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Ministro Cancelleri, a Napoli si direbbe: “zazá sta accá e ci sta pure da mó!”

Qualcuno dovrebbe rinfrescarle le idee, magari qualcuno l’ha già fatto, ma forse non è abbastanza!

Una video intervista di oggi, riprendeva un alquanto “contento” Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti 5 StelleGiancarlo Cancelleri, peraltro nostro conterraneo, in visita a Porto Empedocle, che si gloriava del fatto che ci fossero navi da crociera ormeggiate al porto, contento (appunto) del fatto, che nonostante la pandemia abbia bloccato l’economia mondiale, in Sicilia si cominciava ad intravedere qualche spiraglio di crescita, visto che navi da crociera e relativi turisti avevano toccato le coste agrigentine. Fin qui nulla quaestio, se non fosse per un piccolo, quasi impercettibile particolare, ossia che la tanto declamata nave da crociera era in effetti la famigerata Moby Zazá che ospita i migranti per garantire la quarantena degli stessi, al modico prezzo di quasi un milione di euro al mese (iva esclusa) a spese dei contribuenti.

Ora, che questa sia una novità non credo proprio, visto che se ne parla e straparla oramai da mesi, ma mi lascia nello sconcerto vedere come  un Viceministro della Repubblica per di più siciliano, scambi la “nave della discordia” Moby Zazà per una nave da crociera piena di turisti (nave, questa, piazzata a Porto Empedocle dallo stesso Governo del quale il distratto viceministro è una persona di spicco). 

Abbiamo assistito in tanti, troppi, allo sua terribile gaffeMinistro, che non so proprio come possa porvi rimedio. 

Può solo sperare che questa “perla”, venga presto dimenticata, ancora prima che gli Italiani dimentichino di chiamarla “Viceministro”.

Naturalmente, la piccolissima gaffe di Cancelleri, è saltata subito agli onori della cronaca locale, regionale, nazionale ed inevitabilmente satirica.

A questo punto credo sia facile pensare che il Viceministro Cancelleri, abbia ben poco da essere contento, ma tanto per cui vergognarsi; può solo sperare in uno sconto, da parte dei suoi compagni di partito o dai suoi parenti stretti per la figura barbina che ha fatto, perché l’opinione pubblica in genere non è avvezza ad esercitare sconti, né di fine stagione, né tantomeno di fine mandato.

Possiamo provare solo un po’ di tenerezza immaginando Cancelleri nelle grinfie del “reuccio” Beppe Grillo, che siamo sicuri non abbia disdegnato almeno un bel “Vaffa” super accessoriato. 

Perché vede, caro Viceministro, alla fine, chi di “Vaffa” ferisce, di “Vaffa” perisce! 

I segnali c’erano tutti.

Qualche giorno fa, una foto molto emblematica ha fatto capolino nella cronaca agrigentina ; il simbolo dell’accoglienza per antonomasia, ossia la porta sempre aperta,  installazione alta quasi cinque metri, opera dell’artista Mimmo Paladino,  voluta fortemente da Armani e Arnoldo Mosca Mondadori, è stata nottetempo impacchettata, chiusa e negata a chiunque volesse entrare.

Il messaggio sembra abbastanza chiaro. 

Naturalmente, visto che si tratta di un monumento che simboleggia l’accoglienza, sono scattate delle denunce contro ignoti.

Da sempre isola d’approdo per la sua strategica posizione che la rende facilmente raggiungibile dai paesi del bacìno del Mediterraneo, la meravigliosa isola di Lampedusa si è contraddistinta per la sua propensione all’accoglienza, tanto da essere stata candidata al premio Nobel per la pace sotto l’allora sindaca Pina Nicolini, non solo, il docufilm del regista Gianfranco Rosi “Fuocoammare” che parlava dei migranti a Lampedusa ha vinto l’Orso d’Oro al Festival del cinema di Berlino nel 2016. Questo per la cronaca.

Andiamo adesso ai fatti e ai misfatti.

Il tema è molto controverso e altrettanto dibattuto, non solo dai Lampedusani che vivendo in quel paradiso sono disposti a farsi carico di oneri e onori, ma da un certo periodo anche a livello Nazionale ed Europeo per la frequenza e la consistenza degli sbarchi, soprattutto nel periodo estivo, quando l’afflusso di turisti nell’isola è talmente denso da scatenare ovvie preoccupazioni ed altrettanto malcontento per chi opera nel settore turistico e per chi vive quotidianamente l’isola. 

Ma il solo fatto che i siciliani e nella fattispecie i lampedusani hanno da sempre mantenuto la loro propensione all’accoglienza, può diventare un deterrente per il menefreghismo del Governo centrale e della  Comuninitá Europea?

Il tema, va sempre dibattuto e affrontato nelle sedi opportune, che non sono le piazze o i salotti di chi con questi problemi ci convive da sempre, il problema, cara Ministra Lamorgese adesso è suo e deve affrontarlo una volta e per tutte.

Se da un lato i lampedusani hanno sempre accettato di convivere con il problema degli sbarchi clandestini facendosene addirittura carico, dall’altro si trovano spesso nelle condizioni di non poter far fronte alle tante disfunzioni che portano l’isola quasi al collasso per la carenza dei posti all’interno dell’hotspot e quella dei servizi che inevitabilmente favoriscono disordini, liti e tentativi di fuga da parte dei migranti dal centro d’accoglienza. 

