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Non mi sentivo tanto bene, forse era solo il male di stagione.
Ogni anno di questi tempi scatta quel fastidioso raffreddore di due o tre giorni.
Ma quest’anno è diverso; lunedì andrò a fare il tampone, per i fatti miei, così mi tolgo il pensiero.
Lunedì 9 novembre siamo in tanti davanti al laboratorio privato, tutti in attesa della stessa cosa, sapere se si è o meno positivi al Covid-19.
E’ il cosiddetto tampone rapido, ti danno il risultato in meno di un’ora.
In meno di un’ora scopro di essere positiva.
Che faccio?
Prima di ogni altra cosa, chiedo ai miei familiari di sottoporsi allo stesso test a tempo di record; tutti negativi, per fortuna.
Resto sola.
Il medico curante avvia le comunicazioni con la Asp, mi dà la cura che mi necessita: tachipirina, antibiotico, visto che mi fa male anche l’orecchio.
Aspetto.
Nelle ultime ore ho letto di tutto.
Non funziona niente, sembriamo malati di serie B.
Ma in Calabria, mi domando, esistono malati di serie A? Sono mai esistiti malati di serie A?
Ho avuto a che fare con la Sanità pubblica in Calabria in passato, per 11 lunghi anni, potrei scrivere un trattato su cosa non va. La Sanità fa acqua da tutte le parti, si sta scoperchiando tutto lo schifo atavico di una terra di ‘ndrangheta.
Aspetto.
Penso che sarò l’ennesimo “isolato abbandonato”.
Sono sola.
Ma fortunatamente ho chi mi aiuta, se ho bisogno. Medicine, spesa, chiamo, lei arriva.
Penso a chi però non ha l’amica del cuore che aiuta materialmente e rinfranca lo spirito.
Aspetto. 
E’ mercoledì 11 novembre quando da numero anonimo mi chiama un ragazzo che dice di essere dell’Asp e che con un linguaggio quasi incomprensibile mi avvisa che mi richiameranno per dirmi quando fare il tampone. Dovrebbe essere il 19, no, il 21, no il 23. C’è confusione in quel che dice, ma è certo – dice – che qualcuno mi avviserà. E’ il primo tampone ufficiale, quello che devo fare e che dovrò fare recandomi con il mio mezzo al Drive-in allestito in Taverna di Montalto Uffugo in provincia di Cosenza. Sì, perché solo chi non deambula, riceve il tampone a domicilio, così mi han detto.
Nessuno mi richiama, chiamo io al medico preposto al servizio e vengo a sapere che il mio nome è inserito nell’elenco dei tamponi da effettuare il giorno 18 novembre. Ma nessuno mi aveva avvertito. La programmazione è fatta un po’ alla carlona, penso, ma non lo dico.
A che ora? – chiedo.
Dalle 8.
Dalle 8 sono lì.
C’è grande caos, tante, tantissime macchine in fila, non si capisce dove mettersi: dalla parte di chi ha già il covid o da quella di chi ancora non sa? Chiedo. Sono nella corsia sbagliata. Mi sposto, ma tanto non cambia un granché.
Aspetto.
Sono quasi le 13 quando arriva il mio turno.
Mi rendo conto che la situazione è complicata in quel posto.
Il personale è troppo poco per smaltire quella mole di lavoro, e allora perché nessuno interviene?
Domando ad una dottoressa che è sul posto quando mi verrà consegnato il risultato del tampone effettuato.
Mi viene risposto che se sono negativa nessuno mi comunicherà nulla. Se invece il tampone processato dovesse risultare ancora positivo me lo comunicheranno e allora si dovrà ricominciare tutto daccapo.
Da sola, l’attesa, nessuno che dall’amministrazione comunale si domandi se io abbia o meno bisogno di qualcosa o che sia capace anche di un gesto di pietà, una vicinanza umana. Riprenderà l’attesa di qualcuno mi chiami da un numero anonimo e mi dica cosa fare, quando, come.
Ma se fossi negativa al tampone – che so per certo deve essere processato in 48 ore al massimo – non ci vorrebbe un secondo tampone che attesti in maniera inequivocabile che sono negativa e quindi guarita e che pertanto sono pronta per rivedere la mia famiglia e tornare a lavorare e alla normalità?
Nessuno ha risposto a questa domanda. 
Questo periodo passerà alla storia come quello in cui nessuno risponde alle domande, nessuno ha risposte adeguate, anche su cose che sembravano scontate, accertate, collaudate ormai.
Aspetto.
Aspetto che qualcuno mi dica. Anzi no, spero che NESSUNO mi dica più nulla.
E così sia.

