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Nel corso dell’ultimo fine settimana, nell’ambito di un rafforzamento degli specifici servizi di vigilanza stradale in vista dell’imminente inizio della stagione estiva, la Polizia Stradale di Agrigento ha proceduto al deferimento di 3 soggetti alla locale Procura della Repubblica per guida in stato di ebbrezza alcolica.

Nello specifico un uomo, di 55 anni di Favara, e due giovani, di 26 anni di San Cataldo e di 24 anni di Raffadali, sono stati denunciati per guida in stato di ebbrezza alcolica, essendo stati trovati, ad Agrigento presso la località balneare di San Leone, con valori due e tre volte superiori al limite consentito per legge.

Il ragazzo di San Cataldo, in particolare, veniva fermato dopo un breve inseguimento, non essendosi arrestato all’alt intimatogli presso il posto di controllo.

Nel corso degli specifici servizi, in totale, sono state accertate 41 infrazioni, ritirate 3 patenti di guida e 1 carta di circolazione, sequestrati 2 veicoli, decurtati 90 punti-patente, rilevato un incidente stradale.

Nelle giornate scorse la Polizia di Stato ha denunciato alla Procura della Repubblica di Agrigento un trentenne agrigentino pregiudicato, resosi responsabile dei reati di ricettazione ed indebito utilizzo di carte di credito.

A seguito di denuncia di furto sporta da una donna licatese presso il locale Commissariato, si apprendeva che la stessa, recatasi presso l’ospedale di Agrigento per una visita ad un parente, si era accorta che ignoti, approfittando della sua distrazione, le avevano asportato il portafoglio dalla borsa. La parte offesa si avvedeva del furto solamente dopo qualche ora, allorquando le iniziavano ad arrivare i messaggi dagli istituti bancari che segnalavano l’utilizzo del bancomat e delle carte di credito. La donna, pertanto, provvedeva a bloccare tempestivamente le carte di credito.

Tuttavia,   aveva già subito la perdita di ingenti somme di denaro per prelevamenti al bancomat e per acquisti  presso esercizi commerciali agrigentini. Il personale del Commissariato licatese iniziava Immediatamente le attività investigative finalizzate all’individuazione dell’autore dei reati che, con diverse indagini effettuate nel capoluogo agrigentino anche con la collaborazione dei poliziotti dell’Ufficio Prevenzione e Soccorso Pubblico, permetteva la compiuta identificazione dell’odierno indagato, già noto per reati predatori. Al termine delle indagini, il Commissariato di PS di Licata trasmetteva alla Procura agrigentina una dettagliata informativa di reato con la quale si contestano i gravi reati a carico del predetto giovane.

1.798 nuovi casi di Covid19 in Sicilia a fronte di 15.377 tamponi processati. Ieri i nuovi positivi erano 2.711. Il tasso di positività è all’11,7%. La Sicilia resta anche oggi al quarto posto per contagi fra le regioni italiane. Lo riporta il bollettino del Ministero della Salute di mercoledì 1 giugno.

I guariti sono 2.704, mentre le vittime sono 4, e portano il totale dei decessi a 10.942. Gli attuali positivi sono 66.745, con una diminuzione di 478 casi.  Sul fronte ospedaliero i ricoverati sono 551, in terapia intensiva sono 24.

Questi i dati nei Comuni capoluogo: Palermo 572, Catania 566, Messina 202, Siracusa 269, Trapani 153, Ragusa 175, Caltanissetta 89, Agrigento 160, Enna 44.

