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Maltratta da tempo la moglie. Un trentaseienne tunisino residente a Raffadali, nell’ultima occasione ha picchiato la donna, una trentunenne, con calci e pugni. La poveretta, esasperata, ha trovato il coraggio di dire basta, e avrebbe detto al marito di volerlo denunciare. Per tutta risposta l’uomo ha preso l’alcol, se l’è gettato addosso, ed ha appiccato il fuoco con un accendino. E’ successo nella loro casa di Raffadali. Il tunisino è stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale “San Giovanni di Dio” di Agrigento.

I medici gli hanno diagnosticato ustioni all’arto superiore e alla spalla sinistra, e dopo le medicazioni del caso, hanno disposto il trasferimento, in elisoccorso, al centro Grandi ustioni dell’ospedale “Civico” di Palermo.

Non è in pericolo di vita. Il trentaseienne, in ospedale ad Agrigento, ha detto che è stata la coniuge a provocargli quelle ustioni. Una sorta di ritorsione nei confronti della donna. Una versione dei fatti che non ha convinto. Gli agenti della polizia di Stato, in poco tempo, hanno ricostruito l’episodio. La trentunenne ha parlato di continui maltrattamenti sia psicologici che fisici. E’ stato subito avviato l’iter del “codice rosso” che serve, naturalmente, a tutelare le vittime di violenza.

Ormai stiamo parlando di giornate tipicamente estive. A confermarlo sono le elevate temperature di questi giorni le quali, secondo una prima previsione, non molleranno la presa almeno fino a giovedi prossimo.

Da domani le temperature saranno in aumento e rimarranno stazionarie fino a giovedi prossimo e cioè fino a quando una cosiddetta goccia fredda prenderà possesso delle nostre aree facendo diminuire le temperature.

 

Alle ore 12 del 10 giugno è fissata la presentazione delle candidature, con l’obbligo del numero di firme a sostegno di ciascun candidato, che a sua volta è obbligato a presentare almeno una lista in 5 province a sostegno di colui o colei che vincerà la consultazione.

“Sono trascorsi trenta anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Lunedì, 23 maggio, come ogni anno si commemora la strage di Capaci.
Così come avviene da alcuni anni, preferisco non presenziare ad un momento pubblico che nel tempo si è trasformato nell’inutile parata di un’antimafia salottiera, in un teatro dell’assurdo al quale prendere parte anche stando accanto a chi ha responsabilità – quantomeno morali – su ciò che avvenne in quegli anni”.
Lo dichiara Giuseppe Ciminnisi, coordinatore nazionale dei familiari di vittime innocenti di mafia, dell’associazione ‘I Cittadini contro le mafie e la corruzione’.
“Se dopo trenta anni non conosciamo ancora la genesi delle stragi; se non sappiamo con certezza acclarata giudiziariamente perché morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i componenti della loro scorta; se non sappiamo i veri motivi della strage di Via D’Amelio e il perché del depistaggio delle indagini, dovremmo avere il pudore, per rispetto alle vittime, di evitare di partecipare a queste narcisistiche sfilate.
Recarsi sui luoghi del dolore – prosegue Ciminnisi -, assistere ai cortei delle auto blu, alle interviste che sanno di niente, alla lacrimuccia facile in onore alle telecamere, senza che si sia data una risposta ai tanti perché di quelle stragi, ci rende tutti moralmente responsabili dinanzi al dolore dei familiari e dinanzi le future generazioni.
Ed è giusto che sia così.
È troppo facile partecipare ai funerali delle vittime, alla loro commemorazione.
Riascolto le parole dell’avvocato Fabio Trizzino – difensore dei figli del compianto giudice Paolo Borsellino – pronunciate nel corso dell’udienza tenutasi a Caltanissetta per il grave e colossale depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio.
Trizzino, riferendosi a chi non era sul banco degli imputati, ha citato il brano di una canzone di De Andrè: “Provate pure a credervi assolti, siete lo stesso coinvolti”.
Ebbene, fin quando non si saranno date le risposte ai tanti perché, non parteciperò a manifestazioni alle quali prendono parte esponenti politici, rappresentanti delle istituzioni, rappresentanti di associazioni e tanti altri che con i loro silenzi, o con i loro errori, dovrebbero sentirsi a pieno titolo “coinvolti”.
Fino ad allora, lasciamo che a ricordare i nostri eroi partecipando alla loro commemorazione, siano soltanto il volto della Palermo e della Sicilia pulita, le lacrime dei loro familiari, i giovani che vogliono sapere e che ancora si commuovono, chi crede nella Giustizia e nella Verità.
Quella giustizia che dobbiamo avere il coraggio di pretendere, anziché cercare quattro minuti di visibilità nel corso di una manifestazione pubblica alla cui partecipazione non saremo degni fin quando non lo avremo dimostrato con le nostre azioni stando accanto soltanto a chi vuole la verità.
Ecco perché lunedì, in occasione della commemorazione della strage di Capaci – conclude Giuseppe Ciminnisi -, preferirò ricordare in solitudine la carezza del giudice Giovanni Falcone ad un ragazzino che voleva sapere il perché dell’uccisione di suo padre, vittima innocente di mafia.

