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All’Assemblea Regionale Siciliana non si entra senza green pass: pugno duro del presidente di Sala d’Ercole. Gianfranco Miccichè afferma: “Alcuni colleghi si sono presentati in portineria senza green pass, e correttamente gli assistenti non li hanno fatti entrare. Vorrei chiarire che qualsiasi iniziativa si voglia assumere lo si faccia. Si presenti ricorso al Tar se si vuole, ma la legge dispone all’amministrazione di fare rispettare le disposizioni. Non si può entrare all’Ars senza green pass”. Miccichè probabilmente si è riferito in particolare a due deputati di Attiva Sicilia, ex 5 Stelle, Angela Foti e Sergio Tancredi, che sono contrari all’obbligo del green pass. E Gianfranco Miccichè ha aggiunto: “Invito i deputati che hanno fatto questa richiesta di ingresso senza green pass, pur sapendo che era inutile, a desistere da iniziative di protesta. Se la legge dell’obbligo del green pass sia illegittima e contraria alla Costituzione non siamo noi a deciderlo”.

All’alba del 2 febbraio del 2020, un incidente stradale a Ravanusa, in provincia di Agrigento, ha provocato la morte di Lorenzo Miceli, 28 anni, ex consigliere comunale del Movimento 5 Stelle di Ravanusa, e figlio di Giovanni Miceli, segretario provinciale della Uil Pensionati. Miceli è stato a bordo, non alla guida, di un’automobile Alfa Romeo 147 che, forse a causa dell’elevata velocità, si è ribaltata in via Gramsci schiantandosi contro un’abitazione. Il 28enne è morto sul colpo. E il 9 maggio successivo, a causa delle ferite subite, è morta anche una ragazza a bordo della stessa automobile, Federica Aleo, 28 anni, di Canicattì. Ebbene, adesso la Procura di Agrigento ha chiesto il rinvio a giudizio dell’uomo al volante. Si tratta di Alessandro D’Angelo, 30 anni, di Ravanusa, che il prossimo 26 novembre risponderà innanzi al giudice per le udienze preliminari del Tribunale, Stefano Zammuto, di duplice omicidio stradale e lesioni personali colpose. Lui, secondo la Procura, avrebbe assunto cocaina e alcol prima di guidare.

E’ emergenza personale nell’area di… emergenza dell’ospedale “Giovanni Paolo II” di Sciacca. C’è carenza di operatori sanitari e il pronto soccorso si trova spesso ingolfato di utenti che sono costretti ad attendere intere giornate. Non è solo un problema di eccesso di codici bianchi come spesso viene sottolineato, c’è una situazione di criticità che determina evidenti disagi per tutti, medici compresi, e che richiede massima attenzione da parte del management dell’Asp ma anche da parte delle autorità istituzionali che rappresentano il territorio e la città.

L’area di emergenza del nosocomio saccense è l’esempio di un fenomeno diffuso, quello della fuga del personale sanitario dai pronto soccorso: i medici non vogliono andare in prima linea e l’emergenza coronavirus ha acuito un problema in virtù di quel processo che sacrifica  la qualità dell’assistenza sull’altare del budget. Non è un caso che insieme a tantissime risorse per i servizi anticovid si sia dimenticato che le aree di emergenza hanno bisogno di sostegno quotidiano. Il pronto soccorso di Sciacca si trova oggi ancora più di prima a dover sopperire alle carenze organizzative della sanità territoriale anch’essa trascurata per via della pandemia.

A Sciacca prima del Covid era stato annunciato con grandi proclami la ristrutturazione del pronto soccorso, di cui non si parla più. Ed era stata annunciata anche l’istituzione della “Stroke unit”, ovvero l’inserimento dell’ospedale di Sciacca nella rete regionale degli ospedali che possono gestire i casi di ictus acuti. E di questo nessuno parla più.

A Sciacca i Carabinieri hanno denunciato a piede libero alla Procura un uomo di 30 anni, già sottoposto alla misura di prevenzione della Sorveglianza speciale di Pubblica sicurezza, per le ipotesi di reato di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Un amico di lui, di 28 anni, ha litigato con il titolare di un bar, e lui ha aggredito sia il titolare che un avventore del locale. Quando sono giunti i Carabinieri, ancora lui, in evidente stato d’agitazione per avere abusato di alcol, si è scagliato contro i militari provocandogli contusioni e traumi giudicati guaribili con prognosi di 7 giorni.

Mario Mori interviene a freddo dopo la sentenza assolutoria al processo d’Appello “Trattativa” dalle colonne di un quotidiano nazionale. I dettagli.