“Ringrazio il Presidente Musumeci e l’assessore Falcone per aver individuato la somma di 24 milioni di euro da destinare alla riqualificazione urbana di Ravanusa, colpita dalla tragedia dell’11 dicembre scorso.”
Ad annunciarlo l’On. Giusi Savarino, originaria proprio di Ravanusa, che si era fatta promotrice di un emendamento approvato subito dall’Ars, che già nella settimana successiva aveva riservato al Comune un milione di euro per gestire le emergenze.
E continua: “Ravanusa è sempre stata attenzionata ai massimi livelli dalla regione siciliana, protezione civile, fondi per le emergenze, rimborso affitto per gli sfollati, il Presidente Musumeci che con me ha visitato i luoghi, aveva preso l’impegno che avrebbe recuperato i fondi per dare risposte definitive a Ravanusa e alle vittime colpite non solo dal lutto, ma anche dall’impossibilità di riavere la propria casa. Oggi arriva la conferma alle mie richieste e alle nostre speranze, si è destinata una considerevole somma, 24 milioni di euro per Ravanusa, che non solo darà risposte concrete ma, se ben usate, cambierà volto al nostro paese.”
E conclude l’onorevole Savarino con un appello: “Chiedo al Presidente Musumeci, di ascoltare il comitato delle vittime della tragedia e di valutare l’opportunità di istituire un tavolo tecnico di supporto all’amministrazione comunale, affinché queste ingenti somme vengano gestite con il massimo coinvolgimento della comunità ravanusana.”

La maggioranza dei Comuni aderenti all’Aica, l’Azienda idrica dei Comuni agrigentini, non hanno ancora condiviso il debito da assumere a fronte del prestito dei 10 milioni di euro che la Regione Siciliana ha concesso all’Aica per agevolare e sostenere l’inizio delle attività di gestione pubblica del servizio idrico. Ebbene, a fronte di ciò interviene ancora una volta il Cartello Sociale, ovvero l’Ufficio del Lavoro della Diocesi, Cgil, Cisl e Ui, che denuncia: “Rinnegando se stessi, dopo essersi battuti a favore della gestione pubblica del servizio idrico, diversi sindaci della provincia di Agrigento stanno conducendo al fallimento la società consortile Aica, appositamente creata e da loro fortemente voluta. Il tutto con la complicità dell’assessorato regionale agli Enti Locali che non fa altro che offrire alibi e assist ai sindaci riottosi all’utilizzo delle risorse stanziate per fare decollare l’Aica. Probabilmente nella mente di qualcuno c’è un disegno preciso di tornare alla gestione privata, nonostante sia in corso un piano di risanamento e di investimenti pubblici per il rifacimento delle reti e l’ammodernamento degli impianti. A questo punto ognuno, in testa la politica, si assuma le proprie responsabilità nella consapevolezza che il fallimento della tanto auspicata gestione pubblica del servizio idrico non è certo la via migliore per tutelare gli utenti, i lavoratori, i creditori e le stesse amministrazioni locali. Infine è amaro constatare che siamo di fronte ad una pesante sconfitta della classe politica locale che non riesce a difendere gli interessi del territorio, a tutelare i suoi concittadini e che rischia di lasciare spazio alle scorribande di gruppi privati che vogliono mettere le mani su una risorsa fondamentale come l’acqua per ricavarne profitti nei prossimi decenni quando il prezioso liquido diventerà ancora più prezioso e la sua gestione andrà a discapito delle generazioni future”.

Era nell’aria ed è arrivata la conferma: nella lunghissima seduta di Giunta regionale che si è protratta fino a tarda notte, i manager della Sanità siciliana rimarranno al proprio posto fino al 31 dicembre prossimo.

Spariscono così le voci di un possibile rimpasto e del passaggio da direttori generali a commissari. Tra l’altro nei mesi scorsi era stato approvato un emendamento all’Ars attraverso il quale si bloccava la possibilità di un ricambio nei 180 giorni che precedono la fine dalla legislatura.

Il Manager dell’Asp di Agrigento Mario Zappia, dunque, rimane al proprio posto. Lo abbiamo avvicinato ed ha dichiarato testualmente: “Sono contento per questa proroga di altri sette mesi; ciò comporterà di utlimare le iniziative che abbiamo in itinere senza quella premura assillante che poi alla fine fa brutti scherzi. Non abbiamo la bacchetta magica, ma lavoreremo per come abbiamo sempre fatto con la finalità di rendere meno tortuoso il percorso della sanità nel nostro territorio”.