Lo scenario è la ss. 123 che collega Naro con Campobello di Licata. Questa notte, intorno alle 2, tre automobili sono rimaste coinvolte in un incidente stradale. Si tratta di una Opel Corsa guidata da un giovane di Caltanissetta, una Fiat Punto guidata da un licatese e un’altra Opel Corsa guidata da un residente a San Cataldo.

Le indagini si presentano difficile per capire cosa sia accaduto. Le tre auto sono venuto in collisione e fra tutti gli occupanti delle autovetture ad avere la peggio è stato un giovane di Campobello di Licata di 19 anni, Angelo Scardaci, originario di Canicattì, il quale viaggiava a bordo dell’Opel Corsa.

Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco i quali hanno dovuto faticare non poco per liberare i feriti dalle lamiere contorte delle auto.

Intanto la notizia ha fatto il giro della comunità campobellese rimasta sconvolta. Sono stati annullati tutti gli incontri pubblici del paese e il sindaco ha già proclamato il lutto cittadino nel giorno dei funerali di Angelo Scardaci.

 

 

La Fortitudo Agrigento alla ricerca del riscatto e dell’accesso in semifinale forte del vantaggio ottenuto al Palamoncada contro Imola. Troppi errori in fase offensiva hanno portato la squadra emiliana a riaprire la serie e puntare sul fattore campo, la squadra di coach Catalani cerca invece di caricare la squadra e puntare ad un ritorno al Palamoncada con il risultato in cassaforte. Torna tra i titolari anche Peterson, assente preannunciato per motivi extra sportivi in Gara 3 e sarà un rinforzo importante a livello fisico per chi ha disputato tre gare in meno di una settimana. Se Imola dovesse vincere domani alle 20:30 al Palaruggi la sfida decisiva sarà mercoledì 25 maggio al Palamoncada, in caso contrario si attenderà la vincente tra Rieti, già affrontata in Coppa Italia, e Salerno, affrontata sia in campionato che in Supercoppa a inizio stagione.
Il coach Catalani sottolinea l’importanza di questo match e ringrazia anche la vicinanza di tutti i tifosi di Agrigento: “Dopo la sconfitta in gara-3 abbiamo subito un altro match point per provare a chiudere questa serie. Sapevamo che la prima in terra imolese sarebbe stata una sfida ostica in un campo dove tante squadre in questa stagione sono capitolate.
Abbiamo giocato una gara offensivamente deficitaria, come è evidente anche guardando le statistiche, ma vogliamo subito guardare avanti, trovando più fluidità e fiducia in attacco e correggendo qualcuno degli errori che, all’interno di una prova difensiva positiva, non possiamo in questa fase permetterci. Voglio ringraziare anche a nome della squadra i tanti tifosi presenti al palaRuggi per sostenerci e i tantissimi che da Agrigento ci hanno fatto sentire la loro vicinanza”.

