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Ieri, come pubblicato, è stato opposto il massimo riserbo. Adesso invece sarebbe stata ricostruita la dinamica dell’investimento mortale del bambino di 2 anni a Messina, travolto dall’automobile del padre, indagato per omicidio colposo. Secondo i primi rilievi, l’uomo è sceso giù dall’automobile per aprire il garage, lasciando l’automobile con il motore accesso e la marcia in folle, e con l’altro figlio a bordo il quale avrebbe inserito la marcia. L’auto ha fatto un balzo in avanti travolgendo il piccolo che era davanti all’automobile.

A Palermo la Guardia di Finanza, in collaborazione con l’Inps, ha scoperto e denunciato 46 percettori del reddito di cittadinanza che avrebbero inserito dati falsi nella domanda per ottenere il sussidio. Sono tutti stranieri che avrebbero dichiarato di essere residenti in Italia da almeno dieci anni, come secondo requisito indispensabile. I finanzieri hanno acquisito i certificati storici di residenza dai vari Comuni, e tramite le banche dati sono risaliti al giorno di ingresso nel territorio italiano indicato dall’Ufficio Immigrazione della Polizia. I controlli incrociati avrebbero confermato le dichiarazioni false. I 46 furbetti sono stati segnalati all’Inps. Il beneficio sarà revocato, e saranno recuperati oltre 200 mila euro.

Falsi certificati medici per ottenere un trasferimento nella propria provincia di residenza e vari benefici di legge e previdenze: altri 40 rinvii a giudizio nell’ambito dell’udienza preliminare scaturita dall’inchiesta bis, ribattezzata “La carica delle 104”.

A disporli è stato il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Agrigento, Giuseppe Miceli. Sotto accusa quattordici medici, accusati di avere rilasciato false certificazioni per patologie inesistenti o accentuate rispetto alla reale entità, e una trentina pazienti che, grazie a certificati falsi, avrebbero beneficiato di previdenze di vario tipo.

Nella lista anche alcuni insegnanti che, con questo stratagemma, avrebbero ottenuto l’assegnazione di una sede vicino casa. Il “capolista” è ancora il favarese Antonio Alaimo, 61 anni, bidello ed ex consigliere comunale della sua città, ritenuto il personaggio principale delle rete di faccendieri che sarebbe stata messa in piedi. Alcuni imputati sono comuni con la prima inchiesta che è già approdata in aula per il processo e ha portato a decine di patteggiamenti e condanne oltre che di assoluzioni e archiviazioni.

L’inchiesta, in particolare, avrebbe accertato l’esistenza di due bande parallele che avevano messo in piedi un giro di falsi invalidi. Ne avrebbero fatto parte medici compiacenti, che accettavano, talvolta, tangenti di modesta entità per attestare patologie inesistenti o di portata superiore a quella reale, pubblici funzionari e semplici faccendieri, ovvero figure che nulla avevano a che fare col mondo sanitario ma che avrebbero procacciato finti malati a cui faceva comodo ottenere previdenze e indennizzi da parte dello Stato.

Le indagini, svolte sul campo dalla polizia con pedinamenti e intercettazioni, nel settembre del 2014 hanno portato a decine di arresti.

