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Dodici positivi al Covid-19 e sei casi incerti. Sono arrivati gli esiti dei tamponi rinofaringei ai quali sono stati sottoposti i 350 migranti che erano ospiti dell’hotspot di Lampedusa e che sono stati imbarcati sulla nave quarantena Gnv Azzurra. I migranti sono stati tutti collocati in una apposita area che e’ isolata. L’Azzurra e’, intanto, in viaggio verso Lampedusa, dopo aver fatto rifornimento di carburante e viveri al porto di Augusta, dove dovra’ imbarcare altri 350 ospiti della struttura d’accoglienza. L’arrivo e’ previsto per mezzogiorno.

In una delle giornate più buie per la provincia di Agrigento da quando è iniziata l’emergenza Covid 19, non poteva mancare la classica ciliegina sulla torta.
Pochi minuti fa un gommone stracolmo di migranti (ovviamente non sappiamo in quale stato di salute) è approvato candidamente nell’isola di Lampedusa

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Amministrare una città non è cosa semplice, perché il rispetto delle regole deve camminare di pari passo con il buonsenso, la competenza, la lucidità e le responsabilità da prendersi … tutte.

Ed invece ci ritroviamo davanti ad una scena che non si può certo ignorare; quella del sindaco di Avellino Gianluca Festa, che si unisce ai ragazzi della movida della città campana, tra assembramento e selfie e cori contro il governatore De Luca, tutto in barba alle disposizioni del Ministero, della Regione e della città stessa, considerato che proprio Festa aveva promesso che avrebbe supervisionato sulla ripresa delle attività e soprattutto della vita notturna della città.

Lui, che sui social dichiara “di aver deciso di fare un sopralluogo nell’isola pedonale per assicurarsi che tutto fosse nel pieno rispetto delle regole”. Ma in realtà sembra che sia mancato proprio il senso civico del primo cittadino, ripreso in un video in mezzo a centinaia di giovani senza mascherina, senza distanza di sicurezza,  che si è lasciato coinvolgere letteralmente dalla movida smisurata, senza che ci fosse nessun controllo delle forze dell’ordine, nessuna multa sull’assembramento, in barba alle regole e ai pochi commercianti che si sono invece attenuti alle regole, come è giusto che fosse.

“Dove c’è la vita ad Avellino ci sono io” – sostiene Gianluca Festa, il cui cognome in queste ore fa da cassa di risonanza al suo comportamento non consono al suo ruolo di primo cittadino.

Ma un sindaco deve dare l’esempio, deve educare i giovani, deve difendere la proprio comunità, soprattutto in questo momento in cui ogni errore di superficialità potrebbe costare cara, e non è certo quel suo comportamento il modo migliore per lasciarsi alle spalle le difficoltà vissute nei mesi di pandemia, che non sono così lontano come invece sembra apparire dalle immagini della movida avellinese della scorsa notte.

Dove sono i famosi “lanciafiamme” di De Luca? Si attende una reazione da parte della Regione Campania e dal Governo, oltre che una decisione in merito a questa vicenda che inevitabilmente è saltata alle cronache.

Ma come in “vite parallele” di Plutarco, c’è un antitesi anche nel genere umano, nel modo di amministrare, in etica e senso civico. Eccellenza, vizi e virtù passati al setaccio per lasciar emergere carattere e modalità, in positivo e in negativo.

Infatti alle cronache si può (e si deve) saltare anche per il rigore e la competenza e la capacità del ruolo del primo cittadino. E allora non posso non ricordare che esistono sindaci come Antonio Decaro, che amministra la città di Bari per il secondo mandato consecutivo e che è un esempio di come si supervisiona per davvero sul comportamento dei cittadini, di come si fanno rispettare le regole. Decaro che nel corso di questi mesi si è commosso davanti alle vetrine abbassate in quella parte di città che era fiorita di attività, che ha rimproverato a denti stretti i ragazzi sul lungomare di Bari all’indomani della riapertura post pandemia, che ha dichiarato come “gli assembramenti, la cosiddetta movida, sono un terribile alleato del covid 19“, che ha intensificato i controlli, che ha fatto scattare le multe in tutte le zona della movida cittadina.

Difende così i suoi cittadini, quelli che lui stesso chiama “compagni di strada” e che poco più di un anno fa lo hanno scelto ancora affinché tutto il buono realizzato per la città nei cinque anni precedenti, non restasse a metà.

