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Purtroppo siamo consapevoli che esistano violenze di tanti generi e che ci indigniamo ad ogni notizia  o di fronte ad ogni comportamento violento, ma ancora oggi, mentre professiamo la nostra accoglienza , la nostra estraneità e il nostro prendere le distanza da comportamenti a tema, i fenomeni “violenti” proliferano come l’erba sui campi. Perché?

Quello che salterebbe subito in mente , se si dovesse rispondere in modo veloce e senza pensare , sarebbe che il male sia insito nell’uomo così  come il bene…eterna lotta. 

Esemplificativo e banale.

Chiediamoci piuttosto perché, nonostante il grado di cultura sia (abbastanza) aumentato e nonostante tutti gli sforzi da parte di esperti di fenomeni e deviazioni sociali, di interventi da parte delle forze dell’ordine, (e finalmente da parte dello stato) siamo ancora relegati al concetto di violenza di seria A e violenza di serie B ?

Cosa c’è che non va nel nostro sistema sociale e in quello intellettivo?

Da quando esiste il mondo la violenza sulle donne è stata sempre considerata un male minore rispetto a quella esercitata sugli uomini , questo perché ci hanno insegnato che l’essere perfetto sia di genere maschile, dando in questo modo una connotazione sessuale a Dio, (Dio Padre) e che vuole la donna seconda all’uomo, creata più come sollazzo che come sostegno.

“In principio Dio creò il cielo e la terra….allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere di suolo e soffió  nelle sue narici un alito di vita…poi il Signore Dio disse : non è bene che l’uomo sia solo….il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo che si addormentò, gli tolse una costola e richiuse la carne al suo posto….il Signore Dio plasmò con la costola che aveva tolta all’uomo, una donna…allora l’uomo disse: è carne della mia carne e ossa delle mie ossa …” (dal libro della Genesi).

Attenzione: seconda nell’atto della creazione, non seconda all’uomo.

La donna, rea d’aver attinto all’albero della conoscenza  e di averne dato al marito il frutto, fu relegata al ruolo di prostituta e tentatrice , causa della loro cacciata dall’Eden . 

Da quel giorno l’opera di denigrazione e punizione sulla donna, non è mai cessata. 

A volte credo sia necessario partire da molto lontano.

La storia ci insegna quante battaglie ha dovuto combattere la donna per riprendersi il posto che Dio le aveva assegnato come compagna dell’uomo e non come sua sottoposta a causa dell’unico peccato mai perdonato nella storia dell’umanità, fin dalla creazione.

L’arroganza del genere umano nel volersi  sostituire a Dio nel giudizio e nelle opere, (non essendo di natura divina), ha permesso di fatto che  ci fossero due pesi e due misure; una per l’uomo è una per la donna, facendone la vittima sacrificale di ogni sorta di frustrazione, rabbia, malcontento e follia del genere maschile. 

L’importante è però non cedere a meri  discorsi sessisti e cadere nella trappola del fare “di tutta l’erba, un fascio” . (Errore imperdonabile).

Vero è, che la cronaca è piena di notizie di femminicidio, reato che finalmente ha trovato una collocazione nella nostra giurisprudenza da pochissimo tempo in un paese che si professa civile e in uno stato che ha abolito il delitto d’onore (come se ci fosse un onore nel commettere omicidio), soltanto nel 1981 con la Legge 442.  Uno Stato complice dell’omicidio di troppe donne e che dava potere di giudizio insindacabile all’uomo , il quale poteva decidere della vita o della morte della propria moglie, fidanzata, sorella, figlia scostumata o disonorata, in nome di “quell’onore” riconosciuto come valore socialmente rilevante , tanto da giustificarne un omicidio per il quale avrebbe avuto notevoli attenuanti nello scontare una pena.

Nonostante ciò, gran parte della violenza di genere, nella fattispecie l’omicidio, in qualunque parte del mondo, (e sottolineo, qualunque luogo nel mondo), avviene  sempre per lo stesso motivo: “quello passionale”, fin dalla creazione di Eva.

L’unica cosa che è cambiata, è la nostra consapevolezza, la nostra capacità di giudizio e quella di riconoscere un delitto o una violenza in quanto tale, rivolta sia  agli uomini, che in questo caso alle donne.

Questa nuova consapevolezza , ha fatto in modo che nascessero tante strutture di supporto alle donne, sfruttate, stolkerate , stuprate, oltraggiate, vilipese e oggetto di ogni genere di violenza che va da quella psicologica a quella fisica a quella di costume a quella sociale. 

