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I beni di Carmelo Lucchese, il re dei supermercati di Palermo e provincia, sono stati trasferiti allo Stato. Si tratta di un tesoro da 150 milioni di euro. Il decreto di confisca è stato emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo ed eseguito dai Finanzieri del comando provinciale di Palermo. In particolare la confisca comprende la Gamac Group srl, che gestisce 13 supermercati tra Palermo e provincia: a Bagheria, Carini, Bolognetta, San Cipirello e Termini Imerese. Carmelo Lucchese sarebbe stato sostenuto dalla mafia di Bagheria per incrementare i propri affari. E avrebbe procurato un appartamento come rifugio a Bernardo Provenzano nell’ultimo periodo della sua latitanza. I supermercati sono stati nel frattempo, dopo il sequestro, ceduti a terzi da parte dell’amministratore giudiziario, con il permesso del Tribunale, e pertanto oggetto della confisca è adesso il ricavato della vendita. Grazie alla mafia Lucchese non avrebbe pagato il pizzo e avrebbe trasformato la sua attività in un impero, fino a fatturare oltre 90 milioni di euro nel 2020.

La Guardia di Finanza di Caltanissetta ha notificato la misura cautelare dell’interdizione dall’esercizio di uffici direttivi a sei componenti del Consiglio di amministrazione di una società di San Cataldo per la raccolta e smaltimento di rifiuti solidi urbani, ai quali si contesta il reato di concorso in bancarotta fraudolenta impropria. Alla stessa società sono stati sequestrati beni del valore di circa 3,2 milioni di euro compresi due impianti industriali. L’inchiesta è stata avviata a seguito di un esposto presentato alla Procura di Caltanissetta. Dagli accertamenti della Guardia di Finanza sarebbero emerse gravi irregolarità nell’approvazione dei bilanci di esercizio, che avrebbero riportato perdite ritenute non reali e non giustificate. Inoltre la società di San Cataldo è priva di idonei piani di risanamento deliberati dal Consiglio di amministrazione, che avrebbe riversato sistematicamente beni strumentali e funzionali alla prosecuzione dell’attività predominante in una società di nuova costituzione, riconducibile agli stessi amministratori di fatto.

I Carabinieri hanno arrestato ai domiciliari un bracciante agricolo di 48 anni di Grotte ma residente a Racalmuto. Lui, accortosi del sopraggiungere dei militari nei pressi della sua abitazione rurale, ha gettato dalla finestra un sacchetto di plastica. Dentro sono state trovate una pistola calibro 9, e 9 cartucce dello stesso calibro, illegalmente detenute. All’autorità giudiziaria risponderà di detenzione illegale di armi e munizioni. L’arma è sotto esame dei Carabinieri del Ris per riscontrarne l’eventuale uso delittuoso.

Al processo in corso al Tribunale di Caltanissetta sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio intervengono gli avvocati delle Parti civili. I dettagli.