Si può stare in mezzo alla gente, si deve; è il compito primario di un primo cittadino, ma con la massima attenzione agli effetti negativi di azioni superficiali che rischiano di produrre effetti irrimediabili a stretto giro e come dice Decaro, “questo non possiamo permettercelo

 

Simona Stammelluti 

 

Alzi la mano chi c’ha capito qualcosa.
No, perché basta prendere un telegiornale qualsiasi per capire che è ormai una immensa, fantasmagorica, ingombrante torre di babele. Tutto e il contrario di tutto, sono al punto 1 dell’ordine del giorno.
La RASSEGNA STAMPA per quanto mi riguarda è da un po’ divenuta una RASSEGNA STANCA, nella quale le notizie non sono quelle che ci rifilano per indottrinarci e per confonderci tra numeri (tanti, troppi)  date (imprecise e disattese) e opportunità deluse (e svilenti).

Parlo con direttori di banca, con esercenti, con cittadini.
Parlo dal ruolo di giornalista e quello che mi raccontano sono situazioni sconcertanti, che mi lasciano intendere che non eravamo pronti sotto nessun punto di vista, e che c’è più di un motivo circa il perché in Germania le cose procedono senza intoppi mentre qui gli intoppi, sono al punto 2 dell’ordine del giorno. Banche che ancora non sanno nulla di preciso circa i famosi finanziamenti a tasso zero, commercianti lasciati allo sbaraglio, casse integrazioni difficili da gestire, cittadini in difficoltà che si vedono rifiutare il buono dal comune senza sapere perché son stati esclusi da quel diritto;  e molto altro ancora che non si dice perché in apparenza, per tenere buono il popolo ci sono tutte le ottime intenzioni del caso, salvo che per il fatto che quelle, non sfamano.

I presidenti di regione fanno ormai quel che vogliono; aprono, chiudono, si battono per non mandare in fumo i sacrifici dei cittadini, ma alle domande che vengono poste loro, non rispondono. Cautela, è la parola d’ordine. Sì, va bene, ma un piano di riapertura va fatto e pure in fretta sennò questo collasso ormai iniziato, finirà per portare ad  un perimento totale senza precedenti.

Procedono le raccolte fondi.
Tutti dobbiamo donare, per salvarci.
Ci bombardano di pubblicità progresso, numeri iban e regole da seguire. 

Intanto i virologi giocano a fare le starlet.
Da influencer dell’ultima ora a prime donne che si rimbeccano come se la salute dei cittadini fosse un divertente passatempo. Burioni che ormai sembra essere star indiscussa che se la sta giocando a tre sette con Giulio Tarro: il primo disse il 2 febbraio che in Italia il virus non sarebbe arrivato e il secondo che tra un mese, il virus ci abbandonerà. Tutto questo in un momento in cui l’OMS prende le distanze dalle dichiarazioni del Prof. Ricciardi e mentre si prova ancora una volta a tenere a bada e a smontare l’ipotesi – sostenuta ultimamente dal Prof. Montagnier (virologo e scienziato premio nobel per la medicina nel 2008 e colui che scoprì nel 1983 il virus dell’HIV) – circa la possibilità che il coronavirus attuale sia frutto di una manipolazione del virus in laboratorio durante lo studio di un vaccino per contro l’Aids, poi sfuggito al controllo e uscito accidentalmente da un laboratorio di Wuhan. Del resto sono anni che grandi magnati come Bill Gates sovvenzionano studi di ricerca contro le malattie così come sta facendo oggi finanziando la corsa alla cura da covid-19.

