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La Guarda Costiera di Porto Empedocle ha recuperato e sequestrato circa 1500 ricci di mare pescati illegalmente, sequestrando anche le attrezzature subacquee utilizzate per la loro cattura, e infliggendo multe per 2mila euro ciascuno a due sub palermitani sorpresi nel tratto di mare antistante la foce del fiume Magazzolo, in territorio di Ribera. I due pescatori abusivi sono stati fotografati e filmati intenti a ritornare a riva con il loro carico di ricci di mare, poi caricato su un’automobile. I controlli continueranno anche nei prossimi giorni lungo l’intero tratto di costa.

A Serradifalco, in provincia di Caltanissetta, alcuni colpi di pistola sono stati sparati – ed è la seconda volta – contro il portone dell’abitazione, nel centro cittadino, dell’avvocato Maria Giambra, in casa con i familiari. A telefonare ai Carabinieri è stato il marito. E’ l’ennesimo attentato nei confronti dell’avvocato che è sottoposta a protezione da mesi. Diverse persone sono state arrestate nei mesi scorsi dai Carabinieri nell’ambito di indagini sugli attentati subiti, come l’incendio di automobili, e le fiamme appiccate alla tettoia della sua abitazione di campagna.

Il giudice monocratico del Tribunale di Agrigento, Giuseppe Sciarrotta, ha condannato ad 1 anno e 11 mesi di reclusione ciascuno S G e D G, sono le iniziali dei nomi, per le ipotesi di reato di violenza privata, esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose e sulle persone, turbativa violenta del possesso di cose immobili. Inflitti inoltre 6 mesi di reclusione ciascuno ad S C e a D G, per l’ipotesi di reato di minaccia aggravata. Gli avvocati Barbara Garascia e Giuseppe Bongiorno, legali delle parti civili costituite, esprimono soddisfazione per il risultato ottenuto. E dichiarano: “Il giudizio giunge all’esito di una dolorosa vicenda in cui le parti civili sono state per anni vittime di minacce, violenze e prevaricazioni da parte degli odierni condannati. Gli avvocati Garascia e Bongiorno hanno ottenuto, oltre al risarcimento dei danni, la condanna ad una provvisionale immediatamente esecutiva e il pagamento delle spese legali”.

Con l’App messa a disposizione dalla Camera di Commercio, tutti i documenti ufficiali sono accessibili senza costi e da qualsiasi dispositivo

Sempre più numerosa la “community” degli imprenditori che utilizza il cassetto digitale impresa.italia.it, la web-app realizzata da InfoCamere e messa a disposizione dalla Camera di Commercio di Agrigento a vantaggio della digitalizzazione del tessuto imprenditoriale locale. Nel cassetto digitale, ogni imprenditore ha a disposizione gratuitamente e in ogni momento – anche da smartphone e tablet – tutti i documenti ufficiali della propria azienda depositati nel Registro delle imprese, sempre aggiornati e pronti per essere scaricati e condivisi in modo facile, sicuro e veloce.

Il cassetto digitale dell’imprenditore – afferma il Commissario Straordinario Giuseppe Termine – è una testimonianza dell’Impegno della Camera di Commercio  nella promozione di una partnership istituzionale con le imprese per la semplificazione, l’innovazione e la crescita della cultura digitale tra i nostri imprenditori, soprattutto quelli alla guida delle realtà più piccole e a rischio di marginalizzazione digitale. Il cassetto digitale dell’imprenditore è una di quelle piccole rivoluzioni che hanno la capacità di ricostruire la fiducia verso la pubblica amministrazione, avvicinando in digitale gli imprenditori e spingendoli ad utilizzare strumenti e tecnologie che possono renderli più competitivi”.

“Questo traguardo – sottolinea il Segretario Generale Gianfranco Latino – è un segnale di come il Sistema Camerale stia interpretando il concetto di trasformazione digitale, prioritaria per il mondo produttivo e per il sistema Paese, attraverso iniziative concrete: ogni cassetto digitale rappresenta un imprenditore dotato di identità digitale che, grazie all’utilizzo di smartphone e tablet, acquisisce sempre maggior consapevolezza del valore del patrimonio informativo delle Camere di Commercio aperto alle esigenze della propria impresa”.

