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Quella che vedete in basso, non è una foto presa dal web ma uno screenshot del mio smartphone e se fate un controllo, vi accorgerete che esiste anche sul vostro. Noi siamo quelli che…fino a quando non ci sbattiamo la faccia, si può sempre girare dall’altra parte, far finta che il problema non ci riguardi, disquisire a vanvera su problemi etici e far cadere tutto nel dimenticatoio degli argomenti trattati e delle soluzioni mai trovate. 

Lungi da me l’idea di creare mero allarmismo, ma sappiamo tutti che i giganti che gestiscono le comunicazioni e le informazioni, tracciano ogni nostro movimento sia quando siamo noi stessi a dare l’autorizzazione che in casi in cui siamo costretti a farlo, pena la non concessione di fruire di alcune applicazioni utili o propedeutiche ad altre. Questo consente  a chi ha in mano potentissimi strumenti, di incamerare miliardi di informazioni pubbliche e private sul nostro conto, appropriandosi in questo modo delle nostre vite.

Ultimamente siamo stati costretti a sorbirci l’ultima perla della tecnologia che (dicono) dovrebbe servire a tracciare immediatamente con quante e quali persone siamo entrate in contatto per il controllo sul contagio del Covid 19, qualora fossimo soggetti già malati.  Che iniziativa lodevole!!

Ci hanno anche detto che che si tratta di una applicazione gratuita e facoltativa, da scaricare eventualmente a nostra discrezione dall’autorità sanitaria pubblica competente. Ci hanno infinocchiato dicendoci che come sempre è stato fatto per il nostro bene, per la salvaguardia della nostra salute e per individuare e circoscrivere i contagi.

Ebbene, come si può constatare, Il colosso Google ha già inserito d’ufficio nei nostri smartphone tutto quello che serve per essere tracciati ulteriormente, dicendoci addirittura di rispettare la nostra privacy perché si avvarrà solamente di ID casuali che ha rilevato il nostro dispositivo e non del nostro nome e cognome, come gentile concessione! Ci avvisa anche che “la geolocalizzazione deve essere attiva per poter rilevare i dispositivi Bluetooth nelle vicinanze, ma per le notizie di esposizione al covid 19, non viene usata la posizione del dispositivo” (?) 

Ma siamo per caso impazziti? 

Il contagio del virus ha servito su un piatto d’argento la scusante per caricare una pistola pronta a sparare da tempo e lo Stato è addirittura contento d’aver  fornito uno strumento di prevenzione a beneficio della popolazione.

Si, siamo davvero impazziti!

Si sta concedendo un lasciapassare diretto e gratuito dentro le nostre vite, facendoci credere che anche questo è stato fatto per il nostro bene e noi, pecore senza dignità dobbiamo anche ringraziare!

Vorrei sapere in che misura dovremmo essere grati allo Stato per averci venduto in questo modo?!!!

Anzi azzarderei anche una proposta: “ potremmo tenere un diario personale col nostro codice ID già assegnato, dove andremmo ad aggiornare tutti i dati relativi a cosa siamo, cosa facciamo, chi incontriamo, cosa pensiamo, dove mangiamo, quante volte ci laviamo, quanto dormiamo, cosa scriviamo ed anche quanto pesiamo, provvedere alla nostra marchiatura a fuoco e richiedere come supplemento alla nostra fatica, l’inserimento di un microchip nel nostro cervello in modo che sia direttamente collegato ai mega sistemi operativi dei colossi delle informazioni, in modo da non fare fatica a scrivere.

Non sono più sicura che sollevare la questione morale ed etica sia la cosa giusta fa fare, dovremmo invece opporci incondizionatamente, senza alcuna remora a tutti i tentativi di irretirci, dì abbindolarci, lasciando cadere ogni nostra forma di vittimismo e rassegnazione che ci fanno essere schiavi del sistema asserviti al potere e che ci tolgono ogni dignità di esseri umani.

Quante volte dobbiamo ancora far finta di nulla? Quante volte ancora dobbiamo credere che non siamo nelle condizioni di poter far nulla ed assistere allo scempio per poi lamentarci a cose già avvenute?

Basta con tutti questi discorsi sul sesso degli angeli e piuttosto cominciamo e renderci conto che per fare le necessarie rivoluzioni non è necessario impugnare le armi….bisogna invece “impugnare il cervello” sede naturale della nostra intelligenza e tenderla come arma verso chi tenta di fare di noi delle marionette  senza anima né dignità. Naturalmente se qualcuno  è  contento di far muovere i fili della propria vita ad altri, può solo archiviare questo articolo e le relative prese di coscienza, in qualche cassettino della propria memoria a breve termine e continuare a girarsi dall’altra parte.

Basta che poi non si lamentino.

Partiamo subito da un presupposto: ” la libertà è un bene inalienabile dell’uomo sancito dalla nostra Costituzione “

Nonostante ciò, spesse volte però, attribuiamo significato e valore soggettivo a quello che invece dovrebbe essere un concetto oggettivo.

Nel sacro nome della libertà sono state combattute battaglie e fatte rivoluzioni,

sacrificato vite e convenzioni, assimilando al concetto di “libertà” anche quello di uguaglianza e fratellanza come ci ha insegnato la storia della rivoluzione francese nell’anno del Signore 1789, che per un decennio ha sconvolto il Paese trascinandolo in eventi estremamente complessi ed articolati fino alla proclamazione della repubblica a danno dell’Ancien Régime.

Dal 1789 ad oggi, questo concetto è stato maggiormente arricchito a volte imbellettato ed alcune volte estremizzato, quando bisognerebbe invece soffermarsi su un fatto semplice quanto efficace :”la nostra libertà finisce, dove inizia quella degli altri”

Parafrasando un detto molto usato nel periodo storico che stiamo vivendo, quante volte abbiamo mantenuto la giusta “distanza sociale” per accorgerci di quale fosse il limite da rispettare per non impedire la libertà degli altri?

Forse questa è una domanda che dovremmo porci più spesso. Anche al tempo del coronavirus.

Si, perché questo è il tempo delle privazioni, del rispetto delle nuove regole, della trasformazione sociale, della povertà nelle relazioni, della limitatezza di spazi e di luoghi, dell’impoverimento economico e culturale e tutto questo in nome della nostra tanto agognata salute. Giusto. 

Quello che invece a mio avviso dovrebbe avere maggiore attenzione, è la conseguenza di tutto quello che ha comportato questa perdita di libertà e come si sia insinuato in noi il germe della diffidenza e della paura, che inevitabilmente andrà a minare il nostro metro di giudizio, la nostra tolleranza, le nostre relazioni sociali, la nostra vita.

