l’empatia affinché quel linguaggio possa accogliere quanta più gente possibile.

EO: Credo che la sfida più grande sia sempre quella di arrivare a toccare i sentimenti e le suggestioni più reconditi e talvolta rimossi o repressi degli esseri umani.
Al di là degli stili e delle classificazioni di genere credo che le opere musicali più “vive” siano quelle che hanno avuto successo nel toccare tensioni e aneliti propri dell’essere umano ed universali nel tempo e nello spazio, o quantomeno fortemente presenti in una determinata epoca.
Molte volte si tratta anche di pulsioni arcaiche o legate agli istinti primari, i quali come a volte fa la politica, anche l’Arte può strumentalizzare, speculando a meri fini commerciali o edonistici. D’altro canto però è propria dell’Arte o, come amo pensare, della Poesia la capacità di trascendere questo piano elevandolo a qualcosa di inedito riuscendo a congiungere in maniera appunto poetica la natura che ci apparenta alle viscere della terra con quella che ci rende vicini alle stelle.
Una continua ricerca in se’ stessi e nell’universo sociale e naturale che ci circonda può accompagnare ognuno di noi lungo questo bellissimo percorso che può fare della nostra Musica qualcosa di veramente prezioso.

SS: La tua formazione ideale? quel famoso Enrico Olivanti Quintet de”Il Pensiero Positivo”?

EO: L’Enrico Olivanti Quintet più che una formazione è per me una seconda famiglia, dato che insieme abbiamo mosso i primi passi nel mondo musicale e amiamo suonare e fare musica insieme tanto quanto ridere, scherzare e passare tempo insieme.
Detto ciò credo che la mia formazione ideale sia quella in cui mi è data la possibilità di sedermi e fare Musica imparando da chi ho accanto e potendoci condividere i sogni, le suggestioni e le vibrazioni più profonde con lo stupore e la meraviglia di un bambino che entra per la prima volta al cinema per vedere un film di fantascienza o il suo cartone animato preferito e tanto atteso.
Per questo cerco sempre di suonare con persone che da qualche parte hanno con se’ una valigia pronta a riempirsi per poi imbarcarsi per un volo o salire su un treno lasciandosi sorprendere di volta in volta dalla destinazione sempre nuova.

SS: Tu sei un chitarrista jazz e di musica contemporanea. Il jazz è terreno fertile per nuove sperimentazioni. Tu, ad oggi, in che direzione stai andando? Dove è diretta la tua ricerca sonora?

EO: Il mio attuale ambito di ricerca si snoda attraverso vari aspetti.
Innanzitutto da un anno e mezzo a questa parte ho intrapreso una ricerca negli ambiti della Musica elettronica, del Sound Design e delle Installazioni che vedo come una naturale prosecuzione della mia ricerca timbrica e formale in ambito sinfonico e cameristico, anche tramite l’approfondimento del rapporto fra l’uomo e la propria percezione  e consapevolezza dello Spazio e del suo contesto tramite il suono.
Questi aspetti e quelli relativi alla Performance in tal senso sono anche oggetto del mio ultimo lavoro SYNPHONIA, che sarà eseguito di nuovo in Germania nel 2021 e spero presto anche in Italia, dove sogno di vederlo in un Anfiteatro antico, greco o romano.
In cantiere poi c’è un progetto che mi vede impegnato in un viaggio fisico e mentale che sarà tradotto in un lavoro per il quale intanto sto scrivendo il Testo letterario, ma che farà tesoro anche delle mie ultime ricerche in ambito strettamente sonoro.

SS: Quando esce un nuovo lavoro, cosa ti gratifica di più, il riscontro della critica o del pubblico?

