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L’ultimo abbuono di 45 giorni ha aperto a Giovanni Brusca le porte del carcere: fine pena è la formula d’uso che chiude i suoi tanti conti aperti con la giustizia. A 64 anni l‘uomo che premette il telecomando a Capaci e fece sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo è, con tutte le cautele previste per un personaggio della sua caratura criminale, una persona libera.

Giovanni Brusca fu arrestato il 20 maggio 1996 da latitante in via Papillon, nella frazione agrigentina di Cannatello. 

Anche se era un esito annunciato, la scarcerazione suscita comunque le reazioni più critiche.

I familiari delle vittime avevano già espresso le loro preoccupazioni quando si è cominciato a porre, già l’anno scorso, il problema di rimandare a casa un boss dalla ferocia così impetuosa da meritare l’appellativo di “scannacristiani”. Nel suo caso sono stati semplicemente applicati i benefici previsti per i collaboratori “affidabili”. Se ne era già tenuto conto nel calcolo delle condanne che complessivamente arrivano a 26 anni. Siccome il boss di San Giuseppe Jato era stato arrestato nel 1996 nel suo covo in provincia di Agrigento, sarebbe stato scarcerato nel 2022. Ma la pena si è ancora accorciata per la “buona condotta” dopo che a Brusca erano stati concessi alcuni giorni premio di libertà. Gli ultimi calcoli prevedevano la scarcerazione a ottobre. È arrivata anche prima.

Ora però si apre un caso complicato di gestione della libertà del boss e dei suoi familiari. I servizi di vigilanza, ma anche di protezione pure previsti dalla legge, dovranno tenere conto dell’enormità dei delitti e delle stragi che lo stesso Brusca ha confessato. Non solo ha ammesso di avere coordinato i preparativi della strage in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Ha confessato numerosi delitti nella zona di San Giuseppe Jato. Ma ha soprattutto ammesso le sue responsabilità nel rapimento e nella crudele soppressione di Giuseppe Di Matteo il figlio tredicenne del collaboratore Santino Di Matteo.

Santino Di Matteo era, tra tutti, il depositario dei segreti più ingombranti della cosca e aveva cominciato a svelarli al procuratore Giancarlo Caselli e ai magistrati della Dda palermitana. Davanti alla prospettiva di trascorrere in carcere il resto della vita anche lui, qualche mese dopo l’arresto, ha cominciato a rivelare i retroscena e il contesto di tanti delitti e degli attentati a Roma e Firenze del 1993. Brusca non nascondeva il tormento di ripassare in rassegna i suoi crimini più odiosi e quelli di cui era a conoscenza. Ma mise da parte ogni remora quando ebbe la certezza che ne avrebbe ricavato quei benefici che ora gli hanno ridato la libertà. Dalle sue rivelazioni intanto presero subito l’avvio numerosi procedimenti che hanno incrociato pure i percorsi dell’inchiesta sulla “trattativa” tra Stato e mafia.

 

Mette la mano per sbloccare una stampante di grandi dimensioni utilizzata per i risultati delle analisi e un dito gli rimane intritrappolato negli ingranaggi.

A questo punto il dottore Salvatore Baimonte ha chiamato i Vigili del fuoco arrivati prontamente insieme ai Carabinieri della locale Tenenza, ma a liberare il biologo è stato un operatore del 118.

“Ringrazio – a parlare è il dottore Baiamonte – i Vigili del fuoco, i Carabinieri e particolarmente l’operatore del 118 che con grande abilità è riuscito a liberare il dito della mia mano. Ho rinunciato alle cure ospedaliere, seppure avrò bisogno di qualche giorno per rimettermi”.

Una giornata al Policlinico Gemelli di Roma, in uno dei reparti di oncologia, quello al seno.

Sembra di essere in un mondo a parte.
È un luogo dove tutti hanno un preciso ruolo, dove l’organizzazione è massima, dove nulla è lasciato al caso e dove la gentilezza si respira in ogni angolo di quel posto dove si curano donne affetta da neoplasie, dove la speranza pesa quanto la bravura dei medici che in quell’ospedale lavorano alacremente per salvare vite umane.

Il Prof. Riccardo Masetti, dirige il dipartimento scienze della salute della donna  e l’unità operativa complessa di chirurgia senologia del Policlinico Gemelli. È un grande luminare e come spesso accade, più ci si imbatte in professionisti di grande caratura più ci si trova dinanzi interlocutori di grande sensibilità, umiltà, umanità, oltre che di straordinaria bravura. Tutto il suo entourage è altamente qualificato e capace di interagire con i pazienti, in una maniera disarmante.

Sono in compagnia di una donna che ha bisogno di un consulto. Lei è in cura in un ospedale del sud: “chissà che a Roma non si possano avere cure migliori”.