Per le imprese la digitalizzazione è sempre più una necessità. L’emergenza Covid-19 e la crescente remotizzazione dei servizi hanno già cambiato le abitudini di migliaia di imprenditori che si sono resi conto di non potere fare a meno del digitale. Per molti di loro, il cassetto digitale dell’imprenditore impresa.italia.it si è rivelato molto utile per gestire in modo più agile la propria azienda, anzitutto nella richiesta dei contributi per l’emergenza sanitaria. Nella documentazione necessaria per accedere ai fondi messi a disposizione, sia a livello nazionale sia locale, sono infatti sempre richiesti la visura e l’eventuale bilancio, documenti che per l’impresa sono gratuiti e più facili da ottenere proprio tramite l’utilizzo del cassetto digitale.

Il Comitato del Ministero dell’Interno di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e dei reati intenzionali violenti, presieduto dal commissario Felice Colombrino, ha concesso benefici economici ai familiari delle vittime delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Lo Stato – ha sottolineato il prefetto Colombrino – è vicino ai familiari delle vittime di mafia che vivono un continuo, immenso dolore che non potrà mai guarire completamente. Lo sopportano con dignità e coraggio, chiedendo giustizia e non vendetta.

Nei loro confronti abbiamo tutti un debito enorme e la loro testimonianza è un monito a non dimenticare e un punto di riferimento per le generazioni più giovani”. In particolare, il Comitato ha assegnato 4.710.000 euro a favore dei familiari delle vittime della strage di Capaci del 23 maggio 1992, ovvero Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e i poliziotti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Feriti Giuseppe Costanza e Paolo Capuzza. Altri 10.880.000 euro sono stati assegnati a favore dei familiari delle vittime della strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992: Paolo Borsellino e i poliziotti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Ferito Antonio Vullo.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Nel corso delle ultime ore, con 8 distinte imbarcazioni, sono approdati a Lampedusa 308 migranti. Il centro d’accoglienza dell’isola è sovraffollato, con oltre 1000 ospiti a fronte di 250 posti letto. Sono in corso i trasferimenti con i traghetti, navi quarantena e la nave Diciotti della Capitaneria. La maggior parte dei migranti proviene da Marocco, Tunisia, Egitto, Sudan, Etiopia. Il prefetto di Agrigento, Maria Rita Cocciufa, commenta: “Agrigento è una provincia abituata al fenomeno dei migranti. Al momento a Lampedusa c’è la nave Diciotti che imbarcherà almeno 500 persone. Siamo abbastanza attrezzati, ma c’è una situazione molto complessa, determinata da problemi politici dei Paesi del Nordafrica e grave crisi economica, dovuta anche ai cambiamenti climatici. Lo scorso anno abbiamo avuto 37 mila migranti sbarcati, non è escluso che adesso supereremo anche questi numeri”.

I beni di Carmelo Lucchese, il re dei supermercati di Palermo e provincia, sono stati trasferiti allo Stato. Si tratta di un tesoro da 150 milioni di euro. Il decreto di confisca è stato emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo ed eseguito dai Finanzieri del comando provinciale di Palermo. In particolare la confisca comprende la Gamac Group srl, che gestisce 13 supermercati tra Palermo e provincia: a Bagheria, Carini, Bolognetta, San Cipirello e Termini Imerese. Carmelo Lucchese sarebbe stato sostenuto dalla mafia di Bagheria per incrementare i propri affari. E avrebbe procurato un appartamento come rifugio a Bernardo Provenzano nell’ultimo periodo della sua latitanza. I supermercati sono stati nel frattempo, dopo il sequestro, ceduti a terzi da parte dell’amministratore giudiziario, con il permesso del Tribunale, e pertanto oggetto della confisca è adesso il ricavato della vendita. Grazie alla mafia Lucchese non avrebbe pagato il pizzo e avrebbe trasformato la sua attività in un impero, fino a fatturare oltre 90 milioni di euro nel 2020.