Al processo in corso innanzi al Tribunale di Caltanissetta, sul presunto depistaggio delle indagini dopo la strage di Via D’Amelio contro il giudice Paolo Borsellino, la Procura ha già chiesto la condanna dei tre poliziotti imputati di calunnia aggravata dall’avere favorito la mafia allorchè avrebbero imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino: 11 anni e 10 mesi di reclusione a carico di Mario Bo, e 9 anni e mezzo di detenzione ciascuno per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Ebbene adesso sono intervenuti gli avvocati delle Parti civili costituite in giudizio.
L’avvocato Giuseppe D’Acquì, che assiste Natale Gambino, condannato all’ergastolo da innocente, ha affermato: “Il nome di Falcone e Borsellino è stato infangato dal gruppo investigativo ‘Falcone e Borsellino’ di Arnaldo La Barbera, istituito per tutelare le vittime della strage, per accertare la verità e assicurare alla giustizia i veri colpevoli. Oggi potrei dire le stesse, identiche, cose che avevo detto 20 anni fa, solo che 20 anni fa siamo stati calpestati, sbeffeggiati. Ma quelle prove sono rimaste intatte. Allora io dissi che Scarantino è stato uno specchio per le allodole, ha attirato l’attenzione su di sé, allontanando chi voleva la verità. Io dissi allora che in via D’Amelio c’è stata la manina dei servizi segreti deviati, e oggi dico la ‘manona’ dei servizi segreti deviati, diretti da una regia occulta. Dalle prime battute bisognava accorgersi che Scarantino era assolutamente inaffidabile, ma non sapevamo quali fossero i retroscena, potevamo immaginarlo, ma non potevamo spingerci più di tanto, perché non avevamo nessun elemento. E’ stato un maledetto imbroglio. E mi chiedo perché: per la carriera di Arnaldo La Barbera che fu promosso questore? Per la carriera di Mario Bo?”.
L’avvocato Fabio Repici, che rappresenta la famiglia di Salvatore Borsellino, è intervenuto così: “Scarantino è un impostore. L’impostura, più che il depistaggio, è nata da subito ed è nata in una piattaforma di spudorata illegalità, perché il 20 luglio del 1992, il giorno dopo la strage, il procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, personalmente incarica Bruno Contrada, ex dirigente dei Servizi segreti, chiedendone l’aiuto alle indagini. Non è una questione di galateo istituzionale: era vietato dalla legge. E l’agenda di Contrada è una delle mappe con cui leggere il depistaggio. L’auspicio è che gli organi dello Stato per una volta vogliano salire per la filiera delle responsabilità”.
L’avvocato Rosalba Di Gregorio, che assiste un altro ergastolano innocente, Gaetano Murana, ha arringato così: “Nei primi processi abbiamo avvertito delle anomalie, si sapeva che Scarantino era psicolabile. Avevamo la sensazione di difendere gente innocente, perché c’era persino una perizia psichiatrica su Scarantino, ma non andava toccato e quindi non si poteva dire. Fu congedato dal servizio militare perché ritenuto dai medici neurolabile. Però quando noi abbiamo chiesto una perizia ci fu negata. Sempre. Non c’era bisogno di aspettare Gaspare Spatuzza per la verità. Noi avevamo uno Scarantino che, e oggi lo dicono tutti, aveva una tale mancanza di spessore come persona, non come mafioso. Era assolutamente non presentabile, perché psicolabile e come tale certificato. Coloro che lo gestivano e lo hanno valorizzato come fonte, lo sapevano. Se non lo sapevano, lo hanno saputo durante l’esame quando in aula chiesi alla Corte di fare una perizia psichiatrica perché Scarantino all’evidenza non dava segnali di linearità e di ragionamenti coerenti. L’unica cosa che abbiamo guadagnato all’epoca fu un titolo di telegiornale: ‘La mafia chiede la perizia psichiatrica’. La mafia ero io, evidentemente…. La Corte rigettò la richiesta, perché Scarantino non andava toccato, perché si doveva arrivare fino alla fine. Non lo dicevo io, ma all’epoca lo capì pure la dottoressa Boccassini, come anche il dottor Sajeva, che, non fidandosi dei loro colleghi, mandarono gli atti a Palermo. E poi, quando Scarantino era in località protetta, a San Bartolomeo al Mare, la mancata registrazione delle sue telefonate con i magistrati di Caltanissetta e con la polizia, e non invece con i familiari, non può essere solo una coincidenza. No, non credo alle coincidenze, e nemmeno al ‘training psicologico’, come sostenuto da alcuni magistrati. Anche l’ex poliziotto, Giampiero Valenti, ha dichiarato di avere avuto l’ordine di bloccare le intercettazioni di Scarantino perché doveva parlare con i magistrati. Hanno tentato di farci passare per deficienti sulla ‘preparazione’ di Vincenzo Scarantino. Il falso pentito è stato istruito dai tre poliziotti per poi recitare un copione sul ‘palcoscenico’ dell’aula di giustizia. A Vincenzo Scarantino si affidò l’ingrato compito di accusare i suoi vicini di quartiere. Un balordo, un delinquentello da due soldi si poteva trovare, sarebbe stato anche più facile. Ma occorreva Scarantino, perché era imparentato con parentela spendibile e perché portava al quartiere della ‘Guadagna’. Solo dei perfetti estranei potevano essere esposti in ruoli di copertura rispetto ai reali responsabili, solo con loro si poteva perché non avrebbero creato danni. L’agenda rossa di Borsellino non l’ha presa Cosa Nostra, non l’hanno presa gli uomini dei boss mafiosi. Anche perché Cosa Nostra non sapeva cosa farsene di quell’agenda rossa. Dunque l’hanno presa soggetti esterni alla mafia, probabilmente chi è stato avvertito di qualche ‘scoperta’ che Borsellino aveva fatto sulla strage Falcone e che, magari imprudentemente, avrà rivelato alla persona sbagliata”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Agrigento, Francesco Provenzano, ricorrendo l’evidenza della prova, e accogliendo quanto richiesto dal pubblico ministero, Chiara Bisso, ha scavalcato il filtro dell’udienza preliminare e ha disposto il giudizio immediato a carico di Gaetano Rampello, 57 anni, di Raffadali, poliziotto in servizio al Reparto Mobile di Catania, arrestato lo scorso primo febbraio dopo aver confessato l’omicidio, ritenuto premeditato, del figlio Vincenzo Gabriele, di 24 anni. Prima udienza il 16 luglio innanzi alla Corte di Assise di Agrigento, presieduta da Wilma Mazzara. L’ordinanza cautelare è stata confermata dal Tribunale del Riesame di Palermo, e il ricorso della difesa sarà ridiscusso in Cassazione il 14 luglio.

