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L’appuntamento annuale con il festival per bambini più amato d’Italia sta per tornare e ci saranno anche due giovani siciliane ad interpretare le canzoni in gara: Giulia Rizzo, 5 anni da Palermo e Luna Massari, 6 anni da Ragusa. La 62esima edizione dello ZECCHINO D’ORO andrà in onda per tre appuntamenti pomeridiani il 4, 5 e 6 dicembre su Rai1, in diretta dagli studi televisivi dell’Antoniano di Bologna; la finale di sabato 7 dicembre sarà invece in prima serata su Rai1 in diretta dall’Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna), con la conduzione di Carlo Conti e Antonella Clerici, un’assoluta novità per il piccolo schermo, la direzione musicale del Maestro Peppe Vessicchio, il Coro dell’Antoniano diretto da Sabrina Simoni e la regia di Maurizio Pagnussat.

 I brani che Giulia e Luna canteranno, accompagnati dal Coro dell’Antoniano diretto da Sabrina Simoni, si intitolano rispettivamente “I Pesci Parlano” e “Un principe blue”.

Con le piccole siciliane sale a 60 il numero di interpreti che nella storia dello Zecchino d’Oro hanno rappresentato la Sicilia, facendone la quarta regione più rappresentata d’Italia:

18 di loro vengono da Catania, 13 da Siracusa, 12 da Palermo e Ragusa, 4 da Messina, 2 da Agrigento e 1 da Enna.

 12 le canzoni inedite in gara – con le quali il repertorio sale a 776 brani – i cui temi vanno dagli animali ai sogni, dalla grammatica alle piccole grandi difficoltà di ogni giorno; 22 gli  autori di testi e musiche scelti da una giuria mista di interni dell’Antoniano, Rai e personalità del mondo del giornalismo, della musica e dello spettacolo, tra cui il Maestro Peppe Vessicchio, lo scrittore e cantautore Gio Evan e l a youtuber e influencer Lasabrigamer16 i piccoli interpreti, con i quali sale a 1034 il numero di bambine e bambini che hanno partecipato alla manifestazione canora dalla prima edizione ad oggi; 11 le regioni d’Italia rappresentate dai solisti scelti tra oltre 5000 bimbi durante Lo “Zecchino d’Oro Casting Tour”, che da febbraio ad agosto ha toccato ben 30 città italiane65 i bambini del Coro dell’Antoniano diretto da Sabrina Simoni che canteranno insieme ai solisti.

Tante le novità nelle puntate pomeridiane

Prima fra tutte, la conduzione di Antonella Clerici, una superconduttrice che porterà all’Antoniano tutta la sua proverbiale vivacità e la sua esuberante dolcezza di mamma.

Una giuria di ospiti eccezionali affiancherà la tradizionale giuria di bambini tra gli 8 e i 12 anni che avranno il compito di scegliere, tra quelle in gara, la canzone vincitrice di questa edizione.

Una cucina sarà sempre aperta per suggerire la merenda del giorno ai piccoli telespettatori e alle loro mamme.

Torna il Quizzecchino, un piccolo quiz per vagliare la preparazione degli ospiti sulla storia dello Zecchino d’oro, ma anche un’occasione per rivedere alcuni frammenti delle passate edizioni che sono rimaste nel cuore di molte generazioni di ascoltatori.

Ospiti in trasmissione, anche Lampo, Milady, Pilou e Polpetta, ovvero i Buffycats i quattro protagonisti della serie animata dal titolo 44 Gatti, prodotta da Rainbow spa in collaborazione con Antoniano Bologna e Rai Ragazzi e in onda su Rai Yoyo.

 

Il 4 dicembre inizia la gara con l’ascolto di 6 canzoni.

Il 5 dicembre la gara prosegue con l’ascolto delle altre 6 canzoni.

Il 6 dicembre vengono riascoltate tutte e 12 le canzoni in gara in una versione ridotta.

 Il 7 dicembre sarà invece il giorno della grande finale in prima serata, condotta da una coppia davvero inedita per il piccolo schermo, il “papà” Carlo Conti e la “mamma” Antonella Clerici, riporteranno in tv tutte e 12 le canzoni in gara, che verranno cantate dal vivo dinanzi a un pubblico degno delle grandi occasioni.

Questa volta, accanto alla giuria dei bambini, voterà le canzoni in gara una fantastica ed eterogenea giuria di ospiti, da Giovanni Allevi a Luciana Littizzetto, da Ficarra e Picone a Laura Chiatti, Stefano De Martino, Claudia Gerini e la coppia Raoul Bova e Rocio Morales.

