Home / Articoli pubblicati daRedazione Palermo

“Vedo in questi giorni della ricorrenza trentennale della strage di Capaci, in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, e gli uomini della scorta, tanti che puntanto a delegittimare anche con illazioni o manifesti diffamatori e patenti di legalità anche i candidati sindaci che purtroppo, loro malgrado, vinceranno le elezioni. Ogni tanto qualcuno a sinistra dovrebbe usare il rewind e riascoltare quanto schifo riversavano su Giovanni Falcone da vivo, quando lo accusavano di tenere ferme nei cassetti  le indagini. Lo hanno diffamato allora, oggi per gli stessi è facile osannarlo. Parole sagge invece oggi sono venute dalla procuratrice generale di Palermo Lia Sava che appellandosi alla politica chiede a questa solo di mantenere le promesse e lavorare per una burocrazia snella che aiuti le imprese e le renda libere da ogni estorsione”.
Lo afferma Vincenzo Figuccia, deputato regionale di Prima l’Italia all’Assemblea regionale siciliana.

Si fa sempre più aspro il clima della campagna elettorale a Palermo in vista delle prossime elezioni a sindaco. A sollevare le polemiche, l’appoggio e gli schieramenti di Cuffaro e Dell’Utri al candidato sindaco Lagalla, che negli ultimi giorni si è dovuto smarcare non senza poche difficoltà dai condizionamenti.
A rivendicare il gesto, il collettivo artistico “Offline Corporation” che ha così voluto lanciare un segnale forte nei confronti della politica locale. I manifesti sono apparsi in via Maqueda, via Roma, via Volturno, piazza Verdi, via Torino e piazza Bellini.
Sull’episodio è intervenuto proprio il candidato sindaco Roberto Lagalla il quale ha così commentato: “Comprendo le esigenze di copione elettorale del candidato di quella sinistra a cui faceva riferimento quell’antimafia di facciata oggi alla sbarra. Piuttosto che prendere le distanze dai vandali che hanno imbrattato la nostra città, denunciando le volgari illazioni contenute nei manifesti, si diletta ad additarmi come male assoluto di Palermo. L’ennesima caduta di stile da parte di chi, privo di contenuti e idee, tenta di delegittimare l’avversario politico pur di ottenere un briciolo di visibilità. Chi ha affisso quei manifesti offensivi e denigratori è un mascalzone, un provocatore, un portatore sano di ignoranza. Vergogna”.

Gli onorevole di “Prima l’Italia” Carmelo Pullara, Marianna Caronia e Giovanni Cafeo hanno presentato un’interrogazione al presidente della Regione, Nello Musumeci , e all’assessore regionale alla salute , Ruggero Razza, per chiedere chiarimenti sull’avviso pubblico per la formazione del nuovo elenco ad aggiornamento biennale degli idonei alla nomina a direttore amministrativo delle aziende e degli enti del servizio sanitario della Regione siciliana pubblicato sulla GURS n. 7 del 29 aprile scorso.

In particolare i tre deputati regionali chiedono “se il Governo regionale intenda procedere ad una rettifica dell’avviso pubblico nella parte che prevede l’iscrizione con riserva nel nuovo elenco dei soggetti che abbiano maturato un’adeguata esperienza di direzione tecnica amministrativa almeno quinquennale anche in strutture di media o grande dimensione diverse da quelle sanitarie.

Questo- spiegano Pullara, Caronia e Cafeo- anche adeguando l’avviso alle nuove previsioni normative della finanziaria regionale per l’esercizio 2022 la quale prevede che alla selezione sono ammessi i candidati che non abbiano compiuti i 65 anni di età e siano possesso di diploma di laurea oppure laurea specialistica o magistrale e di una comprovata esperienza nella qualifica di dirigente, almeno quinquennale, nel settore sanitario o settennale in altri settori, con autonomia gestionale e diretta responsabilità delle risorse umane, tecniche e/o finanziarie, maturata nel settore pubblico o nel settore privato.

Infine chiediamo di procedere all’avviso non ancora scaduto visto che in itinere è stata cambiata la legge che disciplina i requisiti di accesso. ”

“Io il 23 maggio sarò fra le migliaia di palermitani che si fermeranno a pregare per il giudice Giovanni Falcone, perché è un eroe di tutti e guai a farlo diventare un eroe di parte”. Così Totò Cuffaro, l’ex presidente della Regione che ha scontato una condanna per favoreggiamento alla mafia, ora tornato sulla scena politica, al Politeama Multisala, nel corso della presentazione della lista a sostegno del candidato a sindaco di Palermo Roberto Lagalla.