Quello che dovrebbe farci riflettere su come riprendere i nostri contatti sociali senza ledere la libertà degli altri nella salvaguardia della propria salute, viene fuori in modi distinti e contrapposti: a volte con arroganza, altre volte con menefreghismo, con riluttanza, con caparbietà, con giudizi tuonanti che spesso incitano alla violenza, con disturbato senso di appartenenza regionale ed alcune volte come un atteggiamento di condivisa rassegnazione letta negli sguardi quanto nelle espressioni comuni :” dobbiamo stare attenti ma non possiamo farci nulla!”

Possiamo vederci ma non possiamo toccarci; possiamo parlarci ma non senza mascherina; possiamo passeggiare ma rispettando la distanza sociale; possiamo uscire a mangiare fuori ma non se siamo amici, possiamo entrare nei negozi ma allontanarci qualora qualcuno si avvicinasse nel nostro spazio di un metro; possiamo lavorare ma rimanendo a casa; possiamo avvalerci dei mezzi pubblici ma stare attenti a rispettare la nuova gestione dei posti a sedere; possiamo nuotare ma non stare fermi in acqua….tutto e il contrario di tutto!

È inevitabile non riflettere sul come si rincorrono il concetto di libertà e il sentimento di diffidenza!

Ma siamo sicuri di poter vivere la nostra libertà se quello che ci assale è solo una inevitabile diffidenza nei confronti degli altri?

Siamo stati bravi all’inizio a far vedere quanto eravamo forti, contenuti, caparbi, i migliori a rispettare le regole; siamo stati bravi a far vedere al mondo in che modo artistico siamo stati capaci di reagire, tutti vicini anche se lontani, sotto un comune slogan che ci ha assillato per mesi : “ insieme ce la faremo” o quell’altro ancora che diceva “ stare lontani oggi per abbracciarci domani”.

Siamo davvero sicuri che sia poi così ovvio, così naturale e spontaneo ritornare alle nostre vecchie abitudini ?

Si può osare dicendo, che la paura può fare più danni di una pandemia  e più forte sarà il sentimento di paura, tanto più grande sarà la nostra diffidenza e più saremo diffidenti, tanto più sarà difficile una ripresa sociale che coinvolga anche la nostra parte emotiva nei confronti degli altri .

Se la paura e la diffidenza sono entrati a gamba tesa nella nostra vita, mi chiedo come saremo liberi di vivere la nostra libertà . 

Questo nuovo condizionamento del quale non siamo ancora del tutto consapevoli, ci imprigiona in un meccanismo stimolo-risposta al quale reagiamo in modo automatico, senza essere del tutto consci degli effetti prodotti.

No, non sarà semplice riprendere lì da dove abbiamo interrotto e sono tanti i fattori che concorrono a nostro svantaggio.

Le mutate condizioni economiche, il nuovo modo di vedere la vita con tutte le limitazioni del caso, l’incertezza di non sapere quando tutto questo potrà finire, le nuove sensazioni di inquietudine mista ad impotenza nell’affrontare questa nuova emergenza sociale ed emotiva, ci sposta più il là, dove tutto ha un vago sapore di libertà e dove non siamo ancora sicuri di voler stringere le mani di qualcuno senza essere diffidenti.

Purtroppo siamo consapevoli che esistano violenze di tanti generi e che ci indigniamo ad ogni notizia  o di fronte ad ogni comportamento violento, ma ancora oggi, mentre professiamo la nostra accoglienza , la nostra estraneità e il nostro prendere le distanza da comportamenti a tema, i fenomeni “violenti” proliferano come l’erba sui campi. Perché?

Quello che salterebbe subito in mente , se si dovesse rispondere in modo veloce e senza pensare , sarebbe che il male sia insito nell’uomo così  come il bene…eterna lotta. 

Esemplificativo e banale.

Chiediamoci piuttosto perché, nonostante il grado di cultura sia (abbastanza) aumentato e nonostante tutti gli sforzi da parte di esperti di fenomeni e deviazioni sociali, di interventi da parte delle forze dell’ordine, (e finalmente da parte dello stato) siamo ancora relegati al concetto di violenza di seria A e violenza di serie B ?

Cosa c’è che non va nel nostro sistema sociale e in quello intellettivo?

Da quando esiste il mondo la violenza sulle donne è stata sempre considerata un male minore rispetto a quella esercitata sugli uomini , questo perché ci hanno insegnato che l’essere perfetto sia di genere maschile, dando in questo modo una connotazione sessuale a Dio, (Dio Padre) e che vuole la donna seconda all’uomo, creata più come sollazzo che come sostegno.

“In principio Dio creò il cielo e la terra….allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere di suolo e soffió  nelle sue narici un alito di vita…poi il Signore Dio disse : non è bene che l’uomo sia solo….il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo che si addormentò, gli tolse una costola e richiuse la carne al suo posto….il Signore Dio plasmò con la costola che aveva tolta all’uomo, una donna…allora l’uomo disse: è carne della mia carne e ossa delle mie ossa …” (dal libro della Genesi).

Attenzione: seconda nell’atto della creazione, non seconda all’uomo.

La donna, rea d’aver attinto all’albero della conoscenza  e di averne dato al marito il frutto, fu relegata al ruolo di prostituta e tentatrice , causa della loro cacciata dall’Eden . 

Da quel giorno l’opera di denigrazione e punizione sulla donna, non è mai cessata. 

A volte credo sia necessario partire da molto lontano.

La storia ci insegna quante battaglie ha dovuto combattere la donna per riprendersi il posto che Dio le aveva assegnato come compagna dell’uomo e non come sua sottoposta a causa dell’unico peccato mai perdonato nella storia dell’umanità, fin dalla creazione.

L’arroganza del genere umano nel volersi  sostituire a Dio nel giudizio e nelle opere, (non essendo di natura divina), ha permesso di fatto che  ci fossero due pesi e due misure; una per l’uomo è una per la donna, facendone la vittima sacrificale di ogni sorta di frustrazione, rabbia, malcontento e follia del genere maschile. 

L’importante è però non cedere a meri  discorsi sessisti e cadere nella trappola del fare “di tutta l’erba, un fascio” . (Errore imperdonabile).

Vero è, che la cronaca è piena di notizie di femminicidio, reato che finalmente ha trovato una collocazione nella nostra giurisprudenza da pochissimo tempo in un paese che si professa civile e in uno stato che ha abolito il delitto d’onore (come se ci fosse un onore nel commettere omicidio), soltanto nel 1981 con la Legge 442.  Uno Stato complice dell’omicidio di troppe donne e che dava potere di giudizio insindacabile all’uomo , il quale poteva decidere della vita o della morte della propria moglie, fidanzata, sorella, figlia scostumata o disonorata, in nome di “quell’onore” riconosciuto come valore socialmente rilevante , tanto da giustificarne un omicidio per il quale avrebbe avuto notevoli attenuanti nello scontare una pena.

Nonostante ciò, gran parte della violenza di genere, nella fattispecie l’omicidio, in qualunque parte del mondo, (e sottolineo, qualunque luogo nel mondo), avviene  sempre per lo stesso motivo: “quello passionale”, fin dalla creazione di Eva.