Il 20 maggio SGB sarà presente, con una delegazione di lavoratori provenienti da tutta la Sicilia, presso l’Aeroporto militare di Birgi (TP). Scioperiamo per dire  no  all’’avanzare dell’economia di guerra  che vede un aumento spropositato  delle spese militari che arriveranno  al 2% del PIL, afferma Filippo Baio  SGB Agrigento – Un’economia di guerra che sta ampliando ulteriormente la crisi – continua  Giovanni Oliva SGB Trapani – che diviene contestualmente recessiva ed inflattiva ripercuotendosi sulle nostre famiglie. L’aumento della disoccupazione e della  precarietà, l’aumento dei costi dei beni  di prima necessità. Questo è lo scenario in cui stiamo  velocemente entrando. In un contesto in cui come rilevato  dall’Ocse il salario medio di un lavoratore è più basso di quello del 1990 del 3% e il tasso d’inflazione negli  ultimi mesi è arrivato al 7%. – ribadisce Salvo Camarda SGB Enna – Il costo di questa scellerata economia di guerra,  lo dovranno pagare i lavoratori  e le loro famiglie. Al nostro sciopero hanno aderito organizzazioni  sociali, forze politiche, economisti, giuslavoristi,  magistrati, docenti, scrittori e artisti.  Chiediamo  al Governo, il taglio del 90%  delle spese militari ed il trasferimento di tali risorse alla scuola, ai trasporti e  alla sanità pubblica; il congelamento dei prezzi dei beni di prima necessità pane e pasta, luce,  acqua e gas   l’introduzione della scala mobile  con l’adeguamento automatico dei  salari all’aumento dei prezzi. Questo è ciò che chiederemo al Governo Draghi, in tutte le piazze d’Italia. A chi giudica il Sit in presso la Base Militare una follia, diciamo che il Mondo lo hanno sempre cambiato i folli, i sognatori. Non di certo l’indifferenza, conclude Aldo Mucci.

2.204 i nuovi casi di Covid 19 registrati a fronte di 19.074 tamponi processati in Sicilia. Il giorno precedente i nuovi positivi erano 3.281. Il tasso di positività scende attestandosi poco sopra l’11,5%, ieri era al 15,7%. La Sicilia è al sesto posto per contagi fra le regioni italiane. Gli attuali positivi sono 92.867 con una diminuzione di 2.484 casi. I guariti sono 5.182 mentre le vittime sono 32 portano il totale dei decessi a 10.824. Sul fronte ospedaliero i ricoverati sono 662, in terapia intensiva sono 30.

Questi i dati nei Comuni capoluogo:Palermo 634 casi, Catania 484, Messina 372, Siracusa 320, Trapani 187, Ragusa 191, Caltanissetta 171, Agrigento 228 ed Enna 143.

A Sciacca è accaduto quello che nessuno potesse immaginare. Una lista importante, che a questo punto vale quantu u du di coppi ca briscula  mazzi, come quella di Forza Italia, che non riesce a presentare un candidato sindaco ed ancora peggio una misera lista per concorrere alle amministrative in uno dei Comuni più importanti e popolosi della Sicilia: Sciacca.

Quando l’on. Margherita La Rocca Ruvolo migrò dall’Udc, dove certamente era una leader, verso Forza Italia, i sorrisi e gli bbracci furono talmente tanti e fortemente incisivi che si pensò ad una rivoluzione agrigentina, tanto che il vice coordinatore regionale Gallo Afflitto la promosse a coordinatore provinciale del partito (ai danni di un asfaltato Giambrone che tanto diede al partito e l’esatto contrario ricevette dallo stesso partito, se non calci nel sedere, tragedie, spunnapedi e così via dicendo.