Mi rivolgo a Lei Ministra: quanta pazienza, quale rassegnazione  viene richiesta ad un popolo che ha insegnato al mondo il concetto d’amore e di accoglienza verso i meno fortunati di noi?  Quale allineamento planetario si deve attendere affinché qualche Ministro dell’interno affronti il problema seriamente e soprattutto dia delle vere risposte a chi deve convivere quotidianamente con gli sbarchi clandestini? 

No, questo disinteresse e questa approssimazione, non è più tollerabile. 

Non ora, al tempo del corona virus

Si, perché nonostante la pandemia gli sbarchi avvengono regolarmente e mentre tutti urliamo “ al virus” i migranti, per lo più economici arrivano in flotte e sbarcano indisturbati sulle coste siciliane , in barba al lavoro massacrante delle forze dell’ordine, costretti ad inseguire letteralmente i fuggiaschi senza protezione individuale ed in assembramento. Questo stato di cose, oltre alla paura del contagio, ha talmente esasperato i cittadini lampedusani che stanno addirittura pensando di indire un referendum per la chiusura del centro d’accoglienza di contrada imbriacola. Ecco il gesto eclatante della chiusura della porta d’Europa. Non è necessario essere degli scienziati per capire che il problema non viene mai affrontato come dovrebbe perché  ci sono in ballo grossi interessi economici ; il Dio danaro tanto venerato, sembra aver fatto la grazia ai tanti che della migrazione ne hanno fatto un business intorno al quale si è creato un indotto di affitti e compravendita di immobili adibiti a centri d’accoglienza o di soggiorno con relativo personale e finanziamenti da parte dello Stato, di navi utilizzate per la quarantena dei migranti sempre con relativo personale e finanziamenti statali, di grossi alberghi commutati in strutture d’accoglienza con relativo personale e cospicui finanziamenti da parte dello Stato e potremmo andare avanti così per mezz’ora! 

Certo, è ovvio che strutture di smistamento e di accoglienza dovessero nascere a supporto dei tanti sbarchi di gente per lo più disperata che fugge letteralmente dal proprio paese d’origine diventato invivibile, affrontato viaggi in condizioni disumane, ostaggi dei carcerieri nei lager libici e degli scafisti poi, che spesso non riescono nemmeno a toccare  le nostre coste , perché invece di una vita, vi trovano la morte…..

Quante volte abbiamo ascoltato storie terribili di torture, stupri, omicidi  di chi specula con la disperazione degli altri, arricchendosi. 

Ma adesso, non è tempo di sbarchi e lo dice una che ha sempre avuto non uno, ma due occhi di riguardo per chi a raggiunto il nostro paese scappando da miseria e disperazione. Quello che però adesso fa’ specie, è il fatto che in questo momento storico a sbarcare non sono i poveri disperati, le madri con bambini, i rifugiati politici o coloro i quali opponendosi alla corrotta politica del proprio paese sono stati condannati a morte, ma i migranti economici in cerca di sistemazione in un paese più democratico ed altri, fuggiti o usciti dalle carceri in cerca di un altro paese per delinquere. 

Credo sia ovvio ribadire,  che questo non è il momento degli sbarchi clandestini e che il governo dovrebbe impiegare mezzi, cervelli e leggi per fronteggiare questo enorme problema risolvendolo definitivamente, c’è una pandemia da gestire con non poche difficoltà e se pure i lampedusani insorgono con gesti eclatanti e proposte di referendum, allora caro Governo, l’esasperazione è davvero al limite .

 

 

Esimio Direttore.

È facile vederla in molte trasmissioni televisive dì approfondimento in qualità di direttore responsabile del quotidiano “Il Giornale” ed è facile anche sentirla purtroppo !

Non più tardi di ieri sera, nella trasmissione dì Massimo Giletti “Non è L’arena “ (vedi video sopra), abbiamo assistito sgomenti alle sue dichiarazioni inequivocabili che hanno fatto rabbrividire anche gli altri ospiti che puntuali l’anno redarguita, ed in primis, il conduttore stesso della trasmissione. Da casa, invece, siamo stati tutti vittima dello stesso malore: “stridore alle orecchie, vertigini ed inevitabilmente, conati di vomito”.

Il tema della trasmissione era la scarcerazione di più di 300 mafiosi, (osceno), alcuni in regime di carcere duro, per il contagio del covid 19. Ospite principale della serata una deputata del movimento cinque stelle, nonché donna sicula, moglie e vedova del figlio di un boss, che dopo aver visto ammazzare il marito sotto i suoi occhi, ha deciso di ribellarsi insieme alla cognata, diventando collaboratrice di giustizia: Piera Aiello.

Ora, senza perdere tempo a dirle del mio disgusto nell’ascoltare le sue eloquenti parole, vorrei soffermarmi sul modo in cui sono state pronunciate, quasi a voler sottolineare quanto fosse ovvio che la mafia potesse attecchire con tanta facilità, lì dove il tessuto sociale è talmente scadente, ignorante e smidollato da permetterlo. 

Il problema (dice lei), sono i siciliani.

Popolo complice, omertoso, di scarsa moralità e sensibilità, pronto ad occultare per mero menefreghismo e rassegnazione, tutte le malefatte, i soprusi, le minacce, gli omicidi, le bombe, le stragi, i bambini sciolti nell’acido, le famiglie distrutte, i pizzini, le mazzette e tutta una serie di scempi perpetrati a “danno” dei siculi stessi (e non solo),da tempo memorabile.