Sono tanti gli uomini che si fanno promotori e partecipi di iniziative di solidarietà e di sostegno alle donne, ma non è ancora abbastanza . Fino a quando non si estirperanno le sovrastrutture radicate come grosse querce nel nostro cervello, che vogliono le donne in qualche misura inferiori all’uomo sia nella forza fisica che nel potenziale intellettivo, fino a quando non si avrà contezza che non esiste nel genere umano una natura superiore se non quella divina, fino  a quando non si avrà l’onesta intellettuale di riconoscere che da sempre è stato perpetrato un danno morale oltre che fisico e sociale nei confronti della donna e se ne farà ammenda, fino a quando non si smetterà di vedere la donna meretrice, furba e disonesta che affabula ed inganna, fino a quando non sparirà ogni forma di competizione tra le stesse, fino a quando la diversità antropologica non diverrà un valore aggiunto e non la scusante di comportamenti estremi insiti nell’animale maschio a scapito della femmina, rimarranno soltanto belle parole farcite di ipocrisia che non faranno vedere nessuna luce in fondo al tunnel. La donna non dovrebbe essere costretta a difendersi dall’uomo per la paura che meri istinti atavici che non si sono mai evoluti, possano essere l’arma che attacca e uccide…

In questo caso, l’unica consapevolezza che ci rimane è quella che c’è ancora tanta, troppa, strada da fare.

Purtroppo.

di Claudia Badalamenti

È sempre noioso dover ricorrere alle puntualizzazioni, noioso come quando si è costretti a riprendere continuamente un bambino che dopo ripetute lezioni, non sa ancora fare i compiti; la cosa diventa addirittura odiosa, quando si è costretti a farlo con un adulto e per di più, un adulto a cui è stato dato un peso specifico.

Dopo l’ultima grande polemica suscitata dalle tristi dichiarazioni del direttore Vittorio Feltri, circa l’inferiorità dei meridionali, come spesso accade, è facile imbattersi in altre perle di saggezza del “bergamotto dagli zigomi rossi” che spara contro tutti i bersagli possibili perché per contratto e per portare a casa la pagnotta, deve pur scrivere qualcosa.

In questo momento, inveire contro il povero Feltri, visti i guai che sta passando, (vedi provvedimenti disciplinari, denunce e petizioni per la radiazione dall’albo dei giornalisti), oltre ad una popolarità pari allo zero, sarebbe come sparare sulla croce rossa se si trattasse di un altro individuo, ma con lui no, non si può !

In uno dei suoi articoli circa il compenso delle donne lavoratrici scrive “Le donne guadagnano meno, ma il motivo è che hanno figli e facendo figli si devono assentare dal lavoro e siccome quando si assentano dal lavoro non prendono soldi, allora è normale che guadagnino meno. Fare figli non è un obbligo ma un hobby, come coltivare patate, per questo le donne matrone che sfornano figli non possono pretendere, se fanno bambini, di essere retribuite come gli uomini che fanno lavori veri, né tantomeno chiedere uno stipendio se vogliono fare le casalinghe”.

Sui veli pietosi che infarciscono queste frasi non ci sono dubbi, pubblicate sul giornale Libero, ma il fatto che si chiami così, non vuol dire che uno è libero di sparare questo genere di cavolate (eufemismo), perché per far questo non occorre essere direttore di un giornale, strapagato , basta solo essere ignoranti, li dove ignorante sta per “colui che ignora”.

E allora, visto che io sono fieramente donna, madre e lavoratrice e visto che Lei , nonostante gli studi e gli sforzi scrive ancora come un bambino di terza elementare (serale), posso permettermi di istruirla (che poi non è così tanto lusso…) in modo che non commetta più queste bassezze che di certo non rendono onore non solo ad una intera categoria, ma anche a quella apicale nella quale vengono classificati i direttori (mi scusi se lo scrivo minuscolo).

Se la sua onorevole madre non fosse stata una “fattrice” per hobby, il Vittorino settebellezze non avrebbe visto la luce e sicuramente in questo momento apparterrebbe a quell’utopistico mondo dell’iperuranio.

Dovremmo bacchettare Donna Adele per la scelleratezza di averle dato un posto tra i mortali, relegandola anche alla possibilità che avrebbe potuto non venire bene, avendo lacune che, altrimenti, in un’altra realtà immortale probabilmente non avrebbe avuto. Anche di questo però, non siamo certi.