L’unica cosa che è cambiata, è la nostra consapevolezza, la nostra capacità di giudizio e quella di riconoscere un delitto o una violenza in quanto tale, rivolta sia  agli uomini, che in questo caso alle donne.

Questa nuova consapevolezza , ha fatto in modo che nascessero tante strutture di supporto alle donne, sfruttate, stolkerate , stuprate, oltraggiate, vilipese e oggetto di ogni genere di violenza che va da quella psicologica a quella fisica a quella di costume a quella sociale. 

Sono tanti gli uomini che si fanno promotori e partecipi di iniziative di solidarietà e di sostegno alle donne, ma non è ancora abbastanza . Fino a quando non si estirperanno le sovrastrutture radicate come grosse querce nel nostro cervello, che vogliono le donne in qualche misura inferiori all’uomo sia nella forza fisica che nel potenziale intellettivo, fino a quando non si avrà contezza che non esiste nel genere umano una natura superiore se non quella divina, fino  a quando non si avrà l’onesta intellettuale di riconoscere che da sempre è stato perpetrato un danno morale oltre che fisico e sociale nei confronti della donna e se ne farà ammenda, fino a quando non si smetterà di vedere la donna meretrice, furba e disonesta che affabula ed inganna, fino a quando non sparirà ogni forma di competizione tra le stesse, fino a quando la diversità antropologica non diverrà un valore aggiunto e non la scusante di comportamenti estremi insiti nell’animale maschio a scapito della femmina, rimarranno soltanto belle parole farcite di ipocrisia che non faranno vedere nessuna luce in fondo al tunnel. La donna non dovrebbe essere costretta a difendersi dall’uomo per la paura che meri istinti atavici che non si sono mai evoluti, possano essere l’arma che attacca e uccide…

In questo caso, l’unica consapevolezza che ci rimane è quella che c’è ancora tanta, troppa, strada da fare.

Purtroppo.

Siamo sinceri, quante volte ci è capitato di straparlare e poi riflettere su come avremmo potuto evitare liti, disappunti, offese ed umiliazioni?

Quanto, l’uso inappropriato di parole ha provocato crisi, distruzioni o lanciate al limite, addirittura guerre?

È proprio vero che siamo capaci di gestire questo patrimonio insieme a tutte le emozioni che ne scaturiscono, una volta usato?

Una delle nostre pecche più  comuni è quella di non porci mai le domande esatte per avere poi le giuste risposte. A volte basta una piccola ma necessaria riflessione.

Cos’è la parola? Dal vocabolario Treccani, leggiamo che si tratta di un “Complesso di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativa trascrizione in segni grafici) mediante i quali l’uomo esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto d’una frase.”

Leggendo il suo semplice significato, pensiamo sia facile anche l’utilizzo, ma non sempre le due cose si accomunano. Pensiamo alla semplicità dei fiori di campo, nascono in modo spontaneo, senza nessuna manipolazione né alcuno interesse da parte dell’uomo.

Normalmente siamo portati a pensare che tutto ciò che nasca “spontaneamente”, debba per forza avere una natura semplice, scontata, ma pensiamo invece a tutto quello che sta dietro alla nascita di un fiore, di un mero ed infestante filo d’ erba a quanti e quali processi si innescano affinché possa nascere.

Creando una estensione mentale, anche le parole potrebbero essere uguali a ciò che si trova in natura, ossia: semplici, articolate, emozionanti, ripugnanti, gradevoli, scontate, riprovevoli, bellissime, significative, orribili, dannose deleterie e chissà quanti altri aggettivi.

Su una cosa però, penso che tutti potremmo essere d’accordo, “la parola è un dono”  e come tutto ciò che ci viene donato, dovrebbe essere trattata con rispetto e soprattutto con gratitudine, se pensiamo che essa è il nostro mezzo di comunicazione primario insieme al linguaggio del corpo.

L’utilizzo di questo dono però non ci consente di farne un uso indiscriminato, talvolta usato come arma di difesa o di attacco, capace anche di uccidere. Si, perché le parole possono uccidere e non solo in senso metaforico, ma anche moralmente e fisicamente,  con la stessa precisione di un affilato strumento chirurgico.

Tutto questo può forse apparire esagerato, in realtà non lo è affatto.

Le parole sono l’esternazione di tutto ciò che ci appartiene, ergo, ogni tipo di personalità sana o malata ne farà un uso consono alla propria natura.

Fresche, dotte, semplici, complicate, articolate, inutili o menzognere, le parole rappresentano tutto ciò che  siamo ed è proprio questo il motivo per cui se ne può fare un uso  e un disuso, finanche alla deviazione  ed alla pericolosità delle stesse, usate come vere e proprie armi in grado di procurare molto male se non addirittura la morte.

Pensiamo ad esempio al reato di “ istigazione al suicidio”, in realtà chi lo pratica non fa nulla tranne che “istigare”, ossia indurre ad azioni indegne, illecite ed autolesioniste, attraverso l’abuso di azioni e parole per la manipolazione di soggetti individuati come vittime.

Pensiamo al bullismo, al cyber bullismo ed altri reati  del web e a tutto il male che hanno provocato fino al raggiungimento per diversi soggetti perseguitati, di  atti estremi. Ecco che le parole diventano assassine.

Ma non solo.

Rimanendo nel tanto discusso quanto venerato mondo del web, la comunicazione non controllata oltre alla velocità con la quale è possibile veicolare l’informazione, ha prodotto caos, vera disinformazione e non pochi incidenti diplomatici.

Ecco che le parole diventano false e fuorvianti.

Vogliamo parlare del dark web, mondo sommerso del “Dio internet” dove è possibile fare e trovare di tutto, pronto a nutrire ogni perversione della natura umana?

Ecco come le parole diventano estreme, dubbie, ingannatrici e foriere di azioni illegali.

Voglio offrire attraverso le mie parole, un occasione per riflettere; spiegare la natura di questi fenomeni e quale impatto hanno avuto e purtroppo continuano ad avere sulla società, è compito non facile di esperti e forze dell’ordine.

Casi limite? Non credo, visto il proliferare di questi crimini. Certo è, che l’essere umano, dovrebbe adottare dei filtri, pensare a cosa sia giusto oppure no, adoperarsi in modo che questo prezioso strumento venga, attraverso il metodo e la coscienza, usato nel modo più appropriato in modo che altri non possano esserne danneggiati.

Prendiamo esempio dai poeti, dai grandi autori, che tanto hanno lasciato al mondo attraverso le parole scritte e declamate; pensiamo ai grandi filosofi, che hanno fatto dell’arte del pensiero la loro scienza; agli oratori, ai grandi leader che hanno cambiato il mondo con parole accorate e pensieri superiori, eroi della comunicazione nell’accezione più nobile del termine; pensiamo a chi guarisce attraverso le parole, chi da’ sostegno e conforto, chi difende, chi ama.

