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Rita Atria, la “picciridda” di Paolo Borsellino, si è davvero suicidata. Presentata alla Procura di Roma una documentata istanza di riavvio delle indagini. I dettagli.

Lei è Rita Atria. Nacque a Partanna, in provincia di Trapani, il 4 settembre del 1974. Lei ha scavalcato il muro dell’omertà mafiosa, costruito anche dalla sua famiglia, e ha collaborato con la Giustizia, con Paolo Borsellino, all’epoca procuratore a Marsala. Per lui, Borsellino, lei, Rita Atria, è stata affettuosamente “a picciridda”. E per lei, lui è stato un padre. Le sue dichiarazioni sulla mafia a Partanna e sulle cosche del Belice, quelle di sua cognata Piera Aiello, al tempo 18enne, e di altri testimoni, provocarono diversi arresti tra Partanna, Marsala e Sciacca. Lei si sarebbe suicidata a 17 anni di età, a Roma, il 26 luglio, del 1992, una settimana dopo la morte del “suo” Paolo Borsellino. Si sarebbe lanciata dal sesto piano della sua dimora segreta, un palazzo in Viale Amelia 23. Sua madre, che la ripudiò da viva, poi distrusse la sua tomba e la sua foto a martellate. E fu condannata a 2 mesi e 20 giorni di reclusione per vilipendio.

Rita Atria, così come la cognata, Piera Aiello, non sono state “pentite di mafia”, perché non hanno mai commesso alcun reato di cui pentirsi. Ecco perché da sempre sono definite “testimoni di Giustizia”. Ebbene, Rita Atria si “sarebbe” suicidata, con il condizionale, perché adesso l’associazione antimafia “Rita Atria”, e Anna Atria, sua sorella, hanno presentato alla Procura di Roma un’istanza per il riavvio delle indagini.

L’avvocato rappresentante, Goffredo D’Antona, spiega: “Il suicidio potrebbe essere stato istigato da ignoti con l’uso di considerevoli quantità di alcol. Riteniamo opportuno riesumare il cadavere per verificare se sotto le unghie di Rita vi sia materiale utile alle indagini ma al tempo della morte non ricercato. E ricercare altri elementi, rilevabili con le tecniche sofisticate di oggi. E poi sarebbe opportuno riscontrare se tutti gli atti compiuti dalla Polizia giudiziaria siano stati depositati in Procura. Si tratta, in definitiva, di acquisire nuovi elementi di prove utili al fine di poter procedere, allo stato contro ignoti, per il reato di omicidio volontario o istigazione al suicidio aggravata” – conclude l’avvocato D’Antona. Ecco alcuni interrogativi: dalle indagini del tempo emerse che il tasso alcolico nel sangue di Rita è stato dello 0,38%, come rilevato dal consulente tossicologico della Procura. Tale accertamento però è stato compiuto due mesi dopo la morte, nel settembre del ’92. L’alcol nel sangue di una persona viva si smaltisce in poche ore. Anche dopo la morte l’alcol si smaltisce per ossidazione, ma più lentamente. Ebbene, nell’appartamento di Rita Atria a Roma, come risulta dai relativi verbali, non è stata trovata neanche una bottiglia di alcolici. Rita è stata in compagnia di qualcuno che l’ha indotta a bere, e poi ha ripulito l’appartamento, togliendo le bottiglie? E poi, nella casa, abitata, non sono state rilevate tracce biologiche, come relazionato dai Carabinieri.

E a tal proposito, nell’istanza di riavvio delle indagini si legge: “Oggettivamente è impossibile che in una casa abitata non sia stato trovato un capello o altri elementi utili per le indagini. C’è però un orologio da polso e da uomo fotografato sul frigorifero in cucina. Un orologio è una miniera di dati biologici, tra peli, sudore, micro-particelle epidermiche. L’orologio è stato fotografato, ma non repertato e non sequestrato. Di chi era quell’orologio posato ordinatamente sul frigorifero, in una casa con uno strano disordine? E perché non è stato repertato? E, inoltre, emerge l’assoluta assenza degli uomini dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia, al quale una ragazzina di 17 anni, che aveva deciso di denunciare alla magistratura tutto quello che sapeva sulla mafia di Partanna, era stata affidata dal tribunale dei minori di Palermo, in data 4 marzo 1992. Il Tribunale per i minorenni, infatti, aveva disposto l’allontanamento dalla famiglia a tutela della minore, e l’aveva posta sotto la vigilanza dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia. Occorre quindi capire chi erano le persone fisiche che avevano in cura e in vigilanza Rita Atria, perché quando si è sotto scorta e sotto protezione devono esserci persone adibite a proteggere. Bisogna verificare quali manchevolezze ed omissioni vi siano state”.