 Il 62° Zecchino d’Oro sostiene la campagna “Operazione Pane”, attiva dal 17 novembre al 14 dicembre 2019 al fine di sostenere 15 mense francescane garantendo 150mila pasti da gennaio a dicembre 2020, pari a un terzo dei pasti complessivamente erogati in un anno dalla rete di mense, che accoglie e aiuta persone e famiglie che vivono in condizioni di grave disagio sociale e avvia per loro percorsi di inserimento sociale, sanitario e lavorativo. Attraverso una donazione sarà possibile sostenere le Mense Francescane donando un pasto a chi non ha da mangiare. Antoniano, oltre alle 14 mense in Italia, sosterrà anche una realtà francescana che opera ad Aleppo, in Siria, per garantire pasti, ascolto e aiuto alle famiglie che hanno subito il trauma della guerra e che adesso non hanno più nulla.  Per offrire un contributo basta un sms o una telefonata da rete fissa al numero solidale 45588.

Lo Zecchino d’Oro è sottotitolato per i non udenti alla pagina 777 di Televideo.

La trasmissione può essere seguita in streaming su RaiPlay e commentata attraverso gli hashtag #Zecchino62 e #Zecchinodoro.

Lo Zecchino d’Oro, inoltre, esce dalla Tv e arriva sul web: sul sito www.zecchinodoro.rai.it, dedicato alla 62° edizione e visibile su tutti i device, il pubblico di internet è chiamato ad esprimersi sulla propria canzone preferita; in trasmissione sarà annunciata la canzone con più preferenze.

Ha vinto il ballo, il garbo, lo stile, la bravura e la riservatezza.

Nella edizione 2018 della fortunatissima trasmissione figlia di mamma Rai, vince Cesare Bocci, dato per favorito insieme a Gessica Notaro, arrivata poi terza. Vince Bocci – attore famoso per essere lo “sciupafemmine” ne “il commissario Montalbano” – insieme alla sua talentuosa e affascinante insegnante di ballo, Alessandra Tripoli, 31 anni, palermitana, che di carattere e di carisma ne ha da vendere, e che non aveva mai vinto, nelle precedenti edizioni.

Difficile dire quale sia stato il ballo migliore della coppia vincitrice, che ha lasciato dietro di se Francisco Porcella, arrivato secondo nell’ultimo step. Certo è che a 61 anni suonati, Bocci ha dimostrato impegno, dedizione, volontà e quella attitudine che da oggi in poi andrà ad impreziosire il talento che già lo contraddistingue nel ruolo di attore. Tango, paso doble e free style, i balli che ieri sera hanno convinto giuria e pubblico, consegnargli la coppa del vincitore.

E’ stata un’edizione ricca di momenti toccanti, di commozione, di colpi di scena. Un’edizione nella quale l’aspetto sociale, ha seduto a fianco allo spettacolo. Un’edizione impreziosita dalle storie di alcuni dei personaggi in gara, ma anche dalle storie di giudici ed ospiti, che si sono avvicendati tra i “ballerini per una notte”.

La presenza in gara di Gessica Notaro – la giovane addestratrice di delfini, sfregiata  con l’acido dal suo ex compagno – è stata una delle storie che ha tenuto il pubblico incollato alla Tv il sabato sera. La sua storia, protagonista, ma anche il suo coraggio, la tempra di colei che ha mostrato voglia di riscatto, e poi il desiderio di far giungere un preciso messaggio a tutte le altre donne, ossia che malgrado le paure, le incertezze circa il futuro e i cambiamenti che alcuni eventi provocano nell’esistenza, si può resistere, rinascere, riscattare un morso di vita e di speranza, contro il male ricevuto; e poi ancora che ci può e ci si deve ribellare, fin quando si è in tempo, ai soprusi fisici e psicologici che talvolta vengono inflitti. La storia di Gessica ha inevitabilmente avuto uno spazio particolare, una ridondanza mediatica, anche a seguito delle lettere che gli avvocati del suo aggressore hanno fatto recapitare a lei e alla redazione, intimando di tacere sulle vicende processuali ancora in itinere. Tutta la squadra di Rai 1 si è schierata con Gessica e puntata dopo puntata ha sostenuto la ragazza che mai, tra l’altro, ha usato le telecamere, se non per raccontare il suo percorso, le sue paure mai sopite e la sua voglia di non darla vinta mai, a chi l’ha ridotta in quello stato.