Quarantacinque, in tutto, gli imputati: Sono: Antonio Alaimo, 61 anni di Favara; Alessandra Alfano, 45 anni di Agrigento; Giovanni Baio, 64 anni di Raffadali; Antonina Barbaro, 53 anni di Raffadali; Elisa Rita Capraro, 45 anni di Agrigento; Giusi Cardella, 46 anni di Raffadali; Carmelina Chianetta, 47 anni di Favara; Dario Chriminisi, 42 anni di Agrigento; Serafina Cinquemani, 48 anni di Favara; Anna Rita Consolo, 52 anni di Siculiana; Giuseppa Costanza, 46 anni di Favara; Eleonora Crapanzano, 48 anni di Favara; Maria Distefano, 48 anni di Agrigento; Domenico Drago, 65 anni di Favara; Giovanna Failla, 53 anni di Favara; Maria Grazia Fanara, 45 anni di Favara; Rosaria Fanara, 44 anni di Favara; Nadia Gagliano, 48 anni di Siculiana; Rosario Marturana, 59 anni di Favara; Giovanna Montaperto, 62 anni di Agrigento; Lella Morreale, 58 anni di Agrigento; Giuseppa Moscato, 49 anni di Favara; Antonina Panarisi, 58 anni di Raffadali; Stefano Piazza, 39 anni di Favara; Giuseppina Parello, 43 anni di Favara; Giuseppina Pirrera, 53 anni di Favara; Anna Pullara, 45 anni di Favara; Antonio Ragusa, 55 anni di Raffadali; Riccardo Ragusa, 47 anni di Raffadali; Rossana Rampello, 43 anni di Raffadali; Maria Rizzo, 49 anni di Raffadali; Anna Maria Sammartino, 47 anni di Raffadali; Carlo Scibetta, 65 anni di Porto Empedocle; Carmelinda Sgarito, 46 anni di Favara; Maria Giovanna Varisano, 53 anni di Favara; Silvana Vita, 49 anni di Agrigento; Giuseppa Gallo, 69 anni di Naro; Paolo Santamaria, 67 anni di Aragona; Concetta Rubino, 59 anni di Palermo; Alfonso Russo, 73 anni di Aragona; Antonio Bosco, 69 anni di Favara; Alfonso Lo Zito, 63 anni di Agrigento; Antonia Matina, 65 anni di Favara; Lorenzo Greco, 68 anni di Agrigento; Pasqualino Messina, 56 anni di Cattolica Eraclea e Salvatore Russo, 44 anni di Agrigento.

Per Costanza e Distefano è stata disposta la prescrizione di tutti i reati contestati mentre per Chianetta, Sammartino e Lo Zito è stata dichiarata la nullità della richiesta di rinvio a giudizio perchè la procura non ha notificato in maniera corretta l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

Per gli altri 40 imputati è stato disposto il rinvio a giudizio: per 16 di loro tuttavia alcune singole accuse sono cadute in prescrizione. La prima udienza del processo è in programma il 3 ottobre davanti al giudice monocratico Agata Anna Genna.

Martina Patti, 23 anni, ha confessato di aver ucciso sua figlia Elena di solo 5 anni.

La confessione arrivata durante l’interrogatorio che è tutt’ora in corso davanti il procuratore titolare del fascicolo e i militari dell’Arma dei Carabinieri.

Questa mattina la donna aveva fatto rinvenire, agli investigatori,  il corpo della piccola Elena che si trovava in un pozzo a poca distanza dalla propria abitazione.

Sin dal primo momento, Martina Patti, non era risultata credibile agli investigatori che avevano riscontrato molte incongruenze. La donna aveva dichiarato che la figlia era stata rapita da tre uomini incappucciati nei pressi dell’asilo.

Le prime reazioni non si sono lasciate attendere: Martina Vanessa del Pozzo, zia paterna di Elena, in una intervista dichiara: “Martina era una persona strana, era completamente anaffettiva ma non nei confronti della bambina. Aveva degli attimi strani e come se la bambina la collegasse a mio fratello”; e poi continua: Martina Patti era da tempo separata da mio fratello Giovanni,  e pare, ma non vi è nessuna certezza,  che i due si fossero lasciati perché intratteneva una relazione parallela con un altro uomo.

Intervista a Martina Vanessa del Pozzo

 

Il corpo senza vita di Elena del Pozzo, la bambina di 5 anni scomparsa ieri da Mascalucia,  è stato stato ritrovato questa mattina in un pozzo nelle campagne poco distanti dall’abitazione.

La macabra scoperta è stata fatta a seguito delle indicazioni di Martina Patti, la madre, che in un primo momento aveva raccontato agli investigatori che la  bambina era stata rapita da tre uomini incappucciati nei pressi dell’asilo che frequentava.

L’indicazione del luogo, da parte della Patti, matura dopo un lungo interrogatorio che sin da subito è stato considerato  poco credibile dagli investigatori.

Non c’è ancora una confessione da parte di Martina Patti, la quale ha solamente accompagnato gli investigatori sul luogo del ritrovamento.

La notizia del ritrovamento della bambina è stata confermata dalla confermata dalla procura etnea. Proprio in queste ore la donna è sentita nuovamente per raccogliere le sue dichiarazioni – afferma il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro.