EO: In genere mi gratificano i commenti dei singoli individui, che siano essi critica o pubblico poco importa, nei quali riscontro di aver toccato qualcosa nel profondo.
Mi è successo per esempio dopo la prima esecuzione del mio lavoro Was Zusammen gehört per la Dresdner Bläserphilharmonie incentrato sul tema delle vicissitudini della città di Dresda fra il bombardamento del 1945 e le nuove sfide di integrazione: una anziana donna è venuta da me dopo il concerto e mi ha detto che ha dovuto resistere per poter ascoltare il brano fino alla fine perché si è trovata di punto in bianco di nuovo bambina sotto il bombardamento alleato del 13 Febbraio 1945 che distrusse la città e fece migliaia di vittime, e che neppure un Requiem scritto anni prima per commemorare le vittime era riuscito a riportarla in quei giorni e in quelle sensazioni così come il mio brano.
Un altro grande regalo avviene ogni volta che qualcuno mi scrive  (e succede ancora dopo quasi 6 anni) ricordando la presentazione romana de “Il Pensiero Positivo” dicendomi di aver deciso quella sera di voler fare un proprio progetto e dare voce alla propria vena artistica. Ecco, li non si tratta solo di riscontro in termini di giudizio, bensì di un qualcosa che ti fa capire di aver fatto qualcosa di utile che va al di là del mero riscontro personale.

SS: Perché in Italia non c’è il giusto spazio per compositori di talento, che poi sono apprezzatissimi all’estero? Dove si inceppa un percorso artistico?

EO: L’Italia è un paese straordinario dal punto di vista del talento artistico, che non ha nulla da invidiare a paesi come la Germania, la Francia o gli Stati Uniti.
Esistono però due barriere fondamentali che rendono molto difficile l’affermarsi di personalità oblique al sistema in Italia.
La prima è rappresentata innanzitutto dalla nostra assoluta incapacità di fare Sistema senza scadere nella mafia o nel nepotismo.
Un esempio su tutti è lo stato vergognoso dell’insegnamento musicale in Italia, nel quale fino a poco tempo fa nessuna associazione di categoria ha per esempio salvaguardato la garanzia di un salario minimo orario per gli insegnanti di Musica nelle scuole soprattutto private, cosa che per esempio accade in Germania. Ciò ha permesso e forse ancora permette ad esempio l’esistenza di strutture private ormai elevate al rango universitario con rette annuali da università privata, in cui però la maggior parte del personale docente riceve una paga che è la metà dello standard europeo. Questo oltre a umiliare dei professionisti degnissimi delimita lo spazio di questi ultimi affinché possano portare avanti la propria attività artistica accanto a quella didattica, mutilando di fatto sia l’una che l’altra.
Per fortuna negli ultimi anni sono nate alcune realtà virtuose, almeno da quanto vedo da lontano, come il MiDJ e le varie affiliate associazioni di categoria in ambito per ora jazzistico, che si stanno ponendo questioni come la sopracitata e stanno cercando di colmare questa nostra mancanza di capacità nel fare Sistema in modo trasparente e efficace in ciò che concerne l’ambito artistico.
Il secondo dramma riguarda un nostro rapporto un po’ malato con tutto ciò che riguarda la rottura con una certa tradizione consolidata e l’apertura ad ambiti che notoriamente vengono etichettati come Underground.
Il fatto che ancora oggi la maggior parte dei Promoter, degli agenti culturali, dei discografici, dei Direttori artistici di Festival si ostinino a relegare in spazi sempre più stretti e angusti (se va bene, altrimenti nemmeno quelli) tutto ciò che non rientra in un mainstream ormai da tempo esaurito e inflazionato amputa il nostro paesaggio artistico di alcune delle sue migliori risorse e potenzialità, generando forse la causa primaria del fenomeno di emigrazione culturale dal nostro Paese.

Simona Stammelluti 

Un vero e proprio documento eccezionale. Il nostro vicedirettore Fabio Marchese Ragona ha realizzato per “Stanze Vaticane” un’intervista esclusiva ad uno dei killer del giudice Rosario Livatino, Gaetano Puzzangaro detto “a musca”.

Fra le frasi più significative di Puzzangaro: “testimonierò per la causa di beatificazione”.

Buona Visione

 

 

 

 

 

https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/stanzevaticane/puntata-speciale-del-27-settembre_FD00000000102457?fbclid=IwAR1EKf-lBHg_2BTPTqO0UHFhCkCrYHOrDByJgHwbL5SAUQLiMaybkk1Sb3A

Come sarà composta la sua Giunta operativa?
“Sarò un Sindaco essenzialmente di coordinamento e di rappresentanza. La nostra forza sarà rappresentata dagli Assessorati altamente specializzati nel settore di cui saranno responsabili che, secondo me, dovranno a sua volta avvalersi di piccoli gruppi di lavoro (2 – 3 persone). Gruppi di lavoro che saranno presentati alla cittadinanza”.