E mentre in Italia, si annaspa in un groviglio di burocrazia, mentre non si capisce ancora bene come arrivare alla fase 2, in cosa consisterà la fase 2, che fasce commerciali interesserà e come cambierà (se cambierà la quotidianità dei comuni cittadini) e  mentre i governatori di regione fanno a modo proprio a volte, anche sfiorando azioni che rasentano abusi di potere, la vicina Germania con poche ma efficaci idee tramutate in azione, sta uscendo alla grande dal problema pandemia. Senso civico (aziende e parchi sempre aperti ma tutti capaci di un regolare e consono distanziamento sociale)  piano pandemico ben organizzato (scorte di reagenti chimici, dispositivi di protezione, respiratori ecc).
E basta a parlare di sfiga dell’Italia, sfiga della Lombardia. La verità è che l’Italia non è mai stata pronta a nulla, ha navigato sempre a vista, si è barcamenata come meglio (?) ha potuto per aggredire un problema ma con la cosa più sempre: “State a casa, perché non vi sappiamo proteggere, non ne abbiamo i mezzi e non sappiamo cosa fare
Scarse terapie intensive, tagli costanti alla sanità pubblica, nessuna scorta di reagenti, poco personale sanitario (reclutamento in massa in corso d’opera), pochi fornitori sul territorio nazionale di materiale sanitario, deboli ed insufficienti presidi medici locali (medici di base spesso lasciati da soli), scarsissimo coordinamento Stato-Regioni (ognuno fa un po’ come cavolo gli pare).  Tutto condito da un accattivante “Andrà tutto bene!” No non andrà tutto bene perché a pochi giorni dal fatidico 3 di maggio, l’italia è ancora un paese che reagisce piano e male dopo essere stato preso alla sprovvista, mentre molte domande restano inevase e chissà se su alcune cose, avrà imparato davvero la lezione. Diciamolo senza mezzi termini: la cialtroneria in politica non è più possibile tollerarla. Senza competenze, senza capacità logiche e versatili non si va da nessuna parte.

E in tutto questo c’è un aspetto che provano a far passare in secondo piano come se dicendo: “Per il vostro bene stata a casa“, tutto il resto possa restare congelato, mentre tutti cedono allo sconforto e si arrendono a mani basse a questa vita che cambia, poco al giorno, sempre in peggio; da chi non può più mangiare, a chi è sull’orlo di una depressione mentre tutto intorno tace.
Ma l’attenzione invece dovrebbe sempre più essere rivolta verso due parole chiave: Regole e libertà. Perché se è vero che sarebbe assurdo uscire da una crisi senza alcune regole precise e dettate affinché nel rispetto di esse si possa avere la trasparenza di una condizione da riportare alla normalità, le ultime disposizioni, le app, i braccialetti per gli anziani, ci allontanano sempre più da quel diritto costituzionale ed insindacabile che la nostra costituzione, prevede per la tutela del singolo quanto per la collettività. Sottilmente, silenziosamente, in mezzo a sorrisi fintamente rassicuranti ogni giorno provano a toglierci il libero arbitrio, la libertà di agire all’interno delle regole (sia chiaro), fino a perdere il lusso della libertà che risiede nella scelta di decidere fino a che punto vogliamo rischiare, fino alla scelta (in extrema ratio) se vivere o morire. Ogni giorno sempre più anestetizzati dalla paura, e addomesticati dall’uso sproporzionato che si fa del virus oltre la sua naturale carica nociva. Una sottile dittatura senza dittatore e come tutte le dittature, anche quelle sottili, nascondono la presumibile tutela degli interessi del popolo. La nostra paura serve a chi ci governa, quella paura che tiene tutti a casa, tutti distanti, perché così è più facile gestire le inadempienze vecchie e nuove.

Le mappe del virus ci mostrano delle realtà che nessuno vuole vedere o forse che fa bene a chi governa che nessuno la veda. La macchia scura sulla Lombardia flagellata dal virus, quella che per prima riaprirà quasi tutto, perché senza il motore trainante delle fabbriche del nord il paese sarà sempre più in ginocchio (in Germania non hanno mai chiuso, ricordiamolo).
Si dice che la natura si sta riprendendo i suoi spazi, le acque sono limpide, gli animali appaiono in luoghi dove mai li si era visti prima. Corriamo a fare pasticci su pasticci.
Riapriamo le fabbriche!
Però restate a casa!
Il distanziamento sociale!
Un metro, anzi no due!
Che fai? Saluti l’amica per strada?
No, non si può!
Ma ero a distanza!
Non si può lo stesso!
Lo sai che puoi andare al mare che ti monteranno il plexiglass?
No, non lo voglio il mare bunker. Sai in Germania sono andati al fiume a Pasqua e si sono distanziati ragionevolmente da soli, senza fucili spianati.
Vedi? L’aria è più pulita?

Ok, ma chissà se ce la lascerete più respirare, quell’aria ripulita.