La Guardia di Finanza di Caltanissetta ha notificato la misura cautelare dell’interdizione dall’esercizio di uffici direttivi a sei componenti del Consiglio di amministrazione di una società di San Cataldo per la raccolta e smaltimento di rifiuti solidi urbani, ai quali si contesta il reato di concorso in bancarotta fraudolenta impropria. Alla stessa società sono stati sequestrati beni del valore di circa 3,2 milioni di euro compresi due impianti industriali. L’inchiesta è stata avviata a seguito di un esposto presentato alla Procura di Caltanissetta. Dagli accertamenti della Guardia di Finanza sarebbero emerse gravi irregolarità nell’approvazione dei bilanci di esercizio, che avrebbero riportato perdite ritenute non reali e non giustificate. Inoltre la società di San Cataldo è priva di idonei piani di risanamento deliberati dal Consiglio di amministrazione, che avrebbe riversato sistematicamente beni strumentali e funzionali alla prosecuzione dell’attività predominante in una società di nuova costituzione, riconducibile agli stessi amministratori di fatto.

I Carabinieri hanno arrestato ai domiciliari un bracciante agricolo di 48 anni di Grotte ma residente a Racalmuto. Lui, accortosi del sopraggiungere dei militari nei pressi della sua abitazione rurale, ha gettato dalla finestra un sacchetto di plastica. Dentro sono state trovate una pistola calibro 9, e 9 cartucce dello stesso calibro, illegalmente detenute. All’autorità giudiziaria risponderà di detenzione illegale di armi e munizioni. L’arma è sotto esame dei Carabinieri del Ris per riscontrarne l’eventuale uso delittuoso.

Al processo in corso al Tribunale di Caltanissetta sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio intervengono gli avvocati delle Parti civili. I dettagli.