I beni di Carmelo Lucchese, il re dei supermercati di Palermo e provincia, sono stati trasferiti allo Stato. Si tratta di un tesoro da 150 milioni di euro. Il decreto di confisca è stato emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo ed eseguito dai Finanzieri del comando provinciale di Palermo. In particolare la confisca comprende la Gamac Group srl, che gestisce 13 supermercati tra Palermo e provincia: a Bagheria, Carini, Bolognetta, San Cipirello e Termini Imerese. Carmelo Lucchese sarebbe stato sostenuto dalla mafia di Bagheria per incrementare i propri affari. E avrebbe procurato un appartamento come rifugio a Bernardo Provenzano nell’ultimo periodo della sua latitanza. I supermercati sono stati nel frattempo, dopo il sequestro, ceduti a terzi da parte dell’amministratore giudiziario, con il permesso del Tribunale, e pertanto oggetto della confisca è adesso il ricavato della vendita. Grazie alla mafia Lucchese non avrebbe pagato il pizzo e avrebbe trasformato la sua attività in un impero, fino a fatturare oltre 90 milioni di euro nel 2020.

I Finanzieri del Comando Provinciale di Messina hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 7 soggetti, indagati per i delitti di associazione a delinquere di stampo mafioso e per diversi episodi di reati contro la Pubblica Amministrazione.

Il provvedimento cautelare, emesso dal G.I.P. del Tribunale di Messina, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura messinese, interviene nella fase delle indagini preliminari ed è basato su imputazioni provvisorie, che dovranno comunque trovare riscontro in dibattimento e nei successivi gradi di giudizio, nel rispetto, pertanto, della presunzione di innocenza che l’art. 27 della Costituzione garantisce ai cittadini fino a sentenza definitiva.

Le indagini della Guardia di Finanza hanno riguardato l’infiltrazione mafiosa ed il condizionamento delle amministrazioni comunali dei Comuni di Moio Alcantara e Malvagna, centri della fascia ionica della provincia peloritana, ad opera di Cosa Nostra siciliana.

In particolare, le complesse investigazioni, svolte su delega della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Messina dagli specialisti del Gruppo di Investigazione sulla Criminalità Organizzata delle Fiamme Gialle di Messina, hanno consentito di far luce sull’operatività criminale di una cellula decisionale e operativa mafiosa del tutto autonoma rispetto alle articolazioni di Cosa Nostra catanese che, in passato, gestivano gli affari mafiosi anche nel territorio della valle dell’Alcantara.

Tale struttura criminale, secondo ipotesi accusa e che ha trovato una prima valutazione confermativa da parte del competente GIP del Tribunale peloritano, salvo il successivo vaglio di merito, è risultata in grado di ingerirsi, condizionandole, nelle dinamiche elettorali – politiche dei due comuni, oltre che nella relativa gestione dell’attività amministrativa, attraverso l’infiltrazione di soggetti alla stessa struttura criminale direttamente e/o indirettamente riconducibili.

In altre parole, non il classico gruppo criminale che fa della violenza la cifra del suo modo di agire, bensì qualcosa di diverso, di molto meno visibile ma non per questo meno pericoloso, comunque forte di una ormai riconosciuta forza criminale: una “cellula criminale autonoma che, avvalendosi della legittimazione mafiosa derivante dalla contiguità al famigerato clan dei Cintorino, la cui fama criminale, anche per la efferata violenza di numerosi omicidi commessi alla fine degli anni ’90, promana senza alcuna necessità di ulteriori e specifici atti di violenza e minaccia, è riuscita ad imporsi all’interno del tessuto sociale delle due piccole realtà comunali”.

Le indagini, secondo le valutazioni del Giudice, documentano uno spaccato assolutamente significativo del nuovo modo di “fare mafia”: “un gruppo che, per il suo modus operandi, rappresenta l’evoluzione del modello tradizionale di associazione mafiosa che sfrutta la fama criminale ormai consolidata e che non abbisogna di manifestazioni esteriori di violenza, per intessere relazioni con la politica, le istituzioni, le attività economiche, al fine di imporre il proprio silente condizionamento”.

Uno dei principali indagati, anche da detenuto, disponeva affinché i suoi sodali prendessero contatti con le ditte appaltatrici di lavori assegnati dai due enti locali di Moio e Malvagna, anche garantendo sostegno ai candidati elettorali in occasione del rinnovo dei rispettivi consigli comunali.