Dall’uso all’abuso, il passo è davvero breve, ma noi siamo esseri pensanti (tranne sporadiche eccezioni) e se solo volessimo dedicare qualche secondo in più della nostra vita per cercare le parole giuste, qualcuno di certo ci ringrazierebbe.

Abusare di un dono così grande non è sempre la scelta giusta.

Ho sempre pensato che il parlare a vanvera, malamente o indiscriminatamente, sia solo frutto della gratuità delle parole, perché se dovessimo comprarle una ad una, di certo si farebbe molta più attenzione ad usarle con cura e non sprecarle.

Pensiamoci.

 

di Claudia Badalamenti

È sempre noioso dover ricorrere alle puntualizzazioni, noioso come quando si è costretti a riprendere continuamente un bambino che dopo ripetute lezioni, non sa ancora fare i compiti; la cosa diventa addirittura odiosa, quando si è costretti a farlo con un adulto e per di più, un adulto a cui è stato dato un peso specifico.

Dopo l’ultima grande polemica suscitata dalle tristi dichiarazioni del direttore Vittorio Feltri, circa l’inferiorità dei meridionali, come spesso accade, è facile imbattersi in altre perle di saggezza del “bergamotto dagli zigomi rossi” che spara contro tutti i bersagli possibili perché per contratto e per portare a casa la pagnotta, deve pur scrivere qualcosa.

In questo momento, inveire contro il povero Feltri, visti i guai che sta passando, (vedi provvedimenti disciplinari, denunce e petizioni per la radiazione dall’albo dei giornalisti), oltre ad una popolarità pari allo zero, sarebbe come sparare sulla croce rossa se si trattasse di un altro individuo, ma con lui no, non si può !

In uno dei suoi articoli circa il compenso delle donne lavoratrici scrive “Le donne guadagnano meno, ma il motivo è che hanno figli e facendo figli si devono assentare dal lavoro e siccome quando si assentano dal lavoro non prendono soldi, allora è normale che guadagnino meno. Fare figli non è un obbligo ma un hobby, come coltivare patate, per questo le donne matrone che sfornano figli non possono pretendere, se fanno bambini, di essere retribuite come gli uomini che fanno lavori veri, né tantomeno chiedere uno stipendio se vogliono fare le casalinghe”.

Sui veli pietosi che infarciscono queste frasi non ci sono dubbi, pubblicate sul giornale Libero, ma il fatto che si chiami così, non vuol dire che uno è libero di sparare questo genere di cavolate (eufemismo), perché per far questo non occorre essere direttore di un giornale, strapagato , basta solo essere ignoranti, li dove ignorante sta per “colui che ignora”.

E allora, visto che io sono fieramente donna, madre e lavoratrice e visto che Lei , nonostante gli studi e gli sforzi scrive ancora come un bambino di terza elementare (serale), posso permettermi di istruirla (che poi non è così tanto lusso…) in modo che non commetta più queste bassezze che di certo non rendono onore non solo ad una intera categoria, ma anche a quella apicale nella quale vengono classificati i direttori (mi scusi se lo scrivo minuscolo).

Se la sua onorevole madre non fosse stata una “fattrice” per hobby, il Vittorino settebellezze non avrebbe visto la luce e sicuramente in questo momento apparterrebbe a quell’utopistico mondo dell’iperuranio.

Dovremmo bacchettare Donna Adele per la scelleratezza di averle dato un posto tra i mortali, relegandola anche alla possibilità che avrebbe potuto non venire bene, avendo lacune che, altrimenti, in un’altra realtà immortale probabilmente non avrebbe avuto. Anche di questo però, non siamo certi.

Potrei fare una prosopopea sulla donna, dire  quante  e quali battaglie è stata costretta a combattere per il suo sacrosanto diritto di essere riconosciuta in egual misura degli uomini in questa società, che purtroppo ancora, di femminile ha solo il nome; potrei farle notare le capacità multitasking di svolgere contemporaneamente il compito di madre, donna, insegnante, economista, lavoratrice, casalinga, infermiera, cuoca, compagna, psicologa, educatrice, amica e persino amante ed avere ancora voglia nell’arco di una giornata di fare sport, dedicarsi all’arte, alla cultura, alla lettura, allo studio ed altre mille cose tutte insieme; potrei farle notare che le donne non fanno figli per hobby come coltivare patate, ma i figli spesso sono frutto di un atto d’amore e nel caso non fosse così, i figli nati da stupri o gravidanze non desiderate, saranno una volta nati, loro stessi un atto d’amore; potrei ancora insegnarle che le donne non si assentano dal lavoro perché hanno figli, ma per problemi che potrebbero avere o dare questi ultimi e che poi, devono recuperare con gli interessi; potrei ancora  dirle di come sia entrato nel vocabolario della nostra giurisprudenza una nuova parola per un reato antico come il mondo ma riconosciuto solo da poco: femminicidio; potrei farle notare con quanta eleganza e dignità le donne sono costrette a sentire persone che come lei, vivono la propria mascolinità come un diritto di nascita; potrei farle notare ancora che le donne non guadagnano di meno perché non fanno lavori veri come gli uomini, ma perché ancora oggi vivono la disparità di genere,  che è la vergogna patrimonio dell’umanità.

Potrei ancora dirle tante cose “magnifico” direttore, ma in questo momento me ne viene in mente solo una: nonostante la sua tenera età continui a studiare, perché il suo patrimonio culturale viene pericolosamente attaccato da profonde lacune che ancora oggi non sono in grado di contrastare l’ignoranza.

 

La 25° edizione della manifestazione Inycon, brillante iniziativa che ormai spopola sul tutto il territorio nazionale per la promozione dei vini del territorio belicino e che viene promossa dalle Cantine Settesoli, si avvarrà (per una singolare coincidenza) quest’anno di uno spettacolo che tutto il mondo ci invidia: l’esibizione delle Frecce  Tricolori dell’Aero Club d’Italia e con la relativa concessione dell’Aeronautica Militare.

Dunque, mai come questo anno, la già entusiasmante manifestazione Inycon verrà ulteriormente arricchita da una esibizione, già programmata da tempo, che, lo ribadiamo, per un caso assolutamente fortuito, andrà a coincidere con la esibizione delle Frecce Tricolori nel consueto Air Show della pluripremiata Pattuglia Acrobatica Nazionale. Infatti, la prevista performance, è stata pubblicata sul calendario delle esibizioni delle Frecce lo scorso 18 febbraio.

I promotori delle Cantine Settesoli si avvarranno della organizzazione dell’Aero Club Palermo.