Quale sarà la prima iniziativa visibile che pensa di realizzare entro i primi 90 giorni dall’insediamento della sua nuova giunta?
“Avviare sin da subito processi partecipativi al fine di ricreare e restituire a tutta la cittadinanza un clima di serenità e di pacifica convivenza. Un impegno che vuole rappresentare soprattutto un atto di stima e di fiducia nei confronti di tutta la cittadinanza”.

Elenchi le “cose” che sicuramente avvierà entro il primo anno del suo governo?
– l’istituzione di sportello unico informativo sulla programmazione e aiuti comunitari (PO FESR 2014-2020, PSR, etc) e partecipazione a tutte le iniziative di partenariato locale;
– progetto per il potenziamento dell’isola ecologica ed attrezzandola come Centro Comunale di Raccolta;
– avvio procedure per la revisione del Piano Regolatore Generale;
– Progetto del Parco Minerario, riqualificazione, accoglienza;
– progetto per un piano strategico per l’edilizia;
– tutte le iniziative per utili ad implementare la destinazione turistica del Comune;
– istituzione di sagre ed eventi tipo “Settimana della cultura comunale”, “Giornata dello Sport”

Quali cose che sicuramente non farebbe mai nei cinque anni del suo governo?
“Tradire il patto etico con gli elettori, contenuto ed illustrato nel mio programma di governo”.

Come vede rilancio e la riqualificazione del Centro Storico?
“Per me, il recupero del Centro Storico è irrinunciabile. Questo è uno dei temi che può dare molto lavoro nei prossimi anni. Intendo dedicare l’interesse al Centro Storico studiando anche dei percorsi privilegiati, possibilmente in collaborazione con le Istituzioni e con le Banche, per realizzare velocemente quanto ci proponiamo. Bisogna dotarsi velocemente di norme specifiche che consentano il riuso degli edifici, specie in materia edilizia residenziale e turistica e di utilizzo dei piani terra in attività di commercio e, più in generale nel terziario”.

Come intende impostare la politica sul Turismo?
“Anche in questo essenziale settore c’è da lavorare tantissimo. Comitini è indubbiamente una “Destinazione Turistica”, grazie alle bellezze storiche paesaggistiche di cui è dotato. Una Destinazione che necessita di essere veicolata con un’offerta di servizi non esclusivi ma molto qualificati creando sinergie con tutti i soggetti deputati. Bisogna trasformare il turismo estivo “mordi e fuggi” in un turismo stanziale e distribuito in tutto l’arco dell’anno.

Attualmente è in pratica un Turismo di attesa e di passaggio. Noi, con opportune iniziative vorremmo cambiare il metodo da “attesa” a “ricerca” del Turista e, con questo sistema fare in modo che anche nel periodo invernale si possano avere visitatori che possano assicurare le giuste frequenze alla nostra Zona. Non dimentichiamo che i mesi non estivi sono molto più adatti dei mesi caldi per visitare e godersi appieno una zona come la nostra. Basti ricordare che in questi mesi maturano i nuovi prodotti dell’enogastronomia come l’Olio ed il Vino nuovo”.

Che tipo di attività e di investimenti potrebbero contribuire a una ripresa economica del vostro territorio.
“La nostra idea principale è il rilancio del territorio su un’idea precisa di turismo, legata al centro storico e alle circostanti risorse agricole, culturali e paesaggistiche. Artigianato, Convegnistica, Turismo culturale, Enogastronomico e Religioso solo per accennare a qualcuno dei motori della ripresa economico-sociale del territorio. Occorrerà farlo in modo serio, sistematico e sistemico, inserendo il nostro Paese all’interno di ulteriori percorsi tematici, oltre a quelli già a cui partecipa a pieno titolo, mi riferisco al fatto che già il Comune di Comitini è utilmente inserito nella Rete Nazionale dei Parchi Minerari, nella rete interprovinciale delle Ferrovie Turistiche, nella rete dei Cammini Religiosi (vie Francìgene). Inoltre, ritengo che la profonda interazione con l’Università debba generare progresso culturale ed economico. Tuttavia va precisato che questa è la nostra idea di partenza, ma siamo convinti che senza una condivisione dell’idea (che significa in primis ragionare e poi scegliere insieme) da parte dell’intera comunità Cittadina, rischierebbe di rimanere comunque un progetto sulla carta”.