 

Questa è la storia di una delle tante persone che sono affette da Covid e che dal dover essere isolate per quarantena obbligatoria, sono diventante “isolate abbandonate”.

Il protagonista della storia (vera) è un ragazzo di 19 anni che vive a Montalto Uffugo un paese di 22 mila abitanti in provincia di Cosenza.
Cosa avrà mai di interessante questa storia? – vi chiederete.
Interessante sarà scoprire cosa lui e la sua famiglia hanno passato dopo aver scoperto che il ragazzo aveva contratto il Covid. Ma per dovere di cronaca, racconterò tutto quello che è accaduto da ancor prima, che il risultato del test risultasse positivo.
Il 19 ottobre il protagonista ha la febbre.
Siamo sui 37 e mezzo, febbre che scomparirà da sola, nel giro di  un paio di giorni.
Ma il ragazzo, che ha la mamma paziente oncologica ha paura, si preoccupa per lei e vuole sottoporsi al tampone per precauzione, ed anche perché gli servirà per far rientro a scuola.
Il medico di famiglia non ritiene opportuno segnalare il caso alla ASL perché sostiene che la febbre non è abbastanza alta.
Così il ragazzo accompagnato da un familiare, va a farsi il tampone in un laboratorio privato; il risultato glielo daranno dopo 24/36 ore.
Siamo al 23 di ottobre.
Il ragazzo nel frattempo era già senza febbre e senza nessun altro sintomo, continua così a svolgere la sua vita di sempre. Un compleanno, un pub con gli amici.
La sera del 24 ottobre, il ragazzo scopre la sua positività al Covid. 
Da premettere che prima ancora che la famiglia conoscesse il risultato di quel tampone fatto spontaneamente dal protagonista di questa storia, in paese già corrono voci inquietanti e infamanti. Su di lui e sulla sua famiglia si dice di tutto, dal fatto che fosse stato accompagnato in maniera coatta a casa dalle forze dell’ordine, alle bugie circa la positività di tutta la famiglia.
Ma torniamo ai fatti. 
Constatata la positività, si attende che si attivi finalmente il protocollo, considerato il fatto che la mamma del ragazzo, paziente oncologica, in caso di negatività dovrà assolutamente essere allontanata da casa e messa in sicurezza.
Passano i giorni, ma nessuno va a far visita alla famiglia per effettuare i tamponi.
Il ragazzo sa di essere positivo perché ha un responso virologico privato, ma ancora nessuno ha ufficializzato questa positività. Barricati in casa, abbandonati da tutti, trascorrono la loro quarantena, cercando quanto più possibile di preservare la madre, affinché non entri in contatto con il coronavirus.
Sono invisibili.
Del protocollo in caso di positività non v’è traccia. 
Nessuno si domanda cosa stia accadendo in quella famiglia, nessuno si domanda se hanno bisogno di qualcosa, se stanno bene. Ci pensano solo i familiari che supportano i loro cari, con dedizione e lucidità.
Intanto il protagonista stesso cerca di avvertire gli amici con i quali ha avuto contatti negli ultimi giorni, ma non può fare affidamento sul tracciamento della Asl, che ancora non ha effettuato nessun tampone a nessun membro di quella famiglia.
Passano 10 giorni. 
Siamo al 2 di novembre, quando finalmente mamma, papà e sorella del protagonista – che nel frattempo coscienziosamente avevano rispettato la quarantena nel pieno rispetto delle regole e del bene altrui – vengono convocati dalla Asl per quel famoso tampone.
10 giorni dopo.
Ma oltre al danno la beffa.