Ora,  chiunque con un minimo di intelletto è portato a pensare che esiste un pudore nella coscienza, un limite oltre il quale non si può andare e che ti porta inesorabilmente alla ribellione, alla contrapposizione forte verso chi fa della violenza e della morte lo strumento per inretire una società che, le assicuro è fatta di “tessuto” pregiato. 

Questo non lo dico io esimio direttore, lo raccontano i fatti e la storia antica e contemporanea. Adesso non voglio perder tempo a ricordarle che la Sicilia, isola meravigliosa ed accogliente,  crogiolo di culture, è patria di uomini e donne illustri che hanno cambiato la storia del mondo. La sua posizione al centro del Mediterraneo le ha permesso di attingere al sapere di Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Spagnoli; ha visto uomini come Archimede da Siracusa, Empedocle da Agrigento, Diodoro Siculo, Dionisio, Ettore Majorana, Antonello da Messina, Salvatore Quasimodo, Tomasi di Lampedusa, Giovanni Verga e ancora donne poetesse e letterate come Nina Siciliana (prima poetessa sicula),Mariannina Coffa, Pina Calì, Franca Florio, solo per citarne alcuni…ah dimenticavo, anche l’inventore del gelato è siciliano e si chiamava Francesco Procopio Cutò, noto in Francia col nome “ Le Procope”.

Come forse può capire, un popolo che ha avuto come maestri nobili studiosi, filosofi, matematici, medici, scienziati, artisti, poeti e letterati, non ha certo un tessuto sociale discutibile e non solo da lei.

Per entrare nell’argomento del contendere, credo proprio che dovrebbe fare ammenda e cospargersi il capo di cenere per aver additato i siciliani come gente di infimo ordine, mafiosi o complici dei mafiosi , perché vede, caro direttore, noi non ci ritroviamo  e non ci riconosciamo nelle sue parole tendenziose, fuorvianti, false e mistificatrici, non fosse altro per le innumerevoli vittime di quella mafia che le assicuro odiamo quanto temiamo, per tutti i martiri della legge, per tutti quelli che hanno perso padri, fratelli, figli, parenti; per tutti quelli che hanno sofferto e nonostante tutto, malgrado la paura, continuano a lottare e contrapporsi a questo male che distrugge, con caparbietà e con impegno anche a costo della propria vita….che non è il male minore visto che siamo siculi, glielo assicuro . 

Nessuno e dico nessuno, può avere la tracotanza di uscite come le sue, perché vede direttore, il problema non sono i siciliani, il problema sta nella testa di chi da anni sfugge ad una lettura sensata dei fatti, delle circostanze, dei valori, senza dare la giusta rilevanza a ciò che dovrebbe essere espresso come argomento essenziale, ossia, che quello che ha portato alla diffidenza e all’omertà, è solo il comune (perché in circostanze simili può manifestarsi ovunque), senso del terrore  e che per combatterlo come avviene in modo imperterrito, c’è bisogno di molto coraggio. 

Coraggio che non è mai mancato ai tanti uomini, donne, giovani e meno giovani di farsi carico di un fardello come la lotta a tutto ciò che è mafioso o di indole mafiosa, con ribellioni, denunce, manifestazioni, in una terra dove anche lo Stato ha fatto sentire poco la sua presenza e che in questo modo ha permesso alla paura di non sentirsi protetti, di prendere in molti casi  il sopravvento.

Facile sproloquiare quando certe realtà le sentì solo al telegiornale…

Difficile invece, per gente come lei, vedere dove sta il problema, quello vero, che non si chiama “siciliani“, ma scarsa propensione all’empatia, all’analisi profonda, che adotta atteggiamenti di discriminazione contro ciò che è diverso dal microcosmo al quale si appartiene e quindi di difficile lettura.

Esimio direttore, non voglio offenderla dicendole che la sua è solo una visione miope oltre che menzognera della realtà che con abili parole cerca di distorcere, perché facendolo, rischierei di offendere tanti suoi conterranei sani, che tengono il lume della ragione sempre acceso, proprio come noi siculi.

Ad maiora

Quella che vedete in basso, non è una foto presa dal web ma uno screenshot del mio smartphone e se fate un controllo, vi accorgerete che esiste anche sul vostro. Noi siamo quelli che…fino a quando non ci sbattiamo la faccia, si può sempre girare dall’altra parte, far finta che il problema non ci riguardi, disquisire a vanvera su problemi etici e far cadere tutto nel dimenticatoio degli argomenti trattati e delle soluzioni mai trovate. 

Lungi da me l’idea di creare mero allarmismo, ma sappiamo tutti che i giganti che gestiscono le comunicazioni e le informazioni, tracciano ogni nostro movimento sia quando siamo noi stessi a dare l’autorizzazione che in casi in cui siamo costretti a farlo, pena la non concessione di fruire di alcune applicazioni utili o propedeutiche ad altre. Questo consente  a chi ha in mano potentissimi strumenti, di incamerare miliardi di informazioni pubbliche e private sul nostro conto, appropriandosi in questo modo delle nostre vite.

Ultimamente siamo stati costretti a sorbirci l’ultima perla della tecnologia che (dicono) dovrebbe servire a tracciare immediatamente con quante e quali persone siamo entrate in contatto per il controllo sul contagio del Covid 19, qualora fossimo soggetti già malati.  Che iniziativa lodevole!!

Ci hanno anche detto che che si tratta di una applicazione gratuita e facoltativa, da scaricare eventualmente a nostra discrezione dall’autorità sanitaria pubblica competente. Ci hanno infinocchiato dicendoci che come sempre è stato fatto per il nostro bene, per la salvaguardia della nostra salute e per individuare e circoscrivere i contagi.