Concretamente, le disposizioni da lui dettate venivano tradotte in azione operativa dal padre e, soprattutto, dalla sorella, quest’ultima Vicesindaco in carica del Comune di Moio Alcantara, entrambi oggi destinatari della custodia cautelare in carcere.

In tal senso, il gruppo indagato faceva pervenire al Sindaco di Moio inequivoche sollecitazioni, cui peraltro aderiva, affinché interessasse gli amministratori comunali di altre distinti enti locali a bloccare, o sbloccare, indebitamente, procedure esecutive a vantaggio della famiglia: comportamenti ritenuti sintomatici di una “patente subordinazione del sindaco”.

Dello stesso tenore, peraltro, la disponibilità offerta alla cellula indagata dal già Assessore ai lavori pubblici del Comune di Malvagna il quale, nell’interesse della medesima struttura criminale, si adoperava per l’assegnazione di appalti di lavori a ditte vicine, anche mediante il compimento di reati di corruzione e altri reati contro la pubblica amministrazione.

La corruzione, secondo ipotesi d’indagine e fermo restando il generale principio di non colpevolezza sino a sentenza passata in giudicato, è risultata il collante dell’operatività generale del contesto oggetto d’indagine; più in particolare:

– il Sindaco di Moio, oggi destinatario della misura della custodia cautelare in carcere, unitamente al responsabile dell’Area Servizi Territoriali e Ambiente del Comune di Moio, oggi in quiescenza, accettavano utilità consistenti in somme di denaro o relative promesse; il medesimo Sindaco, inoltre, favoriva vendite di materiale edile da parte di una società in cui vantava cointeressenze, per compiere specifici atti contrari ai doveri d’ufficio, così turbando la procedura di gara relativa al recupero del tessuto urbano locale, a favore di un imprenditore di Santa Teresa Riva (ME), oggi posto ai domiciliari;

– analogamente, il già Assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Malvagna (sino all’ottobre 2020), oggi associato in carcere, abusando della sua qualità e dei suoi poteri, induceva il rappresentante di una ditta edile di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), aggiudicataria di lavori pubblici a Malvagna, a rifornirsi di materiale edile da una ditta di Randazzo (CT), il tutto con lo scopo di agevolare l’associazione mafiosa oggetto d’indagine. Per tale interessamento, peraltro, il titolare della ditta edile catanese – parimenti destinatario di custodia cautelare in carcere – corrispondeva all’amministratore pubblico una dazione corruttiva.

Le indagini dei Finanzieri di Messina, oltre a basarsi su attività tipiche di polizia giudiziaria, quali intercettazioni, rilevamenti, pedinamenti, perquisizioni e sequestri, si sono altresì avvalse del contributo fornito da un importante collaboratore di giustizia che, a valle del suo arresto nella nota operazione “Isola Bella”, che ha documentato interessi mafiosi nel settore turistico, chiariva ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Messina le dinamiche criminali insistenti nella fascia ionica della provincia peloritana.

Per quanto di odierno interesse, le indagini hanno chiarito quali fossero le modalità di ingerenza nella gestione degli appalti pubblici locali in affidamento diretto, ovvero come il tutto avvenisse attraverso l’imposizione di ditte gradite, per il tramite di amministratori locali compiacenti che, a loro volta, quando non direttamente destinatari di provviste corruttive, ottenevano in cambio sostegno elettorale, così come illustravano le modalità di drenare provviste finanziarie attraverso il sistema delle sovrafatturazioni nei lavori pubblici.

 

Scontro da Fratelli d’Italia e Lega sulla Sicilia e la ricandidatura del presidente della Regione, Nello Musumeci, dopo il vertice tra i leader del centrodestra ad Arcore. Il contenzioso tra i due partiti arriva in modo epistolare. Una guerra a colpi di comunicati che vi proponiamo:

“È sicuramente positivo essersi incontrati – scrive FdI in una nota diffusa a conclusione dell’incontro – ma l’unità della coalizione non basta declamarla. Occorre costruirla nei fatti.
Su 26 città capoluogo sono solo 5, ma purtroppo importanti, le città in cui il centrodestra andrà diviso al primo turno ma restano ancora diversi nodi aperti. A partire dalla non ancora ufficializzata ricandidatura del presidente uscente Nello Musumeci in Sicilia, su cui la personale dichiarata disponibilità di Silvio Berlusconi si è fermata di fronte alla richiesta di Matteo Salvini di ritardare l’annuncio del candidato”.

