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Questa giornata è senza dubbio  la cosa più bella di questo anno del terrore.
Ascolto e amo il jazz da quando ero bambina e sono cresciuta con un padre musicista e jazzista che mi ha iniziata a questa musica facendomi ascoltare le big band, quelle alla Duke Ellington. Poi pian piano ho iniziato a suonare il pianoforte e ho trovato anche la mia strada fatta di passione verso il jazz e da lì è nato un grande amore che dura da tutta una vita e che mi ha portato anche ad apprezzare altri generi, oltre al jazz proprio perché il jazz stesso mi ha ispirata, mi ha consegnato una reale chiave di lettura.
Chi mi conosce sa il mio amore senza fine per Bill Evans, per Chet Baker, per Billie Holiday. Ma chi mi conosce sa anche che sono sempre stata aperta a qualunque altro tipo di progetto e dunque di contaminazione.
Poi da musicista e appassionata mi sono dedicata al jazz come giornalista di settore e mi dissero: “che fai scrivi di jazz? Morirai di fame!” ed io non solo di fame non sono morta ma ho anche affinato sempre più la mia competenza, ho studiato approfonditamente la materia, ho preso titoli di studio e ho continuato a fare quello che mi piaceva e che sapevo fare.

Il jazz ha mille sfumature, ed intorno ad esso c’è un intero meraviglioso vocabolario,vere e proprie forme lessicali ed espressive libere, che corrisponde poi ad altrettanti suoni e dimensioni sensoriali: Improvvisazione (forse la parola più abusata quando si parla di jazz), blue note (che da il nome alla catena di Jazz Club su tutto il pianeta ma che è in realtà è una nota abbassata di circa un semitono, e che prende il nome blue dal colore e dalla malinconia e nostalgia della musica afro-americana così come era percepita dall’orecchio degli ascoltatori europei, che erano invece abituati alla dicotomia “maggiore-minore”). E poi ancora poliritmia, progressione armonica (trasposizioni ascendenti o discendenti di sequenza armoniche, ma eseguite diversamente di come avviene nella musica classica),  swing (nato negli anni 20 che si distingue per quel caratteristico movimento della sezione ritmica che spesso viene utilizzato anche nelle sale da ballo).

E potrei continuare all’infinito.
Poi ci sono delle parole, delle espressioni che nacquero proprio insieme ad un musicista specifico. Parlo di parole come Interplay, Trio alla Bill Evans, Jazz modale (l’interazione, l’affinità nell’esecuzione, come avvenne nello storico e famosissimo trio di Bill Evans dove insieme a lui che era al piano c’erano Scott La Faro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria e fu proprio con Bill Evans che il jazz modale ebbe la sua espressione più alta con la sua musica così dilatata, quasi orizzontale, con  quella struttura formata da pochissimi accordi, sui quali l’improvvisatore utilizza delle scale, dette anche modi, che sono diverse dalle scale maggiore e minore o bebop in uso prima).

La musica jazz o la si ama o la si odia, o meglio pochi la capiscono e ancora pochissimi la amano e solo chi lo fa, l’apprezza per davvero. Il jazz ha scompigliato tutto, ha cambiato stili, tecniche, musiche. Ha impastato la musica del pianto dei neri delle piantagioni alle melodie classiche, assorbendo il fumo dei locali malfamati in cui veniva suonato: bordelli, osterie e periferie. Era il jazz, era nuovo, era matto. E alla gente piaceva per quello. Cosa è successo nel mentre, cosa si è perso nel frattempo? Nulla di che, solo che le cose sono cambiate, sono arrivate musiche nuove, sonorità diverse, idee impensabili. E ad oggi per approcciare al jazz quella musica va ascoltata, con umiltà e cuore spalancato perché è da lì che passa la magia che ti solleva e ti porta altrove.

Spesso mi sento dire “ma io non la capisco“; Beh si parte dalle piccole cose come riconoscere il tema, e poi la parte improvvisativa. Poi si incominciano a riconoscere gli standard (altra parola cara al jazz che indica una esecuzione divenuta famosa perché riconoscibile nel tema che viene reinterpretato e finisce per avere innumerevoli versioni). E poi ci si lascia andare, si segue l’istinto perché sin dalle sue origini, la reinvenzione in corso, è stata la caratteristica distintiva di questo meraviglioso genere musicale.

Il jazz – spesso definito come musica di nicchia – è contaminazione, mescolanza, improvvisazione e intrattenimento…è un abbraccio alla memoria.
È la musica di tutti e per tutti e chi non la ama e non l’ascolta, non saprà mai cosa si sprigiona durante una performance jazz.
I miei migliori amici sono quasi tutti jazzisti, ed io stessa – figlia di un chitarrista jazz – non potrei vivere senza quella musica che bussa da sempre alla porta delle mie emozioni, e alla quale spalanco con entusiasmo il mio piacere.

Questo da sempre.

Poi accade che nel 2011, il 30 di aprile, nasce l’International Jazz Day, la giornata promossa dal pianista e ambasciatore Unesco Herbie Hancock per riunire musicisti, docenti e studenti di ogni parte del mondo e celebrare la musica jazz, che diventa così patrimonio immateriale dell’umanità.

Milioni di appassionati in questo giorno, danno vita a tutte le latitudini a un grande evento globale fatto di jam session, workshop e concerti dedicati a questa musica popolare ma colta che porta con sé i valori straordinari come la pace e l’inclusione.

Per me è sempre stato un giorno per essere più civili, per promuovere la musica, per apprezzarla, sempre meglio o solo un po’ di più.
Un’iniziativa mondiale, che possa servire a realizzare una società migliore, nella quale la musica sia per tutti un mezzo di comunicazione, di educazione ed una veicolo di pace.
Il jazz come forma più alta della voglia di restituire un significato forte alla parola libertà, e oggi ne conosciamo forse un po’ di più l’importanza. 
Ho letto un commento su questo giorno che non mi è piaciuto affatto: “un giorno che diventa inutile, perché suonano tutti, anche chi non ne è capace“.
Io penso che la musica abbia sempre un senso, anche quando a farla o a “provarla a fare” siano persone che non necessariamente appartengono alla categoria dei professionisti.
E sinceramente in un giorno dedicato alla musica questo senso di condivisione penso sia il fulcro del significato per il quale questo giorno sia stato istituito dall’Unesco.
Che poi i professionisti debbano fare i professionisti e i dilettanti debbano aver consapevolezza dei propri limiti, resta un fondamento del saper vivere. E’ che in questo periodo quei professionisti che vivono del loro lavoro che è la didattica nei conservatori e nei teatri, nelle rassegne, negli auditorium dove tengono concerti in tutto il mondo, si sono visti spegnere le luci della ribalta, si sono visti negare la possibilità di continuare a fare il loro lavoro e così sono nate innumerevoli iniziative che hanno portato alla promozione di lavori discografici affinché si potesse aiutare la musica, sopperire per come si potesse ai mancati guadagni a causa della pandemia. 

INTERNATIONAL JAZZ DAY...un 30 aprile nel quale festeggiare le virtù del jazz come strumento educativo, come forza di pace, unità e dialogo.
Questo, il mondo che vogliamo.

Innamoratevi del jazz.
Comprate i dischi jazz.

Felice International Jazz Day a tutti.

 

 

 

 

I dischi più difficili da recensire sono quelli che quando arrivi in fondo, dopo il primo ascolto ripeti senza sosta “è bellissimo, è bellissimo, è bellissimo” e magari durante quel primo ascolto – al quale ne seguiranno tanti altri – ti sei anche commosso.

Ecco, questo disco è difficile da raccontare perché per me che faccio questo lavoro, si rende necessario trovare parole degne e accorate per dirvi i motivi che portano all’esclamazione”è bellissimo!”

Ormai sta diventando una moda quella di unire il jazz all’opera, alla lirica, alla musica classica. Diversi i tentativi, ma fino ad ora sull’olimpo c’è lei, solo lei, Cinzia Tedesco, che con questo disco “Mister Puccini in Jazz” ha dimostrato non solo di essere un’artista straordinaria, ma anche di avere le idee chiare sul “come si fa”.