Ebbene, come si può constatare, Il colosso Google ha già inserito d’ufficio nei nostri smartphone tutto quello che serve per essere tracciati ulteriormente, dicendoci addirittura di rispettare la nostra privacy perché si avvarrà solamente di ID casuali che ha rilevato il nostro dispositivo e non del nostro nome e cognome, come gentile concessione! Ci avvisa anche che “la geolocalizzazione deve essere attiva per poter rilevare i dispositivi Bluetooth nelle vicinanze, ma per le notizie di esposizione al covid 19, non viene usata la posizione del dispositivo” (?) 

Ma siamo per caso impazziti? 

Il contagio del virus ha servito su un piatto d’argento la scusante per caricare una pistola pronta a sparare da tempo e lo Stato è addirittura contento d’aver  fornito uno strumento di prevenzione a beneficio della popolazione.

Si, siamo davvero impazziti!

Si sta concedendo un lasciapassare diretto e gratuito dentro le nostre vite, facendoci credere che anche questo è stato fatto per il nostro bene e noi, pecore senza dignità dobbiamo anche ringraziare!

Vorrei sapere in che misura dovremmo essere grati allo Stato per averci venduto in questo modo?!!!

Anzi azzarderei anche una proposta: “ potremmo tenere un diario personale col nostro codice ID già assegnato, dove andremmo ad aggiornare tutti i dati relativi a cosa siamo, cosa facciamo, chi incontriamo, cosa pensiamo, dove mangiamo, quante volte ci laviamo, quanto dormiamo, cosa scriviamo ed anche quanto pesiamo, provvedere alla nostra marchiatura a fuoco e richiedere come supplemento alla nostra fatica, l’inserimento di un microchip nel nostro cervello in modo che sia direttamente collegato ai mega sistemi operativi dei colossi delle informazioni, in modo da non fare fatica a scrivere.

Non sono più sicura che sollevare la questione morale ed etica sia la cosa giusta fa fare, dovremmo invece opporci incondizionatamente, senza alcuna remora a tutti i tentativi di irretirci, dì abbindolarci, lasciando cadere ogni nostra forma di vittimismo e rassegnazione che ci fanno essere schiavi del sistema asserviti al potere e che ci tolgono ogni dignità di esseri umani.

Quante volte dobbiamo ancora far finta di nulla? Quante volte ancora dobbiamo credere che non siamo nelle condizioni di poter far nulla ed assistere allo scempio per poi lamentarci a cose già avvenute?

Basta con tutti questi discorsi sul sesso degli angeli e piuttosto cominciamo e renderci conto che per fare le necessarie rivoluzioni non è necessario impugnare le armi….bisogna invece “impugnare il cervello” sede naturale della nostra intelligenza e tenderla come arma verso chi tenta di fare di noi delle marionette  senza anima né dignità. Naturalmente se qualcuno  è  contento di far muovere i fili della propria vita ad altri, può solo archiviare questo articolo e le relative prese di coscienza, in qualche cassettino della propria memoria a breve termine e continuare a girarsi dall’altra parte.

Basta che poi non si lamentino.

Partiamo subito da un presupposto: ” la libertà è un bene inalienabile dell’uomo sancito dalla nostra Costituzione “

Nonostante ciò, spesse volte però, attribuiamo significato e valore soggettivo a quello che invece dovrebbe essere un concetto oggettivo.

Nel sacro nome della libertà sono state combattute battaglie e fatte rivoluzioni,

sacrificato vite e convenzioni, assimilando al concetto di “libertà” anche quello di uguaglianza e fratellanza come ci ha insegnato la storia della rivoluzione francese nell’anno del Signore 1789, che per un decennio ha sconvolto il Paese trascinandolo in eventi estremamente complessi ed articolati fino alla proclamazione della repubblica a danno dell’Ancien Régime.

Dal 1789 ad oggi, questo concetto è stato maggiormente arricchito a volte imbellettato ed alcune volte estremizzato, quando bisognerebbe invece soffermarsi su un fatto semplice quanto efficace :”la nostra libertà finisce, dove inizia quella degli altri”

Parafrasando un detto molto usato nel periodo storico che stiamo vivendo, quante volte abbiamo mantenuto la giusta “distanza sociale” per accorgerci di quale fosse il limite da rispettare per non impedire la libertà degli altri?

Forse questa è una domanda che dovremmo porci più spesso. Anche al tempo del coronavirus.

Si, perché questo è il tempo delle privazioni, del rispetto delle nuove regole, della trasformazione sociale, della povertà nelle relazioni, della limitatezza di spazi e di luoghi, dell’impoverimento economico e culturale e tutto questo in nome della nostra tanto agognata salute. Giusto. 

Quello che invece a mio avviso dovrebbe avere maggiore attenzione, è la conseguenza di tutto quello che ha comportato questa perdita di libertà e come si sia insinuato in noi il germe della diffidenza e della paura, che inevitabilmente andrà a minare il nostro metro di giudizio, la nostra tolleranza, le nostre relazioni sociali, la nostra vita.

Quello che dovrebbe farci riflettere su come riprendere i nostri contatti sociali senza ledere la libertà degli altri nella salvaguardia della propria salute, viene fuori in modi distinti e contrapposti: a volte con arroganza, altre volte con menefreghismo, con riluttanza, con caparbietà, con giudizi tuonanti che spesso incitano alla violenza, con disturbato senso di appartenenza regionale ed alcune volte come un atteggiamento di condivisa rassegnazione letta negli sguardi quanto nelle espressioni comuni :” dobbiamo stare attenti ma non possiamo farci nulla!”