Il generale dei Carabinieri del Ros, Mario Mori, assolto dalla Corte d’Assise d’Appello al processo di secondo grado sulla presunta cosiddetta “Trattativa” tra Stato e mafia all’epoca delle stragi del ’92 e del ’93, subito dopo la sentenza assolutoria emessa lo scorso 23 settembre, a caldo così commentò a “Quarta Repubblica” in onda su Rete 4: “Esprimo solo soddisfazione. Preferirei non parlare di questo processo perché sono sicuro che si creerebbero altre polemiche che non è il caso in questo momento di suscitare, anche perché non sappiamo, in effetti, come ha valutato la Corte d’Assise d’Appello di Palermo la mia vicenda, quella del generale Subranni e quella del colonnello De Donno. Come si dice in questi casi: aspettiamo le motivazioni”. Ebbene, adesso, a freddo, Mario Mori è intervenuto dalle colonne de “Il Tempo”, più in genere sulla mafia e sulla sua carriera costellata anche dal successo della cattura di Totò Riina. E alla domanda su ciò che è la mafia, lui, il generale, risponde: “La mafia non è soltanto un fenomeno criminale, altrimenti sarebbe stata sconfitta, ma è soprattutto un fatto sub-culturale ristretto, che ha radici economiche, che sono capaci di rendere tutti omertosi e collaboranti: un sistema economico che rende tutti complici. Da questo punto di vista l’evolversi della società ha reso possibile la sconfitta della mafia che rimane un fatto criminale, ma sempre meno culturale”. E poi, in riferimento alla sua lotta alla mafia, e ai risultati, Mario Mori afferma: “Venivo dall’esperienza dell’antiterrorismo e si lavorava per fatti singoli utilizzando il metodo Ocp, acronimo di Osservazione, controllo e pedinamento. Potevamo fermare la mafia nel business economico perché quando vai a toccare il ‘soldo’ si scatenano. A Palermo la mafia condizionava gli appalti pubblici, ed individuammo in Angelo Siino il ‘ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra’. Quello fu un passaggio fondamentale. Così come fu fondamentale Giovanni Falcone e la sua battaglia, costatagli la vita, contro la mafia: ricordo quando mi disse di consegnare a lui, nel febbraio del 1991, le 878 pagine di faldoni su mafia e appalti che io e De Donno avevamo preparato: è l’unico modo perché si vada avanti, mi disse”. Poi, sull’arresto di Riina, Mori ricorda: “E’ stato un momento straordinario. Unico rammarico è non averne presi abbastanza di mafiosi. Se il giorno in cui arrestammo Totò Riina lo avessimo seguito e non catturato subito, ci avrebbe condotti dritti a una riunione con altri capomafia. Li avremmo presi tutti in un colpo solo. Ricordo gli occhi gelidi di Riina e la sua paura di essere stato preso da una cosca avversaria. Quando vide che eravamo Carabinieri quasi si tranquillizzò”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il sottosegretario alle Infrastrutture e alla Mobilità sostenibile, Giancarlo Cancelleri, ha assistito alla demolizione, tramite esplosione della seconda e ultima parte del viadotto Salso, lungo la strada statale 640 Agrigento – Caltanissetta. Lo stesso Cancelleri ha commentato: “E’ un altro importante passo avanti per la 640. Serviranno circa otto mesi per ricostruire il nuovo viadotto Salso che avrà tutti gli standard di sicurezza dettati dalla Comunità Europea. Contiamo di demolire entro fine anno anche il vecchio viadotto San Giuliano. Dopo tante controversie e problemi che hanno rallentato e bloccato i lavori su questa strada, con tanti sforzi, ricominciamo a vedere il completamento di importanti fasi dei lavori”.

La Procura di Agrigento, tramite il pubblico ministero Antonella Pandolfi, ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio, a cinque indagati che, secondo gli esiti della perizia affidata all’ingegnere Luigi Palizzolo, sarebbero responsabili dei due crolli del cornicione del palazzo Liberty ad Agrigento al Viale della Vittoria 51, a ridosso di piazza Cavour, il 18 e il 30 settembre del 2019. Si tratta di Giuseppe Nicotra, 42 anni, di Favara, titolare dell’impresa esecutrice dei lavori di ripristino del prospetto, Giuseppe Bellia, 45 anni, direttore dei lavori, Vincenzo Sinatra, 86 anni, proprietario di un immobile e ritenuto il committente dei lavori, Tito Cece, 75 anni, progettista e direttore tecnico degli stessi lavori, e Cosimo Nicotra, 45 anni, direttore tecnico dell’impresa che ha eseguito i lavori negli anni 2007 e 2008 nel sottotetto, e per il taglio di parte del cornicione, avvenuto nel 2019, durante i lavori di ristrutturazione.