L’artista entra magistralmente nel mondo di Giacomo Puccini, nelle arie più famose; lo fa con sentimento. Nessuna intenzione delle opere del grande maestro sono state snaturalizzate, anzi, al contrario, sono rimaste autentiche nel loro ecletticismo originario, ma con in aggiunta le modulazioni e gli arrangiamenti jazz che hanno reso gli 11 pezzi del disco un susseguirsi di temi trasbordanti di intensità e di armonia. Tutto il disco è infatti armonioso, impreziosito da assoli in cui è incastonata la bellezza della voce di Cinzia Tedesco che è voce tra le voci dell’orchestra, che diventa un tutt’uno di armonia meravigliosa, con un rispetto magico dei canoni dell’opera e delle storie raccontate. Una voce la sua, che scandisce benissimo le parole;  non v’è una sola parola che non si chiara, limpida, accattivante, rotonda, delicata e ben modulata, capace di lunghi respiri, e di percorrere tutte le note dalle più gravi a quelle acute ma senza mai perderne intonazione e corpo;  caratteristiche queste, di chi ha la piena padronanza del mezzo vocale. Cinzia Tedesco, una delle migliori voci del panorama jazzistico contemporaneo dimostra di avere una splendida estensione da soprano.

La Tedesco ha realizzato questo disco insieme a quelle che possono essere definite le punte di diamante del jazz mondiale: Stefano Sabatini al pianoforte ed Arrangiamenti, Luca Pirozzi al contrabasso, Pietro Iodice alla batteria, Pino Jodice  alla scrittura ed orchestrazioni archi (e che archi!) che ha curato anche l’esecuzione di “un bel dì vedremo”.

Al disco hanno anche partecipato come ospiti Javier Girotto al sax soprano, Antonello Salis alla fisarmonica, Flavio Boltro alla tromba e Stefano Di Battista al sax soprano. Due sassofonisti così diversi, che trovano il loro spazio nel disco, con la loro personalissima timbrica. I fiati nel disco fanno meraviglie. Ogni ospite ha il suo spazio ed il tempo per arricchire il progetto, per lasciare un segno, per far sì che il jazz sia un fiocco di raso rosso che impacchetta la bellezza dell’opera. Il progetto è nato anche grazie alla Puccini Festival Orchestra diretta magistralmente dal maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, vincitore dell’Oscar della lirica. Partner del disco è la Fondazione Puccini Festival di Torre del Lago. 

 Lescaut, Boheme, Madama Butterfly, le Villi, Tosca. Ci sono tutte le opere più belle di Giacomo Puccini in questo disco e con esse Sabatini ha fatto un ottimo lavoro di arrangiamento e tutte le parti di piano sono un ricamo sopraffino, nel quale perdersi.

E se con Verdi’s Mood, l’artista fece un salto nel buio, immergendosi nell’opera del grande Giuseppe Verdi, realizzando un lavoro degno di nota, riuscendo in quel crossover, superando i confini stilistici e le convenzioni, con Mister Puccini in Jazz, si conferma essere la regina di questo genere così difficile ma anche così accattivante. Cinzia Tedesco ci ha insegnato come si fa, come si fa a portare nell’opera accenni di bossa, di swing, di jazz modale mentre ogni suono trova il suo preciso posto, ogni strumento la sua condizione ideale, mentre quella sua voce soffia beltà.
Vorrei dirvi qual è il mio pezzo preferito dell’album ma non so come fare a scegliere. Posso però dirvi che alcuni pezzi li ho riascoltati più e più volte, perché mi hanno appagato e inebriato, per il tempo scelto, per come sono stati modulati, arrangiati e concepiti.
Pensavo prima di approcciare a questo disco che “E lucevan le stelle” sarebbe stato il pezzo sul quale sarei stata più critica, ed è stato invece uno di quelli al quale emotivamente mi sono arresa e che ho trovato magistrale. E poi ancora “Recondita Armonia” e quel “Coro Muto/Tonight“.
Vorrei che questo progetto fosse invitato in tutti i Festival Jazz estivi, in lungo e in largo nello stivale e che anche i giovani possano ascoltarlo.

Questo disco mi ha rapita, inebriata, sconvolta di piacere, fatto commuovere e mi ha raccontato di tutto il sentimento che c’è voluto per realizzarlo. Sì, è un disco d’amore. Perché con il solo talento  non sarebbe stato possibile. E tutto meraviglioso, potrei dire perfetto se non fosse che la perfezione non sempre si accorda con quelle sfumature e con quei dettagli che rendono un lavoro unico, magistrale, straordinario. Arrangiato benissimo, eseguito da Dio, penso che la musica classica abbia ricevuto un dono inestimabile attraverso la voce di Cinzia Tedesco per questo disco che, riascoltarlo, e apprezzarlo a pieno, diventa una necessità emotiva.

Simona Stammelluti 

La cosa straordinaria del mio lavoro è che mi capita di imbattermi in artisti così bravi che mi fanno divenire affamata di bellezza. Ricevo tanto materiale da ascoltare e mentre ascolto, a volte resto impigliata in un’idea, non soltanto in una bella esecuzione. E ultimamente la mia attenzione va in quella direzione ossia oltre la bravura, lì dove il talento si apre, prende respiro, decanta a si trasforma … e poi appaga. Questo mi è successo ascoltando il nuovo lavoro di Enrico Olivanti, SYNPHONIA, un strada tracciata all’interno della dimensione sonora che così diventa luogo, spazio, pura percezione; una narrazione, una storia di cui anche l’ascoltatore ne diviene protagonista.
Avevo già conosciuto Olivanti come chitarrista jazz talentuoso, schivo, non incline all’autocelebrazione, profondo conoscitore delle partiture, un musicista autentico, attento e raffinato; lo avevo già conosciuto attraverso il suo album “Il pensiero positivo” e già avevo ammirato la sua arte, fatta di dedizione, di ricercatezza e di capacità di “condurre” nel senso di “portare a destinazione” e la musica è un viaggio.
Su di lui avevo ancora tanta curiosità e così è nata questa intervista:

 

SS: Italianissimo, musicista e compositore, vivi, studi e lavori in Germania. Raccontaci cosa fai in Germania e dalla Germania

EO: Vivo in Germania dal 2015, anno in cui mi sono trasferito dapprima a Berlino per assaporare e vivere da dentro l’atmosfera unica di questa grande capitale artistica e culturale d’Europa.
Appena trasferitomi ho ricevuto la notizia di essere stato ammesso per un Master in Composizione alla Hochschule für Musik Carl Maria von Weber di Dresda con una lauta Borsa di Studio del DAAD (Servizio tedesco di scambi accademici).
Da allora ho avuto ed ho l’opportunità di espandere la mia ricerca e attività artistica proseguita poi per altri due anni nella Meisterklasse, una sorta di corso di alto perfezionamento nel quale grazie a una nuova lauta Borsa di Studio dello stato federale della Sassonia da me vinta ho potuto finanziare e approfondire i miei progetti artistici.
In questi anni ho avuto l’opportunità di lavorare in ogni ambito della creazione musicale come Compositore, dall’Orchestra Sinfonica (Landesjugendorchester Sachsen, Mittelsächsische Philharmonie, Dresdner Bläserphilharmonie) alla Big Band, all’Orchestra di Fiati da Camera, Duo Chitarra e Batteria, Duo con Elettronica, Installazione, Musica da Film e formazioni jazzistiche classiche (Quartetto, Trio), nonché collaborazioni con solisti al Pianoforte e al Violoncello.
Nel contempo sono riuscito anche a lavorare in Italia ad un progetto in Teatro in collaborazione con il Teatro Porta Portese di Roma nel 2015/16 con il mio Enrico Olivanti Quintet: La Musica che Gira Intorno.
Al momento porto avanti la mia attività artistica su vari dei fronti sopra elencati, innanzitutto gestendo progetti da me fondati come  l’Ensemble NOI di 10 elementi, il Quartetto PEGASUS, il Duo con Joao Raineri e quello di Composizione spontanea e Performance elettroacustica con Milos Tschubenko, oltre che come Compositore freelance.
Dalla Germania porto avanti inoltre il progetto che da più anni mi lega all’Italia, ovvero l’Enrico Olivanti Quintet.

