C’è un sentimento che ad Agrigento non è più rabbia passeggera. È stanchezza profonda. È la percezione di una città immobile, compressa dentro logiche vecchie, incapace — o forse non autorizzata — a rinnovarsi davvero. Oppure capace di proporre candidature decisamente fuori ogni logica, come l’ottantenne Lillo Sodano il quale, dopo oltre 30 anni, è certo di essere amato dagli agrigentini più dei suoi padrini politici.
Possibile che nel 2026 una comunità con migliaia di laureati, professionisti stimati, imprenditori capaci, dirigenti pubblici competenti, docenti, donne e uomini impegnati nel sociale, non riesca a esprimere un candidato sindaco che non sia l’ennesima riproposizione di equilibri consumati? Possibile che il dibattito politico debba ridursi a una partita tra gruppi di potere che si alternano senza mai cambiare davvero spartito?

Zuffe, baruffe, pluripregiudicati che strillano convinti di avere 2 milioni di voti, sofisti che credevano di essere amati; vecchiume politico che ancora oggi cerca di mettere i propri tentacoli in una città che ha invece bisogno di tutt’altro.
Ma quando “il nuovo” coincide sempre con chi è già stato tutto, quando le candidature sembrano nascere più nei salotti che tra la gente, allora il problema è l’assenza di ricambio reale.
Centrodestra e centrosinistra — che in città si sono storicamente alternati o fronteggiati — sembrano oggi accomunati da una stessa difficoltà: non riescono o non vogliono rischiare su una figura realmente emergente, autonoma, libera da padrinaggi. E quando la politica non rischia, la città non cresce.
Non è bastato il disastro al Libero Consorzio? Con una adunata di spiccato senso militare si sono riuniti i padrini (padroni) di tutta la vecchia politica; risultato? Hanno sfornato Giuseppe Pendolino, non proprio straordinario a guidare il Libero Consorzio. E intanto ce lo ritroviamo li…
È inutile far finta che ad Agrigento manchino personalità autorevoli. Nomi che circolano, stimati nei rispettivi ambiti, già impegnati o pronti a impegnarsi. Professionisti, dirigenti, esponenti del mondo civico e culturale. Donne e uomini con competenze, credibilità e visione.
E poi, perchè non una donna? Daniela Catalano, Paola Antinoro, Carola De Paoli, Teresa Nobile, Giacomo Minio, Beniamino Biondi, Giandomenico Vivacqua, Giampiero Carta, la stessa Roberta Lala già proposta da Italia Viva. E’ certo che dimentico altri nomi illustri e non me ne vogliano se non vengono citati. Ma ci sono, certo che ci sono!!!
E allora la domanda è inevitabile: perché le figure di cui sopra non diventano il centro del progetto politico cittadino? Perché devono sempre essere le logiche di appartenenza, le fedeltà pregresse, gli equilibri interni ai partiti a determinare le scelte?

La questione di genere non è una bandierina ideologica. È una questione di maturità democratica. In una città dove le donne sono protagoniste nella scuola, nella sanità, nelle professioni, nell’associazionismo e nell’impresa, è francamente inspiegabile che la candidatura a sindaco resti quasi sempre un terreno blindato. Non si tratta di scegliere “una donna perché donna”. Si tratta di riconoscere che esistono competenze femminili di altissimo livello che non vengono nemmeno prese in considerazione con la stessa determinazione riservata ai nomi tradizionali.
Agrigento non è morta. È ferma, ed è diverso. La città vive nei suoi giovani che studiano e spesso vanno via. Vive nelle associazioni che tengono in piedi pezzi di comunità. Vive nei professionisti che lavorano in silenzio. Vive nel suo patrimonio culturale che il mondo ci invidia, dalla Valle dei Templi fino ai quartieri che chiedono solo dignità e servizi.
Quello che sembra morto è il meccanismo politico che dovrebbe interpretare questa energia e trasformarla in governo.
Il punto non è solo “chi sarà candidato”. Il punto è: chi avrà il coraggio di rompere lo schema?
Coraggio di dire no alle imposizioni dall’alto. Coraggio di costruire un progetto civico largo e serio. Coraggio di puntare su competenza e visione, non su fedeltà e pacchetti di voti. Coraggio di parlare alla città intera e non solo alle proprie cerchie.
Perché se la politica continua a riproporre lo stesso copione, non potrà poi stupirsi dell’astensionismo, della sfiducia, del disincanto. Agrigento non è incapace di emergere. È stata abituata ad accontentarsi.
E una comunità che si abitua al minimo sindacale finisce per convincersi che non esista alternativa.
L’alternativa esiste. Passa dalla trasparenza, dalla partecipazione vera, dall’apertura alle energie nuove, dal riconoscimento delle competenze — anche e soprattutto femminili — e dalla fine della stagione dei candidati calati dall’alto.
La domanda finale non è se Agrigento sia pronta al cambiamento. La domanda, semmai, è Un’altra: chi oggi controlla le leve della politica sia disposto a farselo sottrarre?
Perché le città non muoiono. Si spengono solo quando smettono di pretendere di più.

Buongiorno,
Il centro destra non ha ancora capito che la soluzione vincente è la candidatura a Sindaco di CATALANO? Appartenente all’area Fratelli d’Italia, persona molto preparata, equilibrata ed apprezzata da tutte le generazioni, solo a vederla e sentirla parlare esprime vera fiducia. Se il centro destra ancora cerca candidature, evidentemente è solo perché vuole perdere le elezioni ad Agrigento!
Se vai un pò indietro negli anni, Agrigento ha sempre avuto due padroni di correnti diverse che a volte, per necessità si congiungono in duopolio (come dice Franco) e oggi ci ritroviamo nelle stesse identiche condizioni”. Per rompere questo maledetto equilibrio, ci vuole che qualcuno che gode della conoscenza, della stima della città ( e ce ne sono) abbia il coraggio di fare ciò che tu dici e abbattere questo muro che non fa progredire Agrigento che io amo. Ma questo qualcuno lo farà? ho i miei fondati dubbi e così andiamo sempre più giù, ormai sono diventato pessimista in materia.