Alla nota di FdI replica, sempre con un comunicato, il coordinatore siciliano della Lega-Prima l’Italia Nino Minardo: “La Lega sulla Sicilia – si nella nella nota – non ritarda nulla, anzi a Palermo per prima ha ritirato il suo ottimo candidato sindaco pur di avere una squadra unita. I dubbi su Musumeci non sono di Salvini o della Lega, ma semmai della netta maggioranza dei siciliani stando ad esempio all’ultimo sondaggio pubblico di Swg, che lo vede purtroppo terz’ultimo per gradimento in tutta Italia”.

(ANSA).

I dipendenti della Regione manifesteranno mercoledì 25 maggio a Palermo e a Catania dalle ore 9:30 in poi innanzi alle due sedi della Presidenza della Regione. I sindacati di categoria, a fronte del mancato raffreddamento della vertenza, spiegano: “Il governo regionale, nonostante si fosse più volte impegnato, non ha stanziato le risorse necessarie alla riqualificazione e riclassificazione di tutto il personale, vanificando, di fatto, anni di battaglie sindacali e tavoli contrattuali e, cosa ancora più grave, vorrebbe arrivare alla sottoscrizione di un contratto di lavoro fatto di lacrime e sangue in cambio di una scodella di brodaglia. Grazie all’opposizione di Siad-Csa-Cisal, Cobas-Codir e Sadirs, che rappresentano oltre il 60% dei lavoratori, l’Aran ha ufficialmente sospeso le trattative sul rinnovo del contratto dei regionali. Non accettiamo alcun compromesso, il governo stanzi le risorse per la riqualificazione del personale. Il 25 maggio saremo anche noi in piazza, a Palermo e a Catania, per dire no all’ennesima presa in giro ai danni dei dipendenti”.

Non sono d’accordo con i toni di questo coretto perbenista, e a tratti stucchevole, che se la prende con i pregiudicati per mafia, rei – dopo aver scontato interamente e dignitosamente la loro pena – d’aver ancora voglia di parlar di politica. Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri non sono stati condannati all’esilio, alla gogna civile o all’obbligo perpetuo del silenzio ma alla galera. L’hanno scontata e – pena accessoria – non potranno più né votare né essere eletti. Ma conservano il pieno diritto (come osserva il professor Fiandaca) di dire quello che pensano.
Meno comodo è prendersela con chi è andato a cercarli, a richiederne benedizioni e raccomandazioni elettorali: ed infatti sui questuanti eccellenti tacciono tutti, compresi i columnist della nobile stampa antimafiosa.
Una decina di giorni fa c’è stato un incontro all’hotel delle Palme. Il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci è andato in udienza da Marcello Dell’Utri, che lo ha benevolmente accolto; Musumeci ha chiesto un’intercessione con Berlusconi per la propria ricandidatura e il suddetto Dell’Utri gliel’ha concessa passandogli al telefono il Cavaliere. A causa di questo siparietto palermitano, la pubblica riprovazione s’è rovesciata solo su Dell’Utri mentre il Musumeci, furbo e muto, ha provato a farla franca.
Io la penso esattamente all’opposto, e pazienza per gli irriducibili del moralismo antimafioso che la prenderanno male: ovvero, per me Dell’Utri può parlare con chi vuole, è un suo diritto. Il Presidente della Regione Siciliana, lui no, non può parlare con chi vuole: soprattutto se il suo interlocutore è un condannato in via definitiva per mafia. Avergli chiesto un’intercessione, un favore, un’apertura di credito politico su Roma ne fa, subito, un presidente dimezzato, un candidato compromesso, un uomo di parte. E della parte sbagliata.
Sono d’accordo anche con il giudice Morvillo. Musumeci si tenga lontano, il 23 maggio e il 19 luglio, da chi ricorda i nostri morti. Se frequenti i condannati per mafia non hai titolo per frequentare il ricordo delle vittime di mafia. Provare a fare l’una e l’altra cosa è solo una bestemmia. Delle peggiori”.

Antonino Salerno, 65 anni, è morto al cimitero dei Rotoli a Palermo. L’uomo si è recato nel camposanto per la tumulazione della sorella. Poco dopo, diretto a visitare la tomba del padre e della madre, è stato preda di un malore e si è accasciato a terra. Operai del cimitero e altri visitatori hanno telefonato ai soccorsi. I sanitari del 118, subito sul posto, dopo alcuni tentativi di rianimarlo hanno constatato la morte. Il medico legale dopo l’ispezione ha confermato le cause naturali del decesso. La salma è stata restituita ai familiari.