Potrei fare una prosopopea sulla donna, dire  quante  e quali battaglie è stata costretta a combattere per il suo sacrosanto diritto di essere riconosciuta in egual misura degli uomini in questa società, che purtroppo ancora, di femminile ha solo il nome; potrei farle notare le capacità multitasking di svolgere contemporaneamente il compito di madre, donna, insegnante, economista, lavoratrice, casalinga, infermiera, cuoca, compagna, psicologa, educatrice, amica e persino amante ed avere ancora voglia nell’arco di una giornata di fare sport, dedicarsi all’arte, alla cultura, alla lettura, allo studio ed altre mille cose tutte insieme; potrei farle notare che le donne non fanno figli per hobby come coltivare patate, ma i figli spesso sono frutto di un atto d’amore e nel caso non fosse così, i figli nati da stupri o gravidanze non desiderate, saranno una volta nati, loro stessi un atto d’amore; potrei ancora insegnarle che le donne non si assentano dal lavoro perché hanno figli, ma per problemi che potrebbero avere o dare questi ultimi e che poi, devono recuperare con gli interessi; potrei ancora  dirle di come sia entrato nel vocabolario della nostra giurisprudenza una nuova parola per un reato antico come il mondo ma riconosciuto solo da poco: femminicidio; potrei farle notare con quanta eleganza e dignità le donne sono costrette a sentire persone che come lei, vivono la propria mascolinità come un diritto di nascita; potrei farle notare ancora che le donne non guadagnano di meno perché non fanno lavori veri come gli uomini, ma perché ancora oggi vivono la disparità di genere,  che è la vergogna patrimonio dell’umanità.

Potrei ancora dirle tante cose “magnifico” direttore, ma in questo momento me ne viene in mente solo una: nonostante la sua tenera età continui a studiare, perché il suo patrimonio culturale viene pericolosamente attaccato da profonde lacune che ancora oggi non sono in grado di contrastare l’ignoranza.

 

Quotidianamente gli avvenimenti di cronaca ci portano al “femminicidio”. I dati ISTAT chiariscono che almeno 49 mila donne si sono rivolte ai centri antiviolenza. Ma questi dati sono ancora parziali. Le proiezioni sono in crescente aumento, e il dato è allarmante.
Per la maggiore, questi casi hanno origine in ambito familiare, ma questa casualità non è la regola!
Nelle ultime ore due avvenimenti sono stati registrati in Sicilia, uno a Catania e l’altro a Palermo.
A Catania una ragazzina di appena 15 anni, veniva picchiata giornalmente dal suo compagno, di nove anni più grande.
La ragazza scoprendo di aspettare un figlio dal suo aguzzino, e con il timore delle continue vessazioni, che in futuro potevano essere dirette anche al nascituro, ha deciso di interrompere volontariamente la gravidanza e di rivolgersi alle forze dell’ordine. Il 24enne è stato arrestato.

A Palermo, ieri, una furibonda lite familiare, ha fatto riportare a una 44enne tagli e ferite alla mandibola, al braccio e un dente rotto al termine di una colluttazione con il marito 49enne.
Provvidenziale è stata la chiamata al 112, da parte dei vicini, che hanno sedato la lite e arrestato l’uomo con l’accusa di maltrattamenti e lesioni gravi.

Il “femminicidio” non indica solo l’”omicidio” della donna, ma in se porta un significato più ampio e articolato. Il “femminicidio” è “qualsiasi forma di violenza posta in maniera continuata sulle donne, al fine di sovrastarle”, e la sua reiterazione porta alla morte.
Per combattere la violenza sulle donne, non basta l’intervento delle forze dell’ordine o le compagne di sensibilizzazione. Per combattere la violenza bisogna ri-partire da “0”, dalle scuole, insegnando ai futuri uomini di domani le opportunità concrete di parità sociale.

Morire a 22 anni, senza un perché. Questa è la storia di Sara Di Pietrantonio, la ragazza morta semicarbonizzata, all’alba di sabato mattina, per mano del suo ex fidanzato, tra l’indifferenza di automobilisti che non le hanno prestato attenzione