SS: Qual è stato il momento preciso in cui non hai avuto più dubbi e hai pensato: “la Musica sarà il mio futuro, costi quel che costi?”

EO: Se devo trovare un momento preciso credo debba tornare con la memoria indietro a una Domenica mattina dell’anno 2006, a Perugia in Piazza 4 Novembre l’ultimo giorno del Festival Umbria Jazz.
Avevo preso parte ai corsi estivi della Berklee College of Music di Boston e per me era stata la prima esperienza in mezzo a giovani musicisti provenienti da tutta Italia, alcuni addirittura dall’estero.
In quei 10 giorni avevo conosciuto persone e musicisti splendidi, alcuni dei quali figurano fra i talenti di punta della scena italiana ancora oggi, e quella mattina, dopo una nottata passata in giro a godersi gli ultimi momenti di questa esperienza, mi ero alzato con la voglia di andare a vedere chi di quei musicisti avrebbe coronato quei 10 giorni ricevendo il riconoscimento dal prestigioso ateneo americano.
Ricordo ancora lo stupore mentre, parlando con un amico, si avvicinò la traduttrice dei Docenti americani per chiamarmi sul palco a ricevere io quel riconoscimento. Se mi avessero eletto Papa per acclamazione sarebbe stato meno sorprendente in quel momento!
Ancora stordito dall’emozione e dallo stupore scesi dal palco e incontrai per caso uno dei miei musicisti preferiti in assoluto, Antonio Sanchez, il cui autografo conservo ancora gelosamente.
Non so se è successo in quel momento, ma da quel momento  in poi solo l’idea di non fare della Musica la compagna fedele e irrinunciabile della mia Vita non mi ha più neanche lontanamente sfiorato.

SS: La domanda è di rito, ma io te la pongo perché mi interessa davvero: la musica che ti ha condotto a fare questo mestiere, quella che mettevi su e più l’ascoltavi e più ti ispiravi, e più ti innamoravi, è la stessa che oggi ascolti quando stacchi tutto e vuoi riconciliarti con il mondo?

EO: Senza ombra di dubbio è la Musica dei Beatles.
Li ascolto da quando avevo 12 anni, la prima volta che fui sfiorato dall’idea di farmi regalare una chitarra fu quando a 10 anni ascoltai una musicassetta di John Lennon e non esiste altro fenomeno musicale nel quale, nonostante gli anni, riesco a trovare sempre una nuova fonte di ispirazione come se fosse la prima volta.

SS: Cos’hai provato la prima volta che ti si sono rivolti a te chiamandoti “maestro”?

EO: In realtà niente perché credo che la prima volta fu una delle tante in cui io e i miei colleghi/amici/compagni di studio ci siamo chiamati per scherzo “maestro”.
Credo sia un termine che da una parte può incutere una certa riverenza verso l’autorità, e questo è il lato che mi piace di meno.
Dall’altra parte però può essere un termine che ancora racchiude l’aspetto puramente artigianale dell’essere musicista, nonché il suo connotato pedagogico che può essere di guida per le generazioni più giovani. Ecco, questo secondo significato, che fa del “Maestro” di turno nient’altro che il tedoforo il cui compito è passare il Testimone della bellezza della Musica, è forse quello che mi piace di più.

SS: Quando ti parte l’idea, quella che poi diventerà una composizione, già pensi alle parti di tutti gli altri strumenti? insomma cose da direttori d’orchestra …

EO: E’difficile raccontare o spiegare la nascita di un’idea musicale, innanzitutto perché credo che ognuna sia diversa.
Mi è capitato di incominciare da un motivo melodico, da una sequenza di accordi, da un ritmo, da una tinta orchestrale, da una struttura numerica, da appunti presi dopo aver intervistato il solista per cui scrivevo, da un timbro campionato…insomma, ogni composizione ha una storia a sé.
Se c’è però una cosa che cerco di fare sempre, al di là dello Stile e della prassi compositiva che variano da caso a caso, quella è l’immaginarmi il Mondo nel quale la mia Musica deve avvenire. In questo senso mi piace ragionare come uno scrittore o un regista cinematografico, come se dovessi costruire le mie città invisibili alla Italo Calvino o i mondi stellari lontani lontani nell’Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Cerco di immaginare le tinte, la qualità sonora degli elementi in gioco e instaurare con loro un rapporto che è quello che qualsiasi drammaturgo ama instaurare coi propri personaggi, che alla fine altro non sono che frammenti della propria Anima tramite i quali l’Autore stesso si rispecchia nell’Anima del Mondo.

SS: La musica è un linguaggio e come tale contempla una conoscenza di base e una capacità comunicativa. Qual è l’aspetto più difficile del dover “arrivare”a destinazione, e dunque del creare l’empatia affinché quel linguaggio possa accogliere quanta più gente possibile.

EO: Credo che la sfida più grande sia sempre quella di arrivare a toccare i sentimenti e le suggestioni più reconditi e talvolta rimossi o repressi degli esseri umani.
Al di là degli stili e delle classificazioni di genere credo che le opere musicali più “vive” siano quelle che hanno avuto successo nel toccare tensioni e aneliti propri dell’essere umano ed universali nel tempo e nello spazio, o quantomeno fortemente presenti in una determinata epoca.
Molte volte si tratta anche di pulsioni arcaiche o legate agli istinti primari, i quali come a volte fa la politica, anche l’Arte può strumentalizzare, speculando a meri fini commerciali o edonistici. D’altro canto però è propria dell’Arte o, come amo pensare, della Poesia la capacità di trascendere questo piano elevandolo a qualcosa di inedito riuscendo a congiungere in maniera appunto poetica la natura che ci apparenta alle viscere della terra con quella che ci rende vicini alle stelle.
Una continua ricerca in se’ stessi e nell’universo sociale e naturale che ci circonda può accompagnare ognuno di noi lungo questo bellissimo percorso che può fare della nostra Musica qualcosa di veramente prezioso.

SS: La tua formazione ideale? quel famoso Enrico Olivanti Quintet de”Il Pensiero Positivo”?

EO: L’Enrico Olivanti Quintet più che una formazione è per me una seconda famiglia, dato che insieme abbiamo mosso i primi passi nel mondo musicale e amiamo suonare e fare musica insieme tanto quanto ridere, scherzare e passare tempo insieme.
Detto ciò credo che la mia formazione ideale sia quella in cui mi è data la possibilità di sedermi e fare Musica imparando da chi ho accanto e potendoci condividere i sogni, le suggestioni e le vibrazioni più profonde con lo stupore e la meraviglia di un bambino che entra per la prima volta al cinema per vedere un film di fantascienza o il suo cartone animato preferito e tanto atteso.
Per questo cerco sempre di suonare con persone che da qualche parte hanno con se’ una valigia pronta a riempirsi per poi imbarcarsi per un volo o salire su un treno lasciandosi sorprendere di volta in volta dalla destinazione sempre nuova.

SS: Tu sei un chitarrista jazz e di musica contemporanea. Il jazz è terreno fertile per nuove sperimentazioni. Tu, ad oggi, in che direzione stai andando? Dove è diretta la tua ricerca sonora?