Partecipazione – I cittadini dovrebbero essere coinvolti nelle scelte amministrative? Se sì, in quali modi?
“I Cittadini devono essere coinvolti in tutte le scelte amministrative sull’idea di futuro della Città, in primis sui temi: del bilancio partecipato, della pianificazione urbanistica, infrastrutturale, culturale e sociale. Devono essere coinvolti attraverso Assemblee Pubbliche e referendum, e un’informazione precisa, comprensibile e diffusa. La scelta di qual è il futuro su cui vogliamo puntare deve essere condivisa, partecipata, creduta e perseguita dall’intera comunità. Perché se è imposta dall’alto non funziona: non recepisce le esigenze e i desideri di chi a quel punto subisce soltanto le decisioni, non riesce a far remare nella stessa direzione la Cittadinanza”.

Problemi di bilancio: dove troverete nuovi fondi per garantire i servizi ai cittadini?
“L’azione amministrativa assicurerà una corretta e sana gestione delle finanze comunali, attivando un processo di sinergia virtuosa di amministratori e dirigenti comunali per programmare le spese e le relative entrate nell’ottica di massimizzazione di tutte le risorse. Riduzione degli sprechi e razionalizzazione del bilancio, tenendo conto delle sue reali dinamiche”.

Rifiuti: l’altissimo costo sostenuto dai cittadini per lo smaltimento dei rifiuti Cosa intende fare al riguardo?
“Già con la precedente Amministrazione Comunale si sono raggiunte percentuali altissime che soddisfano in pieno gli standard europei di prevenzione, recupero e riciclo dei rifiuti urbani. E’ fondamentale continuare sulla strada intrapresa e supportarne il corretto funzionamento attraverso azioni di informazione e controllo, fino all’introduzione di una fiscalità variabile secondo il principio “paga per quanto scarti”, agendo sulle leve consentite dall’adozione della tassazione vigente, così da creare un circolo virtuoso tra cittadino-distribuzione-commercio e imprese. Il tutto secondo lo schema “meno produci indifferenziato, meno paghi”.
Giovani – Scuola, Sport. Quali iniziative propone?
“La scuola insieme alla famiglia ha un ruolo centrale ed insostituibile per la formazione ed educazione dei più giovani. Sarà uno dei punti fondamentali del confronto tra Comune e cittadini, attraverso un percorso condiviso e consapevole, volto a migliorare il livello generale dell’offerta scolastica. Sarà data priorità all’ascolto delle necessità operative al fine di trovare soluzioni con i mezzi consentiti, consapevoli del ruolo centrale della scuola nella formazione della nostra futura classe dirigente. Promuovere ed incentivare la pratica sportiva, soprattutto tra gli adolescenti come momento di aggregazione, di crescita e confronto. Valorizzare l’educazione fisica fin dalle scuole elementari, trattandosi di un reale investimento sul futuro in termini di salute, di socializzazione e di cultura, promuovendo collaborazioni tra scuole e organizzazioni sportive”.
Grazie e in bocca al lupo da Noi di sicilia24h.it!

Photo Fabio Orlando

Parigi – A prima vista sembra un ragazzo come tanti … capello lungo, barba incolta. Poi lo senti suonare e ti accorgi di essere al cospetto di un vero e proprio fuoriclasse, una sorta di “orizzonte sonoro” dal quale fai fatica ad allontanarti. Look sopra le righe, suona il pianoforte con gli occhiali da sole, forse per nascondere quella timidezza che abbandona solo quando entra in intimità con il suo pianoforte. Musicista schivo, poche parole ma tutte messe “al posto giusto”, come fa meravigliosamente, con le note che suona, che anche se “improvvisate” in pieno senso jazzistico, non sono mai a caso.

Ho intervistato Dino Rubino, siciliano, di Biancavilla (CT) enfant prodige, oggi uno dei più apprezzati pianisti jazz tra i talenti italiani, ma anche eclettico trombettista, dotato di una spiccata personalità musicale oltre che di buon gusto, versatilità, capacità interpretativa, tocco tecnico, ma al contempo evocativo.

Un mondo, quello di Dino Rubino, che andrebbe attraversato “ascoltando” la sua musica, ma anche conosciuto un po’ più da vicino.