Dalle 8 del mattino, all’una gli viene comunicato che sono finiti i tamponi e che non potranno essere sottoposti al test. Sarà la giovane sorella a pretendere – visto che sono stati convocati – che venga fatto loro l’esame. Sono tutti negativi.
Lo sapranno solo 6 giorni dopo.
6 giorni dopo.
Per non parlare delle condizioni in cui vengono tenuti i tamponi processati e non, presso il punto Asp destinato (ma questa è un’altra storia che racconterò a breve).
La tempestività non è contemplata nel protocollo già inesistente della Asp sul territorio.
Il giorno 4 novembre anche il protagonista viene sottoposto al tampone.
Finalmente, direte!
Sì, ma deve recarsi  con le sue gambe al centro Asp che dista 12 km dal centro del paese dove il giovane risiede. Con le sue gambe, con il suo mezzo, accompagnato da suo padre.
Quindi un malato di Covid, non riceve mai a casa i responsabili del servizio tamponi, ma si sposta da solo, per avere quel che spetterebbe invece a tutti i malati di questa maledetta malattia virale.
Morale della favola, anche il protagonista riceve il risultato delle analisi dopo 5 giorni, attraverso una comunicazione telefonica che reca in se ancora dubbi. Positivo, negativo? Sembra difficile anche leggere un referto.
Intanto i compagni del protagonista, quelli che con lui avevano trascorso le ore precedenti al suo malessere, si barricano anch’essi in casa insieme alle loro famiglie, con tutte le problematiche del caso, comprese quelle lavorative, rispettando la quarantena volontaria, in attesa di ricevere una comunicazione della Asp, che gli dica cosa fare, come comportarsi, come agire.
Tutti abbandonati a sé stessi sul territorio. 
Ad oggi ancora diversi ragazzi non hanno ricevuto la visita dei responsabili Covid della Asp.
Uno di loro  – che grazie alla coscienza propria e della sua famiglia è rimasto in quarantena a casa – ha scoperto solo ieri, dopo essersi sottoposto al test il 4 di novembre, di essere positivo.
E i suoi familiari hanno provveduto privatamente e personalmente a sottoporsi a regolare tampone anti-covid.
Sul territorio ogni giorno ci sono nuovi casi scoperti per caso, perché chi ha qualche sintomo si reca a farsi un tampone rapido presso strutture private e poi si attende, si attende per giorni, per settimane che qualcuno si accorga di loro.
Non c’è il protocollo, non si attiva. 
A Montalto Uffugo non si è attivato.
Sorge il dubbio che di tutti gli organi preposti alla gestione della vicenda Covid sul territorio, nessuno sia a conoscenza delle linee guida. 
Per la serie, “Si salvi chi può” perché sennò, finisce che il mondo si dimentica che esisti, una volta che ha finito di infangare e infamare famiglie che hanno avuto rispetto per il prossimo, senza ricevere in cambio neanche quello che spettava loro di diritto.
Simona Stammelluti 

I nuovi casi Covid in Sicilia sono 984 . Gli attuali positivi sono 13.564 di cui  895 ricoverati con sintomi, 117 in terapia intensiva (+2) e 12.552 in isolamento domiciliare.

484 sono i deceduti, 12 in più rispetto a ieri.
Salgono a 20.806 i casi totali, 6.758 i dimessi guariti. Sono 7293 i nuovi tamponi effettuati.

Questa la ripartizione su base provinciale dei nuovi casi:
276 a Palermo,
269 a Catania,
71 a Messina,
63 a Trapani,
90 a Ragusa,
48 a Siracusa,
53 ad Agrigento,
88 a Enna,
26 a Caltanissetta.