EO: Il mio attuale ambito di ricerca si snoda attraverso vari aspetti.
Innanzitutto da un anno e mezzo a questa parte ho intrapreso una ricerca negli ambiti della Musica elettronica, del Sound Design e delle Installazioni che vedo come una naturale prosecuzione della mia ricerca timbrica e formale in ambito sinfonico e cameristico, anche tramite l’approfondimento del rapporto fra l’uomo e la propria percezione  e consapevolezza dello Spazio e del suo contesto tramite il suono.
Questi aspetti e quelli relativi alla Performance in tal senso sono anche oggetto del mio ultimo lavoro SYNPHONIA, che sarà eseguito di nuovo in Germania nel 2021 e spero presto anche in Italia, dove sogno di vederlo in un Anfiteatro antico, greco o romano.
In cantiere poi c’è un progetto che mi vede impegnato in un viaggio fisico e mentale che sarà tradotto in un lavoro per il quale intanto sto scrivendo il Testo letterario, ma che farà tesoro anche delle mie ultime ricerche in ambito strettamente sonoro.

SS: Quando esce un nuovo lavoro, cosa ti gratifica di più, il riscontro della critica o del pubblico?

EO: In genere mi gratificano i commenti dei singoli individui, che siano essi critica o pubblico poco importa, nei quali riscontro di aver toccato qualcosa nel profondo.
Mi è successo per esempio dopo la prima esecuzione del mio lavoro Was Zusammen gehört per la Dresdner Bläserphilharmonie incentrato sul tema delle vicissitudini della città di Dresda fra il bombardamento del 1945 e le nuove sfide di integrazione: una anziana donna è venuta da me dopo il concerto e mi ha detto che ha dovuto resistere per poter ascoltare il brano fino alla fine perché si è trovata di punto in bianco di nuovo bambina sotto il bombardamento alleato del 13 Febbraio 1945 che distrusse la città e fece migliaia di vittime, e che neppure un Requiem scritto anni prima per commemorare le vittime era riuscito a riportarla in quei giorni e in quelle sensazioni così come il mio brano.
Un altro grande regalo avviene ogni volta che qualcuno mi scrive  (e succede ancora dopo quasi 6 anni) ricordando la presentazione romana de “Il Pensiero Positivo” dicendomi di aver deciso quella sera di voler fare un proprio progetto e dare voce alla propria vena artistica. Ecco, li non si tratta solo di riscontro in termini di giudizio, bensì di un qualcosa che ti fa capire di aver fatto qualcosa di utile che va al di là del mero riscontro personale.

SS: Perché in Italia non c’è il giusto spazio per compositori di talento, che poi sono apprezzatissimi all’estero? Dove si inceppa un percorso artistico?

EO: L’Italia è un paese straordinario dal punto di vista del talento artistico, che non ha nulla da invidiare a paesi come la Germania, la Francia o gli Stati Uniti.
Esistono però due barriere fondamentali che rendono molto difficile l’affermarsi di personalità oblique al sistema in Italia.
La prima è rappresentata innanzitutto dalla nostra assoluta incapacità di fare Sistema senza scadere nella mafia o nel nepotismo.
Un esempio su tutti è lo stato vergognoso dell’insegnamento musicale in Italia, nel quale fino a poco tempo fa nessuna associazione di categoria ha per esempio salvaguardato la garanzia di un salario minimo orario per gli insegnanti di Musica nelle scuole soprattutto private, cosa che per esempio accade in Germania. Ciò ha permesso e forse ancora permette ad esempio l’esistenza di strutture private ormai elevate al rango universitario con rette annuali da università privata, in cui però la maggior parte del personale docente riceve una paga che è la metà dello standard europeo. Questo oltre a umiliare dei professionisti degnissimi delimita lo spazio di questi ultimi affinché possano portare avanti la propria attività artistica accanto a quella didattica, mutilando di fatto sia l’una che l’altra.
Per fortuna negli ultimi anni sono nate alcune realtà virtuose, almeno da quanto vedo da lontano, come il MiDJ e le varie affiliate associazioni di categoria in ambito per ora jazzistico, che si stanno ponendo questioni come la sopracitata e stanno cercando di colmare questa nostra mancanza di capacità nel fare Sistema in modo trasparente e efficace in ciò che concerne l’ambito artistico.
Il secondo dramma riguarda un nostro rapporto un po’ malato con tutto ciò che riguarda la rottura con una certa tradizione consolidata e l’apertura ad ambiti che notoriamente vengono etichettati come Underground.
Il fatto che ancora oggi la maggior parte dei Promoter, degli agenti culturali, dei discografici, dei Direttori artistici di Festival si ostinino a relegare in spazi sempre più stretti e angusti (se va bene, altrimenti nemmeno quelli) tutto ciò che non rientra in un mainstream ormai da tempo esaurito e inflazionato amputa il nostro paesaggio artistico di alcune delle sue migliori risorse e potenzialità, generando forse la causa primaria del fenomeno di emigrazione culturale dal nostro Paese.

Simona Stammelluti 

Carismatico, intenso, un autentico fuoriclasse.

Questo è Archie Shepp, 82 anni suonati e ancora tanto da dare alla musica e al jazz.

Arriva sul palco dell’Auditorium Parco della Musica in Roma poco dopo le 21 a piccoli passi; i suoi anni si fanno sentire nella deambulazione, non certo in quello che è da sempre il suo famoso “soffio”. Il fiammante sassofono – poi si scoprono essere due – lo attende sul palco. E parte un applauso di oltre 5 minuti per accogliere il grande artista.

Indossa un elegante abito grigio e un cappello. Saluta, poi presenta i musicisti prima ancora di dar via  alla performance (cosa rara) e poi incomincia ad incantare.

Con lui sul palco musicisti stratosferici, Carl Henri Morisset al piano, Matyas Szandai al contrabbasso e poi colui che suona con Shepp da più di vent’anni,  Steve McCraven alla batteria, che durante il concerto delizierà il pubblico con un “clap handing and voice”.

Ottimo interplay tra Shepp e il suo quartetto, così come ben calibrati sono i dialoghi tra piano e il sassofono magico del leader. Su e giù per la tastiera Morisset che non si risparmia durante gli assoli e intreccia velocità nelle terzine e nelle scale.

Matyas Szandai suona spesso in loop accompagnando i virtuosismi del sassofonista ma quando gli viene concesso lo spazio per l’assolo le evoluzioni sono ampie e raffinate.

Se ti concentri solo su quello che sta accadendo sul palco di sembra di essere in un jazz club di New York e ti arriva in maniera travolgente tutto il bebop degli anni in cui Archie Shepp incarnava con la sua musica il cambiamento, l’avanguardia e l’impegno politico. Il suo è anche un linguaggio semantico e concettuale.

Durante il concentro i cambi di tempo all’interno dei pezzi sono sofisticati.

Suona un omaggio a Coltrane, “Four for Trane” con un suono corposo, vigoroso, pieno.

Canta, anche per il pubblico dell’Auditorium, il sassofonista virtuoso …  canta il blues. Suona anche il sax soprano, Shepp, oltre al tenore, modula, soffia e lascia andare quel fiato che a volte resta soffio e altre porta a compimento tutte le intuizioni armoniche e stilistiche del suo elettrizzante modo di suonare il sax tenore. 

Durante il concerto si viene investiti da quel suo modo di fare il jazz per nulla filosofico ma estremante concreto;  quel suo “qui e ora”, tra arcate armoniche mai ammiccanti e una strepitosa versatilità.

E’ un concerto fruibile, a tutto groove, un groove possente e scintillante.

Un concerto in cui convivono il soul, la bossa e il blues in maniera accattivante e nel quale le tonalità e i colori della musica di Archie Shepp, sono il segno distintivo del suo ruolo imponente nel mondo del jazz.

Dalle bacchette alle spazzole, e tutta leggiadria di Steve McCraven che usa il rullante e il bordo di esso con un tempo ed una precisione impeccabile sia nel bebop che nel blues.

È emozionante sentire Archie Shepp cantare, cantare in maniera profonda, ogni parola; un cantato rauco, graffiato, convinto ma mai sporco.

Ecco, la voce di Shepp ha una potenza e personalità, che anche due singole note qualsiasi portano l’inconfondibile marchio del suo stile. La sua tagliente eloquenza e la sua impetuosa lucidità, non lascia scampo all’ascoltatore.