 

Il presidente della Regione, Nello Musumeci, intervenendo a ‘Oggi è un altro giorno’ su Rai 1, ha confermato e rilanciato la propria ricandidatura alla presidenza della Regione. E ha affermato: “Io sono il presidente della Regione uscente al primo mandato. Mi ricandido, e si tratta solo di capire quanto sarà grande la coalizione. Non esiste una regione in Italia in cui il presidente uscente non sia stato ricandidato, mi sembra un principio essenziale. Possiamo decidere di non ricandidare gli uscenti ma è chiaro che, se questa regola la si applica alla Sicilia, la si applica anche a tutte le regioni. Ritengo naturale il fatto che qualcuno non creda nella mia candidatura ma rimango convinto che prevarrà il buonsenso anche nel centrodestra”.

Da 26 anni Marevivo e Mareamico organizzano, prima dell’inizio dell’estate, una manifestazione ambientalista finalizzata alla pulizia delle splendide spiagge di Punta bianca.
Quest’anno l’iniziativa avrà un sapore diverso e un’importanza maggiore: sarà una vera e propria festa. Questo perché l’area da poco è diventata riserva naturale!
Domenica 5 giugno – dalle 9,00 alle 13,00 – con i volontari di diverse associazioni ambientaliste e con l’aiuto di tanti cittadini di buona volontà, provvederemo a ripulire dai rifiuti le spiagge di Punta Bianca. Nella stessa giornata, in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico di Palermo, verrà rilasciata una tartaruga Caretta caretta, curata dal Centro Recupero (CRETAM) dello stesso Istituto.
Durante la manifestazione si svolgerà pure una prova dimostrativa di pulizia delle spiagge a cavallo, un raduno di Sup (tavole che permettono lo spostamento in acqua utilizzando una pagaia) ed un tour della riserva con le mountain bike.
La giornata verrà utilizzata anche per denunciare lo stato di abbandono dell’ex caserma di Punta bianca – che rischia di crollare – e che Mareamico e Marevivo vorrebbero che fosse recuperata e trasformata in museo etnoantropologico, punto di accoglienza per i visitatori e centro di educazione ambientale. Infine verrà pure inaugurata la nuova segnaletica della riserva di Punta Bianca.

Ad Agrigento, in prossimità del mare, in contrada Maddalusa, ignoti hanno forzato un infisso, sono entrati dentro la sede della Lega Navale, e dopo avere rovistato dappertutto hanno rubato ciò che hanno trovato utile, ovvero un monitor per proiezioni. E’ stata sporta denuncia alla Polizia. Indagini sono in corso anche avvalendosi di eventuali video delle telecamere di sorveglianza nella zona. I danni alla struttura sono più ingenti del bottino.

Il poliziotto Mario Bo, imputato al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, ha reso dichiarazioni spontanee in aula. I dettagli.

Al processo in corso innanzi al Tribunale di Caltanissetta, sul presunto depistaggio delle indagini dopo la strage di Via D’Amelio contro il giudice Paolo Borsellino, la Procura ha già chiesto la condanna dei tre poliziotti imputati di calunnia aggravata dall’avere favorito la mafia allorchè avrebbero imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino: 11 anni e 10 mesi di reclusione a carico di Mario Bo, e 9 anni e mezzo di detenzione ciascuno per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.

Mario Bo

Ebbene, Mario Bo, a propria difesa, ha appena reso dichiarazioni spontanee in aula. E ha affermato: “Nel dicembre del 1993 mi recai nel carcere di Pianosa per un colloquio investigativo che Vincenzo Scarantino aveva chiesto di effettuare con il pubblico ministero. Ricevetti una telefonata dal dottor Arnaldo La Barbera, il capo del nostro gruppo d’indagine ‘Falcone e Borsellino’, che mi ordinava di recarmi in quel carcere perché Scarantino aveva chiesto di parlare, per urgenti comunicazioni, con il magistrato Ilda Boccassini la quale, però, al momento risultava indisponibile. Scarantino si dichiarò estraneo ai fatti contestatigli.