Al Gemelli sono tutti in perfetto orario, veniamo accolti da una dottoressa che provvede a ricostruire lo storico della malattia della paziente. Nessuna incertezza, risponde a tutte le nostre domande.
Attendiamo il Prof. Masetti.
Arriva, ci saluta e ci sorride da sotto alla mascherina.
È uguale a come abbiamo imparato a conoscerlo attraverso le trasmissioni mediche in tv.
La sua gentilezza lo precede.
Porta appuntati sul camice bianco la spilla “io mi sono vaccinato contro il covid” e poi il fiocchetto rosa simbolo della prevenzione contro il cancro al seno.

Dopo un’accurata visita, il professore che ci siede difronte, ci spiega in cosa consiste quel genere di tumore e come lo si affronta. Lo fa con calma, con parole comprensibili e con una sicurezza che lascia ben poco spazio a dubbi.
I protocolli sperimentali – ci dice riferendosi a quel preciso tumore – sono in continua evoluzione.

Non è più come decenni addietro – afferma – quando ci volevano 5, 10, 15 anni per scoprire farmaci e terapie che potessero essere messe a disposizione dei pazienti oncologici; oggi siamo nella misura di 5, 10, 15 mesi, e questo vuol dire che fra un anno, potremmo essere in grado di gestire questo genere di patologia, con farmaci e terapie più efficaci e meno invasive. Per questo bisogno avere fiducia nella scienza, sostenere la ricerca e soprattutto affrontare questa malattia con ottimismo, concentrandosi su sé stessi, sulla propria persona, prendendosene cura, con dedizione, e poi ancora con una adeguata attività fisica, un’alimentazione corretta e dosi massicce di buonumore“.

Gli domando se quella paziente l’avrebbe curata nello stesso modo, se si fosse rivolta a lui e a quel centro di eccellenza in prima battuta.

Mi risponde che nel centro dove la signora è in cura, stanno facendo molto bene per il suo caso, che quel genere di protocollo è adeguato, che anche riguardo all’intervento al seno fatto prima del primo ciclo di chemioterapia “è stato fatto un ottimo lavoro”.

Poi aggiunge:

Siamo soliti far sì che a parità di trattamento, i pazienti siano quanto più vicini a casa e probabilmente avrei consigliato proprio di curarsi in quell’ospedale al sud“.

Torniamo a casa, torniamo al sud con qualche certezza in più, con più speranze ma anche con una consapevolezza e una domanda: se è vero – come è vero viste le parole del grande luminare – che abbiamo in Calabria dei centri dove si somministrano cure adeguate, con protocolli anche sperimentali efficaci, che ci sono medici e chirurghi capaci, allora perché questa terra continua ad essere anche nel campo medico, il fanalino di coda?
Perché alla fine i medici bravi vanno via?
La risposta resta sempre la stessa.
Questa terra è amministrata male, ci sono troppi interessi in ballo. E poi perché manca l’organizzazione e la pianificazione dei servizi sanitari, perché si costruiscono grandi strutture ma poi non ce ne si prende cura, perché è penalizzata nel riparto del fondo nazionale.

Ne potremmo parlare a lungo, ma mi viene in questo momento di soffermarmi sulle parole del Prof. Masetti: “avere fiducia” e ormai abbiamo capito che è questo il bene primario che non dovrebbe mai mancare, ancor prima dell’ottimismo e della certezza di essere curati nella maniera migliore proprio nel posto dove si vive.

Eppure, facciamo davvero ancora tanta, tanta fatica a tenere in vita la fiducia.

 258 nuovi casi Covid e 8 decessi che fanno salire i casi totali a 225.809 e le vittime a 5.827. Gli attuali positivi sono 9.932, +49; i guariti 210.050, +201. Dei nuovi positivi 90 sono della provincia di Palermo, 87 di quella di Catania. Sono 475 i ricoverati con sintomi, 59 in terapia intensiva, due del giorno; 11.218 i tamponi effettuati.

I nuovi contagi per province:

Palermo 90; Catania 87; Messina 25; Siracusa 22; Ragusa 15; Enna 10; Trapani 7; Caltanissetta 2; Agrigento 0.

