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“E’ grazie al grande senso civico e all’impegno di persone come te che possiamo continuare fiduciosi ad impegnarci nell’opera di tutela dei tesori d’arte e natura del nostro straordinario Paese e nelle sfide che quotidianamente si pongono sul nostro cammino”.
Lo ha scritto il presidente del FAI – Fondo Ambiente Italiano, Giuseppe Carandini, nella lettera di ringraziamenti inviata all’avvocato Giuseppe Taibi che, lo scorso 30 settembre,  ha lasciato l’incarico di Presidente Regionale FAI Sicilia. Al suo posto subentra  l’architetto Giuseppe Gini.
Taibi continua a guidare la Delegazione FAI Agrigento, come si legge ancora nella missiva: “Sei al fianco del FAI da tanti anni,  dal 2010 come Capo Delegazione di Agrigento e dal 2018 ad oggi come Presidente regionale della Sicilia – scrive Carandini – hai dato e continui a dare il tuo contributo alla Fondazione nelle gioie e nei periodi più difficili, come sono stati i passati mesi di pandemia, che ci hanno messo a dura prova ma ai quali abbiamo saputo reagire . Il tuo ruolo di Capo Delegazione prima e Presidente regionale poi, ha rappresentato un impegno volontario che sicuramente ha assorbito molte delle tue energie, ma che sono certo ti abbia anche dato grande ricchezza di contenuti. La tua passione per il territorio – sottolinea l’archeologo – ti ha portato anche a grandi risultati come l’abbattimento dell’ecomostro alla Scala dei Turchi , partecipando attivamente alla mobilitazione per la tutela di questo luogo. So anche che hai accettato di continuare nel tuo incarico di Capo Delegazione di Agrigento e di dare il tuo supporto nell’attivazione di alcuni progetti speciali del FAI sul tuo territorio. Tutto il FAI ti ringrazia e io personalmente ti esprimo la mia profonda gratitudine! E’ grazie al grande senso civico e all’ impegno di persone come te che possiamo continuare fiduciosi ad impegnarci nell’opera di tutela dei tesori d’arte e natura del nostro straordinario Paese e nelle sfide che quotidianamente si pongono sul nostro cammino”, ha concluso il presidente del FAI- Fondo Ambiente Italiano.

I Carabinieri della Compagnia di Canicattì hanno eseguito l’ordinanza di misura cautelare emessa dal GIP presso il Tribunale di Agrigento nei confronti di 4 persone – 3 donne ed 1 uomo – responsabili di spaccio di sostanze stupefacenti.

Il provvedimento giunge a perfezionamento dell’indagine con la quale il NOR della Compagnia di Canicattì ha documentato come gli indagati, appartenenti a 2 diversi nuclei familiari residenti in viale della Vittoria, nella stessa palazzina ma in 2 diverse case popolari, abbiano organizzato e gestito, anche in competizione tra loro, una fiorente piazza di spaccio di sostanze stupefacenti di diverso tipo (eroina, cocaina e marijuana), colonizzando quella parte del centro di Canicattì: viale della Vittoria, prosecuzione del salotto della città e confinante con la villa comunale, è rapidamente degradata a causa del frenetico traffico di droga che ha richiamato tossicodipendenti anche dai paesi vicini, diventando scenario dell’illecito: in pieno lock down un appartenente al clan pensò perfino di stabilirvi, proprio sotto casa, una grossa rivendita abusiva di mascherine e generi sanitari per la pandemia di covid-19, mentre le auto degli stessi indagati, in strada, sono state ripetutamente incendiate e danneggiate a colpi d’arma da fuoco.

I militari, nel corso dell’investigazione, hanno operato 2 arresti in flagranza, monitorato innumerevoli episodi di cessione di stupefacenti, segnalato alla competente autorità 16 assuntori identificati subito dopo l’acquisto della droga e sequestrato diverse decine di grammi di eroina e cocaina.

La penetrazione investigativa ha consentito di annotare e riferire alla Procura della Repubblica di Agrigento lo spregiudicato modus operandi degli indagati, registrati mentre dichiaravano di intendere come un lavoro lo spaccio degli stupefacenti e colti nell’impiego dei figli minori come veicolo per il trasporto della droga: i Carabinieri, nel corso dell’indagine, hanno arrestato una delle indagate in possesso di 7 dosi di cocaina nascoste nel propri abbigliamento intimo, mentre altre dosi della medesima sostanza erano state occultate sulla persona della di lei figlia undicenne.