Grandissima (ed inevitabile) la soddisfazione espressa dal sindaco del Comune di Menfi Marilena Mauceri appena appresa la singolare coincidenza. Il sindaco ha dichiarato: “Per un caso fortuito, durante una già nostra grande manifestazione che è l’Inycon , ci ritroveremo sui cieli di Menfi le acrobazie e lo spettacolo che solo le Frecce Tricolori italiane possono esibire. Mi sento orgogliosa di questa opportunità, che è il caso di dirlo….caduta dal cielo, che rende onore ad una intera comunità, ad una intera regione ed anche ad una intera Nazione. Uno spettacolo nello spettacolo – ha concluso Marilena Mauceri – senza precedenti e che certamente attira spettatori da ogni parte d’Italia”.

L’hotspot di Lampedusa continua ad essere in emergenza.

Da sempre la struttura isolana ha recepito più persone rispetto a quanto ne potesse contenere. Tra l’altro i numerosi incendi che si sono sviluppati all’interno della struttura hanno notevolmente diminuito i posti a disposizione.

A tal proposito, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, rispondendo ad una interrogazione parlamentare ha così dichiarato: “La situazione nel centro di Lampedusa è costantemente seguita; Dopo gli incendi che ne hanno ridotto la capacità – continua il ministro – ho già dato impulso per accelerare le opere di riqualificazione ed entro marzo 2020 avrà 132 posti in più con un’area destinata ad ospitare i minori non accompagnati”.

Quando le opera verranno ultimate la struttura lampedusana potrà ospitare 439 posti.

 

 

 

Massimo Raso, da marzo 2012 dirige la Cgil di Agrigento. Da oggi passerà la mano ad Alfonso Buscemi. E’ tempo di bilanci. Abbiamo intervistato Massimo Raso.

Come sono stati questi 7 anni e mezzo?

“Sono stati anni difficili, durissimi, tutti svolti nel cuore della crisi iniziata nel 2008. Precarietà, riduzione dei diritti, svalorizzazione del lavoro, disuguaglianze, solitudine  generano rancore, rabbia sociale ed hanno alimentato, oltre ogni limite, il populismo. Ho misurato tutto questo anche nei giorni scorsi, quando abbiamo sostenuto il diritto di Carola Rackete a trovare un porto dove sbarcare queste 42 persone: un fiume di veleno! Questo vale per l’intero Paese, ma anche per la nostra provincia laddove scontiamo un problema in più, ovvero che il tessuto produttivo era già assai debole prima della crisi. Meno lavoro c’è più esplodono le contraddizioni ed i problemi”.

C’è ancora “bisogno” di sindacato nel 2019?

“Certo! Fino a quando esisterà il lavoro subordinato ci sarà bisogno del sindacato, poiché è del tutto evidente che un lavoratore è sicuramente meno forte di una massa di lavoratori che chiedere più salario, più diritti e più tutele. Anzi, se vogliamo c’è maggior bisogno di sindacato adesso! Certamente adesso è sicuramente più difficile “fare sindacato” ed i Lavoratori hanno assai più preoccupazione e paura del passato. Decenni di politiche liberiste e di austerità messe in campo per affrontare la globalizzazione hanno prodotto “svalorizzazione” del lavoro, hanno spostato il baricentro delle scelte esclusivamente a favore dell’impresa, scardinando il diritto del lavoro. Non era mai avvenuto in modo così violento e repentino dal 1970. 

Il Sindacato è nato in questa provincia quando la povertà era un problema ancora più grave ed i sindacalisti della CGIL venivano letteralmente assassinati (Miraglia, Scalia, Bongiorno, Spagnolo, Di Salvo…) sopravviveremo anche a questa crisi se sapremo comprendere che se è cambiato il lavoro e le sue forme dobbiamo cambiare pure Noi ed adeguare le nostre strutture ed i  nostro modo d’essere ai tempi che cambiano”.

 

 Si parlava di immigrazione e i dati, purtroppo, confermano che ancora i nostri giovani, in numero massiccio, emigrano all’estero. Prima vanno all’università fuori provincia e poi restano lontani. In altre parole, esportiamo le nostre risorse migliori e lasciamo il territorio agli anziani e agli stranieri. Si può fare qualcosa per invertire questa tendenza?

Sì, purtroppo è così. Lo confermano anche i dati e , senza andare lontano,  se guardo alla mia famiglia dei miei  figli, 2 sono già a Pisa, il terzo si è già prenotato per andare anche Lui fuori. Scelgono di andare fuori non tanto e non solo per ragioni legate alla qualità degli Atenei (ci sono buone facoltà anche in Sicilia) ma per l’aggancio che le Università del Centro Nord hanno con il sistema produttivo. Poi, certo non aiuta aver lasciato incancrenire la situazione del nostro Consorzio universitario, ancora senza Presidente, anche se la situazione è in via di miglioramento.

Del resto se siamo una provincia che si segnala per una partecipazione (tasso di attività) che oscilla mediamente intorno al 51%, con circa 14 punti in meno rispetto al dato nazionale, e con una significativa differenza tra uomini e donne con circa 40 punti percentuali di differenza”.

E allora cosa si deve fare?

“Lo abbiamo detto in tante occasioni! Ci siamo sforzati di dire a tutti (Istituzioni, enti Locali, Aziende) “facciamo sistema!” … Occorre puntare con decisione sulle risorse che abbiamo, quelle che sono proprio nostre e non possono essere DELOCALIZZATE: Terme, Kainite, Turismo, Storia, Università, Infrastrutture, Agricoltura e Pesca di qualità, Enogastronomia, Cultura, Mare, Artigianato artistico restano solo titoli di uno sviluppo possibile e  Agrigento (e la sua provincia) continuano a confermarsi come  la terra delle “occasioni perdute”, ricca di potenzialità e povera di concrete ipotesi di sviluppo, condannata agli ultimi posti delle classifiche da questa sua incapacità di ribellarsi, di costringere una “classe politica” inetta a trasformare queste potenzialità in ricchezza e sviluppo!

Potrei fare tanti esempi, l’ultimo si chiama ZES, Zone Economiche Speciali, se ne parla in tutta la Sicilia tranne ad Agrigento!”

 Ma è tutto da buttare?

“No, certo che no! Non ci sfuggono i  tanti piccoli e grandi fatti positivi,le  enormi potenzialità del territorio che sono lì a confermare come  sarebbe possibile costruire una provincia diversa  a patto che si dia nuove ambizioni e nuovi progetti.

Penso alle nuove scoperte archeologiche nella Valle dei Templi, una Valle che vince il premio paesaggio e che torna ad essere più attrattiva (raggiunge il primato di circa 1 milioni di visitatori l’anno!), penso ad un gioiello come la “Cultural Farm” o alla “Kolymbetra”… E questo la dice lunghissima.

Penso alla candidatura di Agrigento a “capitale della cultura 2020”, siamo arrivati tra i primi 10, dovremmo riprovarci. In ogni caso nel 2020 per il 2600 anni di Akragas dovremmo riuscire a preparare la Città.