Poco più che una bambina, iscritta alla facoltà di economia dell’Università di Roma tre, aveva una vita da vivere, ed un nuovo fidanzato. Cosa da ragazze della sua età, che si trasformano in esperienza, in percorsi di vita, in scelte consapevoli.
Eppure il percorso di vita di Sara, era già stato minato da tempo,  vittima di quello “stalking” che il suo ex fidanzato, Vincenzo Paduano, le perpetuava da quando la loro relazione – durata poco meno di due anni – era giunta al termine, eppure lui non accettava che lei avesse intrapreso una nuova conoscenza con un altro ragazzo. C’era stato anche un episodio di violenza, che però la ragazza non aveva denunciato. Questo è quanto emerge dai racconti delle amiche di Sara.
Lui, Vincenzo Paduano, 27 anni, guardia giurata, che alla fine ha ammesso il delitto, quello consumato sabato notte, alle prime luci dell’alba, dopo aver seguito la ragazza, che rientrava da una serata con un’amica e quel nuovo ragazzo che stava frequentando. L’ha speronata, costretta a fermasi, aggredita, e poi uccisa.
Sembra che l’uomo controllasse gli spostamenti della giovane donna, attraverso un’applicazione installata sul telefono della ragazza. Grazie a quella, l’uomo quella sera seppe dove fosse Sara, e pertanto gli fu semplice attenderla lungo il tragitto che la riportava a casa.
Paduano aveva con se una bottiglia di alcool – simbolo questo della premeditazione – e dopo la lite, ha cosparso la macchina del materiale infiammabile e vi ha dato fuoco.
La giovane donna è scappata, ma poi è stata raggiunta dall’uomo che l’ha aggredita, forse strangolata (i dettagli si conosceranno oggi dopo l’autopsia) e poi le ha dato fuoco.
La cosa orrenda, è che Sara prima di essere raggiunta dal suo carnefice, ha incrociato su Via della Magliana, almeno due autovetture, che però sono rimaste indifferenti alla richiesta di aiuto della ragazza. Le telecamere situate in loco, hanno non solo ripreso la scena, ma hanno permesso di rintracciare i veicoli transitati sul luogo, i cui conducenti hanno affermato di non essersi accorti che la ragazza avesse bisogno di aiuto.
Eppure erano le 4 del mattino, su una strada poco trafficata a quell’ora e una ragazza che corre e urla, non costituisce certo una scena “normale”, o degna di indifferenza.
E’ stato il procuratore aggiunto di Roma, Maria Monteleone a dichiarare con perentorietà: “Chi incontra una ragazza in difficoltà, non deve girarsi dall’altra parte,  e che questa morte non sia inutile. Due passanti non si sono fermati, e se Sara invece fosse stata soccorsa, se si fosse chiesto aiuto forse sarebbe ancora viva”.
E se si pensa con quanto facilità si chiamano Polizia e Carabinieri per un banale incidente, allora viene da chiedersi se davvero quella di sabato notte, non sia stata una indifferenza “crudele”, per la serie “faccio finta di non vedere, tanto non tocca a me”.
Sara aveva mandato verso le 3 un messaggio alla sua mamma, dicendole che stava facendo rientro a casa, ma a casa purtroppo, non è riuscita a fare rientro. Erano le 5 infatti, quando il suo corpo è stato ritrovato semicarbonizzato.
Vincenzo Paduano, versando anche qualche lacrima, dopo 8 ore di interrogatorio, ha poi confessato di aver ucciso Sara con premeditazione, oltre ad aver commesso il reato di stalking. “Sono proprio un mostro” – sembrerebbe abbia detto l’omicida. Eppure quella notte, dopo aver commesso l’omicidio, con una freddezza disumana, è andato a lavoro, come se nulla fosse accaduto. Gli indizi degli investigatori erano però già chiari. Le telecamere di una ditta di calcestruzzi,  avevano ripreso alcuni dettagli del luogo, come la presenza dell’auto dell’assassino, sul luogo del crimine.
Ancora un caso di “femminicidio”, l’ennesimo. Come se la donna dovesse essere proprietà di un uomo, come se non fosse una creatura capace di scegliere, di dire no. Incoraggiare le ragazze a denunciare, a chiedere aiuto, potenziare i centri di ascolto, di antiviolenza e di educazione affettiva.
I dati ormai sono divenuti spaventosi, fanno paura. E’ora di investire per davvero tempo e denaro, affinché questo terribile fenomeno, non prenda una china troppo ripida per poterlo fermare.
Simona Stammelluti

Morire a 22 anni, senza un perché. Questa è la storia di Sara Di Pietrantonio, la ragazza morta semicarbonizzata, all’alba di sabato mattina, per mano del suo ex fidanzato, tra l’indifferenza di automobilisti che non le hanno prestato attenzione

Poco più che una bambina, iscritta alla facoltà di economia dell’Università di Roma tre, aveva una vita da vivere, ed un nuovo fidanzato. Cosa da ragazze della sua età, che si trasformano in esperienza, in percorsi di vita, in scelte consapevoli.