Possiamo vederci ma non possiamo toccarci; possiamo parlarci ma non senza mascherina; possiamo passeggiare ma rispettando la distanza sociale; possiamo uscire a mangiare fuori ma non se siamo amici, possiamo entrare nei negozi ma allontanarci qualora qualcuno si avvicinasse nel nostro spazio di un metro; possiamo lavorare ma rimanendo a casa; possiamo avvalerci dei mezzi pubblici ma stare attenti a rispettare la nuova gestione dei posti a sedere; possiamo nuotare ma non stare fermi in acqua….tutto e il contrario di tutto!

È inevitabile non riflettere sul come si rincorrono il concetto di libertà e il sentimento di diffidenza!

Ma siamo sicuri di poter vivere la nostra libertà se quello che ci assale è solo una inevitabile diffidenza nei confronti degli altri?

Siamo stati bravi all’inizio a far vedere quanto eravamo forti, contenuti, caparbi, i migliori a rispettare le regole; siamo stati bravi a far vedere al mondo in che modo artistico siamo stati capaci di reagire, tutti vicini anche se lontani, sotto un comune slogan che ci ha assillato per mesi : “ insieme ce la faremo” o quell’altro ancora che diceva “ stare lontani oggi per abbracciarci domani”.

Siamo davvero sicuri che sia poi così ovvio, così naturale e spontaneo ritornare alle nostre vecchie abitudini ?

Si può osare dicendo, che la paura può fare più danni di una pandemia  e più forte sarà il sentimento di paura, tanto più grande sarà la nostra diffidenza e più saremo diffidenti, tanto più sarà difficile una ripresa sociale che coinvolga anche la nostra parte emotiva nei confronti degli altri .

Se la paura e la diffidenza sono entrati a gamba tesa nella nostra vita, mi chiedo come saremo liberi di vivere la nostra libertà . 

Questo nuovo condizionamento del quale non siamo ancora del tutto consapevoli, ci imprigiona in un meccanismo stimolo-risposta al quale reagiamo in modo automatico, senza essere del tutto consci degli effetti prodotti.

No, non sarà semplice riprendere lì da dove abbiamo interrotto e sono tanti i fattori che concorrono a nostro svantaggio.

Le mutate condizioni economiche, il nuovo modo di vedere la vita con tutte le limitazioni del caso, l’incertezza di non sapere quando tutto questo potrà finire, le nuove sensazioni di inquietudine mista ad impotenza nell’affrontare questa nuova emergenza sociale ed emotiva, ci sposta più il là, dove tutto ha un vago sapore di libertà e dove non siamo ancora sicuri di voler stringere le mani di qualcuno senza essere diffidenti.

Purtroppo siamo consapevoli che esistano violenze di tanti generi e che ci indigniamo ad ogni notizia  o di fronte ad ogni comportamento violento, ma ancora oggi, mentre professiamo la nostra accoglienza , la nostra estraneità e il nostro prendere le distanza da comportamenti a tema, i fenomeni “violenti” proliferano come l’erba sui campi. Perché?

Quello che salterebbe subito in mente , se si dovesse rispondere in modo veloce e senza pensare , sarebbe che il male sia insito nell’uomo così  come il bene…eterna lotta. 

Esemplificativo e banale.

Chiediamoci piuttosto perché, nonostante il grado di cultura sia (abbastanza) aumentato e nonostante tutti gli sforzi da parte di esperti di fenomeni e deviazioni sociali, di interventi da parte delle forze dell’ordine, (e finalmente da parte dello stato) siamo ancora relegati al concetto di violenza di seria A e violenza di serie B ?

Cosa c’è che non va nel nostro sistema sociale e in quello intellettivo?

Da quando esiste il mondo la violenza sulle donne è stata sempre considerata un male minore rispetto a quella esercitata sugli uomini , questo perché ci hanno insegnato che l’essere perfetto sia di genere maschile, dando in questo modo una connotazione sessuale a Dio, (Dio Padre) e che vuole la donna seconda all’uomo, creata più come sollazzo che come sostegno.

“In principio Dio creò il cielo e la terra….allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere di suolo e soffió  nelle sue narici un alito di vita…poi il Signore Dio disse : non è bene che l’uomo sia solo….il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo che si addormentò, gli tolse una costola e richiuse la carne al suo posto….il Signore Dio plasmò con la costola che aveva tolta all’uomo, una donna…allora l’uomo disse: è carne della mia carne e ossa delle mie ossa …” (dal libro della Genesi).

Attenzione: seconda nell’atto della creazione, non seconda all’uomo.

La donna, rea d’aver attinto all’albero della conoscenza  e di averne dato al marito il frutto, fu relegata al ruolo di prostituta e tentatrice , causa della loro cacciata dall’Eden . 

Da quel giorno l’opera di denigrazione e punizione sulla donna, non è mai cessata. 

A volte credo sia necessario partire da molto lontano.

La storia ci insegna quante battaglie ha dovuto combattere la donna per riprendersi il posto che Dio le aveva assegnato come compagna dell’uomo e non come sua sottoposta a causa dell’unico peccato mai perdonato nella storia dell’umanità, fin dalla creazione.