Sulla tradizione rivoluzionaria siciliana gli storici hanno speso fiumi di inchiostro. La Sicilia è sempre stata una meta obbligata di intellettuali, artisti, poeti etc i quali l’hanno assunta come tappa del loro stesso itinerario culturale, della loro ricerca interiore. L’isola come percorso interiore dunque, alla ricerca delle ragioni della propria funzione sociale. Tra i poeti, sociologhi ed attivisti della non violenza, il mio pensiero và a Danilo Dolci, Dolci nacque a Sesana, provincia di Trieste, a ventisette anni si trasferì tra Palermo e Trapani, uno dei territori più poveri e dimenticati d’Italia, in un paese poverissimo di pescatori e contadini: voleva partecipare in prima persona alla rinascita del Meridione.  Nel 1952 sceglie di trasferirsi nella Sicilia occidentale –Trappeto – Partinico – dove promuove lotte nonviolente contro la mafia, la disoccupazione, l’analfabetismo e la fame endemica, sospinti dall’assenza dello stato e dalle disparità sociali, per l’affermazione dei diritti umani e civili fondamentali:

 Dolci era un rivoluzionario del discutere, del confronto. Un combattente contro la mafia, contro il sistema clientelare, contro la miseria. Il suo merito più grande è stato quello di aiutare la gente ad incontrarsi, discutere insieme dei problemi. Diceva sempre: “non esiste democrazia se non c’è confronto; non esiste democrazia in un paese in cui la socialità è frammentata ed ognuno apprende singolarmente il mondo; non esiste democrazia dove la lettura attenta dei segni complessi del reale lascia il posto alla chiacchiera ed allo slogan”.Dalla Sicilia dunque parte lo “spazio di comunicazione”, una interpretazione condivisa del mondo, delle cose.  Il potere, sosteneva Danilo Dolci, non è una cosa negativa. Potere vuol dire possibilità di fare, e di fare insieme ad altri. Il dominio invece è un’altra cosa: degenerazione ed abuso del potere, che dà ad alcuni possibilità che nega ad altri. La comunicazione è importante, diceva sempre Danilo Dolci: “un dare e ricevere”.

Il trasmettere televisivo, quella comunicazione di massa contestata con fermezza, da Danilo Dolci che sosteneva: “la comunicazione, quella vera è incompatibile con la massa”. Il lavoro educativo di Dolci,(ovvero una modalità cooperativa di dibattito, studio e ricerca comune della verità) assume un ruolo importante, evidenzia i rischi della società connessi al controllo sociale attraverso la diffusione capillare dei mass-media. Le parole di Dolci, il suo vivere possono aiutarci a ritrovarne la forza e la verità, a conquistare quella limpidità della lingua e purezza del pensiero che è anche onestà morale: a cercare la parola che non imbroglia, che non vende, che non imbonisce, che non manipola, che non inganna. La parola che libera. Ripartiamo da Trappeto, da Partinico per rianimare il sociale, lotta di politica in una terra nonviolenta: La Sicilia.

Oggi lunedì 31 maggio scade il termine, e solo 32 Comuni siciliani, su 390, hanno approvato i bilanci di previsione 2021-23.

L’unico capoluogo che ha approvato il bilancio è Messina.

La stessa scadenza del 31 maggio è imposta per i bilanci delle ex Province, e solo la provincia di Trapani è in regola. Una proroga al 31 luglio è prevista solo per i Comuni che hanno incassato anticipazioni di liquidità.

Tra i 32 Comuni virtuosi, ovvero che hanno approvato il bilancio entro oggi, vi sono i Comuni agrigentini di Cattolica Eraclea, Lucca Sicula, Palma di Montechiaro, Sant’Angelo Muxaro, Santa Margherita Belice e Siculiana. In caso di mancata approvazione dei bilanci, e in assenza di proroghe, la Regione invia dei commissari ad acta nei Comuni inadempienti.

Qualora i bilanci dei commissari siano respinti dai Consigli comunali, la legge prevede lo scioglimento degli enti.

Un giovane di 26 anni, Emanuele Burgio, è stato ucciso con colpi d’arma da fuoco nel popolare mercato della Vucciria a Palermo, centro nevralgico della movida. Il delitto è avvenuto in via dei Cassari.

Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 che hanno trasportato la vittima in ospedale, dove è morto al pronto soccorso. Le indagini sono condotte dalla squadra mobile. Emanuele Burgio, il 26enne ucciso con almeno tre colpi d’arma da fuoco nel popolare mercato della Vucciria a Palermo, è figlio di Filippo già condannato per mafia. Il padre è considerato il cassiere del clan di Porta Nuova e uomo del boss Gianni Nicchi. Filippo Burgio era stato coinvolto nell’operazione dei carabinieri Hybris del 2011 e condannato con pena definitiva a 9 anni di reclusione. Soccorso da alcuni familiari il 26enne è stato portato nel pronto soccorso del Policlinico di Palermo. Le sue condizioni era però gravissime. Appena si è sparsa la voce dell’accaduti in ospedale sono arrivate circa trecento persone. La notizia della morte ha scatenato la rabbia di alcuni dei presenti, soprattutto tra parenti e amici, che volevano vedere il corpo di Emanuele Burgio a tutti i costi. La calma è stata riportata dalla polizia. Sull’omicidio indaga la squadra mobile della Questura di Palermo.