Ma ci voleva una pandemia per ripulire l’aria? Ma che assurdità è? Perché le industrie non hanno provveduto nel tempo a rendere meno inquinanti i macchinari? Perché non si è ricorso nel tempo alle energie rinnovabili, alla riduzione degli allevamenti intensivi? Ma non è questo il momento di parlarne. No, cioè sì. Sì parliamone oggi, tanto ieri non lo si è fatto. Serviva la pandemia per avere l’aria più salubre, mentre moriamo in un tempo asfittico, che ci avvelena piano, mentre proviamo a gridare “no, andrà tutto bene“, se non la si smetterà di pensare che si possa risolvere tutto con un semplice “state a casa“, perché ognuno di noi ha una responsabilità verso le regole, sì, ma anche verso una libertà che è l’unica cosa che abbiamo il diritto di traghettare nel domani.

Simona Stammelluti 

 

Sì, avete letto bene.
C’è chi si sente (in modo improprio) come i martiri di Abitene.
E’ pronta una vera e propria rivolta da parte di alcuni sedicenti cattolici che vogliono la messa a Pasqua e che sono pronti già ad organizzare messe segrete e se vogliamo, clandestine; sette, per intenderci. Perché non solo le messe sono vietate, come ogni altra forma di aggregazione, così come stabilito dal decreto del presidente del Consiglio dei Ministri, ma c’è una completa disobbedienza ai dettami della chiesa che i credenti dovrebbero rispettare.

Insistere in questa direzione diventa davvero molto molto pericoloso. Ci sono gruppi di persone che hanno la presunzione di considerarsi negativi al coronavirus o ancora peggio, immuni. E tutto questo è in atto con la compiacenza di preti, anch’essi convinti di essere “fuori” dalle grinfie del virus, ed invece sono “fuori” e basta. Fuori da ogni logica, fuori dalla cosiddetta “grazia di Dio”, fuori da ogni ragionevolezza.

E così, gruppetti di una ventina di persone, che avrebbero pensato proprio a tutto, anche ai luoghi, che non saranno certo le chiese ufficiali, mantenendo la giusta distanza (perché solo sono campioni mondiali di distanza di sicurezza) e che sono anche “superaccessoriati” come le spider di lusso, con mascherine e guanti.

Non è possibile. Saranno assembramenti a tutti gli effetti, anche se clandestini. Ci parteciperanno molte persone anziane e non potrebbe certo essere un evento supervisionato dalle forze dell’ordine che invece dovrebbero prestare attenzione massima nei prossimi giorni, perché qualcuno, proverà a farla franca.

Immaginate la scena.
Una chiesa (se chiesa fosse), con le panche che sicuramente non saranno state sanificate, e il prete? Il prete che dà l’eucarestia? Anche se non la poggiasse in bocca l’ostia, la poggerebbe in mano a circa una trentina di fedeli. Non si potrebbe mai gestire una messa in condizioni di sicurezza. Non si può fare, non si deve. Punto.

Come fanno queste persone ad essere cristiane, cattoliche, votate al Signore, se non hanno a cuore la salute di tutti? Tra l’altro non ascoltano neanche la loro guida spirituale che è il Papa che ha largamente detto ai fedeli che ascoltare la messa in Tv, in questo periodo di pandemia, vale quanto nei luoghi sacri e che la comunione non è solo un fatto fisico, ma la gioia del cuore.

Ma quale cuore hanno le persone che stanno invece cercando di evadere dalla quarantena collettiva, di disobbedire al decreto ministeriale e alla legge di Dio che per parola del Papa invita tutti a restare a casa e a seguire la settimana santa attraverso i mezzi a disposizione?

Che la verità sta in quella dualità tra i nostalgici di Benedetto XVI, quelli che si definiscono “puri”e quelli che forse votano Salvini e reputano Papa Francesco una specie di anticristo per quel suo modo di essere etico, oltre che cattolico, che ha rispetto per il musulmano quanto per il cristiano, che ha aperto agli omosessuali, ai divorziati e che della Carità ne fa ogni giorno una forma di incoraggiamento.

Il Papa che ha investito i medici e gli infermieri che lavorano in prima linea nelle rianimazioni della possibilità di concedere l’ultima benedizione alle persone che muoiono sole negli ospedali lontano da tutti.