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Come preannunciato questa mattina il comune ha provveduto a sanificare i locali della scuola elementare Lauricella del viale della Vittoria e quelli della scuola media Pirandello. Lunedi si continuerà l’opera di sanificazione dell’istituto Garibaldi e del comprensivo di Fontanelle

Tra Agrigento e provincia, dopo 290 tamponi effettuati i positivi sono risultati essere ieri – 46. Sei persone in più – rispetto alle precedenti 24 ore – sono state ricoverate in ospedale dove si trovano, al momento, 47 degenti. Aumentati anche – di 44 arrivando a complessivi 403 – gli agrigentini che si trovano in quarantena. Dodici invece le persone sistemate in strutture lowcare. Ma ieri ci sono stati anche, purtroppo, due nuove vittime e si arriva a 24 decessi. Appena 15 – nella giornata del 29 ottobre – i guariti e il totale di coloro che si sono lasciati l’incubo del Covid alle spalle è arrivato a 334. Al 29 ottobre, l’Asp riferisce di 33 persone in trattamento (erano 36 il giorno prima) – poiché attualmente positive – ad Agrigento che ha, però, già avuto anche 29 guariti e 2 decessi, arrivando ad un totale di 64 casi. Alessandria della Rocca ha 1 solo positivo; Aragona ne ha 7 (il giorno prima erano 8), 26 i guariti e dunque un totale di 33 casi. Bivona ha 2 persone attualmente positive (il giorno prima era Covid-free); Burgio è a 0, ma ne ha avuti 2 che sono guariti; Calamonaci ha 1 positivo; lo stesso Caltabellotta; Camastra è a quota 3 (il giorno prima non ne aveva); aumentano i contagi anche a Cammarata che ha 4 casi (ne aveva 3); resta ferma a 7 invece Campobello di Licata; mentre sale da 29 a 32 Canicattì. Casteltermini – tanto nel bollettino Asp del 29 quanto in quello del giorno precedente – viene data a 0, ma in realtà, sui social, il sindaco Gioacchino Nicastro ha annunciato un nuovo positivo. Castrofilippo è schizzata – stando sempre al dato ufficiale fornito dall’Asp – a ben 8 casi (+4 rispetto alle 24 ore precedenti); ferma a 2 Cattolica Eraclea; così come resta ferma a 4 Cianciana; Favara passa da 31 a 32 attualmente positivi; mentre Grotte e Joppolo Giancaxio restano ferme rispettivamente a 2 e a 1 caso. Licata, sul bollettino del 29 ottobre, risulta avere 36 persone positive (erano 34 il giorno prima), ma ha anche 23 guariti (21 il giorno prima), 1 deceduto, ed è arrivata ad un totale di 60 casi. Fermi i contagi a Lucca Sicula con 1 caso, a Menfi con 4 e a Montallegro con 3. Schizzano in avanti, invece, i positivi di Naro che ha raggiunto quota 14 (2 il giorno precedente), due le persone già guarite e 16 in totale i casi. Resta ferma ad 8 Palma di Montechiaro dove ieri, di fatto, ci sono stati due nuovi contagi e altrettanti guariti. Le persone fuori pericolo sono arrivate a 14, ma c’è stato anche un deceduto e i casi complessivi sono stati fin’ora 23. Su Porto Empedocle, l’Asp conteggia 32 persone attualmente positive, tante quante erano il giorno prima. Anche in questo caso ci sono stati 2 nuovi positivi e altrettante guarigioni che sono arrivate a complessive 17. Sul bollettino dell’Asp del 29 ottobre, Racalmuto ha 3 casi di Covid. In realtà, ieri sera, il sindaco Vincenzo Maniglia ha annunciato il quarto caso. A Raffadali ci sono 12 attualmente positivi e 5 guariti; Ravanusa è invece passata da 10 a 14, sono 15 invece i guariti e ben 29 i casi complessivi. Realmonte viene contrassegnata dall’Asp a 0, ma il sindaco ha annunciato informalmente dei nuovi contagi. Ribera è passata da 19 a 20 positivi, 12 i guariti, 1 deceduto e 33 i casi totali; Sambuca di Sicilia è scesa a 91 attualmente positivi (erano 112 il giorno prima). Risultano esserci 19 guariti (solo 1 il giorno prima), 6 deceduti (4), per un totale di 116 casi. San Biagio Platani viene data a 0, mentre San Giovanni Gemini è ferma a 3. Passa da 3 a 4 il numero dei positivi di Sant’Angelo Muxaro, resta ferma ad 1 Santa Elisabetta, scende da 39 a 36 il numero degli attualmente positivi di Santa Margherita di Belìce dove ci sono stati 8 guariti e 1 deceduto, per un totale di 45 casi. Scende anche Sciacca: da 47 a 40 positivi. Ben 73 le persone guarite, 8 i deceduti e 121 il totale dei casi. Siculiana viene data a quota 0.