Photo Fabio Orlando

D: Sei nato nel 1980, oggi hai 35 anni, e mentre ti “trasformavi” in un prodigio, non eri certo catapultato nel vortice della tecnologia “a tutti i costi”. Cosa sarebbe diventato Dino Rubino, se fosse stato adolescente nell’era digitale?

R: Qualche anno fa lessi un’articolo di Paolo Fresu nel quale, parlando di me, mi descriva come una “persona d’altri tempi”.

Solo col tempo capii quanto questa visione fosse esatta.

Se fossi nato nell’era digitale penso mi sarei sentito ancora più “disadattato”.

D: Mi piacerebbe sapere – se lo ricordi – quando è nato in te il desiderio di essere un jazzista, che in realtà non è un normale musicista, ma un mix tra genialità, capacità interpretative, voglia di sperimentare.

R: Ricordo bene quel momento; ero a casa seduto al piano e stavo suonando “Georgia on my mind” scoprendo per la prima volta l’improvvisazione”. Provai una sensazione difficile da spiegare, come una fiamma interiore che accendeva tutto il mio corpo.

Avevo poco più di 5 anni.

D: Quanto servono gli spartiti, per diventare un buon musicista? Perché spesso ho sentito dire “basta il talento”.

R: Personalmente ho studiato musica classica, dunque ho studiato sugli spartiti anche se in fondo penso che la musica non abbia nulla a che vedere con quest’ultimi.

Per contro il talento è fondamentale.

D: Tu sei senza dubbio un “fuoriclasse”. Vorrei che fossi tu a spiegare qual è la differenza tra un musicista bravo ed un fuoriclasse.

R: In realtà sono molto critico con me stesso, ma grazie per le tue parole. Utilizzando una metafora, penso che ci sia la stessa differenza tra fare sesso e fare l’amore. Il fuoriclasse fa l’amore con la musica o con l’arte in generale coinvolgendo corpo, cuore, anima e mente.

D: Il piano, la tromba, poi ancora il piano. Mi interessa sapere quel “passaggio”. Tentativo o necessità espressiva?

R: Necessità espressiva. Per una serie di circostanze, non ho mai avuto un buon rapporto con la tromba e dunque non riuscivo a esprimere molte cose che avevo dentro; così un giorno, grazie al consiglio di un amico, decisi di incominciare lo studio del pianoforte e pian piano me ne innamorai.

Oggi cerco di suonare entrambi gli strumenti, a volte mi riesce a volte meno.

D: Quanto conta il carattere di un musicista, nel suo modo di fare musica?

R: Un musicista suona quello che è. Nella musica non si può mentire, o quanto meno se una persona è sincera con se stessa, comprenderà l’autenticità di quello che ha suonato.

D: Il jazz è un mondo strano. In Italia lo è ancor di più, al sud Italia è roba per appassionati. Un concerto jazz, costa quasi sempre un terzo di un concerto pop, i musicisti jazz prendono cachet diversissimi dai musicisti pop. Scegliere di essere un jazzista passa anche attraverso quel meccanismo che prevede che a suonare sui palchi di tutto il mondo siano “sempre gli stessi”, o quelli con alle spalle manager che sono “squali” più che estimatori.  Com’è il “tuo mondo”, la tua strada, la tua carriera? COME ti sei incamminato, DOVE sei arrivato, DOVE VUOI ANDARE e soprattutto COSA TI INVENTERAI per arrivarci.

R: Sin da piccolo sono stato sempre molto fatalista. Quello che cerco di fare è di essere pronto, di studiare, di scrivere musica, di registrare dischi, di cercare i musicisti con cui scatta una sintonia musicale.

Nel mondo della musica non esistono garanzie, non ci sono strade da seguire o strategie da mettere in campo; dunque, per buona parte, bisogna affidarsi al vento.

D: Di te i grandi (intendo per esperienza ed età) del mondo jazzistico dicono “senza ombra di dubbio” che tu sei un fuoriclasse. Ecco, questo tuo essere un fuoriclasse, si nutre anche dell’esperienza che nasce dalle situazioni musicali che si mettono in piedi, oppure è una radice profonda che al massimo può prendere linfa solo da una continua ispirazione personale?