L’ Azienda sanitaria provinciale di Ragusa ha sospeso dal servizio i dipendenti che non si sono ancora sottoposti alla vaccinazione anti-covid. Sarebbero circa 30 persone tra medici, infermieri e operatori sanitari. Il provvedimento ha effetto immediato ed è valido fino al 31 dicembre prossimo e prevede anche la sospensione della retribuzione e di ogni altro compenso. L’azienda sanitaria provinciale di Ragusa ha agito in base alla nuova normativa in materia introdotta dal Decreto legge di aprile che prevede l’obbligo di vaccinarsi per medici, infermieri e operatori socio-sanitari. La Direzione dell’Azienda sanitaria aveva intimato ai lavoratori che non si erano sottoposti al vaccino a provvedere entro 5 giorni dalla segnalazione, trascorsi i quali si sarebbe data attuazione al decreto legge.

Il Presidente del Comitato Provinciale Inps Giovanni Manganella comunica che sono state lavorate tutte le disoccupazioni agricole della provincia ed effettuati gli ordini di pagamento. Il totale ammonta a circa 50.000.000,00 di euro che sono certamente una grande boccata di ossigeno per questa martoriata provincia, specialmente in questo momento. Venerdì è partito il pagamento che avverrà nei prossimi giorni. Il Comitato Provinciale Inps esprime soddisfazione e un meritato plauso per il lavoro puntuale, preciso e celere, ai dipendenti dell’Istituto che hanno definito l’indennità di disoccupazione erogata agli operai agricoli a tempo determinato per le giornate di lavoro svolte in agricoltura nell’anno 2020.

La sala  degli esami della motorizzazione di Agrigento è stata intitolata all’ing. Rino Cumbo, il funzionario direttivo che lo scorso anno, inaspettatamente, è venuto a mancare. Presenti alla scopertura della targa che recita “Sala esami ing. Rino Cumbo, il suo esempio rende più cara e venerata la tua memoria” i due figli, la moglie e gli anziani genitori. Ma oltre alla famiglia del compianto Rino Cumbo alla motorizzazione di Agrigento c’erano anche decine di persone che conoscevano bene l’ing. Cumbo e con il quale, avevano lavorato. Il direttore della motorizzazione Carmelo Vella con momenti di commozione, ha voluto ricordare la valenza del suo funzionario direttivo. Ma Rino Cumbo, oltre a essere un dipendente della motorizzazione, era anche un ufficiale della croce rossa, ufficiale accreditato e apprezzato; alla scoperta della targa, infatti, c’era anche il presidente provinciale della croce rossa, Angelo Vita. “Rino Cumbo, – ha detto il direttore Carmelo Vella durante il suo intervento – è possibile annoverarlo tra i pionieri della istituzione e l’organizzazione di questi uffici; grazie al suo modo di essere, riusciva sempre a risolvere anche quelle che sembravano essere questioni impossibili. Era una persona di animo nobile sempre disponibile e pieno di iniziative. Abbiamo deciso che il luogo più idoneo per apporre la targa in suo ricordo sia la nostra sala di esami dove tanti giovani giornalmente, devono venire da tutta la provincia. In questo modo proprio i giovani potranno sapere di una persona importante per i nostri uffici; un uomo di assoluta correttezza e serietà. Con lui, è andato via un pezzo della nostra storia e posso affermare con assoluta certezza e sincerità, che i nostri servizi sono di livello anche e soprattutto grazie al suo  costante impegno e alla sua abnegazione”. Durante i discorsi del direttore Vella ma anche durante i brevi ma intensi discorsi tenuti dalla figlia Sonia e dal presidente della croce rossa, Angelo  Vita, ci sono stati momenti di commozione con i colleghi e subalterni, in lacrime. La sala degli esami della motorizzazione di Agrigento ha quindi una nuova identità, in ricordo di chi è stato tra i fautori per l’organizzazione anche di quella stessa sala che ad oggi, è una delle meglio organizzate a livello regionale. Rino Cumbo tra i suoi molteplici impegni era anche un attivo sindacalista appartenente all’Ugl. “Ero molto amico di Rino Cumbo, – ha detto il residente provinciale della croce rossa, Angelo Vita – e posso affermare che il suo altruismo era un qualcosa di encomiabile. Da ufficiale della croce rossa, è stato sempre molto presente e ha lavorato alacremente su tutto il nostro territorio, spesso sacrificando tempo alla sua famiglia e al suo poco tempo libero. L’iniziativa di intitolare la sala di esami a Rino Cumbo, è un qualcosa di giusto e che porterà a ricordare sempre, una persona speciale che nel corso della propria esistenza  aha voluto dedicarsi moltissimo al prossimo”.