Perché non dovremmo (non dovrebbero) festeggiarci? 

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Ogni anno la stessa storia. 

Guai a pubblicare una frase carina, a fare gli auguri alle amiche, la foto di una mimosa ricevute in dono. 

La questione è tanto ampia quanto grave, e non sarà certo la celebrazione di una festa che esiste a renderla meno tale. 

La donna oggi è bersaglio anziché centro di un mondo fatto di capacità, cultura, carattere. 

Facciamo tanta fatica ancora oggi a veder riconosciuti diritti e possibilità. Facciamo tanta fatica ancora oggi quando alcuni dettagli sembravano assolti, una volta per tutte. 

Sembra si sia dimenticato tutto, dalle battaglie durate ventenni, a quell’art. 3 della costituzione che recita: “ogni cittadino ha uguale dignità sociale senza distinzione di sesso, ecc ecc” 

Oggi sembriamo essere tutte in apnea, facciamo fatica a respirare, a lavorare, a lavorare e fare i figli, a vincere concorsi, a far valere una idea, la nostra parola, la voglia di dare un contributo. 

E allora questa festa nel mese di marzo sembra quasi una presa in giro, è vero, sembra un paradosso; le festeggiamo perché sono “il senso di tutto” però poi … 

Però poi nel quotidiano veniamo denigrate, abusate, zittite; veniamo ghettizzate, violentate, torturate e uccise.

C’è un meccanismo inceppato, un modo di concepire i ruoli adulterati dalla credenza che la donna sia ancora inferiore all’uomo, che vada guidata, consigliata, supervisionata. 

Ed invece non solo siamo in grado di fare da sole ma sappiamo guidare, consigliare, supervisionare molto meglio degli uomini. E non esiste ambito in cui, cimentandoci, noi non si sia riuscite a vincere, a raggiungere un obiettivo, a tagliare un traguardo. 

Peccato che le strade dove “corriamo” siamo sempre meno asfaltate di quelle percorse dagli uomini. Multitasking non vuole dire solo che facciamo più cose contemporaneamente e bene; significa che ci ingegniamo quotidianamente per non tornare al punto zero, quello nel quale si scalava l’esistenza a mani nude. 

I dati statistici sono deprimenti, e davanti a quelli passa ogni voglia di festeggiare. 

L’occupazione femminile in Italia è l’ultima in Europa; solo il 6% delle donne trova lavoro dopo la maternità; 44 mila mamme lo scorso anno hanno lasciato il lavoro perché non in grado di conciliare vita privata e lavoro; 118 donne uccise nel 2023, 96 in ambito familiare o affettivo; il 60% ha una retribuzione inferiore al collega uomo a parità di ruolo o mansione; 43% delle donne hanno ricevuto avances esplicite non desiderate sul lavoro; 70% delle donne sono state oggetto di battute sessiste o volgari sul posto di lavoro; 65 % delle donne vengono ritenute aggressive se dimostrano ambizione; 40% delle donne che hanno subìto contatto fisici indesiderati sul lavoro.

Per non parlare di quello che succede alle donne rifugiate, o che vivono in posti dove lo stupro e la tortura sono la normalità.

Ecco, capite che se guardiamo a questi dati passa proprio la voglia di festeggiare. 

Eppure ogni giorno c’è un buon motivo per alzare la testa, ripartendo da ciò che è nostro, da ogni diritto acquisito anche se qualcuno costantemente prova ad usurparcelo. 

E allora tocca non stare zitte. 

Tocca parlare, ricordare chi siamo e di cosa siamo capaci, perché esiste una emancipazione che pulsa e che è sotto gli occhi di tutti anche se le brutture che si subiscono sono più accese, perché sono tinte spesso di rosso. 

Ci sono norme e leggi, e diritti, e poi ruolo che ci appartengono e dai quali non abbiamo intenzione di abdicare. 

E lasciamo che ci festeggino, ma anche che ci critichino. Perché esporsi, fare il proprio, avere un ruolo, significa anche sbagliare e subire giudizi o considerazioni. L’importante è che non ci si spinga mai oltre. 

La storia della copertina del settimanale L’Espresso che ritrae la Ferragni come Joker, ha sollevato un mondo di polemiche, proprio oggi, 8 marzo. A parte che la maggior parte delle persone che criticano la scelta editoriale non hanno letto l’articolo, ma la cosa che disturba, a mio avviso, è la presa di posizione fuorviante. Si può essere a favore o contro, l’importante è essere liberi di esprimersi ma senza giudicare. E se non si vuole giudicare la Ferragni, perché mai si dovrebbe giudicare una giornalista che fa il suo lavoro?  

E se fosse stato un uomo a scrivere quell’articolo, ricco di dettagli della vita di uno dei personaggi più famosi al mondo? 

Bene. Io trovo il “mistero Ferragni” fitto; non tanto circa quello che combina con le sue società (beneficienza inclusa) ma come faccia ad essere così famosa, con un lessico così misero, con una capacità espositiva così da terza elementare. 

Subiamo troppe violenze, anche verbali, ma una opinione dovremmo essere in grado di sopportala. Perché alla fine, come nel bellissimo quadro olio su tela del pittore e artista Marco Melgrati (che con piacere ospitiamo sul nostro giornale e che ringraziamo) saremo anche Giovanna D’arco ma con il fuoco del rogo, sapremo accenderci una sigaretta.  

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