Al processo in corso innanzi al Tribunale di Caltanissetta, sul presunto depistaggio delle indagini dopo la strage di Via D’Amelio contro il giudice Paolo Borsellino, la Procura ha già chiesto la condanna dei tre poliziotti imputati di calunnia aggravata dall’avere favorito la mafia allorchè avrebbero imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino: 11 anni e 10 mesi di reclusione a carico di Mario Bo, e 9 anni e mezzo di detenzione ciascuno per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Ebbene adesso sono intervenuti gli avvocati delle Parti civili costituite in giudizio.
L’avvocato Giuseppe D’Acquì, che assiste Natale Gambino, condannato all’ergastolo da innocente, ha affermato: “Il nome di Falcone e Borsellino è stato infangato dal gruppo investigativo ‘Falcone e Borsellino’ di Arnaldo La Barbera, istituito per tutelare le vittime della strage, per accertare la verità e assicurare alla giustizia i veri colpevoli. Oggi potrei dire le stesse, identiche, cose che avevo detto 20 anni fa, solo che 20 anni fa siamo stati calpestati, sbeffeggiati. Ma quelle prove sono rimaste intatte. Allora io dissi che Scarantino è stato uno specchio per le allodole, ha attirato l’attenzione su di sé, allontanando chi voleva la verità. Io dissi allora che in via D’Amelio c’è stata la manina dei servizi segreti deviati, e oggi dico la ‘manona’ dei servizi segreti deviati, diretti da una regia occulta. Dalle prime battute bisognava accorgersi che Scarantino era assolutamente inaffidabile, ma non sapevamo quali fossero i retroscena, potevamo immaginarlo, ma non potevamo spingerci più di tanto, perché non avevamo nessun elemento. E’ stato un maledetto imbroglio. E mi chiedo perché: per la carriera di Arnaldo La Barbera che fu promosso questore? Per la carriera di Mario Bo?”.
L’avvocato Fabio Repici, che rappresenta la famiglia di Salvatore Borsellino, è intervenuto così: “Scarantino è un impostore. L’impostura, più che il depistaggio, è nata da subito ed è nata in una piattaforma di spudorata illegalità, perché il 20 luglio del 1992, il giorno dopo la strage, il procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, personalmente incarica Bruno Contrada, ex dirigente dei Servizi segreti, chiedendone l’aiuto alle indagini. Non è una questione di galateo istituzionale: era vietato dalla legge. E l’agenda di Contrada è una delle mappe con cui leggere il depistaggio. L’auspicio è che gli organi dello Stato per una volta vogliano salire per la filiera delle responsabilità”.
L’avvocato Rosalba Di Gregorio, che assiste un altro ergastolano innocente, Gaetano Murana, ha arringato così: “Nei primi processi abbiamo avvertito delle anomalie, si sapeva che Scarantino era psicolabile. Avevamo la sensazione di difendere gente innocente, perché c’era persino una perizia psichiatrica su Scarantino, ma non andava toccato e quindi non si poteva dire. Fu congedato dal servizio militare perché ritenuto dai medici neurolabile. Però quando noi abbiamo chiesto una perizia ci fu negata. Sempre. Non c’era bisogno di aspettare Gaspare Spatuzza per la verità. Noi avevamo uno Scarantino che, e oggi lo dicono tutti, aveva una tale mancanza di spessore come persona, non come mafioso. Era assolutamente non presentabile, perché psicolabile e come tale certificato. Coloro che lo gestivano e lo hanno valorizzato come fonte, lo sapevano. Se non lo sapevano, lo hanno saputo durante l’esame quando in aula chiesi alla Corte di fare una perizia psichiatrica perché Scarantino all’evidenza non dava segnali di linearità e di ragionamenti coerenti. L’unica cosa che abbiamo guadagnato all’epoca fu un titolo di telegiornale: ‘La mafia chiede la perizia psichiatrica’. La mafia ero io, evidentemente…. La Corte rigettò la richiesta, perché Scarantino non andava toccato, perché si doveva arrivare fino alla fine. Non lo dicevo io, ma all’epoca lo capì pure la dottoressa Boccassini, come anche il dottor Sajeva, che, non fidandosi dei loro colleghi, mandarono gli atti a Palermo. E poi, quando Scarantino era in località protetta, a San Bartolomeo al Mare, la mancata registrazione delle sue telefonate con i magistrati di Caltanissetta e con la polizia, e non invece con i familiari, non può essere solo una coincidenza. No, non credo alle coincidenze, e nemmeno al ‘training psicologico’, come sostenuto da alcuni magistrati. Anche l’ex poliziotto, Giampiero Valenti, ha dichiarato di avere avuto l’ordine di bloccare le intercettazioni di Scarantino perché doveva parlare con i magistrati. Hanno tentato di farci passare per deficienti sulla ‘preparazione’ di Vincenzo Scarantino. Il falso pentito è stato istruito dai tre poliziotti per poi recitare un copione sul ‘palcoscenico’ dell’aula di giustizia. A Vincenzo Scarantino si affidò l’ingrato compito di accusare i suoi vicini di quartiere. Un balordo, un delinquentello da due soldi si poteva trovare, sarebbe stato anche più facile. Ma occorreva Scarantino, perché era imparentato con parentela spendibile e perché portava al quartiere della ‘Guadagna’. Solo dei perfetti estranei potevano essere esposti in ruoli di copertura rispetto ai reali responsabili, solo con loro si poteva perché non avrebbero creato danni. L’agenda rossa di Borsellino non l’ha presa Cosa Nostra, non l’hanno presa gli uomini dei boss mafiosi. Anche perché Cosa Nostra non sapeva cosa farsene di quell’agenda rossa. Dunque l’hanno presa soggetti esterni alla mafia, probabilmente chi è stato avvertito di qualche ‘scoperta’ che Borsellino aveva fatto sulla strage Falcone e che, magari imprudentemente, avrà rivelato alla persona sbagliata”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)