E poi l’istanza si conclude così: “Non siamo qui a voler scrivere la storia di una ragazzina di 17 anni che si era affidata allo Stato e alla Giustizia. Siamo qui a chiedere giustizia e attenzione ad una vicenda umana e processuale che è stata svolta in maniera ingiusta, che sarebbe ingiusta non solo nei confronti di Rita Atria, testimone di giustizia, ma nei confronti di una ragazzina qualunque. Abbiamo posto dei quesiti che riteniamo meritino una risposta”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Operazione antimafia in uno dei mandamenti storici di Cosa Nostra a Palermo, quello di Santa Maria di Gesù.

I Carabinieri del Ros, con il supporto dei militari del comando provinciale di Palermo, del nucleo carabinieri cinofili e del nucleo elicotteri hanno arrestato 24 persone, accusate di associazione di tipo mafioso, estorsione, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, rapina e trasferimento fraudolento di valori.

Secondo le indagini, farebbero parte della famiglia mafiosa di Villagrazia e Santa Maria di Gesù, alla periferia orientale della città. L’ordinanza di custodia cautelare (21 in carcere e tre ai domiciliari) è stata emessa dal gip di Palermo su richiesta della locale Dda. Le indagini, sono state coordinate dal procuratore Aggiunto Paolo Guido e dai sostituti procuratori Dario Scaletta e Luisa Bettiol.

(ANSA)

Una bambina di cinque anni, Elena, è stata sequestrata nel Catanese. Persone armate l’hanno prelevata mentre era con la madre in auto a Piano di Tremestieri, dove frequenta l’asilo.

A rapire la piccola, secondo la denuncia della donna ai carabinieri della Tenenza di Mascalucia, sarebbero state tre persone che l’hanno prelevata e portata via mentre madre e figlia erano assieme in auto.

La notizia del sequestro, che è girata sui social, è stata confermata dalla Procura di Catania che ha aperto un’inchiesta delegando le indagini ai militari dell’Arma. Il procuratore Carmelo Zuccaro ha parlato di “momento delicato dell’inchiesta che non consente di fornire ulteriori informazioni”. Che non arriveranno, per il momento, né dal suo ufficio né dai carabinieri del comando provinciale e della Tenenza di Mascalucia che indagano.

La notizia, accompagnata dalle generalità e da una foto della piccola sequestrata, è girata sui social ed è diventata virale. Sul post si leggeva che è “stata rapita zona Piano Tremestieri verso le 15” e che “i probabili autori” sarebbero “tre persone incappucciate a bordo di auto” di cui “non si conosce modello colore e targa”. Due scatti di Elena sono stati diffusi in serata dalla Procura perché ritenute utili alle indagini. Una è proprio di oggi: si vede la piccola in un’immagine riflessa, indossare una maglietta a maniche corte bianca e un paio di pantaloncini gialli, mentre sembra giocare serenamente. L’altra è dell’8 maggio, sembra scattata all’asilo, ed Elena indossa il sopra di una tuta e, sorridente, mostra un biglietto con in basso la parte finale della scritta ‘auguri mamma’.

Gli investigatori escludono che il sequestro sia “opera della criminalità organizzata”, che storicamente non vuole rapimenti e gesti eclatanti nel territorio in cui opera. Né che sia “collegato a una richiesta di riscatto”: la famiglia non ha problemi economici, ma neppure disponibilità tali da giustificare un sequestro estorsivo. La donna vive a Mascalucia, dove ha presentato la denuncia recandosi alla Tenenza dei carabinieri. Ai militari dell’Arma avrebbe detto che a rapire sua figlia sarebbero state tre persone che l’avrebbero bloccata mentre, nella frazione Piano di Tremestieri Etneo, erano in auto dopo che aveva preso la bambina all’asilo.

Indagini e ricerche sono state subito avviate nella zona ed estese ad un’area più ampia. I carabinieri hanno anche acquisito e visionato dei video di sistemi di sorveglianza a Piano Tremestieri e anche nella scuola materna frequentata dalla bambina per trovare elementi utili alle indagini. Accertamenti e rilievi sono stati eseguiti da militari dell’Arma del Ris di Catania anche su alcune automobili ritenute in qualche modo coinvolte nelle indagini.

I genitori, che sembra non siano al momento conviventi, e i familiari della piccola sono stati sentiti dai carabinieri per ricostruire frequentazioni e dinamiche che potrebbero essere utili alle indagini che, si sottolinea in ambienti investigativi, “non escludono alcuna pista né ipotesi”.

(Ansa)

Entrambi i candidati a sindaco nel piccolo comune di Villafranca Sicula (Agrigento) hanno ottenuto lo stesso numero di preferenze. E cosi’, sia Domenico Balsamo (sindaco uscente, di professione insegnante), sia il suo sfidante Gaetano Bruccoleri (farmacista) sono arrivati al traguardo esattamente con lo stesso numero di preferenze: 518 ciascuno. Si tratta di un comune dove si vota con il sistema maggioritario. Ovviamente scattera’ un nuovo controllo minuzioso di tutte le schede votate. In caso la parita’ venisse confermata, a Villafranca si tornera’ alle urne tra due domeniche. Questo quanto dovrebbe prevedere la norma vigente, anche se si stanno scartabellando leggi e precedenti per verificare la possibile vittoria del candidato piu’ giovane (in tal caso sarebbe il cinquantacinquenne Bruccoleri, mentre Balsamo ha 64 anni). (ANSA).