Un solo pezzo nel bis per dire che c’è ancora un po’ di tempo per una serata di pura magia.
Applausi a scena aperta, lui che si inchina e poi a piccoli passi va via, lasciando la sensazione di aver assistito ad un concerto indimenticabile, in cui si è ascoltato “la leggenda”.

 

Simona Stammelluti

Incontro Stani Gallo nel suo mondo, la radio.

In questo luogo si respira l’aria di chi chiude il mondo fuori e a quel mondo parla, mostrando solo il fascino di una voce e lanciando la sfida agli ascoltatori di fare ritorno sulle stesse frequenze, lo stesso giorno, alla stessa ora. Il suo è un mondo fatto di passione e di bravura, la stessa che gli ha permesso di vincere un premio prestigioso. Accetta di essere intervistato, mi racconta com’è andata la premiazione ed anche un po’ della sua vita.

E come spesso accade, più si è bravi più si è aperti al dialogo, al confronto e alla voglia di raggiungere nuovi traguardi.

SS: Stani Gallo, cosentino, vincitore del premio “Anello D’oro” come miglior voce radiofonica locale

SG: Il “Festival Internazionale del Doppiaggio Voci Nell’ombra” è la massima espressione del doppiaggio e non solo in Italia. Quest’anno nel ventennale, è stato anche presentato al Festival del Cinema di Venezia. Ed essendo proprio la massima espressione del settore, raccoglie il “gotha” delle voci. Oltre alle miglior voci maschili e femminili protagoniste e non protagoniste, ci sono anche voci per aiudiolibri, videogiochi, fiction, film tv e poi la radio locale per la quale ho vinto questo premio. La premiazione è avvenuta a Savona, al teatro “Chiabrera” e sono stato premiato dal doppiatore Tony Sansone, eccellenza calabrese nel campo della produzione audio.

SS: A proposito di radio locali, raccontiamo cosa fa Stani Gallo per le radio locali, ma soprattutto da dove nasce questa passione, perché diciamolo che sei un veterano della radio e hai una grande esperienza in questo campo

SG: Ho iniziato negli anni 80, avevo 14/15 anni, una voce cruda, ancora da ragazzino. Mi sono appassionato a questo mezzo che all’epoca aveva tutto un fascino diverso e ho continuato per tanti anni a seguire, anche durante negli anni universitari, quando studiavo a Roma. Sono stato la voce di “Radio In”, “Top Italia Radio” che allora era un circuito nazionale; All’epoca si lavorava con le cassette che venivano distribuite in contemporanea in tutta Italia. Poi ho continuato in uno studio di registrazione con la realizzazione di spot e jingles, pubblicità e poi dopo una pausa ho ripreso una decina di anni fa con le radio locali, con Radio Sound e poi Love Radio, e ora con Mondo Radio Web e AKR Radio.

SS: E proprio su Akr e Mondo Radio Web c’è una trasmissione che va in onda il …

 SG: Ho incominciato lo scorso anno con una trasmissione in diretta che si chiamava “Il Gallo del mattino” alle 7 e 40 e quest’anno invece me la sono presa comoda, e dunque faccio 3 ore di trasmissione fino a mezzogiorno il sabato mattina che si chiama “Sabato bestiale”, che va in diretta.

SS: Noi nati negli anni ’70 apparteniamo a quella generazione che aveva le passioni nel dna, che sapeva appassionarsi a più di qualcosa, che aveva sogni e progetti. Sembra che i giovani d’oggi queste passioni non sappiano coltivarle. Mi viene da domandarti come si fa ad avere una passione e poi riuscire a conservarla per un periodo così lungo. In fondo il successo anche di questo premio che hai vinto, è il frutto di una grande passione che è stata coltivata

SG: Credo che passione e passionalità siano concetti coltivabili nell’ambito di una sensibilità artistica. A me piace l’arte a tutto tondo, l’arte pittorica nello specifico. Mi piace moltissimo la musica e la radio diventa una delle passioni che forse sono legate a un’esigenza di comunicare qualcosa per poi ricevere un feedback dalla comunicazione con gli altri, anche attraverso questo potentissimo mezzo sociale che è la radio. Oggi le passioni se ci sono, sono diverse. Vivere di passioni per me è un gran privilegio, oltre che una gran fortuna.

SS: Il fascino che si nasconde dietro una voce, il fascino dunque della radio come mezzo sociale di comunicazione straordinario, malgrado l’avvento di internet, dei social network, di youtube, che permettono un collegamento immediato con la musica e con i contenuti

SG: Assolutamente sì. Penso che questa apertura anche della radio ad altri mezzi – si pensi alla radiovisione –  faccia perdere un po’ di questo fascino. Non sono d’accordo infatti con questo tipo di radiofonia. E’ vero che la comunicazione ormai avviene su piattaforme diverse, e quindi il fascino e il mistero della voce che senti e del viso che non vedi forse è destinato un po’ a scemare – proprio perché è il tempo in cui tutto è fruibile con un click –  ma non deve perdersi del tutto, pertanto aborro gli esperimenti di radiovisione o  queste commistioni tra radio e tv.

SS: Stani Gallo, dopo la vittoria di questo prestigioso premio, hai un sogno nel cassetto? Ti piacerebbe prestare questa bellissima voce al doppiaggio, per un attore famoso, per esempio?

SG: A dirla tutta, durante la manifestazione sono stato avvicinato da una grande direttrice del doppiaggo che mi ha detto: “mi serve assolutamente la tua voce”. Io già immaginavo di poter doppiare magari De Niro, ed invece la mia voce serviva per doppiare ‘ndranghetisti calabresi.

(ridiamo)

Il doppiaggio mi ha sempre affascinato ma mi sono visto sempre lontano da quel mondo. Credo che la conduzione radiofonica prescinda da alcune logiche e tecniche particolari, indispensabili invece nel doppiaggio. Sicuramente un sogno nel cassetto è quello di condurre una trasmissione in una radio di alto livello, non per forza Network, per esempio in una superstation, radio interregionali, che hanno coperture molto vaste.

SS: Chi fa la radio, sceglie la musica. A me interessa tantissimo sapere che gusti musicali ha Stani Gallo e che musica metterebbe in questo momento, sul finire di questa intervista

SG: Sono uno di quelli che paga più di un abbonamento per avere a portata di mano tutta la musica che piace; Infatti ho sempre con me le mie personalissime playlist. Però i pezzi che più mi piacciono particolarmente sono quelli che non ascolti spesso, che non trovi in giro, perché faccio un po’ il “music hunter” e cerco pezzi strani che non si sa neanche da dove arrivino. Parlando con te mi viene in mente che Sade è una delle cantanti che mi piacciono di più. Sono stato e sono tutt’ora un grande appassionato della musica di Dalla e mi è dispiaciuto non essere stato al suo ultimo concerto. Sono amante della musica di Pino Daniele e poi mi piace il jazz, genere musicale molto vasto e ricco di sfumature; genere tra l’altro anche molto complesso. Mi piace da sempre l’idea che molti artisti italiani dall’influenza del jazz abbiano tirato fuori prodotti degni di nota. Mi viene da pensare a Rossana Casale e al suo “Incoerente jazz”, un album di pregio, sul finire degli anni 80, che resta un esperimento di rilievo, con melodie raffinate e ricercate, con quell’intensità malinconia,classica nel jazz. Insomma, un bell’esempio di sonorità jazz nella musica leggera.

 

Ci salutiamo stringendoci la mano e lasciandoci con la promessa di rivederci presto, magari davanti un microfono, mentre condividiamo un programma radiofonico e quelle passioni che ci hanno condotti fino a qui.

https://www.youtube.com/watch?v=Yn6W9BiDbJc

Simona Stammelluti

Foto della premiazione di Giulia Catania

 

Ravello è un posto incantevole, ed è la cornice perfetta per un Festival prestigioso che di anno in anno propone un programma musicale di pregio, in un periodo che abbraccia più mesi e più stagioni, dalla primavera all’autunno. E così mentre si consuma lenta la magia di un posto che sembra davvero sospeso e senza tempo, mentre si riempie di turisti provenienti da tutto il mondo e mentre offre ai visitatori un tripudio di bellezza e di colori, di specialità eno-gastronomiche e di profumi classici della costiera amalfitana, pone gli appassionati di musica nell’imbarazzo della scelta davanti ad un programma di musica classica, tra concerti sinfonici e cameristici.