L’arroganza del genere umano nel volersi  sostituire a Dio nel giudizio e nelle opere, (non essendo di natura divina), ha permesso di fatto che  ci fossero due pesi e due misure; una per l’uomo è una per la donna, facendone la vittima sacrificale di ogni sorta di frustrazione, rabbia, malcontento e follia del genere maschile. 

L’importante è però non cedere a meri  discorsi sessisti e cadere nella trappola del fare “di tutta l’erba, un fascio” . (Errore imperdonabile).

Vero è, che la cronaca è piena di notizie di femminicidio, reato che finalmente ha trovato una collocazione nella nostra giurisprudenza da pochissimo tempo in un paese che si professa civile e in uno stato che ha abolito il delitto d’onore (come se ci fosse un onore nel commettere omicidio), soltanto nel 1981 con la Legge 442.  Uno Stato complice dell’omicidio di troppe donne e che dava potere di giudizio insindacabile all’uomo , il quale poteva decidere della vita o della morte della propria moglie, fidanzata, sorella, figlia scostumata o disonorata, in nome di “quell’onore” riconosciuto come valore socialmente rilevante , tanto da giustificarne un omicidio per il quale avrebbe avuto notevoli attenuanti nello scontare una pena.

Nonostante ciò, gran parte della violenza di genere, nella fattispecie l’omicidio, in qualunque parte del mondo, (e sottolineo, qualunque luogo nel mondo), avviene  sempre per lo stesso motivo: “quello passionale”, fin dalla creazione di Eva.

L’unica cosa che è cambiata, è la nostra consapevolezza, la nostra capacità di giudizio e quella di riconoscere un delitto o una violenza in quanto tale, rivolta sia  agli uomini, che in questo caso alle donne.

Questa nuova consapevolezza , ha fatto in modo che nascessero tante strutture di supporto alle donne, sfruttate, stolkerate , stuprate, oltraggiate, vilipese e oggetto di ogni genere di violenza che va da quella psicologica a quella fisica a quella di costume a quella sociale. 

Sono tanti gli uomini che si fanno promotori e partecipi di iniziative di solidarietà e di sostegno alle donne, ma non è ancora abbastanza . Fino a quando non si estirperanno le sovrastrutture radicate come grosse querce nel nostro cervello, che vogliono le donne in qualche misura inferiori all’uomo sia nella forza fisica che nel potenziale intellettivo, fino a quando non si avrà contezza che non esiste nel genere umano una natura superiore se non quella divina, fino  a quando non si avrà l’onesta intellettuale di riconoscere che da sempre è stato perpetrato un danno morale oltre che fisico e sociale nei confronti della donna e se ne farà ammenda, fino a quando non si smetterà di vedere la donna meretrice, furba e disonesta che affabula ed inganna, fino a quando non sparirà ogni forma di competizione tra le stesse, fino a quando la diversità antropologica non diverrà un valore aggiunto e non la scusante di comportamenti estremi insiti nell’animale maschio a scapito della femmina, rimarranno soltanto belle parole farcite di ipocrisia che non faranno vedere nessuna luce in fondo al tunnel. La donna non dovrebbe essere costretta a difendersi dall’uomo per la paura che meri istinti atavici che non si sono mai evoluti, possano essere l’arma che attacca e uccide…

In questo caso, l’unica consapevolezza che ci rimane è quella che c’è ancora tanta, troppa, strada da fare.

Purtroppo.

Siamo sinceri, quante volte ci è capitato di straparlare e poi riflettere su come avremmo potuto evitare liti, disappunti, offese ed umiliazioni?

Quanto, l’uso inappropriato di parole ha provocato crisi, distruzioni o lanciate al limite, addirittura guerre?

È proprio vero che siamo capaci di gestire questo patrimonio insieme a tutte le emozioni che ne scaturiscono, una volta usato?

Una delle nostre pecche più  comuni è quella di non porci mai le domande esatte per avere poi le giuste risposte. A volte basta una piccola ma necessaria riflessione.

Cos’è la parola? Dal vocabolario Treccani, leggiamo che si tratta di un “Complesso di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativa trascrizione in segni grafici) mediante i quali l’uomo esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto d’una frase.”

Leggendo il suo semplice significato, pensiamo sia facile anche l’utilizzo, ma non sempre le due cose si accomunano. Pensiamo alla semplicità dei fiori di campo, nascono in modo spontaneo, senza nessuna manipolazione né alcuno interesse da parte dell’uomo.

Normalmente siamo portati a pensare che tutto ciò che nasca “spontaneamente”, debba per forza avere una natura semplice, scontata, ma pensiamo invece a tutto quello che sta dietro alla nascita di un fiore, di un mero ed infestante filo d’ erba a quanti e quali processi si innescano affinché possa nascere.

Creando una estensione mentale, anche le parole potrebbero essere uguali a ciò che si trova in natura, ossia: semplici, articolate, emozionanti, ripugnanti, gradevoli, scontate, riprovevoli, bellissime, significative, orribili, dannose deleterie e chissà quanti altri aggettivi.

Su una cosa però, penso che tutti potremmo essere d’accordo, “la parola è un dono”  e come tutto ciò che ci viene donato, dovrebbe essere trattata con rispetto e soprattutto con gratitudine, se pensiamo che essa è il nostro mezzo di comunicazione primario insieme al linguaggio del corpo.

L’utilizzo di questo dono però non ci consente di farne un uso indiscriminato, talvolta usato come arma di difesa o di attacco, capace anche di uccidere. Si, perché le parole possono uccidere e non solo in senso metaforico, ma anche moralmente e fisicamente,  con la stessa precisione di un affilato strumento chirurgico.