E se è vero che il cattolicesimo è una religione carnale, umana, a differenza di altre come il protestantesimo, o il buddismo, e prevede che “il verbo si è fatto carne” e l’incarnazione in un’ostia è un aspetto fondamentale per i cattolici. Ma per quelli veri. Perché chi segue Dio non vìola la legge del Pontefice e dello Stato, non mina la salute propria e degli altri per un rito che diventa solo la spettacolarizzazione di un bigottismo inutile e deleterio.

L’ho tenuto per ultimo, il commento sulla stupidità della richiesta di Salvini di tenere aperte le chiese a Pasqua con la sua “la scienza non basta, serve anche il buon Dio”. Come sempre finisce per spettacolarizzare tutto, anche la fede, ammesso che ne si abbia una, vera, che sia autentica. Ma permettetemi di avere un dubbio, perché quando non si guarda al benessere di tutti, allora si è molto, ma molto lontani da una qualsivoglia fede.
E a fidarsi, di questi tempi, i farei molta attenzione.

Buona domenica delle Palme a tutti

 

Simona Stammelluti 

Questo il testo scritto da una giovane dottoressa che lavora a Brescia nella sua pagina di facebook:

“La più bella città dei mortali”, anzi no, dei prossimi morti per Covid-19.

Da agrigentina, ma ancor più da medico, trovo VERGOGNOSA questa iniziativa.
Parliamo di raccolta fondi, di donazioni di ventilatori, di assunzioni di medici, di collette per la spesa per i più bisognosi, ma per poi farne cosa? Raccogliere firme per ostacolare tutto?

Lavoro a Brescia, una delle città più colpite d’Italia da questa tragedia immane e mi trovo anche io in un ospedale monoblocco. Ciò che sto apprezzando più di questa città è la flessibilità nonchè collaborazione di sanitari di tutte le categorie ed in primis dei cittadini, che non si sarebbero mai sognati di intraprendere una raccolta firme del genere dinnanzi una tragedia di questo calibro.
Quando un nostro caro sarà costretto ad essere sballottolato in un reparto a Enna, Caltagirone o Siracusa perchè nella nostra città (nonché capoluogo di Provincia) non avremo posti per i pazienti affetti da Covid, ma lo stesso nostro caro non avrà neanche il tempo per raggiungere in ambulanza il suddetto Ospedale dato che l’evoluzione repentina della sua insufficienza respiratoria potrebbe farlo morire durante il tragitto (e lo dico perchè fino a ieri ero di turno in una unità Covid e non basandomi su notizie lette su fanpage.it o su www.mipiacitu), la colpa sarà della nostra Agrigento “arretrata e priva di servizi”! Ah si, dimenticavo, la colpa sará anche dei politici e ancor di più dei medici che non hanno ricoverato un paziente nel loro ospedale.

Dunque ancora una volta saremo sicuramente bravissimi ad attribuire la colpa agli altri e non a noi stessi, la vera ROVINA della nostra città!

Se non siete del mestiere, non prendetevi responsabilità che non potete sostenere!
Per un medico non poter curare un malato in fin di vita è un dolore al cuore, non è una sconfitta lavorativa qualunque!
Vite spezzate, sogni infranti, ma ve ne rendete conto?

NOI MEDICI non siamo abituati allo smart working, noi vogliamo essere concreti e se ciò comporta rischiare la nostra pelle, LO FACCIAMO, ci assumiamo il rischio!

Ragazzi, soprattutto in momenti del genere, ben vengano proposte costruttive e non assurdità di questo calibro, vi prego!!
Piuttosto raccogliete fondi per comprare ventilatori e DPI o raccogliete firme per velocizzare la realizzazione di questi reparti!”

 

Risponde il Direttore.

 Gentile dottoressa,

mi permetto di rispondere a questo suo post che tante polemiche e tanto clamore sta suscitando nella nostra terra che, sembrerebbe, lei abbia dimenticato anche la posizione geografica.

Ovvio, ognuno di noi è libero di esprimere qualsiasi pensiero, per carità, ma è altrettanto vero che ognuno di noi possa o non condividere tutto ciò che viene scritto, letto e reso pubblico.

Speravo, visto che lei ha scritto questo post sulla sua pagina di fb il primo aprile, si trattasse di uno scherzo; ed invece, purtroppo, non è stato così. Il suo pensiero ha spaccato l’opinione pubblica, tra pro, contro e silenzi che a volte sono anche d’oro.