C’è in gioco il principio di base della democrazia e delle libertà personali, non possiamo che essere contrari a questa imposizione che obbliga all’acquisizione di un certificato per poter ottenere persino il diritto al lavoro sancito dall’articolo 1 della Costituzione. Siamo convinti, così come lo sono gli oltre trecento docenti universitari che hanno firmato l’appello contro il green pass, sulla natura discriminatoria di questa misura. La tutela della salute è certamente un diritto fondamentale ma una democrazia non può dimenticare che altrettanto importante è la tutela delle minoranze che vengono discriminate. Allo stesso modo, oggi testimoniamo come anche ai parlamentari regionali regionali il diritto-dovere a svolgere il proprio ruolo di rappresentanza assegnato dai cittadini viene subordinato al possesso del certificato, del quale per senso del dovere ci siamo muniti. Lo Stato non può continuare ad assecondare lo scontro sociale sulla base di provvedimenti coercitivi e ipocriti, per questo esprimiamo solidarietà ai manifestanti No Green pass, la cui repressione è avvenuta in maniera assolutamente sproporzionata e non degna di un Paese civile”. Lo affermano Angela Foti e Sergio Tancredi deputati regionali di Attiva Sicilia.

Gli Ordini dei medici di Sicilia istituiscono un gruppo di lavoro permanente sulla medicina di Genere per promuovere un nuovo approccio di medicina che, tenendo conto delle differenze di sesso, garantisca una reale appropriatezza nella prevenzione, la diagnosi e la cura delle persone.

“Non si tratta di una specialità ‘femminile’ – sottolineano i nove presidenti Omceo – ma di un approccio corretto di medicina sempre più personalizzata, a misura di uomo e di donna. Un orientamento che dovrebbe essere insegnato e praticato da tutti i professionisti, soprattutto dai giovani medici”.

“Le differenze biologiche, ambientali e socio-culturali legate al genere sono determinanti sull’evoluzione delle malattie – proseguono i presidenti – eppure il più delle volte sono trascurate. Anche il Covid ci ha insegnato che è necessario sopperire ad una ‘insufficienza’ della scienza medica concentrata ancora su evidenze che arrivano da studi condotti solo su una popolazione maschile”.

“Il team di studio – spiegano – svilupperà un piano formativo e informativo indirizzato all’interdisciplinarietà e all’approfondimento delle variabili legate al genere per mobilitare i medici del territorio verso una coscienza culturale di una medicina su misura. L’obiettivo è costruire una rete di specialisti che acquisiscano competenza sui processi fisiopatologici che intervengono rispetto al sesso, fino all’applicazione clinica”.

Il progetto è già partito con un questionario che gli Ordini hanno inviato agli iscritti per valutare il grado di consapevolezza sul tema.

Il gruppo di lavoro è coordinato dal consigliere dell’Omceo Silvia Radosti, medico di medicina generale. Fanno parte del team: i nove presidenti degli Omceo di Sicilia; Giuseppina Campisi, direttore del Dipartimento di Chirurgia oncologica del policlinico P. Giaccone di Palermo); Carolina Vicari, dirigente medico dell’Arnas Civico di Palermo; Antonia Matina, dirigente medico del policlinico P. Giaccone; Giuseppina Dino, dirigente medico Inail;  Mirella Milioto, dermatologa pediatra.

A Niscemi si sono celebrati oggi i funerali di Cristoforo D’Amico, 75 anni, vittima di un tragico incidente avvenuto domenica. Spinto dalla sua grande passione per il volo libero, aveva acquistato un deltaplano di ultima generazione. Un volo, quello di domenica, pomeriggio, che è risultato fatale. Si era recato nel quartiere Sante Croci con il suo nuovo deltaplano ai comandi del quale si è poi alzato in volo. Non è ancora chiara la causa dell’incidente. La zona Sud della città, quella di Sante Croci è particolarmente adatta per il volo libero, poiché essendo esposta alle correnti ascensionali lungo il pendio, consente il decollo di deltaplani e parapendii.

Tra le possibili cause dell’incidente un malore o una spinta eccessiva determinata dal vento durante una virata. D’Amico ha perso il controllo ed è precipitato in contrada Canalicchio, schiantandosi frontalmente contro una grossa pietra posta lateralmente a un antico bevaio asciutto, sul ciglio della strada. Il primo a giungere sul posto è stato un agricoltore, che ha subito dato l’allarme. D’Amico era privo di sensi e sanguinava dal volto. La macchina dei soccorsi è scattata nell’immediatezza. Sul posto, poco dopo, sono arrivati i carabinieri del comando stazione di Niscemi e un’ambulanza del 118. A causa della gravità delle condizioni cliniche del deltaplanista è stato chiesto l’intervento dell’elisoccorso, ma all’arrivo del velivolo, purtroppo, il cuore di Cristoforo D’Amico aveva già smesso di battere.

Sul corpo del deltaplanista è stata eseguita un’ispezione medico legale e domenica sera la salma è stata consegnata ai familiari.

Non solo passione per il volo. La vittima era nota anche per la sua sensibilità e l’amore per gli animali. Dava rifugio ai cani randagi dei quali spesso era solito prendersi cura, assicurando un tetto, cibo e acqua.