I Carabinieri di Canicattì, durante l’esecuzione della misura cautelare, hanno cinto d’assedio la palazzina dello spaccio, interamente perquisita con l’ausilio di 2 unità del Nucleo Cinofili di Palermo: è stato il fiuto del cane Lego a permettere di rinvenire e sequestrare alcune dosi di marijuana confezionate e pronte per essere rivendute.

L’operazione è stata conclusa con la rimozione, eseguita in collaborazione con i Vigili del Fuoco del distaccamento di Canicattì, di ben 8 telecamere posizionate dagli indagati sui lati della palazzina, disposte a protezione dall’arrivo delle Forze di Polizia.

L’ondata di maltempo ancora in corso ha flagellato, oltre Sciacca, anche alcuni Comuni dell’entroterra agrigentino. Gravi danni, soprattutto alle colture agricole come gli uliveti, hanno subito, a causa delle grandinate, Alessandria della Rocca, Bivona, Santo Stefano di Quisquina, e zone limitrofe. Ecco perché il Cartello Sociale della provincia di Agrigento, formato dall’Ufficio diocesano di Pastorale Sociale e dalle segreterie provinciali di Cgil, Cisl e Uil, recependo il soccorso invocato dalle famiglie dell’entroterra, chiede, unitamente ai cittadini e ai sindaci, un concreto e rapido intervento del governo regionale affinché si renda un aiuto congruo in modo da alleviare le conseguenze dei danni subiti e ripristinare condizioni di vita normale. Nel contempo si sollecitano interventi atti a normalizzare la mobilità in un contesto dove la viabilità presenta già notevoli difficoltà.

A Palermo avrebbero tentato una rapina da migliaia di euro bloccando un uomo che raccoglie gli incassi nei distributori di benzina. I Carabinieri hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Pietro Di Pasquale, 44 anni, Gaetano Di Pasquale, 33 anni, Marcello Tutrone, 36 anni, e Antonino di Pasquale, 66 anni, tutti palermitani, indagati di tentata rapina aggravata. I quattro, servendosi di due auto e di uno scooter, nel settembre del 2020 avrebbero bloccato il raccoglitore del denaro tamponandolo a bordo della sua automobile, spaccato il finestrino e tentato di rubargli il borsello contenente i contanti. La vittima è però riuscita a fuggire. Grazie alle immagini dei sistema di videosorveglianza nella zona, i Carabinieri sono risaliti ai presunti autori dell’assalto. Gli arrestati sono stati trasferiti nella casa circondariale “Lorusso-Pagliarelli”, in attesa dell’interrogatorio di garanzia.

A Marsala, in provincia di Trapani, innanzi al Tribunale, il pubblico ministero, Francesca Dessì, a conclusione della requisitoria, ha invocato condanne per complessivi 166 anni a carico di 13 imputati nell’ambito dell’inchiesta antimafia cosiddetta “Annozero”, sfociata nel blitz dei Carabinieri del 19 aprile del 2018, e che ha coinvolto presunti mafiosi, tra i quali anche due cognati del superlatitante Matteo Messina Denaro, Gaspare Como e Rosario Allegra, deceduto il 13 giugno 2019, a 65 anni, a seguito di un aneurisma cerebrale, nell’ospedale di Terni. E poi fiancheggiatori di Cosa Nostra nel Belicino. Le pene più severe (25 anni di carcere) sono state chieste per Gaspare Como, al quale è contestato un ruolo di vertice nella “famiglia” di Castelvetrano, e per Dario Messina, ritenuto dagli inquirenti il nuovo reggente del mandamento mafioso di Mazara del Vallo. Poi 23 anni per Vittorio Signorello, anche lui di Castelvetrano, 20 anni per Bruno Giacalone, di Mazara del Vallo, 18 anni per Vito Bono, di Campobello di Mazara, 17 anni per il mazarese Giovanni Mattarella, 16 anni per il castelvetranese Carlo Cattaneo, 8 anni di reclusione per l’ex consigliere comunale di Castelvetrano Calogero “Lillo” Giambalvo, 7 anni per il campobellese Giuseppe Accardo, 5 anni per Carlo Lanzetta, 4 anni ciascuno per Nicola Scaminaci, Giuseppe Tommaso Crispino e Maria Letizia Asaro. Le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, sono l’associazione mafiosa, estorsioni, danneggiamenti tramite incendi, trasferimento fraudolento di valori e il favoreggiamento. Dalle indagini è emerso anche l’interesse della mafia nel settore delle scommesse on line.