Mi permetta di dire che lei parla a vanvera, dimostrando di non conoscere la nostra realtà, se non per i più classici e miseri luoghi comuni che ruotano attorno ad essa.

Le ricordo, in merito alla questione sollevata, che erano state proposte soluzioni alternative rispetto a trasformare l’intero San Giovanni di Dio come centro Covid 19 (e non solo il terzo piano), ma ormai quello che è fatto è fatto.

Lei dovrebbe sapere meglio di me che il nostro ospedale (e non quello suo, visto che prende le distanze addirittura anche dai suoi colleghi i quali, le assicuro, hanno quantomeno la stessa, identica dignità, umana e professionale, rispetto alla sua) rappresenta il punto di riferimento della nostra provincia con molte specialità mediche il cui trasferimento comporta molti disagi ai pazienti nonché un aumento di mortalità per patologie gravi non COVID 19.

Non comprendo, la sua ira nei confronti di chi non la pensi come lei ma soprattutto non accetto il fatto che si permetta di dire: “vergognatevi!”

Mi scusi, dottoressa, ma lei chi è? Quale titolo ha per scrivere discutibili (eufemismo) frasi del genere? Quale titolo ha per dire a chicchessia di vergognarsi?

Per questa vicenda, oltre ai medici, hanno sollevato numerosissime perplessità autorevoli Istituzioni, sindacati, personale sanitario, gente comune e persino io, che appartengo alla categoria dei giornalisti. Anche Sua Eccellenza il Cardinale Francesco Montenegro ha espresso ragionevolissimi dubbi circa l’apertura del centro Covid 19 al San Giovanni di Dio esortando i vertici di quell’Asp che lei tanto ama, a prendere decisioni alternative. E allora, deve vergognarsi anche S.E. il Cardinale Montenegro?

Dottoressa, come si permette di dire di vergognarsi a tanti medici, infermieri e personale sanitario (almeno coloro che non la pensano come lei) che si sacrificano almeno quanto lei quotidianamente per assistere in maniera ottimale i pazienti? Senza lamentarsi!!!

Dottoressa, lei sostiene che Agrigento è arretrata e priva di servizi; per quanto riguarda i servizi mi trova perfettamente d’accordo. Ma non le è consentito (anche perché non ha alcun titolo) di definirci arretrati, anche perché mi pare di capire che lei non provenga da Oxford.

Dottoressa, la prego, anzi la esorto; non faccia come spesso capita a tanti, che quando cambiano aria diventano miracolosamente tutt’altre persone quasi a rinnegare le proprie origini.  Non è nel suo caso, per carità, ma noi questa gente la definiamo ”arrinanzata”.

Ed ancora, dottoressa, avendo percepito il fatto che lei non ne sia a conoscenza, la rendo edotta che anche ad Agrigento abbiamo le nostre eccellenze!

Dottoressa, le ricordo che la tanto decantata sanità lombarda, dove le cosiddette strutture private, a cui vanno il 60% delle risorse pubbliche, è in parte responsabile di questa ecatombe, frutto di errori grossolani.

Le criticità in ambito sanitario esistono anche li, dove lei oggi presta servizio. A tal proposito le racconto un fatto (non da prendere come esempio, per carità) ma che dovrebbe farla riflettere molto. Una mia amica, un anno fa, si è recata presso il pronto soccorso dell’Humanitas di Rozzano (che lei dovrebbe conoscere) per una colecistite acuta; dimessa dopo le prime cure i sanitari dell’Humanitas le hanno dato appuntamento dopo due anni per eseguire l’intervento!!!

Dottoressa, mi perdoni: e lei, per quanto sopra, non riesce a provare vergogna?

A proposito, dottoressa; vuol sapere come è finita alla mia amica? Ebbene, qualche giorno dopo è stata operata ad Agrigento da un chirurgo “arretrato, che dovrebbe vergognarsi ecce cc… “

Dottoressa, le dico: ad Agrigento, abbiamo un grande bisogno di persone come lei, non arretrate, che non si vergognano, coraggiose e dedite al proprio lavoro.

Dottoressa, torni nella sua terra, nella quale il suo prezioso bagaglio professionale potrà sicuramente contribuire a migliorare la qualità dei nostri servizi carenti.

