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A Castrofilippo ignoti ladri, approfittando della momentanea assenza del padrone di casa, un pensionato di 76 anni, sono riusciti ad intrufolarsi nell’abitazione in via Michelangelo e a portare via monili d’oro e banconote.
È stato lo stesso pensionato a recarsi dai carabinieri della locale stazione e denunciare l’episodio. I militari dell’Arma hanno avviato le indagini per risalire ai responsabili del colpo.

A fronte della recrudescenza delle intimidazioni, sono state ascoltate dalla Commissione regionale antimafia le sorelle Napoli, di Mezzojuso, in provincia di Palermo, da tempo alla ribalta della cronaca nazionale perché vittime dei ricatti mafiosi tesi a costringerle ad abbandonare i loro terreni a favore della cosiddetta “mafia dei pascoli”. La presidente della Commissione, Luisa Lantieri, e la deputata regionale del Movimento 5 Stelle, Roberta Schillaci, riferiscono: “Abbiamo voluto ascoltare le sorelle Napoli sia per far sentire la presenza delle istituzioni al loro fianco, che per approfondire ovviamente le cause che hanno portato ad una ripresa delle intimidazioni nei loro confronti. Come ha sottolineato il loro avvocato, sarebbe utile una certa attenzione da parte della Prefettura di Palermo perché questa famiglia non ha alcuna tutela ma una lieve vigilanza da parte dei Carabinieri di Mezzojuso cui va il nostro plauso e il ringraziamento delle sorelle stesse. Le istituzioni sono vicine a questa famiglia, ma non basta”.

Sarebbe pertanto opportuno che la Commissione regionale antimafia si rivolga al Prefetto di Palermo.

Il Comune di Porto Empedocle rientra nel Consorzio universitario di Agrigento e nel Distretto turistico Valle dei Templi. Al Consorzio universitario è stato debitore di 41.068 euro per contributi societari obbligatori e non versati dal 2013 al 2020, oltre interessi moratori. Tramite diverse compensazioni è stato raggiunto un accordo transattivo per 27.568 euro. Al Distretto Valle dei Templi il Comune empedoclino pagherà 10.371 euro come quote di contribuzione annuale non versate dal 2016 al 2020.

Un uomo, sembra un proprietario terriero, è stato fermato da carabinieri della compagnia di Acireale nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Catania sul duplice omicidio. Secondo l’accusa, sarebbe stato lui a esplodere diversi colpi di arma da fuoco contro Vito Cunsolo, 29 anni, e Virgilio Cunsolo Terrano, di 30, uccidendoli sul posto del loro ritrovamento. Una delle ipotesi al vaglio degli investigatori è che i due siano stati sorpresi a rubare dei limoni. Ma, al momento, nessun’altra tesi alternativa è esclusa. Durante la notte i carabinieri hanno sentito familiari, amici e conoscenti delle due vittime, che sarebbero parenti tra loro, per ricostruire la loro personalità e le loro frequentazioni. A cercare Cunsolo e Cunsolo Terrano erano stati alcuni familiari, visto che il giorno prima non erano rientrati a casa. Ieri ci sono stati momenti di tensione dopo il ritrovamento dei due cadaveri.

Ad Agrigento, nella frazione di Montaperto, in contrada Borsellino, una mano ignota ha appiccato il fuoco a delle sterpaglie, probabilmente a benefico dei propri appezzamenti di terreno. Ciò accade spesso. Ebbene, l’incendio si è propagato incontenibile e ha danneggiato tre abitazioni rurali e bruciato un’automobile. Sul posto i Vigili del fuoco e la Forestale hanno lavorato circa tre ore per domare le fiamme.