Arnaldo La Barbera

Scarantino, senza fornirmi alcuna spiegazione, continuò nella sua linea di difesa aggiungendo che non riusciva a reggere le condizioni carcerarie e la lontananza dalla propria famiglia. E che, come elemento di buona volontà, quasi a dimostrare, a suo avviso, l’intenzione di collaborare solo in ordine a fatti di sua effettiva conoscenza, mi fornì utili indicazioni per la cattura del latitante Giuseppe Calascibetta”. E poi Mario Bo ha aggiunto: “La volta successiva in cui ho incontrato Scarantino fu in occasione di un secondo e ultimo colloquio investigativo effettuato nel carcere di Termini Imerese, in occasione della traduzione di Scarantino per presenziare ad un processo a Palermo per traffico di droga. In questa occasione, come ebbi modo di attestare nella mia relazione di servizio che è agli atti del processo, Scarantino continuò a dichiararsi estraneo alla strage di via D’Amelio, mantenendo la stessa linea che aveva adottato nel precedente colloquio del mese di dicembre. E mi congedò con una frase sibillina affermando che avrebbe meditato circa una sua eventuale collaborazione se fosse venuto a conoscenza di ‘tradimenti’ da parte di sua moglie. E’ singolare che Scarantino nel corso del processo abbia affermato di escludere categoricamente di avermi incontrato a Termini Imerese, fatto che, invece, è provato documentalmente, a differenza di altri presunti e asseriti incontri con me, che non hanno avuto riscontro probatorio alcuno poiché, in effetti, non sono mai avvenuti. Questi due sono gli unici colloqui investigativi che io ho effettuato con il detenuto prima della sua collaborazione. In entrambe le occasioni Scarantino non ha manifestato la volontà di collaborare. Peraltro, sommando il tempo trascorso con lui durante i due colloqui, durati più o meno un’ora ciascuno, è evidentemente impossibile avergli fornito le copiose informazioni poi dallo stesso Scarantino rese nel famoso interrogatorio del 24 giugno 1994, durante il quale ‘sembrava un torrente in piena’, come lo hanno definito i soggetti presenti. Ho successivamente rivisto Scarantino molto tempo dopo il suo pentimento, solo in presenza dei pubblici ministeri, in occasione di altrettanti interrogatori in occasione dei quali effettuavo le trasferte insieme ai magistrati. Rividi Scarantino il 26 luglio 1995 a San Bartolomeo al Mare, la sua località protetta, al mattino, per informarlo che nel pomeriggio ci saremmo recati insieme a Genova dove ci attendeva il magistrato Carmelo Petralia per un interrogatorio, così come mi aveva anticipato lo stesso Petralia il giorno precedente. Dopo l’aggressione che subii nel pomeriggio del 26 luglio 1995, chiesi e ottenni, dalla Procura di Caltanissetta e dal Servizio centrale di protezione, di estromettere il nostro gruppo d’indagine ‘Falcone Borsellino’ dai servizi di assistenza nei suoi confronti e del suo nucleo familiare: da allora non l’ho più rivisto” – ha concluso Mario Bo. Perché Scarantino ha aggredito Mario Bo? Lo ha raccontato anche un altro poliziotto, Salvatore Coltraro, ex capo della Squadra Mobile di Imperia, che ha dichiarato: “Vincenzo Scarantino si lanciò contro il poliziotto Mario Bo che ha cercato di divincolarsi e ha ordinato agli altri due poliziotti presenti di mettergli le manette. A quel punto gli ha dato uno schiaffo. L’alterco era iniziato perché Scarantino aveva trovato sua moglie che parlava con Mario Bo. Scarantino era molto geloso”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)