Tutto questo può forse apparire esagerato, in realtà non lo è affatto.

Le parole sono l’esternazione di tutto ciò che ci appartiene, ergo, ogni tipo di personalità sana o malata ne farà un uso consono alla propria natura.

Fresche, dotte, semplici, complicate, articolate, inutili o menzognere, le parole rappresentano tutto ciò che  siamo ed è proprio questo il motivo per cui se ne può fare un uso  e un disuso, finanche alla deviazione  ed alla pericolosità delle stesse, usate come vere e proprie armi in grado di procurare molto male se non addirittura la morte.

Pensiamo ad esempio al reato di “ istigazione al suicidio”, in realtà chi lo pratica non fa nulla tranne che “istigare”, ossia indurre ad azioni indegne, illecite ed autolesioniste, attraverso l’abuso di azioni e parole per la manipolazione di soggetti individuati come vittime.

Pensiamo al bullismo, al cyber bullismo ed altri reati  del web e a tutto il male che hanno provocato fino al raggiungimento per diversi soggetti perseguitati, di  atti estremi. Ecco che le parole diventano assassine.

Ma non solo.

Rimanendo nel tanto discusso quanto venerato mondo del web, la comunicazione non controllata oltre alla velocità con la quale è possibile veicolare l’informazione, ha prodotto caos, vera disinformazione e non pochi incidenti diplomatici.

Ecco che le parole diventano false e fuorvianti.

Vogliamo parlare del dark web, mondo sommerso del “Dio internet” dove è possibile fare e trovare di tutto, pronto a nutrire ogni perversione della natura umana?

Ecco come le parole diventano estreme, dubbie, ingannatrici e foriere di azioni illegali.

Voglio offrire attraverso le mie parole, un occasione per riflettere; spiegare la natura di questi fenomeni e quale impatto hanno avuto e purtroppo continuano ad avere sulla società, è compito non facile di esperti e forze dell’ordine.

Casi limite? Non credo, visto il proliferare di questi crimini. Certo è, che l’essere umano, dovrebbe adottare dei filtri, pensare a cosa sia giusto oppure no, adoperarsi in modo che questo prezioso strumento venga, attraverso il metodo e la coscienza, usato nel modo più appropriato in modo che altri non possano esserne danneggiati.

Prendiamo esempio dai poeti, dai grandi autori, che tanto hanno lasciato al mondo attraverso le parole scritte e declamate; pensiamo ai grandi filosofi, che hanno fatto dell’arte del pensiero la loro scienza; agli oratori, ai grandi leader che hanno cambiato il mondo con parole accorate e pensieri superiori, eroi della comunicazione nell’accezione più nobile del termine; pensiamo a chi guarisce attraverso le parole, chi da’ sostegno e conforto, chi difende, chi ama.

Dall’uso all’abuso, il passo è davvero breve, ma noi siamo esseri pensanti (tranne sporadiche eccezioni) e se solo volessimo dedicare qualche secondo in più della nostra vita per cercare le parole giuste, qualcuno di certo ci ringrazierebbe.

Abusare di un dono così grande non è sempre la scelta giusta.

Ho sempre pensato che il parlare a vanvera, malamente o indiscriminatamente, sia solo frutto della gratuità delle parole, perché se dovessimo comprarle una ad una, di certo si farebbe molta più attenzione ad usarle con cura e non sprecarle.

Pensiamoci.

 

di Claudia Badalamenti

È sempre noioso dover ricorrere alle puntualizzazioni, noioso come quando si è costretti a riprendere continuamente un bambino che dopo ripetute lezioni, non sa ancora fare i compiti; la cosa diventa addirittura odiosa, quando si è costretti a farlo con un adulto e per di più, un adulto a cui è stato dato un peso specifico.

Dopo l’ultima grande polemica suscitata dalle tristi dichiarazioni del direttore Vittorio Feltri, circa l’inferiorità dei meridionali, come spesso accade, è facile imbattersi in altre perle di saggezza del “bergamotto dagli zigomi rossi” che spara contro tutti i bersagli possibili perché per contratto e per portare a casa la pagnotta, deve pur scrivere qualcosa.

In questo momento, inveire contro il povero Feltri, visti i guai che sta passando, (vedi provvedimenti disciplinari, denunce e petizioni per la radiazione dall’albo dei giornalisti), oltre ad una popolarità pari allo zero, sarebbe come sparare sulla croce rossa se si trattasse di un altro individuo, ma con lui no, non si può !

In uno dei suoi articoli circa il compenso delle donne lavoratrici scrive “Le donne guadagnano meno, ma il motivo è che hanno figli e facendo figli si devono assentare dal lavoro e siccome quando si assentano dal lavoro non prendono soldi, allora è normale che guadagnino meno. Fare figli non è un obbligo ma un hobby, come coltivare patate, per questo le donne matrone che sfornano figli non possono pretendere, se fanno bambini, di essere retribuite come gli uomini che fanno lavori veri, né tantomeno chiedere uno stipendio se vogliono fare le casalinghe”.

Sui veli pietosi che infarciscono queste frasi non ci sono dubbi, pubblicate sul giornale Libero, ma il fatto che si chiami così, non vuol dire che uno è libero di sparare questo genere di cavolate (eufemismo), perché per far questo non occorre essere direttore di un giornale, strapagato , basta solo essere ignoranti, li dove ignorante sta per “colui che ignora”.