Ma  questo comporta una serie coerente di scelte (dalla cura del centro storico,  alle infrastrutture, dalla pulizia delle città alla cura del suo litorale, dai servizi alle politiche dei trasporti) che, purtroppo facciamo fatica a ritrovare nelle scelte dei Governi ai vari livelli”.

Quale è, a tuo giudizio, il più grande limite culturale di questa provincia?

 “Che ognuno lavora per sé stesso, senza coordinarsi con gli altri, senza “fare sistema”

Qui ogni Sindaco ed ogni Comunità pensa a sé. Tranne piccole “isole felici” (penso ai Comuni della SNAI la Strategia delle Aree Interne o a quei Comuni che hanno conosciuto collaborazioni di GAL o di altri strumenti di programmazione negoziata): non si è riusciti nemmeno ad unire Cammarata a S.Giovanni!

Invece, occorrebbe ragionare per “aree vaste” favorendo le aggregazioni di Comuni e spingerli a ragionare insieme su come aggredire queste criticità e su come programmare politiche di sviluppo e di intervento e ciò anche per superare in positivo una delle criticità che abbiamo denunciato ovvero quello del depauperamento delle risorse umane qualificate. Pensiamo agli Uffici Tecnici e, per altro verso, al personale che si deve occupare delle Politiche Sociali: in provincia di Agrigento abbiamo tanti comuni piccoli e con piante organiche sempre più sguarnite che, spesso, non sono proprio in grado di cogliere le opportunità che si presentano!

Vi è una pretesa di autosufficienza della politica che non giova, che ha finito per  non portare a casa nessun  risultato.

Serve ricostruire questo rapporto, selezionare insieme obiettivi, serve condivisione . Al nostro Congresso abbiamo detto e ribadiamo :  Comuni, l’ex Provincia,  Associazioni dei Costruttori,  Ordini Professionali insieme al Sindacato possiamo trovare una sintesi per definire una comune azione (anche insieme ai Parlamentari del Territorio) oppure dobbiamo continuare in questa inconcludente e, spesso, inesistente recita a soggetto giusto per strappare un titolo ed una foto che sono buone solo ad alimentare la nostra vanità di personale  e/o di organizzazione ?

E’ troppo auspicare una specie di  “lobby del territorio” che si occupi di definire una linea d’azione comune nei confronti dello Stato, della Regione, dell’Anas, delle Ferrovie ecc. in grado di centrare obiettivi di sviluppo condivisi?

La “questione “infrastrutturale” è emblematica! Dobbiamo capire, per fare un esempio,  se sull’insieme della “questione viabilità e trasporti” si debba solo  fronteggiare l’emergenza (SS.189, i tanti viadotti a traffico alternato o chiusi…) o se, invece, occorre fare una riflessione approfondita per capire come pensare alla mobilità del futuro e a come “collegare Agrigento al Mondo” (per riprendere uno sloogan di una iniziativa unitaria del sindacato su queste questioni che dovremmo ripetere) . Questo, lo ribadisco, chiama in causa ANAS, Ferrovie, Libero Consorzio, Comuni ad una riflessione ed al cimentarsi con una serie di questioni di cui da decenni si indicano solo i titoli senza mai approdare a niente di concreto. Dobbiamo aver il coraggio di “pensare in grande” riprendendo una serie di  battaglie per questioni, per noi mai chiuse, come quella di chiudere l’anello autostradale tra Gela e Castelvetrano o di collegare l’interno della provincia e la sua costa con la realizzazione della famosa quanto fantomatica “mare/monti”. Potrei fare mille altri esempi! Pensi alle Terme o alla ricchezza del sottosuolo…

 Dimmi che Cgil lasci a chi viene dopo? Hai rimpianti?

 “Lascio una CGIL ancora in piedi, forte dei suoi 32.000 iscritti, con un gruppo dirigente in parte rinnovato che mi auguro sia in grado che sia animato da questa voglia di battaglia, la stessa che abbiamo portato a reggiocalabria lo scorso 22 Giugno.

Un gruppo dirigente animato  dalla speranza e dalla certezza che davvero è possibile cambiare il segno di questa provincia: abbiamo davvero tante risorse materiali ed umane straordinarie. Certo, spesso prevale lo sconforto e la disperazione, la sensazione di svuotare il mare con lo scolapasta! A me fa rabbia questa incapacità di unire le forze, di fare massa critica. Mi piacerebbe che anche la stampa si sentisse parte in causa di questa “lobby territoriale” ed incoraggiasse questi tentativi.

Abbiamo lanciato un ulteriore appello a tutti per realizzare una “piattaforma Agrigento” e su quella organizzare una battaglia col Governo regionale e nazionale.

Noi ci crediamo. Non possiamo rassegnarci all’idea che dobbiamo dire ai nostri figli e ai nostri nipoti che qui tutto è perduto, non è così, non può essere così. La CGIL come nel passato c’è e, fino in fondo, vuole fare la propria parte!

Rimpianti? Tanti. Per le cose “lasciate a metà”… soprattutto una, il lavoro iniziato per “ricostruire le camere del lavoro” . Abbiamo iniziato a Canicattì, Licata, Sciacca ma dobbiamo continuare in altri “medi centri”. Avevamo già concordato la presenza di Maurizio Landini a Settembre per una iniziativa da tenersi a Sciacca. Mi dispiacerà non poterlo accogliere da Segretario Generale ma sarò ugualmente che il nuovo Segretario, cui faccio i miei migliori auguri, possa ripartire da questo importante contributo”.

 

Sono bravi, anzi bravissimi. E si vede!

Il gruppo Quartet Folk, agrigentino purosangue, è nato poco tempo fa. Nonostante la giovane età ha già piantato tutti i paletti per lasciare immaginare un futuro certamente roseo. Hanno già lasciato il segno persino in America e in molte città italiane. Il prossimo 30 maggio si esibiranno al teatro Pirandello per un concerto che sarà tutto da vedere.  

Li abbiamo avvicinati per una chiacchierata e conoscerli ancora più da vicino.

Quartet Folk: chi sono e come sono nati?

“Sulla carta i Quartet Folk sono Antonio Cannella, Dario Mantese, Ciccio Carnabuci e Gerlando Barbadoro, in realtà ci identifichiamo semplicemente in una grande amicizia nata sin da bambini, oggi diventata fondamenta solida di un progetto musicale chiamato “Quartet Folk ” “.

Ecco avete detto “progetto”,  il vostro dove vuole arrivare?

L’intento primario dei Quartet Folk è quello di salvaguardare, ed allo stesso tempo promuovere, la musica popolare siciliana: senza passato non c’è futuro e, come è successo a noi, vorremmo che anche le future generazioni possano interessarsi alla cultura siciliana, musicale e non solo. Stiamo lavorando per dare il nostro contributo affinché la musica siciliana possa  affermarsi in ambito nazionale e non solo: inutile nascondere che l’obiettivo sarebbe quello di raggiungere, anche in parte, i risultati della musica napoletana e salentina.” 