Anche quest’anno il Ravello Festival, che si svolge in primavera/estate sulla meravigliosa terrazza sul mare di Villa Rufolo, e in autunno all’interno del Duomo e nel suggestivo Auditorium  Oscar Niemeyer – luogo dall’acustica perfetta – ha raccolto un grande successo di pubblico e critica. Ormai giunto alla 67esima edizione, il Festival al quale si partecipa gratuitamente, ha ospitato quest’anno le orchestre sinfoniche dei Conservatori campani di Avellino, Napoli, Salerno, l’ensamble di fiati del conservatorio di Benevento, il conservatorio Piccinni di Bari (che ha presentato un omaggio a Nino Rota) nonché il prestigioso conservatorio Santa Cecilia di Roma. Un posto di rilievo dunque è spettato ai giovani musicisti campani e non, alle nuove leve che spiccano il volo nel mondo della musica e che mostrano attraverso virtuosismi e stile, le innumerevoli potenzialità che la musica delinea lungo un percorso fatto di studio, abnegazione e talento.

Quest’anno presente alla rassegna anche un sestetto che riunisce alcuni dei maggiori esponenti del jazz italiano: i Dirty Six ovvero Tommaso Scannapieco contrabbasso, Daniele Scannapieco sax, Lorenzo Tucci batteria, Claudio Filippini pianoforte, Gianfranco Campagnoli tromba, Roberto Schiano trombone.

Una cavalcata in musica, che dalla primavera ha condotto gli appassionati sino alla metà di ottobre. Lo scorso sabato 12 ottobre, quindi in dirittura di arrivo, l’Auditorium di Ravello ha ospitato il  Conservatorio di Musica ‘Giuseppe Martucci’ di Salerno sotto la direzione di Nicola Samale con un Concerto per pianoforte e orchestra n.1 in Fa diesis minore, op.1 e un Concerto per pianoforte e orchestra n.2 in Do minore, op.18 entrambi di Sergej Vasil’evič Rachmaninov. Buona la performance dell’orchestra, ottimi i fiati. Degne di nota le esecuzioni pianistiche di Giovanna Basile che ha eseguito il concerto n.1 mostrando la sua attitudine al virtuosismo soprattutto durante il terzo movimento, e di Alessandro Amendola, a cui è toccata l’esecuzione del concerto n.2 eseguito con una maestria ed un talento capaci di evidenziare il romanticismo intramontabile del famoso compositore russo.

Attendiamo la nuova stagione concertistica, il cui programma per il 2020 è già pronto.
Tanti i concerti in cartellone, musicisti provenienti da tutto il mondo e l’omaggio alla musica, nella sua espressione più alta.

Ci sono posti nel mondo in cui, anche se non vuoi, ti imbatterai comunque. Altri invece sono così nascosti e remoti che sarà difficile raggiungere ma che raggiungerai perché ne sentirai il richiamo. Ci sono luoghi affollati e rumorosi che ti porteranno a cercare un luogo dove isolarsi un po’. E allora in un posto come Ravello, affollato in alcuni periodi dell’anno ma mai rumoroso fuori misura, dove sembra esserci sempre bel tempo e un “buon tempo”, dove la storia e le tradizioni si trasformano in una atmosfera intima, si può vivere il connubio tra musica e passioni, tra tempo che resta sospeso tra mare e cielo e il profondo desiderio di farvi ritorno.

 

Simona Stammelluti

 

 

Dopo il successo delle edizioni precedenti, “Il Jazz italiano per le terre del sisma” torna il 31 agosto e il 1 settembre a L’Aquila con un’edizione rinnovata in prima linea nelle terre del cratere delle quattro regioni coinvolte – Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria – confermando l’impegno e l’organizzazione della Federazione Nazionale “Il Jazz Italiano” – con il coordinamento operativo della Associazione I-Jazz – insieme a Mibac, il Main Sponsor SIAE-Società Italiana degli Autori ed Editori, NuovoIMAIE e ai molti partner tecnici coinvolti.

Confermata, quindi, la nuova edizione 2019 della grande maratona musicale all’Aquila, quest’anno dedicata alla creatività femminile, che avrà inizio nella serata di sabato 31 agosto, per proseguire, a partire dalla mattina e per tutta la giornata, con altri concerti in molteplici location della città, domenica 1° settembre.

La due giorni a L’Aquila è stata preceduta da una settimana di concerti e trekking, iniziata il 24 agosto) nel cuore delle Terre del Sisma tra le regioni citate (organizzata da I-Jazz attraverso i propri soci Musicamdo, Young Jazz e Fara Music in collaborazione con Associazione Movimento Tellurico, Trekking, ecologia e Solidarietà).

 Per il quinto anno consecutivo la grande famiglia del jazz italiano torna all’Aquila e lo fa con un nuovo corso progettuale che pone al centro della manifestazione la creatività femminile.

Due giorni di concerti (31 agosto e 1 settembre), oltre cento musicisti coinvolte18 diverse postazioni nel centro storico dell’Aquila con alcune location d’eccezione che verranno impiegate per la prima volta, come l’interno della Basilica di Collemaggio e la Chiesa di Santa Maria del Suffragio, grandi nomi della musica pop italiana e un programma complessivo che vede una netta maggioranza di donne sui vari palchi studiato e ideato da Paolo Fresu e dalle associazioni che compongono la Federazione Il Jazz Italiano: sono questi i punti di forza della parte conclusiva de “Il jazz italiano per le terre del sisma” che, come da tradizione, conclude nel capoluogo abruzzese la propria marcia in una festa musicale per la città e per tutto il jazz italiano. Sul Palco di Piazza Duomo sabato 31 agosto a partire dalle ore 21:00, con la conduzione di Lella Costa, “L’altra metà del jazz”: Ornella VanoniKarima, Agata Garbin, Nicky Nicolai e Stefano, Cristina Zavalloni.

Domenica 1 settembre, sempre a ‘Aquila, Maratona del jazz italiano con Laboratori per i bimbi gattonanti a cura dell’Associazione “Nati nelle Note”, il Concerto di apertura all’interno della Basilica di Collemaggio con I Virtuosi Italiani ospiti Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura.

Alla Casa dello Studente, Emanuela Di Benedetto “Human Emotions”, nella Chiesa di San Giuseppe Artigiano si alterneranno, Stefania Tallini, piano solo, Leila e Sara Shirvani duo, violoncello e pianforte, Perla Cozzoni piano solo. Nel Centro storico la Girlesque Street Band. All’interno della Basilica di San Bernardino, il Quartetto Alborada special guest Maria Pia De Vito, il Quartetto Pessoa.Nell’Emiciclo/Palazzo del Governo la Conspe Big Band del Conservatorio di Pescara,direttore Mike Applebaum), la Big Band del Conservatorio de l’Aquila, direttore Massimiliano Caporale e l’Orchestra Nazionale Jazz dei Conservatori Italiani direttore, Pino Iodice, direttore ospite, Giuliana Soscia. Nell’Auditorium del parco – Spazio Infanzia, Laboratori musicali Orchestra e Coro Scuola Secondaria di I°grado “Dante Alighieri” dell’Aquila a cura di Catia Gori, Mario Piatti, Enrico Strobino e Tullio Visioli, l’Orchestra della Scuola Secondaria di I°grado G.Carducci di Brescia diretta da Carmelo Coglitore. A Palazzo Lucentini-Bonanni, Ludovica Manzo e Alessandra Bossa “O-Janà”, Anna Lauvergnac Quartet, Franca Masu e Sade Mangiaracina duo, Les Scat Noir. A Palazzo Cappa-Cappelli,Eleonora Strino trio,Rosa Brunello “Los fermentos – Shuffle mode”, Tencofamiglia,Federica Michisanti “Horn Trio”. A Palazzo Carli, Simona Severini, Evita Polidoro “Nerovivo”, Cristina Renzetti e Federico Casagrande. In Piazza Chiarino, Lilac for People, Anais Drago “Jellyfish”, Ada Montellanico feat. Giovanni Falzone “Abbey’s Road”,Gaia Mattiuzzi Trio. A Largo Tunisia, Roberta Brighi Trio, Camilla Battaglia “EMIT”, Zoe Pia “Shardana”, Lumină. Nella Piazzetta dei Novi Martiri, Marcella Carboni solo arpa, al Palazzetto dei Nobili, Caterina Palazzi solo “Zaleska”, progetto multimediale. Infine, in Piazza Duomo il concerto finale con Fabio Concato.