Eppure il percorso di vita di Sara, era già stato minato da tempo,  vittima di quello “stalking” che il suo ex fidanzato, Vincenzo Paduano, le perpetuava da quando la loro relazione – durata poco meno di due anni – era giunta al termine, eppure lui non accettava che lei avesse intrapreso una nuova conoscenza con un altro ragazzo. C’era stato anche un episodio di violenza, che però la ragazza non aveva denunciato. Questo è quanto emerge dai racconti delle amiche di Sara.

Lui, Vincenzo Paduano, 27 anni, guardia giurata, che alla fine ha ammesso il delitto, quello consumato sabato notte, alle prime luci dell’alba, dopo aver seguito la ragazza, che rientrava da una serata con un’amica e quel nuovo ragazzo che stava frequentando. L’ha speronata, costretta a fermasi, aggredita, e poi uccisa.

Sembra che l’uomo controllasse gli spostamenti della giovane donna, attraverso un’applicazione installata sul telefono della ragazza. Grazie a quella, l’uomo quella sera seppe dove fosse Sara, e pertanto gli fu semplice attenderla lungo il tragitto che la riportava a casa.

Paduano aveva con se una bottiglia di alcool – simbolo questo della premeditazione – e dopo la lite, ha cosparso la macchina del materiale infiammabile e vi ha dato fuoco.

La giovane donna è scappata, ma poi è stata raggiunta dall’uomo che l’ha aggredita, forse strangolata (i dettagli si conosceranno oggi dopo l’autopsia) e poi le ha dato fuoco.

La cosa orrenda, è che Sara prima di essere raggiunta dal suo carnefice, ha incrociato su Via della Magliana, almeno due autovetture, che però sono rimaste indifferenti alla richiesta di aiuto della ragazza. Le telecamere situate in loco, hanno non solo ripreso la scena, ma hanno permesso di rintracciare i veicoli transitati sul luogo, i cui conducenti hanno affermato di non essersi accorti che la ragazza avesse bisogno di aiuto.

Eppure erano le 4 del mattino, su una strada poco trafficata a quell’ora e una ragazza che corre e urla, non costituisce certo una scena “normale”, o degna di indifferenza.

E’ stato il procuratore aggiunto di Roma, Maria Monteleone a dichiarare con perentorietà: “Chi incontra una ragazza in difficoltà, non deve girarsi dall’altra parte,  e che questa morte non sia inutile. Due passanti non si sono fermati, e se Sara invece fosse stata soccorsa, se si fosse chiesto aiuto forse sarebbe ancora viva”.

E se si pensa con quanto facilità si chiamano Polizia e Carabinieri per un banale incidente, allora viene da chiedersi se davvero quella di sabato notte, non sia stata una indifferenza “crudele”, per la serie “faccio finta di non vedere, tanto non tocca a me”.

Sara aveva mandato verso le 3 un messaggio alla sua mamma, dicendole che stava facendo rientro a casa, ma a casa purtroppo, non è riuscita a fare rientro. Erano le 5 infatti, quando il suo corpo è stato ritrovato semicarbonizzato.

Vincenzo Paduano, versando anche qualche lacrima, dopo 8 ore di interrogatorio, ha poi confessato di aver ucciso Sara con premeditazione, oltre ad aver commesso il reato di stalking. “Sono proprio un mostro” – sembrerebbe abbia detto l’omicida. Eppure quella notte, dopo aver commesso l’omicidio, con una freddezza disumana, è andato a lavoro, come se nulla fosse accaduto. Gli indizi degli investigatori erano però già chiari. Le telecamere di una ditta di calcestruzzi,  avevano ripreso alcuni dettagli del luogo, come la presenza dell’auto dell’assassino, sul luogo del crimine.

Ancora un caso di “femminicidio”, l’ennesimo. Come se la donna dovesse essere proprietà di un uomo, come se non fosse una creatura capace di scegliere, di dire no. Incoraggiare le ragazze a denunciare, a chiedere aiuto, potenziare i centri di ascolto, di antiviolenza e di educazione affettiva.

I dati ormai sono divenuti spaventosi, fanno paura. E’ora di investire per davvero tempo e denaro, affinché questo terribile fenomeno, non prenda una china troppo ripida per poterlo fermare.