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La redazione di Sicilia24h nelle ultime ore è stata investita da numerosissime mail nelle quali moltissimi genitori degli alunni di Agrigento ci chiedono di conoscere con certezza la situazione contagi Covid in tutti i plessi scolastici della città di Agrigento.

Non è certo nelle nostre intenzioni cercare di creare un procurato allarme ingiustificato; però voci incontrollate sparse in città nelle ultime ore ci inducono a fare chiarezza, grazie anche alle mail che quotidianamente riceviamo dai genitori.

La situazione Covid che investe le scuole nelle ultime ore è alquanto confusionaria e delicata; 
Il dato che ci chiedono con maggiore insistenza riguarda come mai il liceo scientifico “Leonardo”  di Agrigento non sia stato chiuso malgrado sia stato colpito da due casi Covid.
La stessa cosa non è successa con l’Istituto “Politi” il quale nonostante i due o tre casi accertati è stato chiuso e lo rimarrà per alcuni giorni.
Perché dunque una scuola viene chiusa e l’altra no?
Può essere che i casi all’Istituto Politi siano più di quelli comunicati in prima battuta?
Possiamo conoscere dunque, cari Sindaco e Autorità Sanitarie, le motivazioni di queste scelte e i dati reali che hanno portato a queste differenti decisioni?
Qual è la dunque la reale situzione Covid di tutte le scuole di Agrigento?
Appare superfluo quanto scontato il fatto che i dirigenti scolastici i cui istituti sono stati colpiti dal Covid-19 abbiano attuato i protocolli anticovid previsti.
Ci aspettiamo dunque che almeno ogni 48 ore la Asp di Agrigento renda edotta la popolazione, circa la situazione contagi di tutti gli istituti scolastici della città.

La stessa richiesta la poniamo al neo sindaco Franco Micciché in quanto prima autorità sanitaria del comune capoluogo.

Aveva 77 anni Giuseppe Licalzi, il commerciante di Canicattì deceduto questo pomeriggio all’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta dove era stato ricoverato in terapia intensiva, a causa di una grave insufficienza respiratoria, risultato positivo al coronavirus e mentre insorgeva anche un infarto.

Il Covid-19 continua a mietere vittime. Il commerciante è la seconda vittima dopo l’anziana di Sambuca di Sicilia, dove dilaga la preoccupazione per il numero di positivi che continua a salire

 

Dodici positivi al Covid-19 e sei casi incerti. Sono arrivati gli esiti dei tamponi rinofaringei ai quali sono stati sottoposti i 350 migranti che erano ospiti dell’hotspot di Lampedusa e che sono stati imbarcati sulla nave quarantena Gnv Azzurra. I migranti sono stati tutti collocati in una apposita area che e’ isolata. L’Azzurra e’, intanto, in viaggio verso Lampedusa, dopo aver fatto rifornimento di carburante e viveri al porto di Augusta, dove dovra’ imbarcare altri 350 ospiti della struttura d’accoglienza. L’arrivo e’ previsto per mezzogiorno.