Al palazzo di giustizia di Caltanissetta, la Procura, a conclusione della requisitoria, ha chiesto cinque condanne nell’ambito dell’inchiesta antimafia “Gallodoro”, tra le province di Agrigento e Caltanissetta, ovvero la cosiddetta mafia del Vallone: 18 anni di reclusione per Calogero Modica, 78 anni, di Campofranco, poi 12 anni per Salvuccio Favata, 48 anni, di Mussomeli, poi 7 anni e 6 mesi per Giuseppe Gioacchino di Carlo, 50 anni, di Campofranco, 5 anni e 4 mesi per Carmelo Conti, 50 anni, di Casteltermini, e poi 4 anni per Salvatore Puma, 45 anni, di Agrigento. Gli agrigentini Conti e Puma sono imputati anche di spaccio di cocaina.

La Cassazione ha emesso sentenza nell’ambito dell’inchiesta antidroga e anti – abigeato, sotto l’egida della mafia, cosiddetta “Proelio”, nelle province di Agrigento e Ragusa. Al collaboratore della giustizia di Favara, Giuseppe Quaranta, di 52 anni, sono stati inflitti 4 anni e 6 mesi di reclusione. Poi 6 anni a Girolamo Campione, 44 anni, di Burgio. Annullamento della sentenza di condanna con rinvio in Corte d’Appello per il presunto boss di Santa Elisabetta, Francesco Fragapane, 42 anni, già condannato a 20 anni di reclusione, e per Salvatore Montalbano, 30 anni, di Favara, già condannato a 5 anni.

I dettagli sui capi d’imputazione e gli esiti della requisitoria al processo ordinario sul presunto inquinamento del mare di San Leone dal 2008 al 2013.

Ad Agrigento, al palazzo di giustizia, innanzi alla seconda sezione penale presieduta dalla giudice Wilma Mazzara, si è svolta l’udienza riservata alla requisitoria del processo a carico di cinque imputati ai quali la Procura della Repubblica di Agrigento contesta, a vario titolo, l’avere scaricato dal giugno 2008 al luglio 2013 tutti i reflui non depurati della rete fognaria della zona sud – est di Agrigento, tra San Leone, Cannatello e Villaggio Peruzzo, nel mare antistante la costa di San Leone tramite due scarichi non autorizzati, essendo scaduta l’autorizzazione. I due scarichi sono stati due condotte sottomarine, intese una “Pubblica Sicurezza” e l’altra “Padri Vocazionisti”.

E tale scarico presunto inquinante, illegale e non autorizzato sarebbe stato aggravato dalla frequente rottura delle condotte o dallo straripamento delle centraline di sollevamento anche in spiaggia, nei pressi della battigia, più volte segnalato e documentato in video e foto dall’associazione ambientalista “MareAmico” di Claudio Lombardo. A fronte di ciò, ai dirigenti dell’Ato idrico è contestato, tra l’altro, la violazione dei loro obblighi di controllo verso Girgenti Acque, e quindi i dirigenti dell’Ato idrico avrebbero procurato intenzionalmente a Girgenti Acque un vantaggio ingiusto, che è stato la prosecuzione del rapporto contrattuale senza subire né multe né la risoluzione del contratto. Ebbene, il pubblico ministero, Giulia Sbocchia, ha invocato la condanna di quattro dei cinque imputati.

Si tratta di Marco Campione, 60 anni, di Agrigento, ex presidente di Girgenti Acque, poi Giuseppe Giuffrida, 74 anni, di Gravina di Catania, ex amministratore delegato di Girgenti Acque, Bernardo Barone, 69 anni, di Agrigento, direttore generale dell’Ato idrico di Agrigento, e Maurizio Carlino, 61 anni, di Favara, progettista e direttore dei lavori. Ipotesi di reato prescritte per Piero Hamel, 70 anni, di Porto Empedocle, dirigente tecnico dell’Ato idrico. Il 28 marzo del 2018 altri due imputati sono stati uno condannato e un altro assolto a conclusione del giudizio abbreviato: la giudice per le udienze preliminari del Tribunale, Alessandra Vella, inflisse 10 mesi di reclusione al dirigente tecnico di Girgenti Acque, Calogero Sala, 56 anni, ingegnere. Sala è stato condannato per 3 su 6 delle imputazioni di reato che gli sono state contestate: danneggiamento, violazione del codice dei beni culturali e getto pericoloso di cose. E’ stato assolto invece da falso, truffa e frode in pubbliche forniture. Ancora la giudice Vella ha assolto, con la formula del “perché il fatto non sussiste”, Rita Vetro, 65 anni, di Favara, titolare di un laboratorio di analisi, imputata perché avrebbe formato numerosi rapporti di prova ritenuti falsi su campioni di scarichi fognari riversati nel mare di San Leone ad Agrigento.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