Il Tribunale di Catania ha condannato a una multa di 11mila euro per diffamazione il giornalista Vittorio Feltri per il suo articolo sulla prima pagina di Libero del 10 febbraio 2017 dal titolo ‘Patata bollente’, sulla sindaca di Roma, Virginia Raggi. Il giudice ha stabilito un risarcimento danni da quantificare in sede civile, fissando una provvisionale di 5.000 euro, il pagamento delle spese legali e la pubblicazione della sentenza sui maggiori quotidiani nazionali. Con Feltri è stato a processo, per omesso controllo, anche il direttore responsabile del quotidiano, Pietro Senaldi, condannato al pagamento di una multa di 5.000 euro e pena sospesa. La Procura aveva chiesto la condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione per Feltri e a 8 mesi per Senaldi. La competenza del caso è radicata Catania perché è la città in cui è stata stampata per prima la copia del quotidiano. Virginia Raggi si è costituta parte civile, perché il titolo ha offeso la sua reputazione. Peraltro, il titolo è stato preceduto dal sopratitolo ‘La vita agrodolce della Raggi’ e seguito dal catenaccio ‘La sindaca di Roma nell’occhio del ciclone per le sue vicende comunali e personali”.

Via libera dal Comitato tecnico-scientifico alla riapertura delle discoteche in zona bianca, con un limite del 35% della capienza al chiuso e del 50% all’aperto.

Il Cts, fermo restando che gli accessi a queste attività debbano avvenire esclusivamente attraverso un meccanismo di registrazione che consenta un eventuale tracciamento e solo in presenza di green pass valido, ritiene che se ne possa considerare l’apertura con una progressiva gradualità.

La Cassazione rende definitive le condanne al quarto processo sulla strage Borsellino, imbastito con le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza che hanno svelato il depistaggio.

La Cassazione ha appena confermato la sentenza emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta, presieduta dal giudice Andreina Occhipinti, il 15 novembre del 2019, che ha a sua volta confermato la sentenza emessa in precedenza dalla Corte d’Assise nissena, presieduta dal giudice Antonio Balsamo, il 20 aprile del 2017.

E ciò al cosiddetto “Borsellino Quater”, ovvero il quarto processo sulla strage di Via D’Amelio frutto delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, della revisione e l’annullamento degli ergastoli ai condannati innocenti, e del depistaggio delle indagini. Dunque, sono stati confermati l’ergastolo a carico dei boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, e poi 10 anni di reclusione ciascuno, per calunnia, a Francesco Andriotta e Calogero Pulci, che sono i falsi pentiti sbugiardati da Gaspare Spatuzza, che ha smentito anche il più celebre Vincenzo Scarantino, per il quale il reato di calunnia pluriaggravata è stato dichiarato prescritto.