Scorrendo il vostro sito internet e le pagine social  ho notato con piacere i vostri “mutamenti” grazie anche ai quali, ormai, siete una realtà consolidata nel territorio locale e non solo: come ci siete riusciti?

“Abbiamo sin da subito condiviso e seguito una linea comune: l’innovazione, partendo già dal nome del gruppo.Vogliamo essere il nuovo che ricorda l’antico.

In un mondo che si evolve giorno dopo giorno non si poteva proporre ad un pubblico giovane e non, una versione di musica tradizionale radicata nel tempo. Abbiamo ripreso un evento tipico e quasi dimenticato come la “serenata”stravolgendone l’esecuzione: un tempo si andava sotto il balcone dell’amata con chitarra  e mandolino a cantare un paio di canzoni, oggi noi proponiamo un repertorio con canti, cunti e giochi della tradizione siciliana che riscontra sempre grande apprezzamento tra la gente, ragion per cui,  con nostro grande piacere, in molti ci hanno imitato.

Abbiamo iniziato indossando un jeans, un paio di Converse, una camicia bianca ed un fazzoletto rosso al collo: oggi abbiamo appositamente realizzato il disegno delle nostre camice, arricchite da gilet rossi adornati con la pittura siciliana disegnata a mano, unici nel loro genere. Sarebbe stato facile prendere spunto da qualcosa di già visto, avremmo sicuramente risparmiato tanto tempo e fatica, ma alla lunga, il lavoro premia sempre.

Abbiamo anche arricchito il tradizionale sound della musica siciliana inserendo alcuni strumenti tipici della “world music” che molto interesse suscitano nelle ascoltatori moderni”.

Ho visto anche delle foto di spettacoli da palco: quindi non fate solo serenate…

 “Dalla pubblicazione del nostro primo lavoro discografico intitolato “Gira, Vota e Firria”, che a giorni compie un anno, abbiamo avviato un’attività concertistica che ci ha regalato tante soddisfazioni.  Il tour 2018 ha visto numerose tappe in giro per la Sicilia e non solo, dopo la Calabria infatti, “Gira, Vota e Firria” è volato oltreoceano per toccare le città di Chicago, Rockford e Milwaukee.

Le luci del palco danno sempre grandi stimoli ed avere la possibilità di suonare per centinaia di persone è davvero qualcosa di incredibile, all’estero poi, tutto raggiunge un sapore maggiore.

Se poi la gente canta le tue canzoni…hai vinto ! Proprio per questo ci stiamo dedicando a migliorare sempre più i nostri spettacoli di piazza.”

Visto il grande successo avuto con “Gira, Vota e Firria” quando pubblicherete un nuovo album?

“Dipendesse solo da noi anche domani ! Ma realizzare un prodotto discografico, se devi fare le cose per bene, non è facile come sembra. Ogni tanto capita di scambiare qualche pensiero tra di noi e c’è la voglia di fare un secondo lavoro discografico ma servono soldi, tempo ed ispirazione: tutto quello che abbiamo realizzato fino ad oggi lo abbiamo fatto con i nostri sacrifici, tanto da creare la nostra etichetta discografica.

 Nel primo album abbiamo pubblicato 5 brani inediti che hanno ottenuto una grande approvazione del pubblico, ma il prossimo vorremmo che contenga solo inediti, primo su tutti “L’Amuri”, ultimo brano inedito che abbiamo pubblicato il 30 aprile scorso, già disponibile su YouTube e sui migliori digitalstore. Insomma se ne riparlerà nel 2020.”

 Ho visto le vostre facce affisse per tutta la città e non solo… cos’è “Milli Culura”?

“Milli Culura è il titolo di uno dei nostri inediti che ha dato il nome al nostro prossimo tour di concerti. Per festeggiare un anno dalla pubblicazione di “Gira, Vota e Firria”, abbiamo voluto iniziare il nuovo tour da casa nostra e, per l’occasione, abbiamo organizzato un concerto/evento che si svolgerà il 30 maggio 2019 al teatro Pirandello di Agrigento. Sarà una festa e, per l’occasione, abbiamo pensato ad uno spettacolo fuori dagli schemi e, a nostro avviso, rivoluzionario, per quanto concerne l’ambito della musica popolare.

Ci presenteremo in una formazione in versione “orchestra”. Infatti,  condivideremo  il palco con Gloria Scorsone (Voce), Andrea Vanadia (batteria e percussioni), Federica Mosa (violino) e Marzo Zammuto (basso e contrabasso). Oltre a loro avremo ospiti della serata  anche l’amico Silvio Schembri de “Le Iene”,  Graziano Mossuto nonché l’associazione filarmonica Santa Cecilia di Agrigento. Il morale è alto anche perché, nel giro di poco meno di una settimana dall’inizio della prevendita dei biglietti, lo spettacolo è andato in sold-out !

Non vogliamo rivelare altro però, non si sa mai ci sia l’occasione per fare una seconda data…”

 E per chi non è riuscito ad acquistare il biglietto per il teatro Pirandello dove potrà vedervi?

“ Il nostro calendario estivo, tra eventi pubblici e privati, è in continuo aggiornamento. Chi naviga in questo settore conosce bene le tempistiche degli Enti che, come spesso accade, organizzano tutto in un baleno.

Subito dopo la data del teatro Pirandello saremo a Casteltermini, il 31 maggio, in occasione dei festeggiamenti di Santa Croce. Ad ogni modo, consigliamo a tutti di seguire gli aggiornamenti sulle nostre pagine social di Facebook ed Instagram oltre che al sito internet www.quartetfolk.com”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo avvicinato il sindaco di Bivona Milko Cinà. Una chiacchierata per focalizzare meglio la sua attività da primo cittadino e le iniziative intraprese e da intraprendere nel corso del suo mandato amministrativo.

Qual è lo stato attuale dei lavori pubblici a Bivona?

“È un periodo di grande fermento perché molte opere verranno avviate a breve: è in corso di espletamento la gara per la progettazione di nuovi alloggi a canone sostenibile, mentre è imminente l’avvio del cantiere di lavoro, per un importo di € 115.000 circa, grazie al quale verranno eseguite le opere di urbanizzazione che consentiranno di migliorare la viabilità del tratto stradale tra la SS 118 e l’istituto alberghiero “Panepinto”, in C.da S. Filomena. I tecnici del Comune stanno definendo il progetto per l’ampliamento del cimitero comunale e per la creazione di nuovi lotti utilizzabili. Siamo in attesa del decreto di finanziamento dei lavori di tutela e valorizzazione del geosito di Pizzo Mondello (PO FESR misura 6.6.1) per un importo di € 1.085.000), e dell’avvio della progettazione esecutiva delle opere di salvaguardia del centro abitato, finanziata col fondo di rotazione. Si sta completando l’iter per l’avvio delle procedure di appalto del cantiere della strada Bivona-Palazzo Adriano, mentre è in fase di approvazione il progetto esecutivo di ristrutturazione dell’impianto di depurazione. Si stanno, inoltre, ultimando i lavori di realizzazione dei primi alloggi a canone sostenibile, con la costruzione, tra l’altro, di un teatro all’aperto, nella sede storica del vecchio teatro comunale, andato purtroppo perduto; infine, verranno avviati entro il 15 maggio i lavori di messa in sicurezza dell’Auditorium S. Chiara, finanziati con Decreto del Ministero dell’Interno il 10 gennaio 2019”.