Dottoressa, concludo. Ho letto sempre nella sua pagina fb che ha tessuto le lodi all’Asp agrigentina e di cui tutti dovremmo esserne fieri (peccato che non possa gioire anche lei perché appartiene ad un’altra Asp) per il semplice fatto che “i lavori procedono a passo spedito per ultimare il centro Covid 19 ad Agrigento”.

Dottoressa, lei è a conoscenza del fatto che appena 50 giorni addietro ad Agrigento è morta una giovane donna di malaria?

Ovviamente io sono il primo a vergognarmi del fatto che al San Giovanni di Dio possa mancare ancora oggi, nel 2020, un reparto di malattie infettive. Lei lo sapeva?

Lodi, lodi, lodi alla Sanità siciliana e a tutti i direttori generali dell’Asp agrigentina che si sono succeduti, distratti dal pensare di aprire un reparto così delicato.

Dottoressa, concludo. In questo momento, cause politiche (come le definisce lei…) impediscono a chicchessia di nominare il nuovo direttore generale all’Asp di Agrigento.

Vuol farci un pensierino?

Cordialità

Lelio Castaldo

L’assessore regionale alla Sanità Ruggero Razza di concerto con i vertici dell’Asp (erano tutte presenti le Istituzioni?) di Agrigento hanno deciso in fretta ed in furia di stravolgere e trasformare, sostanzialmente, l’ospedale di Agrigento San Giovanni di Dio in un punto Covid 19.

Forti di un certificato della ditta specializzata in “areazione” che assicura il perfetto funzionamento del sistema di climatizzazione, il reparto (che ormai non è più un reparto ma è, di fatto una intera struttura) Covid 19 è pronto per essere avviato. Ultimi dettagli, ultimi ritocchi e vai.

Che succede adesso?

Tanti sono gli interrogativi che dovranno essere posti, quasi a prevenire (vista l’esperienza) situazioni che potranno presentarsi da un momento all’altro.

Come saranno gestite le urgenze chirurgiche e traumatologiche ad Agrigento, in considerazione che le sale operatorie, al San Giovanni di Dio, sono chiuse?

Saranno trasferite a Licata? Con quali conseguenze? Tutti i pazienti con patologie gravi come saranno gestiti?

Tutti i percorsi dei pazienti COVID positivi con pluripatologie hanno un itinerario già stabilito oppure entrano e seguono un percorso assolutamente blindato?

Non sarebbe stato meglio identificare una struttura COVID, avulsa dal nostro nosocomio, tenuto conto dell’importanza vitale della nostra struttura ospedaliera?

E’ troppo tardi per tornare indietro?

Proprio in queste ore si è levato un coro di proteste e sdegno da parte di tutti i sindaci del Distretto Socio Sanitario D3 di Canicattì i quali lamentano non solo le disfunzioni legate all’ospedale Barone Lombardo ma anche di “scongiurare l’allestimento all’interno dell’ospedale “Barone Lombardo” di un reparto per l’isolamento dei pazienti positivi (o sospetti positivi) al Covid_19, in quanto è materialmente impossibile – nelle condizioni date – allestire un percorso specifico che non metta a repentaglio la salute del personale ospedaliero e dei pazienti e/o comunque non li esponga al pericolo d’infezione”.

Per l’ospedale di Agrigento i vertici sanitari aziendali, di fronte a un bivio, hanno scelto probabilmente la strada più complessa e più intricata, stracolma di interrogativi, alcuni dei quali li abbiamo posti prima.

E’ desiderio non solo nostro ma di tutta una intera popolazione avere risposte convincenti a queste e ad altre domande che inevitabilmente sorgeranno giorno dopo giorno in modo sempre più pregnante?

N.B. Intanto, nella giornata di ieri, nonostante le innumerevoli rassicurazioni da parte di tutti i preposti, questo foglio A4 che vedete nella foto è apparso in uno degli ascensori (funzionanti) dell’ospedale San Giovanni di Dio.

Non crediamo proprio che lo abbia affisso un barbone di passaggio…

Non è la prima volta che mi occupo del problema delle carceri italiane e di Bologna in particolare, afflitta da una situazione carceraria grave, a causa dell’aumento preoccupante delle presenze, con 850 persone, di cui la metà che espia colpe definitive, con il conseguente disagio sia dei detenuti che degli operatori penitenziari.