 

Dopo il trionfo di Roberto Lagalla sindaco di Palermo, adesso il cantiere politico volge in prospettiva verso le elezioni Regionali a novembre. Contrasti al momento insanabili nel centrodestra. Il commissario regionale di Forza Italia, Gianfranco Miccichè, ha già dichiarato: “Con Musumeci non andremo, comunque vada. Spero nell’unità del centrodestra, a noi candidato va bene chiunque, ma Musumeci ha rotto questa coalizione. Fratelli d’Italia sarà primo partito della coalizione, noi di Forza Italia speriamo di arrivare al 10 per cento. Qui il problema è tenere unita la coalizione. Noi non vogliamo Musumeci candidato. La Meloni è troppo intelligente per volere spaccare la coalizione. Vogliamo il centrodestra unito. Chiediamo alla Meloni di sedersi attorno a un tavolo e individuare insieme un candidato, qualunque esso sia. Chiediamo formalmente che il centrodestra di non avere un candidato così divisivo come Musumeci che costringerebbe il centrodestra a perdere. Musumeci ha lavorato cinque anni contro i partiti della sua alleanza. Non è possibile, dopo essere stati massacrati da lui, trovare una convergenza sul suo nome”. E Ignazio La Russa, senatore di Fratelli d’Italia, ha replicato: “Chi pensa già alle Regionali sappia che la vittoria di Lagalla, che come noi si è subito espresso a favore del governatore Nello Musumeci, rafforza la candidatura del presidente uscente. Oltretutto, Nello Musumeci è anche il candidato migliore per rintuzzare ogni tentativo di strumentale provocazione sul tema dell’antimafia. Nessuno più di lui, già presidente della commissione Antimafia con i voti di tutta l’Assemblea, può dare garanzie in questo senso”.

Tutte le 42 sezioni scrutinate formano il report dell’Ufficio elettorale della Regione. Il dato è ufficiale: 42 sezioni su 42.

Ignazio Messina è considerato sindaco eletto con 8.735 voti pari al 40,11%. Fabio Termine ha 7.995 voti pari al 36,71% e Matteo Mangiacavallo 5.050 voti pari al 23,19%.

Per la Regione, Ignazio Messina è sindaco a primo turno. Ciò consente alla coalizione di ottenere anche il premio di maggioranza avendo le liste collegate superato la soglia del 40% abbondantemente.

Una discussione scoppiata per futili motivi, nel piazzale del porticciolo turistico di San Leone, è finita in una vera e propria aggressione, con una trentenne agrigentina che è finita al pronto soccorso dell’ospedale “San Giovanni di Dio” a causa delle ferite riportate. I medici le hanno applicato diversi punti di sutura. Il fattaccio s’è verificato domenica notte. La donna, e un amico hanno avuto un alterco con alcuni ragazzini, che erano vicini alla loro macchina. All’improvviso la trentenne è stata colpita da un pugno al viso da uno dei più esagitati. I giovani forse perché hanno capito di averla fatta grossa sono fuggiti a gambe levate.

I residenti esasperati da non riuscire a dormire, ad un orario decente, hanno chiesto “aiuto” agli operatori del 112. La segnalazione è stata girata ai poliziotti della sezione Volanti della Questura di Agrigento, i quali sono intervenuti, ed hanno accertato in un locale della via Atenea, musica ‘sparata a palla’, in un orario non consentito. Al titolare è stato ordinato di spegnere la musica, e invitato a rispettare le regole.
Tutto quanto s’è verificato, sabato notte, quando al centralino di emergenza sono giunte diverse chiamate di abitanti del centro storico – a loro dire – disturbati dagli insopportabili livelli di inquinamento sonoro, provocato dall’impianto musicale di un esercizio pubblico della “movida” agrigentina.
Fuori orario, dopo la mezzanotte così come da ordinanza, la musica deve necessariamente essere spenta, e senza creare disturbo ai residenti.

Omolade ha pure giocato una stagione a Ribera, in serie D. Nel 2012 venne tesserato dal Ribera 1954 del presidente Ezio Ruvolo. Dopo aver saltato le prime tre giornate di Campionato per ritardi legati al transfert da extracominitario, il 23 settembre 2012 esordisce in Ribera-Messina (3-0), mettendo a segno una rete. Chiuse quella stagione con 20 presenze e 6 reti e l’anno dopo giocò a Mazara, in Eccellenza.

Quando giocava nel Treviso in un match con la Ternana fu vittima di un episodio di razzismo da parte dei suoi stessi sostenitori. Nel turno successivo, come segno di solidarietà, tutti i suoi compagni e l’allenatore Mauro Sandreani si erano dipinti il volto di nero: in quella partita, contro il Genoa, Omolade segnò il suo primo gol tra i professionisti. L’episodio ebbe un eco notevole e il calciatore diventò un simbolo della lotta al razzismo.