Sono come fantasmi, si aggirano per tutta la Sicilia, non risultano da nessuna parte eppure esistono e sono ben 280 mila lavoratori. E sono illegali. Riparano auto, ristrutturano case, curano l’estetica, realizzano servizi fotografici e video per matrimoni ed eventi di ogni genere. Tutto rigorosamente in nero, senza garantire dipendenti e clienti. Quasi 100 mila imprese artigiane abusive, 280 mila lavoratori irregolari che fanno della Sicilia la terza regione italiana nella classifica del lavoro illegale dopo Calabria e Campania con il 18,5 per cento di imprese abusive.

Ecco la fotografia scattata dall’Osservatorio economico di Confartigianato Sicilia, nell’ambito della campagna nazionale, attraverso il linguaggio dei fumetti con strisce dedicate ai vari mestieri, dal titolo “Occhio ai furbi! Mettetevi solo in buone mani”.  Tre gli obiettivi dell’iniziativa: mettere in guardia i consumatori dal rischio di cadere nelle mani di operatori improvvisati, valorizzare qualità, durata, rispetto delle norme, convenienza e sicurezza del lavoro dei veri artigiani, richiamare le Autorità ad un’azione di controllo e repressione e di contrasto all’evasione fiscale e contributiva.

“Già nel periodo di Natale – diche Andrea DI Vincenzo, segretario di Confartigianato Imprese Sicilia – abbiamo posto l’attenzione sulla lotta all’abusivismo lanciando un video, realizzato da Just Maria, dal titolo ‘Regalati un Natale senza imprevisti – Affidati alle imprese artigiane’, evidenziando i rischi che si corrono affidandosi ai lavoratori irregolari. Una battaglia sempre urgente in questo momento in cui le imprese artigiane cercano di uscire dalla crisi. Oltre alle campagne però – continua Di Vincenzo – ci vuole un’azione congiunta delle autorità di controllo e degli enti locali nella quale noi siamo pronti a farci parte attiva. Bisogna aumentare i controlli e sconfiggere questo fenomeno. Per premiare gli artigiani che sono riusciti onestamente a sopravvivere alla crisi e per salvaguardare i cittadini e i loro risparmi dagli illegali”.

 LO STUDIO DELL’OSSERVATORIO.

Concorrenza sleale del sommerso. L’analisi degli ultimi dati dell’Istat disponibili a livello regionale sull’economia non osservata (anno 2019) evidenzia in Sicilia un peso del lavoro non regolare (280 mila unità) sul totale pari al 18,5% (>12,6% nazionale), che la posiziona terza dopo Calabria e Campania nella classifica nazionale per valore più elevato. A livello settoriale si rilevano valori superiori per Agricoltura (37,0%) e Costruzioni (22,0%); mentre è per il Manifatturiero esteso che si rileva un peso del lavoro irregolare più ridotto (11,3%).

La quota di valore aggiunto generato da impiego di lavoro irregolare rilevata per la nostra regione è, dopo quella di Calabria e Campania, la più alta e pari al 7,4% (>4,9% nazionale).

La nostra Isola risulta inoltre, dopo Lombardia, Campania e Lazio, una delle prime 5 regioni (4^) per numero di unità di lavoro indipendenti non regolari pari a 95.600. Tra le prime dieci province italiane per numero di unità di lavoro indipendenti non regolari ne troviamo due siciliane: Palermo con 21.800 unità e Catania con 21.500 unità.