La Partita del Cuore e la mostra fotografica a cura di AFIJ

Il 31 agosto alle ore 10:00 presso lo Stadio nuovo di Amatrice sarà disputata l’attesa Partita del Cuore che vedrà impegnate in campo la Nazionale Italiana Jazzisti Onlus e la Nazionale Terremotati.

Per la Nazionale Jazzisti scenderanno in campo tra gli altri Paolo Fresu, Max De Tomassi, voce storica di Rai Radio 1 nonché Amatriciano doc, Costantino Ladisa, Max Paiella, Fabrizio Salvatore, Lucrezio De Seta mentre la Nazionale terremotati sarà capitanata da Francesco Pastorella, Presidente della Nazionale Terremotati e allenata dal mister Sergio Pirozzi.

Il ricavato della partita andrà per la ricostruzione della casa della musica di Amatrice.

Una novità che caratterizza la prossima edizione è la realizzazione della mostra fotografica allestita e curata dall’Associazione Fotografi Italiani di Jazz (costituitasi a inizio 2019 e membro della Federazione) in una location all’Aquila (con molta probabilità sarà il Ridotto del Teatro Comunale).

La Mostra “I fotografi italiani per le terre del sisma” è solo una piccola parte dell’immenso lavoro di oltre 50 fotografi coordinati negli anni da Paolo Soriani, Andrea Rotili ed Emanuela Corazziari per il volume realizzato da MIdJ dedicato al progetto.

Alcuni di questi fotografi sono confluiti nella neonata Associazione Fotografi Italiani di Jazz e sono stati invitati a partecipare con i loro scatti più rappresentativi a questa mostra. L’AFIJ quest’anno con il patrocinio della Federazione del Jazz Italiano coordinerà il lavoro di 5 fotografi intorno a singoli progetti autoriali dedicati a questa edizione 2019. I materiali realizzati saranno poi raccolti e diventeranno una mostra e un libro.

Gli scatti che saranno esposti nella mostra del 2019 sono a cura di: Pino Ninfa, Paolo Soriani, Andrea Rotili, Pino Passarelli, Paolo di Pietro, Costantino Idini, Roberto Manzi, Daniela Franceschelli, Mario Catuogno, Gianluigi Iovino, Riccardo Crimi, Gabriele Lugli, Michele Bordoni.

La manifestazione è promossa da Mibac – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e dal Comune dell’Aquila, sostenuta dai Comuni di Accumoli, Amatrice, Camerino, Fiastra, Norcia, Usssita e da SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, in qualità di main sponsor, con il supporto di NUOVO IMAIE e il contributo tecnico di CAFIM, Associazione Movimento Tellurico e organizzata dalla Federazione con il coordiamento dell’Associazione I-Jazz e il contributo di Casa del Jazz. Da segnalare, per la Marcia Solidale, l’organizzazione e il sostegno di Musicamdo Jazz e TAM-Tutta un’Altra Musica (Marche), Young Jazz (Umbria), Fara Music (Lazio), il contributo tecnico di Cotram.

Compie 80 anni, domani 20 agosto, Enrico Rava, sicuramente il jazzista italiano più conosciuto e apprezzato a livello internazionale.

Annunciata per il 6 settembre, l’uscita del suo nuovo albumper ECM, intitolato “Roma” e registrato dal vivo lo scorso novembre con Joe Lovano, all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Da sempre impegnato nelle esperienze più diverse e più stimolanti, Enrico Rava è apparso sulla scena jazzistica a metà degli anni sessanta, imponendosi rapidamente come uno dei più convincenti solisti del jazz europeo. La sua schiettezza umana ed artistica lo pone al di fuori di ogni schema e ne fa un musicista rigoroso ma incurante delle convenzioni.

La sua poetica immediatamente riconoscibile, la sua sonorità lirica e struggentesempre sorretta da una stupefacente freschezza d’ispirazione, risaltano fortemente in tutte le sue avventure musicali. Nella sua lunga carriera, Rava ha collaborato, non solo con i più grandi jazzisti mondiali, ma anche con personaggi di caratura come Andrea Camilleri, Michelangelo Pistoletto, Francesco Tullio Altane Bernardo Bertolucci.

 I festeggiamenti per l’ottantesimo compleannodi Enrico Rava sono cominciati ad aprile, con l’inizio del tour mondiale  Enrico Rava 80th Anniversary – Special Edition che toccherà, oltre l’Italia, anche gli Stati Uniti e l’Argentinain autunno, paesi dove Rava ha vissuto diversi anni alla fine degli anni ‘60. In questo tour, Rava ha voluto raggruppare i musicisti che più gli sono stati vicino negli ultimi anni, per rivisitare i brani più significativi della sua carriera, rivisti in un’ottica odierna e interpretare nuove composizioni scritte per questa occasione.

Dopo aver conquistato con questo tour le platee di tutta Europa e i principali Festival Jazz italiani, Enrico Ravasarà nuovamente in concertoad agosto, anche con altre formazioni, il 24 agosto a Geadara (PU), il 27 Eilat in Israele; a settembre, il 15 ad Alghero (SS), il 25 a Pisa; a ottobre, il 10 a Ingolstadt in Germania, il 20 a Soriano (VT), il 31 ottobrel’1 e il 2 novembre a New York per i 50 anni di Ecm, il 5 novembre a Milano, dal 15 al 17 novembre in Argentina, il 22 novembrein Belgio, il 4 dicembre a Bari e il 10 dicembre a Roma.

 Il nuovo album “Romadocumenta l’incontro tra il decano del jazz, Enrico Rava e Joe Lovano, magistrale sax tenore statunitense dalle origini siciliane, in occasione del loro penultimo concerto del tour europeo, avvenuto all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nel novembre 2018. Qui, Rava e Lovano hanno alle spalle un vivace quintetto che comprende il pianista Giovanni Guidi, il batterista Gerard Cleaver, e il bassista Dezron Douglas (al suo esordio per ECM). L’album “Roma” suggella il rapporto con ECM, con cui Rava collabora e incide dal 1975.

 Sono passati ormai più di 50 anni da quando Enrico Rava apparve, dapprima sulla scena italiana e poi in quella mondiale, collaborando con artisti del calibro di Gato Barbierie Steve Lacy, con cui passò una breve stagione a Buenos Aires insieme ai sudafricani Johnny Dyani e Louis Moholo.

Poi venne il lungo soggiorno a New York dove incontrò e collaborò con artisti come Roswell Rudd, Carla Bley, John Abercrombie, Cecil Taylor, tra i tanti. Negli anni settanta il rientro in Italia e un inanellarsi di concerti e dischi con i gruppi a suo nome, l’incontro con l’Opera, da lui rivisitata in due splendidi album e quello con il Pop di Michael Jackson, la sua predisposizione a scoprire giovani talenti: nel corso degli anni Massimo Urbani, Paolo Fresu, Stefano Bollani, Gianluca Petrella, Giovanni Guidi, Francesco Diodati, etc., e le collaborazioni con tanti artisti: Lee Konitz, Richard Galliano, Pat Metheny, John Scofield, Dave Douglas, Geri Allen, Cecil Taylor, Miroslav Vitous, Philip Caterine, Tomasz Stanko, Michel Petrucciani, John Abercrombie, Joe Lovano.

