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Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Agrigento, Giuseppe Miceli, ha imposto ad un artigiano di 35 anni di Grotte l’allontanamento da casa e il divieto di avvicinamento ai familiari. Dal settembre del 2019 ad oggi lui avrebbe maltrattato e minacciato di morte i genitori, la sorella e perfino il cognato. Il provvedimento gli è stato notificato dai Carabinieri, insieme ad una denuncia penale per maltrattamenti, danneggiamenti, ed estorsione di somme di denaro per saldare dei debiti.

Ricorre oggi il trentesimo anniversario della strage di Capaci. I processi hanno abbattuto il braccio operativo dell’attentato, ma la verità sarebbe ancora parziale.

Durante i 30 anni trascorsi dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992 si sono susseguiti processi e sentenze di condanna, ma la verità, secondo la narrativa storica e giudiziaria da tempo ricorrente, sarebbe ancora parziale. E ciò perché si ritiene che le condanne abbiano illuminato solo il braccio criminale, armato e operativo dell’attentato, fino alla condanna all’ergastolo di Matteo Messina Denaro il 21 ottobre del 2020. Sarebbe invece ancora al buio il presunto braccio esterno a Cosa Nostra, il cosiddetto “doppio cantiere”, come lo ha definito l’attuale Procuratore Generale a Palermo, Lia Sava, ovvero il cantiere del tritolo, tra le mani di Giovanni Brusca, e il cantiere degli interessi esterni alla mafia. In tale ambito si inserisce la presunta trattativa tra Stato e mafia, però non riscontrata al processo in Corte d’Assise a Palermo. Meno ombroso è il movente dell’esplosione il pomeriggio di sabato 23 maggio di 30 anni addietro. Uno: la vendetta dei boss contro un magistrato che ha osato aggredire la mafia con metodi innovativi, demolendone l’impunità storica tramite un maxiprocesso concluso in Cassazione con una raffica di condanne alla fine del gennaio del ’92, quattro mesi prima della strage. Due: la morte di Falcone avrebbe dovuto essere anche preventiva perché il giudice, assunto da Claudio Martelli al ministero della Giustizia, avrebbe potuto essere da Roma ancora più pericoloso e devastante. Tre: la rabbia di Totò Riina contro l’esito del maxiprocesso, i traditori politici e il lancio della strategia stragista, la sfida terroristica allo Stato, battezzata il 12 marzo del ’92 con la morte di Salvo Lima. Dunque, il braccio criminale della strage Falcone è stato aggredito sin dal primo processo concluso il 26 settembre del 1997 con 24 ergastoli e pene ridotte per 5 collaboratori: Salvatore Cancemi, Santino Di Matteo, Calogero Ganci, Gioacchino La Barbera, e Giovan Battista Ferrante. In Appello sono stati inflitti oltre ai 24 anche altri 5 ergastoli. Poi la conferma in Cassazione del verdetto a carico, tra gli altri, della “Cupola” dell’epoca: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Francesco e Giuseppe Madonia, Pippo Calò, e Pietro Aglieri. Poi, dopo le rivelazioni di Gaspare Spatuzza, è stato condannato Cristofaro “Fifetto” Cannella. A Spatuzza e Cannella fu consegnato l’esplosivo che il pescatore Cosimo D’Amato recuperò da dentro le bombe non esplose durante la seconda guerra mondiale nel mare di Porticello, vicino a Palermo. L’uso dell’esplosivo sarebbe stato deciso come variante spettacolare e simbolica al piano originario di uccidere più facilmente Giovanni Falcone a Roma. E poi il 21 luglio del 2020 la Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta ha confermato la condanna all’ergastolo di altri quattro imputati: Salvatore “Salvino” Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello. Assolto Vittorio Tutino.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

E’ stato un impiegato della ditta di manutenzione del verde all’interno del Parco Archeologico della Valle dei Templi a fare la pericolosa scoperta. A poco più di cento metri dal Tempio di Giunone, infatti, l’operaio ha visto lo strano oggetto in ferro ed ha immediatamente avvertito i carabinieri, oltre che naturalmente i vertici del Parco Archeologico.

Si tratta di un ordigno bellico appartenente alla seconda guerra mondiale. I carabinieri, intanto, hanno delimitato l’aera circostante il ritrovamento in attesa che il gruppo specializzato degli artificieri, giunto sul posto, provvederà a trasportare l’ordigno inesploso e fatto brillare in altro luogo nella massima sicurezza.

 

 

 

“Negli scorsi decenni tutti frequentavano le splendide e larghe spiagge di Porto Empedocle. Purtroppo le scelte dissennate di un sistema fognario approssimativo l’hanno condannata ad un lento declino. Oggi rileviamo e documentiamo almeno sette sversi di acque di dubbia provenienza in spiaggia che hanno trasformato il litorale in un vero disastro!
A tutto ciò si aggiunge il tentativo di nascondere questa tragica realtà, hanno arato le spiagge come se fosse un campo di patate e hanno tentato di coprire gli sversi, che in alcuni casi sono fognari! Tutto questo non farà altro che allontanare sempre di più i flussi turistici, che cercano sempre luoghi incontaminati”.
Lo dichiara Claudio Lombardo, responsabile di Mareamico.

1462 i nuovi casi Covid in Sicilia a fronte di 14.246 tamponi processati. E’ quanto emerge dall’ultimo bollettino diramato dal ministero della Salute. Il tasso di positività nelle ultime 24 ore quindi passa dal 12% al 10,2%. Otto i morti. Il totale delle vittime sale a 10.857. Invece i guariti sono 2.098, per cui gli attuali positivi diventano 84.329 (-99).