Oggi torno a scriverne perché sembra che non vi sia abbastanza attenzione, considerata la situazione emergenziale che sta interessando tutte le aree d’Italia e del mondo. Fin dall’inizio però, la Regione Emilia Romagna, ha costituito uno dei centri più colpiti, dove sono numerosi infatti i contagiati da Covid-19.
All’interno di una struttura penitenziaria, il problema si accentua poiché oltre alle cautele adottate per sfuggire al virus, bisogna calmare gli animi di chi non può confrontarsi direttamente con la realtà esterna. Ecco l’importanza della comunicazione, affinché i detenuti possano essere costantemente informati sull’evoluzione della situazione e dunque tranquillizzati sui metodi di protezione assunti e questo delicato compito, non può certo essere demandato ai poliziotti penitenziari che quotidianamente vengono tempestati di domande, dubbi e finanche minacce.
Non si faccia finta di niente; anche loro in questo momento così delicato hanno bisogno di essere tutelati nello svolgimento di un lavoro che non può essere fermato, neanche per un giorno, neanche in questo momento di pandemia mondiale. Hanno bisogno di lavorare in sicurezza, perché dietro ognuno di loro ci sono famiglie, che non possono e non devono pagare a causa di omissioni di garanzia. Diventa necessario un numero sufficiente di personale e misure di tutela, come quella di essere sottoposti tutti a tampone, per evitare di dover lavorare insieme agli eventuali asintomatici. Questo chiedono dal sindacato Sinappe che sottolinea come queste richieste esprimono non paura, ma un alto senso di responsabilità, considerato che la loro incolumità diventa fondamentale nella piccola ma complessa società dei penitenziari.

Ed eccoci alla rivolta, quella le cui conseguenze vengono pagate dai poliziotti che ancora oggi, lavorano tra le esalazioni di materiale plastico bruciato.

La rivolta di questi giorni, che ha avuto come causa ultima scatenante la paura del contagio da COVI 19, e che ha coinvolto anche l’istituto penitenziario di Bologna, ha evidenziato che l’allarme non era ingiustificato.

L’interruzione dei rapporti dei detenuti con i familiari , la compressione del diritto di difesa, inevitabile in una situazione di emergenza sanitaria, sono solo alcune conseguenze di ciò che è accaduto. Mai va giustificata la violenza, ma fanno sapere dalla Camera Penale di Bologna che le condotte più gravi riguardano coloro che, come alcuni tossicodipendenti, sono escluse dal circuito trattamentale. Nel carcere di Bologna i reparti con detenuti che hanno aderito a programmi di socializzazione non hanno partecipato alla rivolta, compreso il reparto femminile, e ciò significa che la finalità rieducativa della pena, se praticata, dà risultati, anche in termini di sicurezza sociale, ma questo sembra non interessare.

Manca l’intervento politico sull’accaduto se non per quell’emergenza sanitaria che inevitabilmente pose in essere questioni delicate.
Necessario, in tempo reale diventa dunque l’informazione all’interno di ciò che fuori sta accadendo, oltre al fornire da subito i presidi sanitari a tutte le persone presenti (dalle mascherine ai prodotti igienizzanti), detenuti, sanitari, agenti, educatori, nessuno escluso e con uguale riconoscimento di salvaguardia.
Il sovraffollamento carcerario è il contesto in cui la paura di non sapere, di ammalarsi, di non comunicare con i familiari, di perdere i contatti con il volontariato e quel poco di lavoro che esiste, la paura soprattutto di morire in una cella sovraffollata ha scatenato l’inferno.
Ci si domanda legittimamente quali strumenti sono in essere oggi per prevenire la malattia e se esiste un piano operativo in caso di presenza di persone contagiate. Forse sarebbe il caso di attrezzare luoghi ad hoc per eventuali necessità, anche di ospedalizzazione, dato che le carceri, e anche Bologna, non avevano prima e non hanno adesso luoghi per separare i detenuti.
Esclusi quelli che hanno partecipato alla rivolta, la proposta è quella di incrementare per i detenuti i contatti con i familiari e difensori via Skype, ma c’è bisogno urgente che   l’amministrazione penitenziaria, da una parte, e la sanità pubblica  dall’altra dicano con chiarezza come intendono affrontare l’emergenza nei luoghi di reclusione.

Non dimentichiamo che la costituzione Italiana all’articolo 27 comma 3 recita che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e intorno a questo diritto, si agisca e subito.

 

Simona Stammelluti