E allora, visto che io sono fieramente donna, madre e lavoratrice e visto che Lei , nonostante gli studi e gli sforzi scrive ancora come un bambino di terza elementare (serale), posso permettermi di istruirla (che poi non è così tanto lusso…) in modo che non commetta più queste bassezze che di certo non rendono onore non solo ad una intera categoria, ma anche a quella apicale nella quale vengono classificati i direttori (mi scusi se lo scrivo minuscolo).

Se la sua onorevole madre non fosse stata una “fattrice” per hobby, il Vittorino settebellezze non avrebbe visto la luce e sicuramente in questo momento apparterrebbe a quell’utopistico mondo dell’iperuranio.

Dovremmo bacchettare Donna Adele per la scelleratezza di averle dato un posto tra i mortali, relegandola anche alla possibilità che avrebbe potuto non venire bene, avendo lacune che, altrimenti, in un’altra realtà immortale probabilmente non avrebbe avuto. Anche di questo però, non siamo certi.

Potrei fare una prosopopea sulla donna, dire  quante  e quali battaglie è stata costretta a combattere per il suo sacrosanto diritto di essere riconosciuta in egual misura degli uomini in questa società, che purtroppo ancora, di femminile ha solo il nome; potrei farle notare le capacità multitasking di svolgere contemporaneamente il compito di madre, donna, insegnante, economista, lavoratrice, casalinga, infermiera, cuoca, compagna, psicologa, educatrice, amica e persino amante ed avere ancora voglia nell’arco di una giornata di fare sport, dedicarsi all’arte, alla cultura, alla lettura, allo studio ed altre mille cose tutte insieme; potrei farle notare che le donne non fanno figli per hobby come coltivare patate, ma i figli spesso sono frutto di un atto d’amore e nel caso non fosse così, i figli nati da stupri o gravidanze non desiderate, saranno una volta nati, loro stessi un atto d’amore; potrei ancora insegnarle che le donne non si assentano dal lavoro perché hanno figli, ma per problemi che potrebbero avere o dare questi ultimi e che poi, devono recuperare con gli interessi; potrei ancora  dirle di come sia entrato nel vocabolario della nostra giurisprudenza una nuova parola per un reato antico come il mondo ma riconosciuto solo da poco: femminicidio; potrei farle notare con quanta eleganza e dignità le donne sono costrette a sentire persone che come lei, vivono la propria mascolinità come un diritto di nascita; potrei farle notare ancora che le donne non guadagnano di meno perché non fanno lavori veri come gli uomini, ma perché ancora oggi vivono la disparità di genere,  che è la vergogna patrimonio dell’umanità.

Potrei ancora dirle tante cose “magnifico” direttore, ma in questo momento me ne viene in mente solo una: nonostante la sua tenera età continui a studiare, perché il suo patrimonio culturale viene pericolosamente attaccato da profonde lacune che ancora oggi non sono in grado di contrastare l’ignoranza.

 

La 25° edizione della manifestazione Inycon, brillante iniziativa che ormai spopola sul tutto il territorio nazionale per la promozione dei vini del territorio belicino e che viene promossa dalle Cantine Settesoli, si avvarrà (per una singolare coincidenza) quest’anno di uno spettacolo che tutto il mondo ci invidia: l’esibizione delle Frecce  Tricolori dell’Aero Club d’Italia e con la relativa concessione dell’Aeronautica Militare.

Dunque, mai come questo anno, la già entusiasmante manifestazione Inycon verrà ulteriormente arricchita da una esibizione, già programmata da tempo, che, lo ribadiamo, per un caso assolutamente fortuito, andrà a coincidere con la esibizione delle Frecce Tricolori nel consueto Air Show della pluripremiata Pattuglia Acrobatica Nazionale. Infatti, la prevista performance, è stata pubblicata sul calendario delle esibizioni delle Frecce lo scorso 18 febbraio.

I promotori delle Cantine Settesoli si avvarranno della organizzazione dell’Aero Club Palermo.

Grandissima (ed inevitabile) la soddisfazione espressa dal sindaco del Comune di Menfi Marilena Mauceri appena appresa la singolare coincidenza. Il sindaco ha dichiarato: “Per un caso fortuito, durante una già nostra grande manifestazione che è l’Inycon , ci ritroveremo sui cieli di Menfi le acrobazie e lo spettacolo che solo le Frecce Tricolori italiane possono esibire. Mi sento orgogliosa di questa opportunità, che è il caso di dirlo….caduta dal cielo, che rende onore ad una intera comunità, ad una intera regione ed anche ad una intera Nazione. Uno spettacolo nello spettacolo – ha concluso Marilena Mauceri – senza precedenti e che certamente attira spettatori da ogni parte d’Italia”.

L’hotspot di Lampedusa continua ad essere in emergenza.

Da sempre la struttura isolana ha recepito più persone rispetto a quanto ne potesse contenere. Tra l’altro i numerosi incendi che si sono sviluppati all’interno della struttura hanno notevolmente diminuito i posti a disposizione.

A tal proposito, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, rispondendo ad una interrogazione parlamentare ha così dichiarato: “La situazione nel centro di Lampedusa è costantemente seguita; Dopo gli incendi che ne hanno ridotto la capacità – continua il ministro – ho già dato impulso per accelerare le opere di riqualificazione ed entro marzo 2020 avrà 132 posti in più con un’area destinata ad ospitare i minori non accompagnati”.

Quando le opera verranno ultimate la struttura lampedusana potrà ospitare 439 posti.