Dopo più di un anno di insediamento della Margherita, quel che resta del partito di Berlusconi in provincia di Agrigento non è stato capace di prendere un soggetto e cercare di piazzarlo nella corsa verso la prima poltrona del Palazzo Comunale di Sciacca.

In realtà ci ha tentato con Mangiacavallo, dissidente pentastellato ed in cerca di nuove fortune. Conferenza stampa in pompa magna, presenti oltre al candidato, i massimi esponenti provinciali e via dritti dritti verso le elezioni.

Quando Mangiacavallo intuì dopo meno di 48 ore in quale fossa era andato a finire, lasciò tutto e tutti in 13 e fece la strada propria. Il tutto non senza lamentele: “Non mi piacciono – disse Mangiacavallo – i metodi e le logiche di questa porzione di partito agrigentino”.

Logiche che tutti bene conosciamo ormai a memoria. Tragedie, tragedie, tragedie. O fai come ti dico io o è la fine. Immaginate Mangiacavallo che doveva prendere ordini (e costrizioni) da Nuccio Cusumano, ultimo arrivato fra gli azzurri sbiaditi di Sciacca secondo un principio che recita testualmente: “Mutismo e rassegnazione”. Si, perchì li si fa così. E se insisti rischi anche di prendere qualche testata…

Ma quale minchia di rassegnazione avrà pensato Mangiacavallo, io mando a fare in culo tutti e mi faccio la mia strada. E così fu. Forza Italia non digerì per nulla questa azione dell’ex 5stelle e da quel giorno non è riuscita più a darsi pace, tanto da non essere capace di creare, come dicevamo, una misera lista per le amministrative.

Se questo frutto è il buon lavoro portato avanti da Margherita La Rocca Ruvolo, incapace di dire biz in una competizione del genere, la frittata è fatta. Un deputato regionale, un coordinatore provinciale, un sindaco di Montevago, un assessore regionale e tanti galoppini di primo e secondo pelo (anche terzo…) non sono stati capaci di dire la propria in una piazza così importante come Sciacca.

Si può definire una fine mesta per Margot? Oppure vuole continuare su questra strada carica di insidie, tragediatori e irta di spunnapedi a destra e a manca? La figuraccia odierna dovrebbe imporle, visto che lei è intellettualmente onesta, di fare un passo indietro e dire: “Non so se è dipeso da me o da altri, ma non sono stata capace nella qualità di coordinatore provinciale di fare una figura meno ridicola rispetto a quella fatta a Sciacca. Mi dimetto, scappo via in cerca di lidi migliori…”.

Dispiace per La Rocca Ruvolo, dispiace perchè ancora oggi siamo convinti che il prosciutto dai suoi occhi non si è tolto definitivamente del tutto. E poi, non sapremo mai se almeno una volta in questo periodo solo di fallimenti, abbia mai passato la mano sulla coscienza per dire: “Ma cu mu fici fari?”.

Già coinvolta nella scandalosa vicenda di un mese addietro, quando il suo capo agrigentino, lei e altri adepti ad uno squallido piano, tentarono di pugnalare alle spalle Gianfranco Miccichè. Il misero piano fallì per l’audacia e la forza del leader siciliano che in quella circostanza ebbe a dire: “A mia un m’ammazzanu; pi moriri mi devo suicidari…”

Ora, Sciacca. Un’altra brillante ciliegina sullo straordinario curriculum politico di Donna Margot.

Per noi, non lo merita…

 

Con bando ritualmente pubblicato, il Comune di Roma indiceva un concorso pubblico per il conferimento di 1050 posti in diversi profili professionali, tra cui 250 per il ruolo di Istruttore Amministrativo.

La sig.ra L. P., giornalista cinquantenne siciliana, partecipava alla menzionata procedura concorsuale per il profilo di Istruttore amministrativo, svolgendo, nel luglio 2021, la prova unica del predetto concorso, consistente in un test a risposta multipla.

