Potremmo dire che Nanni Moretti ha fatto semplicemente un film a modo suo.
Ed invece no, non è così perché intanto per la prima volta il regista dirige un film la cui storia non è originale ma ispirata (molto poco liberamente) al capolavoro letterario Tre Piani, romanzo di Eshkol Nevo.
Nanni Moretti non fa quel che sa fare, ma si limita a raccontare una storia e a recitare a modo suo (che in questo caso non è efficace) considerato che tiene per sé la parte di uno dei personaggi delle tre storie raccontate; storie di tre famiglie borghesi in una Roma dei giorni nostri, che in comune hanno l’essere incapaci di una qualsivoglia felicità.
E qui – prima ancora di addentrarci in alcune caratteristiche del film che a mio avviso è il più brutto mai realizzato da Moretti – corre l’obbligo di dire che a questo prodotto cinematografico manca una cosa importantissima che invece imbastisce completamente il libro ossia il pathos.
Nel film le tre storie sono ovviamente raccontate in contemporanea, in fondo i personaggi vivono, si muovono e si condannano nello stesso condominio, cosa che nel libro non accade considerato che seppur con diverse interazioni, i tre piani, rappresentano tre vite a sé che vengono svelate in tutta la loro drammaticità in tre momenti diversi e che si evolvono senza però mai consegnare al lettore la certezza del riscatto per ognuno dei personaggi, pur intravedendosi proprio nel magistrale modo di dotare i protagonisti delle storie di quella volontà di rinnegare parte di quella che era stata la propria vita precedente, dotata di scelte opinabili.
Sembra come se Nanni Moretti abbia perso la capacità di forgiare personaggi nella loro stratificazione intellettiva e sentimentale ma senza sentimentalismi.
Dicevamo manca di pathos, il film, manca di quella capacità di emozionare mentre si cammina accanto ai personaggi ma manca anche di atmosfere, che nel libro sono di una Tel Aviv che pulsa di rivolte, di incertezze, di paesaggi e di strade da percorrere e che non conducono solo da qualche “parte altra” ma anche in un pezzo di vita sconosciuta ai personaggi e che cambierà drasticamente la percezione di tutta la loro esistenza.
Tre piani, tre famiglie, tre storie.
Una coppia con una bambina che spesso viene affidata ai vicini, una coppia di anziani pacifici, fin quando il vecchio sparisce insieme alla bambina, e il padre teme che abbia potuto abusare di sua figlia.
La storia di una coppia di giudici che fanno i conti con un figlio che disattende ogni loro idea di perbenismo e che commette un reato fino poi a voler vivere senza nulla più sapere dei suoi genitori.
Una donna che molto poco verosimilmente va a partorire da sola, attendendo poi un marito che lavora spesso fuori, mentre gestisce una emotività che la porta a credere di aver ricevuto la visita del cognato in perenne astio con suo marito.
Lo spettatore non prova nessuna empatia nei confronti di nessuno dei personaggi, non ci si affeziona, non ci si “accomoda” accanto a nessuno di loro, cosa che invece avviene durante la lettura del libro.
Leggendo vorremmo essere Dora che parla con il marito morto attraverso una vecchia segreteria telefonica e che incontra un uomo che le fa vivere emozioni mai vissute, ad incominciare da un bagno in una vasca, oppure Hani, la donna che tutti chiamano “la vedova” che passa dall’isolamento della maternità alle emozioni provate con il cognato in fuga dai creditori, senza che mai il lettore sappia se si tratta di realtà o attimi di pazzia così come era accaduto a sua madre.
Non si avverte nel film la crisi vissuta dai personaggi, la loro disperazioni.
Le emozioni non pulsano, non arrivano. Non pulsano l’angoscia, il dubbio, il senso di colpa, la solitudine, la voglia di riscatto.
È solo una storia. Nanni Moretti mette tutto davanti alla macchina da presa, ma non sfonda la personalità dei personaggi, malgrado una scelta stilistica della ripresa che non dispiace. Bella la fotografia, i campo contro campo.
Manca nel film quella introduzione alle storie, che lo scrittore invece regala attraverso dei dialoghi con qualcuno ai quali raccontare il perché delle proprie scelte, delle proprie paure. Nel film ci sono personaggi che fanno cose compostamente, anche quando sarebbe stato giusto dotarli di una umanità (inteso come cose da esseri umani e non da attori) che sembravano aver dimenticato chissà dove.
Veniamo al cast.
Lecito chiedersi perché il regista abbia scelto Scamarcio per fare il ruolo di Lucio, il padre della bimba. Non ha i requisiti Scamarcio per interpretare un uomo divorato dai dubbi prima e dal senso di colpa poi. Non sa piangere, non sa esprimere rabbia, passione, delusione.
Brava Margherita Buy nel ruolo della donna magistrato. È sempre una certezza, ma malgrado sia attrice cara a Moretti e che con lui ha spesso lavorato, non è riuscita a tirar fuori dal Nanni attore quella espressività che necessitava. A mio avviso la sobrietà sua solita in questo film non bastava.
Nel cast anche Adriano Giannini (così così) una discreta Alba Rohrwacher alle prese con quel ruolo di donna piena di paure ed incertezze. Bravo Stefano Dionisi in una parte secondaria, del cognato della donna che fa irruzione nella sua vita, forse in sogno forse nella realtà e che le consegna un anelito di emozione, un guizzo dentro una vita di perenni insicurezze.
Mentre leggi il libro vorresti che non finisse mai, lo leggi lentamente e sai che alla fine resterai orfano dei personaggi, della storia e di quelle scelte che tu come lettore devi attuare perché lo scrittore ti lascia libero di scegliere il finale che vuoi, per ognuna delle storie che si dipanano nei tre piani; mentre guardi il film vorresti finisse il prima possibile. Forse perché il rimbombo della storia raccontata nel libro prende il sopravvento e ti suggerisce quando sbagliato sia il film perché manca di troppi dettagli.
Non c’è Moretti nel film di Moretti.
È tutto statico se non fosse per lo schianto dell’auto in principio di film, che ti desta un po’.
Il minimalismo e la sobrietà di Moretti non si addicono a questo film, nel quale si raccontano tragedie, rapporti difficili tra genitori e figli, ma senza mai travolgerti, senza emozionarti, senza coinvolgerti, e ahimè anche senza farti riflettere.
É un film non in sintonia, ed é a che anacronistico, perché seppur moderno ci sembra vecchio nella misura in cui vediamo cose che al tempo della pandemia ci sembrano inconcepibili.
Se volete vedere il film dimenticate la maestria di Moretti che gioca con la metafora dell’identità perduta come in Palombella Rossa, o il linguaggio esplicito e forte della condizione giovanile in Porci con le Ali o quel senso di anarchia in Ecce Bombo, film in cui si parlava di rapporti umani, di coscienza e di drammi giovanili.
Moretti ha solo perso la capacità di interagire con la modernità, forse invecchiando ha smarrito anche quell’estro nel rendere tutto credibile e a tratti terribilmente vero mentre fotografava l’epoca.
Ritenta Nanni … ritorna, Nanni.