Notevole successo sta avendo in molti Comuni italiani, compresa Bivona, l’iniziativa “Case a 1 euro”. Quali sono i futuri scenari di questo progetto?

“Bivona ha una grande potenzialità turistica ancora quasi completamente inespressa; questo progetto, che si integrerà con la creazione a breve dell’albergo diffuso, mira al recupero del centro storico medievale del mio Comune, attirando al contempo nuovi residenti/visitatori stanziali anche stranieri. Il progetto è appena partito, in questo momento stiamo acquisendo la disponibilità alla cessione degli immobili da parte dei privati venditori, al fine di costruire sul sito istituzionale del Comune di Bivona, la vetrina degli edifici in vendita ad 1 euro, a disposizione degli acquirenti. Nella mail dedicata, bivona.casea1euro@gmail.com, sono già pervenute più di 100 richieste di acquisto provenienti da ogni parte del mondo (Nord Europa, Sud Africa, Brasile, Canada, USA, ecc…)”.

Quali azioni Bivona sta intraprendendo per ottimizzare, migliorare ed incrementare il complesso settore della raccolta differenziata?

“Tra pochi giorni, sarà costituita davanti al notaio l’Area di Raccolta Ottimale (A.R.O.) Bivona Ambiente s.r.l., che si occuperà della gestione in house dei servizi di spazzamento, raccolta e trasporto dei rifiuti solidi urbani nonché di tutte le attività di implementazione ed efficientamento della raccolta differenziata nell’ambito del territorio comunale; la costituzione dell’ARO, che la mia Amministrazione ha prontamente e coraggiosamente perseguito, ci consentirà una gestione del servizio rifiuti autonoma, a regia comunale, certamente più conveniente e produttiva in termini di efficienza, efficacia ed economicità”.

Quali sono le novità nell’ambito dell’Area Interna Sicani di cui Bivona è Comune capofila?

“Dopo l’approvazione del preliminare di strategia, da parte della Dipartimento Regionale alla programmazione, avvenuta nell’autunno scorso, fervono i lavori all’interno dell’Assemblea dei Sindaci dei dodici Comuni facenti parte dell’AI Sicani (Alessandria della Rocca, Bivona, Cianciana, S. Biagio Platani, S. Stefano Quisquina, Burgio, Calamonaci, Cattolica Eraclea, Lucca Sicula, Montallegro, Ribera, Villafranca Sicula), al fine di definire il più velocemente possibile la Strategia dell’Area Interna che, una volta approvata, porterà alla firma dell’APQ tra Stato, Regione e AI, e all’avvio dei progetti di sviluppo locale che interesseranno i principali ambiti tematici quali tutela del territorio e comunità locali, valorizzazione delle risorse naturali e culturali e del turismo, sistemi agroalimentari e sviluppo locale, risparmio energetico e filiere locali di energia rinnovabile, saper fare e artigianato, per un importo complessivo pari a 33 milioni di euro a cui si aggiungono i circa 4 milioni di euro previsti dalla Legge di Stabilità. Intanto, nell’Area Interna Sicani si è già avviata la sperimentazione della gestione di servizi e funzioni in forma associata, così come previsto dalla Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), attraverso la predisposizione dei protocolli attuativi per ciascuno dei tre servizi integrati: protezione civile, SIA (Servizio Informatico Associato) e promozione turistica. L’iter che stiamo seguendo porterà al graduale rafforzamento amministrativo previsto dalla SNAI al fine di migliorare qualità ed efficienza dei servizi per le comunità locali, nonché ad una forma di governance integrata e territoriale tale da definire, a completamento della Strategia, una nuova “provincia sicana”.

Può darci qualche anticipazione sulla Sagra Pescabivona 2019?

“L’Amministrazione sta lavorando già da qualche tempo all’organizzazione della prossima Sagra della Pescabivona giunta alla XXXIV edizione; grandi novità sono in corso di progettazione al fine di rinnovare e migliorare il nostro evento di punta, a cominciare da un cambiamento della data di svolgimento, dettato dalla necessità di coinvolgere più attori, sia in termini di visitatori che di espositori, in passato limitato dal periodo delle ferie, troppo a ridosso del Ferragosto. Si stanno definendo importanti innovazioni anche riguardo al percorso fieristico-espositivo e agli eventi culturali, gastronomici e turistici volti a valorizzare al meglio la nostra Pescabivona IGP, compresi gli show cooking e il concorso per il gelato più buono a base naturalmente di Pescabivona”.

Come procede il percorso della Fondazione ITS?

“La nuova Fondazione ITS “Sicani” dedicata alle Nuove Tecnologie per il Made in Italy – Ambito Sistema agro-alimentare è stata già costituita. I Soci fondatori che hanno creduto fortemente all’iniziativa sono, oltre al Comune di Bivona, l’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore “Luigi Pirandello” di Bivona, l’Università degli Studi di Palermo – Dipartimento Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali, il Consorzio Corissia, l’Associazione Euroform, la Fondazione A. e S. Lima Mancuso, il Comune di Santo Stefano Quisquina, la Confcommercio Imprese per l’Italia di Palermo, le società Costa srl, Lotito Sicilia, BonOlio e Materland, la Cooperativa Agricola Zootecnica Tumarrano. 

La nuova Fondazione ITS “Sicani” ha già avuto finanziati due percorsi formativi su due filiere importanti dell’agroalimentare siciliano: il settore cerealicolo e quello zootecnico. Gli Istituti Tecnici Superiori (ITS), infatti, costituiscono la prima esperienza italiana di offerta formativa terziaria professionalizzante, sperimentata con successo anche in altri Paesi europei, che ha come finalità quella di offrire una formazione specifica che si interfaccia con le esigenze ed i fabbisogni delle imprese. In questi mesi che hanno preceduto la costituzione dell’ITS abbiamo notato il forte interesse del tessuto imprenditoriale verso i giovani a cui si intende offrire un’alternativa ai tradizionali percorsi di istruzione, orientando il loro talento e le loro potenzialità verso l’applicazione pratica delle nuove tecnologie e dell’innovazione dell’agroalimentare”.