Enrico Rava, ha pubblicato anche due libri autobiografici: “Note Necessarie. Come un’autobiografia” in collaborazione con il giornalista Alberto Riva, edito da Minimum Fax nel 2004 e “Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz”, pubblicato nel 2011 da Feltrinelli. Infine, è del 2015 il film documentario“Enrico Rava. Note Necessarie” della regista Monica Affatato.

 Nel 2019 Enrico Rava è  stato insignito dell’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana. L’Onorificenza italiana si aggiunge ad altre ricevute negli anni passati all’estero. Infatti, Enrico Rava è stato nominato anche Chevalier des Arts et des Lettresdal Ministero della Cultura francese e Doctor in Music Honoris Causaalla Barkleee School of Music di Boston. Inoltre, è cittadino onorariodella città di Atlanta in Georgia.

 

I critici sono affamati di nuovi progetti e di cose belle.
Soprattutto noi, intorno ai 50 anni, che di musica ci siamo nutriti e di dischi ne abbiamo sentiti tanti; che tanti progetti abbiamo visto e di altrettanti abbiamo scritto, a volte lodando, sottolineandone i punti di forza. Altre volte è capitato invece di dover essere spietati, perché non tutto il materiale che riceviamo, che sentiamo o a cui assistiamo, è degno di nota.

Poi capita però che ci si imbatte in dischi che non smetteresti mai di ascoltare, i cui brani vorresti passassero anche in radio, perché ti sembra assurdo che il grande pubblico non ne possa godere, perché il jazz, quello fatto bene, quello suonato da musicisti che nel tempo hanno trovato il proprio stile, che sono versatili ma anche originali, che sanno come convincerti, è una delle più alte forme di godimento derivante dalla musica.

Sono dischi che non smetteresti mai di ascoltare, non solo perché sono oggettivamente belli, ben suonati e accattivanti, ma perché sono il frutto di una maturità artistica, di un talento e di un affiatamento che diventa vero e proprio motore trainante, un mezzo per trasformare l’arte, in un dono, tutto da scartare e da ascoltare.

E’ il caso di “Triplets”, progetto firmato da Amedeo Ariano,  tra i più bravi e talentuosi batteristi italiani, versatile, capace di raccontare di cosa è capace senza manie di protagonismo, e questo è stato – a mio avviso – un dettaglio fondamentale per la riuscita di questo progetto che vede come suoi compagni di viaggio, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Francesca Tandoi al pianoforte e voce.

E’ un disco amabilmente jazz, ben calibrato, a tratti ammiccante.
E’ un viaggio nel mondo degli standard, della tradizione, ma senza regole da rispettare, con pezzi ri-arrangiati in modo originale ma senza mai abbandonare quell’atmosfera swing che Ariano suona con particolare maestria.

Il bello di questo disco è che non pensi alla carriera di ognuno dei musicisti che vi suonano – il che già da sola fa da garante di bellezza – perché sei preso dal modo in cui è stato suonato. La Tandoi è una jazzista tra le più capaci, suona il pianoforte, benissimo, e canta, altrettanto bene. Per me, è una delle voci più convincenti  del panorama contemporaneo. E’ capace di porre l’accento sul modulo giusto, è affascinate, e l’interpretazione è credibile e sofisticata. Poi diciamolo … non si sceglie un contrabbassista a caso,  se si pensa al ruolo del contrabbasso nel trio jazz canonico, e a Luca Bulgarelli con cui Ariano collabora da tanti anni ormai, si può chiedere qualunque cosa. Non vi è rassegna o festival jazz che non lo abbia visto ospite.

Ma non serve elencarne i curriculum, basta parlare del disco per scoprirne la meraviglia.La copertina del disco è cool.
Loro sono bellissimi, ammiccanti.
In tre è meglio”, sembra suggerire.

Ma la verità è che il titolo “Triplets”  non è messo a caso.
(Che bello quando i titoli dei dischi sono la porta d’ingresso di un progetto).

Già solo il titolo, qualche suggerimento lo dà.

Le “terzine”, che  compongono il movimento nello swing,  che riempiono i dodicesimi in cui le battute sono suddivise e che mettono a disposizione dei 3 musicisti, un tessuto ritmico che loro utilizzano senza esitazione e sul quale ricamano arrangiamenti degni di nota.

Otto sono le tracce, tra pezzi originali, standard e omaggi.

Bulgariantandoj”, il pezzo originale, in cui basso e batteria, spadroneggiano, e nel cui dialogo si inserisce il pianoforte, che racconta il tema, che sfida la base ritmica e che diventa ostinato mentre usa il controtempo, come un vero e proprio linguaggio. Non c’è un dettaglio della sua batteria, che Ariano non sfrutta per coinvolgere l’ascoltatore.

La scelta degli standard è significativa.

The Sheik of Araby” – di cui mi viene in mente la versione di Buddy De Franco –  nel disco conserva la verve e il tempo serrato, ma è florido di dettagli ritmici. Velocissime le note sulla tastiera del pianoforte e impeccabili le spazzole di Ariano sul rullante. Il contrabbasso che entra in un dialogo con il pianoforte e che porge il doppio tempo alla batteria che è fonte di un groove incontenibile. La cassa pulsa con leggero anticipo, i piatti suonano le sincopi e il charleston scandisce i movimenti deboli. La perfezione è servita.

I thought about you”, famosissimo standard che fu interpretato dalle più belle voci femminili, ti accoglie in quell’atmosfera dettata dal tempo “sospeso”. Dettaglio che si sposa benissimo con l’intenzione del brano che “guarda attraverso”. Attraverso immagini che qui, arrivano prorompenti in musica. Le note velocissime in alcuni passaggi, e poi gli accordi che incedono e il rullante che vibra senza compromessi.

I didn’t know what time it was”. Senti gli splash che si adagiano sulle note del piano che mette in fila le scale minori e le infila tra le corde del contrabbasso, che ne ricama le dinamiche. Più grave è il contrabbasso, più dinamico è il pianismo della Tandoi.

Quando arriva “You don’t know me”, omaggio a Ray Charles, è come finire in jazz club; è una gemma, che parte con il pianoforte e che dopo 4 battute lascia che la voce di Francesca si impossessi di tutto. Ha sfumature delicate ma radicate nella conoscenza della tecnica. Anche le note gravi sono piene e sicure. Mette in gioco tutto il fascino e la maestria che conosce, la pianista, della quale in questo pezzo si ammira la capacità interpretativa, e che canta con la consapevolezza di ogni parola del testo. Poi il piano torna protagonista, e sono il contrabbasso e la batteria a fare da controcanto, e questo passaggio è originale, è studiato, è riuscito.

Dire che i pezzi sono tutti ben suonati è un gioco da ragazzi, scegliere il tuo preferito, invece, è impresa ardua. Ma a furia di ascoltarlo, questo disco, io alla fine, ci sono riuscita.

Il mio pezzo preferito è “F.S.R. – For Sonny Rollins”. Lo è perché il mood che ne viene fuori è di quelli incontenibili, che non si arresta, è ostinato ma mai a caso, è convinto, prorompente e ascoltandolo lo sai, lo senti, lo riconosci che a quella batteria suona Ariano, che quella voce che senti in sottofondo è di Bulgarelli che al contrabbasso fa fare gli straordinari e la sorpresa accattivante di sapere che al pianoforte, c’è una di quelle donna che farà ancora e tanto parlare di sé perché ha tanto da dire e da suonare.

Il bello di questo album è che non ti chiede altro che di essere ascoltato. Ti avvolge, non ti chiede di interpretare intenzioni … le intenzioni sono tutte lì, suonate e cantante. Sono lì, con carattere e appeal. Sono lì con talento artistico, energia  e appassionata complicità, quella che nel jazz ha spesso fatto la differenza.

Un album da 5 stelle su 5. Un lavoro che sta nei primi posti tra la mia personale classifica dei dischi più belli dell’ultimo quinquennio, di cui consiglio l’ascolto.

E’ il jazz che piace a me.

Simona Stammelluti