Sul fronte ospedaliero i ricoverati nei reparti ordinari calano ancora: sono 600 (-4 rispetto a ieri). Vale lo stesso per i posti letto occupati in terapia intensiva dove al momento si trovano 27 pazienti (-2), con nessun nuovo ingresso. Sono 83.702 i pazienti in isolamento domiciliare.

Questa la situazione nei Comuni capoluogo: Palermo con 361 casi, 381 a Catania, 455 a Messina, 230 a Siracusa, 117 ad Agrigento, 135 a Trapani, 112 a Ragusa, 101 a Caltanissetta, 115 a Enna. I

Maltratta da tempo la moglie. Un trentaseienne tunisino residente a Raffadali, nell’ultima occasione ha picchiato la donna, una trentunenne, con calci e pugni. La poveretta, esasperata, ha trovato il coraggio di dire basta, e avrebbe detto al marito di volerlo denunciare. Per tutta risposta l’uomo ha preso l’alcol, se l’è gettato addosso, ed ha appiccato il fuoco con un accendino. E’ successo nella loro casa di Raffadali. Il tunisino è stato trasportato al pronto soccorso dell’ospedale “San Giovanni di Dio” di Agrigento.

I medici gli hanno diagnosticato ustioni all’arto superiore e alla spalla sinistra, e dopo le medicazioni del caso, hanno disposto il trasferimento, in elisoccorso, al centro Grandi ustioni dell’ospedale “Civico” di Palermo.

Non è in pericolo di vita. Il trentaseienne, in ospedale ad Agrigento, ha detto che è stata la coniuge a provocargli quelle ustioni. Una sorta di ritorsione nei confronti della donna. Una versione dei fatti che non ha convinto. Gli agenti della polizia di Stato, in poco tempo, hanno ricostruito l’episodio. La trentunenne ha parlato di continui maltrattamenti sia psicologici che fisici. E’ stato subito avviato l’iter del “codice rosso” che serve, naturalmente, a tutelare le vittime di violenza.

Ormai stiamo parlando di giornate tipicamente estive. A confermarlo sono le elevate temperature di questi giorni le quali, secondo una prima previsione, non molleranno la presa almeno fino a giovedi prossimo.

Da domani le temperature saranno in aumento e rimarranno stazionarie fino a giovedi prossimo e cioè fino a quando una cosiddetta goccia fredda prenderà possesso delle nostre aree facendo diminuire le temperature.

 

Alle ore 12 del 10 giugno è fissata la presentazione delle candidature, con l’obbligo del numero di firme a sostegno di ciascun candidato, che a sua volta è obbligato a presentare almeno una lista in 5 province a sostegno di colui o colei che vincerà la consultazione.

“Sono trascorsi trenta anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Lunedì, 23 maggio, come ogni anno si commemora la strage di Capaci.
Così come avviene da alcuni anni, preferisco non presenziare ad un momento pubblico che nel tempo si è trasformato nell’inutile parata di un’antimafia salottiera, in un teatro dell’assurdo al quale prendere parte anche stando accanto a chi ha responsabilità – quantomeno morali – su ciò che avvenne in quegli anni”.
Lo dichiara Giuseppe Ciminnisi, coordinatore nazionale dei familiari di vittime innocenti di mafia, dell’associazione ‘I Cittadini contro le mafie e la corruzione’.
“Se dopo trenta anni non conosciamo ancora la genesi delle stragi; se non sappiamo con certezza acclarata giudiziariamente perché morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i componenti della loro scorta; se non sappiamo i veri motivi della strage di Via D’Amelio e il perché del depistaggio delle indagini, dovremmo avere il pudore, per rispetto alle vittime, di evitare di partecipare a queste narcisistiche sfilate.
Recarsi sui luoghi del dolore – prosegue Ciminnisi -, assistere ai cortei delle auto blu, alle interviste che sanno di niente, alla lacrimuccia facile in onore alle telecamere, senza che si sia data una risposta ai tanti perché di quelle stragi, ci rende tutti moralmente responsabili dinanzi al dolore dei familiari e dinanzi le future generazioni.
Ed è giusto che sia così.
È troppo facile partecipare ai funerali delle vittime, alla loro commemorazione.
Riascolto le parole dell’avvocato Fabio Trizzino – difensore dei figli del compianto giudice Paolo Borsellino – pronunciate nel corso dell’udienza tenutasi a Caltanissetta per il grave e colossale depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio.
Trizzino, riferendosi a chi non era sul banco degli imputati, ha citato il brano di una canzone di De Andrè: “Provate pure a credervi assolti, siete lo stesso coinvolti”.
Ebbene, fin quando non si saranno date le risposte ai tanti perché, non parteciperò a manifestazioni alle quali prendono parte esponenti politici, rappresentanti delle istituzioni, rappresentanti di associazioni e tanti altri che con i loro silenzi, o con i loro errori, dovrebbero sentirsi a pieno titolo “coinvolti”.
Fino ad allora, lasciamo che a ricordare i nostri eroi partecipando alla loro commemorazione, siano soltanto il volto della Palermo e della Sicilia pulita, le lacrime dei loro familiari, i giovani che vogliono sapere e che ancora si commuovono, chi crede nella Giustizia e nella Verità.
Quella giustizia che dobbiamo avere il coraggio di pretendere, anziché cercare quattro minuti di visibilità nel corso di una manifestazione pubblica alla cui partecipazione non saremo degni fin quando non lo avremo dimostrato con le nostre azioni stando accanto soltanto a chi vuole la verità.
Ecco perché lunedì, in occasione della commemorazione della strage di Capaci – conclude Giuseppe Ciminnisi -, preferirò ricordare in solitudine la carezza del giudice Giovanni Falcone ad un ragazzino che voleva sapere il perché dell’uccisione di suo padre, vittima innocente di mafia.