La Fortitudo Agrigento ha battuto il Rieti conquistando così l’ambita promozione in serie A2.

La finale playoff si è giocata al PalaMoncada gremito della tifoseria agrigentina e non.

Grande festa per gli spettatori che allo scoccare dell’ultimo secondo sono scesi in campo ad abbracciare i giocatori.

Il sindaco Franco MICCICHÈ a caldo ha commentato: “Il prestigioso traguardo della Fortitudo Moncada è motivo di orgoglio per tutta la città. Sono davvero molto felice.
In questo momento il mio pensiero va a Totò Moncada che ci ha lasciati troppo presto e non ha potuto vivere la gioia della promozione in serie A2.”

(Foto e riprese Giuseppe Colonna)

“Tutti noi, come giudici, siamo pronti a lapidare sempre qualcuno che ha sbagliato.

Ho letto su un muro della città una frase che chiedeva riposo eterno per Elena e tormento eterno per la sua mamma.

Non credo che la piccola Elena sarebbe d’accordo con quelle parole, come ogni bambino”. Sono le parole pronunciate dall’arcivescovo di Catania, monsignor Luigi Renna, a chiusura dell’omelia pronunciata nella cattedrale etnea per l’ultimo saluto a Elena del Pozzo, la bambina di 5 anni uccisa lo scorso 13 giugno a Mascalucia dalla mamma ventitrenne Martina Patti. Davanti l’altare sulla bara bianca c’è una foto di Elena. Il nonno materno della bimba ha portato un palloncino con un personaggio dei cartoni animati. Prima della Funzione Renna ha abbracciato i familiari di Elena e il padre Alessandro Del Pozzo in chiesa con la nuova compagna.

L’arcivescovo, che ha aperto l’omelia con un brano del Vangelo secondo Marco, ha esortato i genitori a “non insegnare la violenza delle parole ai figli, né sui social, né sui nostri muri già abbastanza sporchi. Perché un bambino non è capace di concepire vendette, sedie elettriche, patiboli mediatici e, se impara queste cose, le impara da noi”.

Citando le parole di un pedagogista polacco, Janusz Korczak, morto nel campo di concentramento di Treblinka con i bambini orfani che aveva raccolto nel ghetto di Varsavia, monsignor Renna ha invitato gli adulti ad alzarsi “sulle punte dei piedi, per stare all’altezza dei bambini. Quando non mettiamo al centro i piccoli, perdiamo il metro per giudicare ciò che è importante.

Ed ecco bambini contesi, barattati nella loro dignità e nei loro diritti, resi ostaggio dalla nostra incapacità d’amare. Basta con queste violenze. I figli sono ‘pezzi di cuore’, come si dice popolarmente. Ferire un bambino è la cosa più terribile che possa accadere a una mamma, a un papà, a un adulto. Cari adulti tenete fuori i bimbi dai vostri conflitti. Ci sono altre strade da percorrere, molto più sicure per la gioia di tutti, per vedere ritornare il sorriso sul volto dei piccoli: il dialogo, il perdono, l’umiltà di chi vuol riparare, saper uscire in punta di piedi dalla vita dell’altro, con rispetto e con la mitezza”.