I mestieri ad alta vocazione artigiana esposti alla concorrenza sleale. Prendendo a riferimento i quattordici mestieri maggiormente sotto pressione per la concorrenza sleale ed includendo sia i servizi di riparazione di beni per uso personale e per la casa sia i restanti mestieri operanti nella manutenzione e riparazione di autoveicoli (in particolare carrozzieri ed elettrauto) si delinea a fine 2021 un totale di 39.233 imprese attive con un’alta vocazione artigiana: le imprese artigiane perimetrate sono, infatti, 29.744 e rappresentano il 75,8% del totale, quota circa 4 volte il 18,8% osservato per il totale economia. L’artigianato è particolarmente esposto in quanto in tali mestieri si concentrano il 41,4% delle imprese del comparto, quota circa 4 volte il 10,3% rilevato per il totale imprese. In particolare, la vocazione artigiana è particolarmente elevata e supera la media già alta per: Acconciatura e estetica (91,7%), Fotografo (84,6%) e Manutenzione e riparazione di autoveicoli (83,0%).

 A livello provinciale l’artigianato è più esposto a Caltanissetta (42,9%), Siracusa (42,8%) e Catania (42,4%); mentre rappresenta quote più elevate del totale imprese nei mestieri più esposti al fenomeno dell’abusivismo a Enna (87,0%), Agrigento (81,1%) e Ragusa (79,9%).

Alla vigilia del 30esimo anniversario della strage di Capaci con tante iniziative in tutta la Sicilia, questo il sondaggio che Ipsos, leader mondiale nelle ricerche di mercato, ha donato alla Fondazione Falcone. Un’analisi a tutto campo che svela le convinzioni degli italiani sul magistrato siciliano divenuto simbolo della lotta alla mafia.

La maggioranza relativa (42%) ritiene invece che siano stati condannati esecutori materiali e mandanti mafiosi, ma non sia stata fatta luce sui presunti mandanti occulti e sulle coperture politiche. E un altro terzo pensa che non siano stati scoperti nemmeno i mandanti mafiosi o addirittura neanche i veri killer. Interessante è anche l’opinione del campione sulla reazione dello Stato all’attentato di Capaci e a quello di Via D’Amelio in cui, 57 giorni dopo la morte di Falcone, persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. Per un terzo del campione le istituzioni reagirono cercando un ‘compromesso politicò con Cosa Nostra.

Per il 22% la reazione delle istituzioni è stata ‘militarè e ‘giudiziarià e si è manifestata con un potenziamento del controllo del territorio, con le indagini e con gli arresti. Per il 21%, invece, lo Stato ha reagito investendo sulla cultura della legalità. Solo 1 su 10 ritiene che non ci sia stata alcuna reazione.

Fra questi, per citare qualche esempio, l’avvio di due Zes (in Sicilia orientale e occidentale), lo sblocco dei concorsi regionali dopo 30 anni, gli oltre 900 milioni spesi per i diversamente abili, il finanziamento di opere contro il dissesto idrogeologico per 567 milioni di euro, il risanamento dei conti regionali, l’assunzione di circa 9mila professionisti della sanità nel biennio 2018-2020, la istituzione di 10 Parchi archeologici e di nuovi musei, la nuova legge Urbanistica e la procedura per realizzare due termovalorizzatori per i rifiuti. E, ancora, centinaia di milioni spesi per l’edilizia scolastica, sanitaria e per infrastrutture stradali, portuali e digitali. Nell’opuscolo anche i dati su agricoltura, attività produttive e fondi europei.

«In questi quattro anni – dice il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci – abbiamo lavorato con grande impegno, investendo miliardi, affinché la Sicilia potesse tornare alla normalità. Abbiamo portato avanti la rivoluzione della normalità. E lo abbiamo fatto con il governo, con le forze politiche della maggioranza e con il Parlamento siciliano. Ci siamo riusciti? Sì, ma c’è ancora tanto altro da fare. Abbiamo lavorato nel silenzio del dovere, come dovrebbe fare chiunque. Ma chi ha assunto ruoli di responsabilità istituzionale ha anche la necessità di comunicare agli elettori, a quelli che ci hanno votato e a quelli che, legittimamente, hanno votato in maniera diversa. È questo il dovere di compiere un atto istituzionale».