Ma anche la storia di coraggio di Carolyn Smith, la grande e amatissima giudice di “Ballando con le Stelle“, ha emozionato e non poco. Lei, che quest’anno, proprio durante la trasmissione ha dovuto riprendere la lotta contro il cancro. Lei donna di grande tempra e di coraggio, che è stata un vero esempio di come si possa affrontare un male senza mollare mai, mostrando le proprie fragilità ma anche la propria voglia di vivere. Lei, che il giorno prima affrontava la chemioterapia e il giorno dopo interveniva in trasmissione senza capelli, ma con quel sorriso così prorompente che è stato capace di innescare in tutti commozione e speranza. Lo si ricorderà a lungo, l’abbraccio tra Caroline e Anastacia, la cantante americana, anch’essa costretta ancora a combattere contro lo stesso male, che durante questa edizione si è lanciata in un ballo, senza inibizioni.

E poi ancora storie d’amore nate durante questa stagione televisiva (come quella tra Francisco Porcella e Anastasia Kuzmina) e la storia personale del vincitore, Cesare Bocci; storia che lui ha provato a tenere per se, poi però tornata alle cronache, dopo che la giuria lo ha quasi costretto a mostrare quella parte di se, custodita dietro quell’aplomb, come se ogni piega dei suoi giorni gli cadesse senza mai fare una piega.

L’attore infatti ha dato sempre l’idea di essere in un perenne stato di grazia, concentratissimo sul suo ruolo di ballerino novello, mentre puntava all’obiettivo, poi centrato. E così alla fine la storia di Cesare e di sua moglie Daniela Spada, colpita da un ictus post partum 18 anni fa, quando la stessa aveva 36 anni, è diventata di dominio pubblico. Eppure la delicatezza con la quale gli stessi protagonisti l’hanno raccontata, è divenuta in un ennesimo incoraggiamento a non mollare mai, anche quando ti dicono a bruciapelo che “non c’è nessuna speranza”. Daniela, che ieri sera, è riuscita – seppur a fatica – a fare una sorpresa a Cesare, diventando la sua “specialissima” ballerina, nella serata finale. L’emozione era visibile, pulsante, coinvolgente. Quell’emozione che le telecamere non possono correggere né modificare e che sono arrivate agli spettatori forti e prorompenti, senza nessuna forma di pietismo.

E se come si dice “squadra vincente non si cambia”, Milly Carlucci – che ha dedicato la serata di ieri sera a Bibi Ballandi, scomparso a febbraio – ha dimostrato di sapere bene come sfruttare le risorse e tutte le potenzialità della sua squadra. La giuria – perfida ma non troppo – ha dato un ottimo contributo alla riuscita della fortunata edizione, con un Mariotto che si è spesso intenerito, con la Lucarelli che nel suo ruolo di opinionista fa la parte dell’antipatica tout court, con Canino che con disinvoltura si schiera a difesa delle diversità, Zazzaroni che da ex ballerino della trasmissione, spesso giudica l’aspetto tecnico e lei, la grande Carolyn Smith che non smette mai di essere l’emblema di come si possa “giudicare” senza mai perdere il garbo e lo stile.

Edizione che è stata notata anche per i due uomini in gara – Giovanni Ciacci che ha fatto coppia con Raimondo Todaro, divenuto tra l’altro attore in scena a teatro in questi giorni – per la prima volta da quando la trasmissione è nata e sembrerebbe che nel resto d’Europa, dove lo stesso format ha il medesimo successo, prenderà esempio da questa edizione.

La trasmissione che si è chiusa ieri sera, vanta maestri di ballo di grande caratura, capaci di trasformare dal nulla  – come facciano davvero resta un mistero – personaggi del mondo dello spettacolo e della moda in ballerini che a volte mostrano talento e attitudini che mai avrebbero pensato di avere. E poi la validissima orchestra che sera dopo sera, stagione dopo stagione, realizza  e riarrangia decine e decine di pezzi, adattandoli ai tempi dal ballo, mostrando la grande versatilità e bravura dei musicisti e coristi che ormai da anni, fanno parte della “Paolo Belli Big Band”.

Quest’anno Ballando con le Stelle ha stracciato letteralmente la trasmissione concorrente “Amici” di Maria De Filippi sulle reti Mediaset. Le motivazioni potrebbero essere molteplici ma forse la pecca, dall’altra parte, è stata quella di aver attuato troppi cambiamenti nella gestione della finale, che il pubblico probabilmente non ha gradito o forse quelle diatribe, che a volte sono sembrate eccessive, per un sabato sera in prima serata. Alla fine il pubblico si stanca anche di quelle.

Questa edizione si ricorderà per le emozioni e la commozione, come quella che ieri sera è appartenuta anche a Simone Di Pasquale, veterano maestro di Ballando con le Stelle, che durante questa edizione ha insegnato a ballare alla piccola e deliziosa attrice francese Natalie Guetta, ma che in cambio ha avuto l’opportunità di scoprire quel suo essere Simone e basta, a prescindere dai passi di danza, che per contratto deve insegnare.