Roberto Lagalla è il nuovo sindaco di Palermo. Supportato del Centrodestra ha il 40% dei voti, soglia obbligatoria per essere eletto già al primo turno in Sicilia. Si afferma davanti allo sfidante del centrosinistra, Franco Miceli. Le proiezioni di Swg, con copertura del 5% e margine di errore al 2,1%, danno Lagalla al 45%, contro il 28,3% di Miceli. L’altro candidato, Fabrizio Ferrandelli, è dato invece al 14,60%. Anche

Il commissario provinciale di Fratelli d’Italia, Calogero Pisano, ed il responsabile provinciale del Dipartemto Sicurezza, Legalità e Immigrazione, Giancarlo Granata, intervengono a sostegno della richiesta, del Sindaco di Agrigento Francesco Miccichè,  di maggiori controlli da parte delle forze di polizia a San Leone alla luce dei recenti violenti accadimenti.

“Ci uniamo all’appello del Sindaco di Agrigento Francesco Miccichè ed alla sua richiesta di un rafforzamento dei controlli da parte delle forze dell’ordine a San Leone – dichiarano Pisano e Granata – qualche ora fa Fratelli d’Italia ha lanciato la proposta  un presidio di polizia permanente nella frazione balneare agrigentina, presidio che, visti i recenti fatti di violenza verificatisi, consentirebbe un più efficace controllo del territorio ed assicurerebbe una maggiore sicurezza ai frequentatori della frazione balneare”.

“Dividere e dividersi non paga. L’ottimo risultato di Fabrizio Ferrandelli aggiunto ai voti per Miceli avrebbe messo in discussione la vittoria del centrodestra. Forse questa idea di perimetro va rivista e allargata non certo ai pezzi di ceto politico del centrodestra quanto alle molte esperienze di civismo estranee ai partiti tradizionali, alle storie individuali, ai percorsi fuori dagli schemi.
Il discrimine dev’essere questo centrodestra: o stai con loro o lavori per costruire un’alternativa. Senza dividerti.”
Lo dichiara Claudio Fava, deputato regionale e candidato alle primarie del centrosinistra, commentando il risultato del voto a Palermo.

“Il ripetersi di episodi di aggressività e violenza che stanno caratterizzando questo inizio di stagione estiva, soprattutto durante le ore della movida sanleonina, sta diffondendo un clima di tensione e insicurezza tra commercianti, cittadini e turisti che non può che danneggiare l’immagine e l’attrattività di un territorio.

In questo senso la richiesta del sindaco di Agrigento al Prefetto per una convocazione del comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza mi sembra pienamente condivisibile al fine di accrescere il senso di sicurezza della cittadinanza e dei tanti turisti che frequentano il lido agrigentino.

Siamo convinti che l’impiego delle forze dell’ordine a fianco della polizia locale, possa contribuire a fronteggiare la deriva cui stiamo assistendo. Spesso queste azioni di violenza, che si ripetono soprattutto nei fine settimana, hanno lo scopo deliberato di sconvolgere la popolazione civile creando un generale stato di disagio oltre ad offrire un esempio negativo per tanti adolescenti con il rischio di innescare pericolosi casi di emulazione.

Una maggiore presenza delle forze di sicurezza consentirebbe agli operatori dei pubblici esercizi di lavorare in serenità per offrire molti più servizi ai clienti, potendo contare su un’utenza trasversale e diversificata. Sono tante, infatti, le famiglie che evitano di avvicinarsi in certi locali individuando come teatro di scorribande da parte di elementi violenti e fuori controllo.

Oltre all’impegno indispensabile delle forze dell’ordine è opportuno che la questione venga posta all’attenzione di tutti, comprese le famiglie e le varie infrastrutture sociali deputate a migliorare la qualità della vita, facendo sì che vengano tutelate tutte quelle attività che vivono di intrattenimento e di sana movida. È chiaro che sono necessari controlli per punire chi trasgredisce e crea disagi, ma il fenomeno richiede anche una approfondita valutazione e un lavoro di squadra che possa contribuire a svolgere un’intensa attività di prevenzione.

I commercianti hanno il diritto di sentirsi tutelati nello svolgimento delle proprie attività, un diritto sempre più spesso negato da episodi di violenza gratuiti che si verificano nei punti di maggiore aggregazione della stazione balneare agrigentina. Un presidio fisso potrebbe, ad esempio, rappresentare un valido deterrente e migliorare il livello di sicurezza del territorio. I commercianti, dal loro canto, devono essere pronti a fare la loro parte  impegnandosi a denunciare atti illeciti e atteggiamenti violenti oltre a rispettare le regole e gli orari di chiusura previsti”.

Lo dichiara Vittorio Messina, presidente Confesercenti Agrigento.