Salvo Madonia sarebbe stato tra i mandanti della morte di Paolo Borsellino. Vittorio Tutino, invece, avrebbe partecipato alla fase esecutiva della strage. I tre falsi pentiti, Scarantino, Andriotta e Pulci sarebbero stati gli attori protagonisti del “depistaggio colossale”, come lo ha definito il già procuratore aggiunto a Caltanissetta, Sergio Lari, che ha indotto i giudici fino alla Cassazione a costringere all’ergastolo, e alla detenzione per tanti anni, sette innocenti per i quali, adesso che la sentenza del “Borsellino Quater” è stata resa definitiva dalla Cassazione, sarà avviato il processo di revisione. Nel corso della requisitoria innanzi alla Suprema Corte, il sostituto procuratore generale, Pietro Gaeta, in riferimento alle calunnie dei falsi pentiti imbeccati dai depistatori, si è espresso così: “Una mostruosa costruzione calunniatrice, una delle pagine più vergognose e tragiche della storia giudiziaria italiana, di una gravità tale da escludere qualunque circostanza attenuante”. Ad abbattere tale “mostruosa costruzione calunniatrice”, come definita da Gaeta, è stato il boss di Brancaccio Gaspare Spatuzza, che nel 2008 ha confessato di essere stato lui a rubare la Fiat 126 poi imbottita di tritolo per l’attentato. E ha sconfessato la versione di Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, già condannato a 12 anni per calunnia con rito abbreviato, ovvero i criminali di quartiere che si sono auto-accusati del furto della Fiat 126, con dichiarazioni confermate da Francesco Andriotta e in seguito da Calogero Pulci. Nel 2009, Scarantino, nel frattempo condannato a 18 anni, e Andriotta dichiararono ai magistrati di essere stati costretti da Arnaldo La Barbera, ex capo della Squadra Mobile di Palermo, e dal suo gruppo investigativo a confessare il falso con pressioni psicologiche, maltrattamenti e minacce. La Barbera è morto a Roma il 12 dicembre del 2002, e adesso il suo gruppo investigativo è sotto processo di primo grado a Caltanissetta. Imputati, di concorso in calunnia, sono il funzionario di Polizia Mario Bò, e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. E sono state archiviate le indagini per calunnia aggravata dall’avere favorito Cosa Nostra in concorso con i poliziotti, sostenute dalla Procura di Messina, su due magistrati eccellenti per i quali si è ipotizzato che avessero partecipato all’imbeccata dei falsi pentiti: Anna Maria Palma, che oggi è avvocato generale a Palermo, e Carmelo Petralia, attualmente procuratore aggiunto a Catania.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, entro la conclusione del 2021, volerà dalla Sicilia in Sardegna per assumere l’incarico di Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Cagliari, vacante dallo scorso dicembre. La quinta commissione del Csm, il Consiglio superiore della magistratura, che si occupa appositamente degli incarichi, lo ha designato tale, con 5 voti contro 1 del suo concorrente. Adesso è atteso il voto definitivo, più che scontato, da parte del plenum del Csm. Il concorso per procuratore di Agrigento non è stato ancora pubblicato. Durante la vacanza successiva al trasferimento di Patronaggio, la Procura di via Mazzini sarà retta dall’attuale procuratore aggiunto Salvatore Vella.

A quattro giorni di distanza dall’appuntamento alle urne per le prossime elezioni amministrative a Porto Empedocle, proseguono gli incontri del candidato alla guida amministrativa della città marinara, Calogero Lattuca (detto Rino). Ieri mattina, Rino Lattuca  ha incontrato  l’assessore reg. al Turismo, Manlio Messina, accompagnato dal dirigente nazionale di FdD, Calogero Pisano,numerosi esponenti di partito e candidati al consiglio comunale della lista di Fratelli d’talia. Dopo una visita al porto, necessaria all’assessore Messina, per avere la completa visione dello stato in cui si trova  l’area portuale e  vagliare gli interventi di riqualificazione previsti nel programma elettorale del candidato Lattuca, è seguito un incontro nella sede della Capitaneria di Porto Empedocle con  l’Ing. Catalano, Responsabile  dell’Ufficio di Autorità Portuale. Numerosi i temi affrontati durante  la visita, tra cui i progetti a breve, medio e lungo raggio che riguardano interventi di riqualificazione del sistema portuale che producano servizi relativi  all’area commerciale con l’obiettivo di  promuovere il turismo e lo scambio commerciale, con  proficue ricadute economiche all’interno dell’area comunale .

“ Il nostro candidato  Rino Lattuca  ha tutte le qualità per affrontare una politica che dia lustro a questa città. Rino,  incarna gli ideali, l’impegno   e la passione per il proprio  territorio- ha affermato l’ass. reg. Manlio Messina- Mi ha esposto  con chiarezza le esigenze territoriali e  turistiche  di quest’area straordinaria  che si affaccia sul mare. Credo che siano tutti interventi su cui bisogna dedicare tempo ed impegno comune. Bisogna attivare dinamiche importanti tra amministrazione  comunale e Governo  Regionale, per dare lustro a questa città. Rino Lattuca possiede queste capacità per affrontare un ruolo complicato ed impegnativo, ma avrà tutto il nostro appoggio e certamente il mio”