Il giorno stesso dello svolgimento del questionario, l’Ente organizzatore della procedura concorsuale (il Formez PA) comunicava alla sig.ra L. P. l’esito negativo della prova, avendo la stessa ottenuto un punteggio (pt. 20,85) che non le consentiva, per l’errore relativo ad una sola domanda, di raggiungere il minimo prefissato (pt. 21) al fine di vedersi inserita tra gli idonei alla prova e, di conseguenza, nella relativa graduatoria concorsuale.

A questo punto, la sig.ra L.P., dapprima, segnalava all’Ente organizzatore l’estraneità di una domanda (la n. 21) rispetto alle materie indicate dal bando di concorso e, successivamente, presentava rituale richiesta di accesso agli atti al fine di conoscere (anche) i provvedimenti presupposti alla formulazione ed alla convalida della suddetta domanda n. 21.

In mancanza di qualsivoglia riscontro concreto ai predetti atti, la sig.ra L.P., proponeva ricorso davanti al TAR Lazio, con il patrocinio degli Avvocati Girolamo Rubino e Giuseppe Gatto, per l’annullamento (previa sospensione) dell’elenco dei candidati risultati idonei alla prova, nella parte in cui non vi risultava inclusa la ricorrente.

In particolare, gli Avvocati Rubino e Gatto censuravano l’illegittimità dell’esclusione della sig.ra L.P., in quanto, come accennato, una delle domande sottoposte dall’Amministrazione, la n. 21, risultava estranea alle materie indicate dal bando, riguardando un segmento del diritto penale (relativo ai delitti contro la fede pubblica) non ricompreso – come, ad esempio, i reati contro la Pubblica Amministrazione – tra le materie oggetto di prova.

Secondo quanto sostenuto dai legali della sig.ra L.P., dunque, l’Amministrazione non avrebbe potuto sottoporre ai candidati la suddetta domanda in quanto inerente al reato del c.d. “falso nummario” (di cui all’art. 453 c.p.), che fuoriesce dallo studio del diritto penale (dei reati contro la Pubblica Amministrazione) richiesto per il concorso in questione.

Con ordinanza del novembre 2021, il TAR Lazio ordinava al Comune di Roma di riesaminare nel termine di trenta giorni, l’elaborato della signora L. P., alla luce dell’accertata estraneità della domanda n. 21.

Il Comune di Roma, dunque, provvedeva a modificare il punteggio attribuito alla sig.ra L. P., inserendola, con riserva, nella graduatoria dei candidati che hanno superato il predetto concorso.

Con sentenza del 17 maggio, infine, il Tar Lazio, condividendo le tesi degli Avvocati Rubino e Gatto, ha affermato che il quesito contestato dalla sig.ra L. P. “fuoriesce dalla materia del diritto penale la cui conoscenza era richiesta ai candidati” e, conseguentemente, ha ordinato il diretto inserimento della sig.ra L. P. nella graduatoria che dovrà essere modificata “considerando valida la risposta fornita dalla ricorrente”.

Con il medesimo provvedimento, il Tar capitolino, ha altresì condannato il Comune di Roma al pagamento delle spese di lite, liquidate in 2.000,00 €, oltre accessori.

“Alcune voci, diffuse anche a mezzo stampa, che paventano la chiusura di reparti ospedalieri e servizi sanitari aziendali sono da considerare assolutamente infondate e fuorvianti e vanno indubbiamente correlate alle imminenti elezioni amministrative, periodo durante il quale alcuni gruppi o organizzazioni cercano una ribalta mediatica sollevando a turno strumentalmente il tema ‘disagio in ospedale’ ”.

E’ quanto afferma il commissario straordinario dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Agrigento, Mario Zappia, il quale esprime con forza l’intento direzionale di non prestare il fianco a giochetti strategici di questo genere. “Affermazioni come questa – continua il commissario –  ipotizzando situazioni di criticità o, peggio, di rischio per l’utenza, suscitano ingiustificati timori nella collettività e si caratterizzano anche come azioni di procurato allarme. E’ relativamente facile puntare il dito su una struttura complessa come un ospedale che, innegabilmente, presenta alcuni punti deboli ma l’interesse per la funzionalità dei nosocomi non va manifestato in maniera estemporanea o pretestuosa attraverso le vetrine dei giornali o delle tv ma palesato con impegno nelle sedi collegiali opportune. Qui la direzione ASP sarà sempre pronta a recepire le proposte autentiche e la collaborazione disinteressata di tutti coloro che intendono davvero spendersi per migliorare la sanità agrigentina”.