La Corte d’Appello di Palermo ha depositato le motivazioni della sentenza del processo “Xidy”, confermando il ruolo apicale di Lillo Di Caro all’interno dell’organizzazione mafiosa di Canicattì. Per i giudici, l’imputato è il capo del mandamento locale, gerarchicamente subordinato soltanto al capo provincia Giuseppe Falsone.
Il collegio ha ritenuto pienamente dimostrati sia gli elementi oggettivi sia quelli soggettivi del reato di direzione dell’associazione mafiosa, evidenziando come non vi sia mai stato alcun “vuoto di potere” al vertice del mandamento. La difesa aveva sostenuto un ridimensionamento del ruolo dell’imputato, ma secondo la Corte le risultanze investigative raccontano una realtà diversa.
A Di Caro sono stati inflitti venti anni di reclusione, pena che sale a trenta in continuazione con una precedente condanna definitiva. Il suo nome, del resto, è da tempo legato alle vicende criminali del territorio agrigentino: negli anni ha riportato più condanne per associazione mafiosa, che ne hanno consolidato il profilo di figura storica e di riferimento per gli equilibri interni.
L’inchiesta “Xidy”, condotta nel 2021 dai carabinieri del ROS, ha acceso i riflettori sull’assetto del mandamento di Canicattì e sui nuovi equilibri nella provincia di Agrigento, facendo emergere anche dinamiche di riorganizzazione della Stidda. Dalle intercettazioni e dalle attività investigative, secondo i giudici, è emerso un ruolo attivo e costante di Di Caro nelle scelte strategiche e nella gestione degli interessi dell’organizzazione.
Tra gli aspetti evidenziati nelle motivazioni, vi è la sua influenza nelle estorsioni legate al settore ortofrutticolo e nella definizione di accordi interni tra esponenti delle famiglie mafiose di Canicattì, Ravanusa e Campobello di Licata. Un’autorità riconosciuta, scrive la Corte, anche dagli altri capi famiglia coinvolti.
A rafforzare il quadro accusatorio hanno contribuito le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Quaranta, ritenuto attendibile. Il pentito ha descritto Di Caro come figura ancora centrale e decisiva nelle dinamiche locali, punto di riferimento obbligato per scelte e autorizzazioni, anche durante periodi di restrizione domiciliare.
Le motivazioni della sentenza delineano quindi una leadership stabile e riconosciuta, inserita in una struttura gerarchica che vede al vertice provinciale Falsone. Un quadro che, secondo la Corte, conferma la piena operatività dell’organizzazione mafiosa nel territorio e la permanenza di assetti di comando ben definiti.