In una delle giornate più buie per la provincia di Agrigento da quando è iniziata l’emergenza Covid 19, non poteva mancare la classica ciliegina sulla torta.
Pochi minuti fa un gommone stracolmo di migranti (ovviamente non sappiamo in quale stato di salute) è approvato candidamente nell’isola di Lampedusa

Guarda il VIDEO

Amministrare una città non è cosa semplice, perché il rispetto delle regole deve camminare di pari passo con il buonsenso, la competenza, la lucidità e le responsabilità da prendersi … tutte.

Ed invece ci ritroviamo davanti ad una scena che non si può certo ignorare; quella del sindaco di Avellino Gianluca Festa, che si unisce ai ragazzi della movida della città campana, tra assembramento e selfie e cori contro il governatore De Luca, tutto in barba alle disposizioni del Ministero, della Regione e della città stessa, considerato che proprio Festa aveva promesso che avrebbe supervisionato sulla ripresa delle attività e soprattutto della vita notturna della città.

Lui, che sui social dichiara “di aver deciso di fare un sopralluogo nell’isola pedonale per assicurarsi che tutto fosse nel pieno rispetto delle regole”. Ma in realtà sembra che sia mancato proprio il senso civico del primo cittadino, ripreso in un video in mezzo a centinaia di giovani senza mascherina, senza distanza di sicurezza,  che si è lasciato coinvolgere letteralmente dalla movida smisurata, senza che ci fosse nessun controllo delle forze dell’ordine, nessuna multa sull’assembramento, in barba alle regole e ai pochi commercianti che si sono invece attenuti alle regole, come è giusto che fosse.

“Dove c’è la vita ad Avellino ci sono io” – sostiene Gianluca Festa, il cui cognome in queste ore fa da cassa di risonanza al suo comportamento non consono al suo ruolo di primo cittadino.

Ma un sindaco deve dare l’esempio, deve educare i giovani, deve difendere la proprio comunità, soprattutto in questo momento in cui ogni errore di superficialità potrebbe costare cara, e non è certo quel suo comportamento il modo migliore per lasciarsi alle spalle le difficoltà vissute nei mesi di pandemia, che non sono così lontano come invece sembra apparire dalle immagini della movida avellinese della scorsa notte.

Dove sono i famosi “lanciafiamme” di De Luca? Si attende una reazione da parte della Regione Campania e dal Governo, oltre che una decisione in merito a questa vicenda che inevitabilmente è saltata alle cronache.

Ma come in “vite parallele” di Plutarco, c’è un antitesi anche nel genere umano, nel modo di amministrare, in etica e senso civico. Eccellenza, vizi e virtù passati al setaccio per lasciar emergere carattere e modalità, in positivo e in negativo.

Infatti alle cronache si può (e si deve) saltare anche per il rigore e la competenza e la capacità del ruolo del primo cittadino. E allora non posso non ricordare che esistono sindaci come Antonio Decaro, che amministra la città di Bari per il secondo mandato consecutivo e che è un esempio di come si supervisiona per davvero sul comportamento dei cittadini, di come si fanno rispettare le regole. Decaro che nel corso di questi mesi si è commosso davanti alle vetrine abbassate in quella parte di città che era fiorita di attività, che ha rimproverato a denti stretti i ragazzi sul lungomare di Bari all’indomani della riapertura post pandemia, che ha dichiarato come “gli assembramenti, la cosiddetta movida, sono un terribile alleato del covid 19“, che ha intensificato i controlli, che ha fatto scattare le multe in tutte le zona della movida cittadina.

Difende così i suoi cittadini, quelli che lui stesso chiama “compagni di strada” e che poco più di un anno fa lo hanno scelto ancora affinché tutto il buono realizzato per la città nei cinque anni precedenti, non restasse a metà.

Si può stare in mezzo alla gente, si deve; è il compito primario di un primo cittadino, ma con la massima attenzione agli effetti negativi di azioni superficiali che rischiano di produrre effetti irrimediabili a stretto giro e come dice Decaro, “questo non possiamo permettercelo

 

Simona Stammelluti