Simona Stammelluti

Il 13 e 14 maggio scorsi si è svolto, presso la Real Basilica Pontificia di San Francesco di Paola in Piazza del Plebiscito a Napoli, un seminario intensivo dal titolo “La violenza psicologica nella coppia. Cosa c’è prima di un femminicidio”, organizzato dalla Dr.ssa Maria Esposito, Psicologa di origini montaltesi, in collaborazione con l’Associazione “Iniziativa Sangiorgese”, e patrocinato dall’Associazione Italiana Mediatori Familiari

Il seminario ha visto alternarsi diversi ed importanti professionisti provenienti da tutta Italia, che hanno permesso ai corsisti – anch’essi di diverse zone d’Italia – di avere una visione d’insieme sulla tematica affrontata, toccando gli ambiti psicologico, giuridico e sociale.
Le due giornate hanno avuto inizio con la visione di foto, realizzate dalla fotografa Carmela Paonessa, che ritraevano donne che subiscono, o hanno subìto violenze, abusi o maltrattamenti.
Le relazioni degli esperti, hanno tutti avuto come fulcro principale, l’importanza della qualità della comunicazione nella coppia, oltre al fondamentale ruolo svolto dalla mediazione familiare, nel sedare i conflitti, così come ha spiegato durante il suo intervento in apertura di convegno, la D.ssa Cristina Ciambrone, mediatrice familiare e Consigliera regionale dell’Aimef Calabria.

Altro importante argomento trattato nel meeting, è stato lo stalking, fenomeno sempre più in auge, che il Dr. Fabio Delicato, Psicologo forense, CTU della Procura della Repubblica di Napoli, ha trattato anche portando ed analizzando una sua personale recente ricerca, in cui indaga l’incidenza dello stalking nel Sud Italia.
Altra importante relatrice dell’intero seminario è stata la Dr.ssa Monica Bonsangue, Psicologa e Presidente PLP Lombardia, che, basandosi sulla sua esperienza personale nel trattare casi di violenze e maltrattamenti, ha relazionato in entrambe le giornate su definizione, analisi ed interventi riguardo alla violenza psicologica nella coppia, presentando anche il suo libro di recente pubblicazione e mostrando della audio/video registrazioni di casi reali di violenze raccontate direttamente dalle vittime o dai loro parenti.
Nella seconda giornata di seminario, è stata la D.ssa Simona Di Matola, Psicologa e Presidente PLP Campania, a relazionare sugli aspetti psicologici della violenza nella coppia.
E poi ancora argomenti trattati come il ruolo che svolgono i servizi sociali nel conflitto di coppia, spiegato dalla D.ssa Ornella Vavalà.
Gli aspetti legali del conflitto di coppia, sono stati trattati dall’Avvocato Biagio Cepollaro.
La Dr.ssa Virginia Ciaravolo, Psicocriminologa e Presidente dell’Associazione Mai più violenza infinita, da Roma ha portato il suo contributo parlando dei profili psicologici del carnefice e della vittima.

Infine, la Dr.ssa Maria Esposito ha voluto sentitamente portare  il racconto di una figlia della terra di Calabria, Lea Garofalo, che, non solo ha subito violenze, abusi e maltrattamenti dal suo ex compagno, ma è stata addirittura barbaramente uccisa dallo stesso. Oltretutto, in questa storia, oltre alla testimonianza di un femminicidio, si aggiungeva quella di un omicidio a sfondo mafioso.
“Il momento del racconto della storia di Lea Garofalo – dice la Dr.ssa Esposito, intervistata alla fine del convegno –  ha commosso ed emozionato tutti gli astanti, poiché pochi conoscevano la vera storia di questa donna coraggiosa oltremodo nel ribellarsi ad un sistema potente, inattaccabile. Ho sentito telefonicamente Marisa, la sorella di Lea, che ancora ringrazio di cuore per avermi fatta entrare nella vita di sua sorella e nei ricordi che lei serba di Lea. Per me è stato un vero onore poter essere la portavoce di una storia che, seppur tragica, ha comunque un messaggio bello e positivo. Marisa mi ha anche inviato una lettera che Lea scrisse all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, prima di morire, ed in cui manifestava il suo grido di aiuto e di dolore. E’ stato un meraviglioso seminario in cui gli scambi umani e professionali sono stati molti e di sicuro replicheremo”.
I corsisti provenivano dal Nord come dal Centro e dal Sud. Erano variegati: avvocati, psicologi, mediatori familiari, studenti, allievi dell’Arma dei Carabinieri, che hanno chiesto di essere presto ricontattati per nuovi ed interessanti seminari.
Simona Stammelluti