R: Credo che siano entrambe; alcune collaborazioni mi hanno molto arricchito, facendomi scoprire quale fosse il mio respiro interiore, la melodia che si trovava già dentro di me; penso a Paolo Fresu, ad Aldo Romano, a Gianni Basso.

Tutto ciò però, deve camminare di pari passo con una consapevolezza delle proprie radici altrimenti il rischio è di lasciarsi influenzare da musicisti lontani dalla propria essenza, e questo risulterebbe molto dannoso.

Le influenze bisogna saperle sceglierle, come una donna o come un paio di scarpe comode.

D: Come si scelgono i propri compagni di viaggio? Per affinità o per curiosità?

R: Si possono scegliere anche per curiosità ma è l’affinità ciò che alla fine unisce.

D: Di cosa è “appassionato” Dino Rubino? Ascolta il jazz in macchina? A chi si è ispirato, nel corso degli anni? C’è un concerto che dal vivo ancora ti manca, e che vorresti vedere?

R: Ultimamente mi capita raramente di ascoltare jazz in macchina. Diciamo che ascolto e mi appassiono, a tutto ciò che riesce a darmi delle immagini, delle emozioni.

Le influenze sono state tantissime, da musicisti a scrittori, da poeti a registi, da pittori a gente dello sport, come Ayrton Senna ad esempio.

Mi piacerebbe moltissimo vedere un concerto di Sixto Rodriguez e spero di poterlo fare prossimamente.

D: Quanto critico è un jazzista, nei confronti della musica in generale e del jazz suonato dagli altri, nello specifico?

R: Sono critico con gli altri quanto lo sono con me stesso; se qualcosa non mi piace non l’ascolto; così come se qualche pietanza non mi piace non la mangio.

Photo Fabio Orlando

D: Volevo fare a meno di citare i numeri, però mi sembra quasi impossibile non dire che hai vinto decine di concorsi musicali, hai partecipato a decine e decine di festival jazz in tutto il mondo e che le formazioni nelle quali hai suonato, sono state tante, e tutte riuscitissime. Si pensi all’ultima “On air Trio” con Dalla Porta e Zirilli. Però sul tuo biglietto da visita ( se ne hai uno) cosa c’è scritto, considerato che tutto un curriculum, dentro, non ci sta?

R: Premesso che non ho un bigliettino da visita, ma se mai dovessi farlo potrei scrivere “Placido Arcobaleno”.

D: Se un giorno qualcuno ti dicesse che per salvare il mondo dovresti suonare un solo pezzo, cosa suoneresti e con che strumento. In piedi con la tromba in mano, o seduto al pianoforte?

R: Suonerei quello che mi viene al momento, così come faccio nei concerti live; suonerei seduto al piano con il flicorno poggiato sul leggio e magari alla fine soffierei due note, sempre rigorosamente seduto!

D: Oggi vivi a Parigi. Se ti seguissi, un giorno di questi, che musicista vedrei? Che abitudini ha Dino Rubino?

R: Mi piace leggere, scrivere, camminare, guardare film, guardarmi intorno, osservare le persone, ascoltare chi ha qualcosa da dire, ascoltare chi non ha niente da dire (per molto meno tempo), guardare dal finestrino quando sono in viaggio; e poi mi piace la natura, molto.

Mia nonna diceva che fin quando abbiamo voglia di guardare il cielo vuol dire che in fondo va tutto bene.

D: E poi scende la sera e immagino Dino Rubino scalzo, che da solo, è seduto al pianoforte. Se questa scena i nostri lettori potessero vederla, se vi potessero assistere, cosa ascolterebbero?

R: Ascolterebbero quello che ascoltano nei concerti live; l’approccio è lo stesso anche se nei concerti live c’è uno scambio di energia col pubblico che non può esserci quando suoni nella tua stanza.

Una differenza è che a casa di tanto in tanto mi capita di cantare e accompagnarmi al piano.

Forse prima o poi capiterà anche nei live.

D: Il cassetto dei sogni di uno come te lo immagino sempre “accostato” pronto ad essere spalancato alla prima occasione utile. Lì dentro, sopra sopra, cosa c’è?

R: Tanti sogni, sparsi qui e lì nel cassetto.

Mi piacerebbe essere un buon seminatore di grano.

Simona Stammelluti

Un ringraziamento a Fabio Orlando, per le foto concesse
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