A corredo di un grande successo, anche il ruolo dei social, che hanno permesso al pubblico di dire la propria circa le coppie in gara, di sostenere i propri beniamini e di seguire le vicende degli stessi, settimana dopo settimana.

Un percorso netto, per la trasmissione, una sana competizione tra i concorrenti, un vincitore bravo che ha messo d’accordo tutti, e poi un arrivederci alla prossima stagione, perché alla fine il popolo italiano ha voglia di sognare, a modo proprio, chi guardando i reali andare all’altare e chi sognando un giorno di essere ballerino per una notte.

 

Simona Stammelluti

 

 

Su Ra1, in prima serata, un docu-film per raccontare il coraggio e la tenacia di Libero Grassi, anche attraverso la testimonianza di chi l’ha conosciuto, della sua famiglia, e poi ancora storici, giornalisti, procuratori, fotografi e associazioni

Amava la barca a vela, Libero Grassi, l’imprenditore palermitano ucciso dalla mafia il 29 agosto del 1991. Amava la barca a vela, ed il suo sogno era quello di fare il giro del mondo, una volta andato in pensione, con la usa adorata moglie Pina, la quale qualche giorno prima della sua morte, scattò – proprio durante una gita in barca insieme al figlio Davide – quella che rimane l’ultima foto di Libero, da vivo.

Una storia, la sua, raccontata attraverso immagini di repertorio e ricostruzioni realistiche di quella che fu la sua vita in quella Palermo che lo ignorava anziché sostenerlo. Lui, che viveva a testa alta mentre tutti agivano per screditarlo, mettendo all’angolo colui che fu il portabandiera della lotta alla mafia, in un territorio nel quale l’imprenditoria si era piegata alla regola del “pizzo”. E proprio quando tutto il mondo, parlava di Libero Grassi, che aveva anche rifiutato la scorta, dopo le minacce ripetutamente ricevute, Palermo riusciva ad “ignorarlo”. Washington Post, i giornali francesi, tutti in fila per intervistarlo, per raccontare la sua storia, mentre nella sua terra, quella sua storia non interessava a nessuno.

Ben evidenziato nel documentario, il ruolo che la TV ebbe, nel destino di Libero Grassi, ma che non fu la causa della sua morte, bensì un modo per dare voce a chi sapeva che se non si fosse reagito alla logica della malavita, si sarebbe dovuto solo abbandonare quei luoghi. Ma lui restava e “resisteva”. Le immagini di repertorio della sua presenza alla trasmissione “Samarcanda” di Michele Santoro, restano terribilmente attuali, così come anche la famosa staffetta che la Rai e Mediaset, fecero il 21 settembre del 1991, poco meno di un mese dalla sua morte. Una staffetta per dare un segno di libertà, come quella che Libero Grassi aveva difeso vivendo a testa alta. Personalmente, ho ricordato quell’invito fatto alla popolazione italiana di accendere una luce, come gesto concreto, per lui, lui che voleva i “riflettori accesi”, sulla mafia.

Nel docu-film si susseguono i racconti di collaboratori di giustizia, che raccontano i dettagli di tutto quello che accadde prima, dopo e durante le decisioni circa il “destino” che toccò all’imprenditore, e poi ancora le testimonianze di sua moglie Pina, e dei suoi figli Davide e Alice.

Pina, che aveva organizzato un convegno per gli imprenditori palermitani, che invece quell’incontro lo disertarono, suo figlio Davide, che il 31 agosto del 1991, durante i funerali di suo padre, mentre portava a spalla la bara, insieme a tre suoi amici e a due dipendenti dell’azienda alzava al cielo la mano che mimava una V, in segno di vittoria e non di sconfitta, considerato che suo padre non aveva mai ceduto alla mafia, ed era morto da uomo libero. E poi Alice, che nell’intervista racconta come il non aver visto la scena di suo padre morto assassinato l’abbia aiutata a sopravvivere. Per mesi, dopo la sua morta, la donna ha sognato di dialogare con suo papà, mentre gli chiedeva come salvare l’azienza.

Significativi anche i racconti del giornalista Sandro Ruotolo, che ha raccontato quanto l’umiltà del grande e coraggioso imprenditore si vedesse da quei sandali che uscivano fuori da sotto il lenzuolo, immagine che nei suoi occhi era rimasta impressa quella mattina del 29 agosto del 1991, quando Libero Grassi, esce di casa poco dopo le sette e trenta del mattino, dopo aver sorriso e scherzato con sua moglie, e si allontana a piedi e dopo essere stato chiamato per nome, viene avvicinato alle 7,36 e assassinato a viso aperto.

Simonetta Martone regala il ricordo della lettera ricevuta da Libero Grassi, dalla quale sia nella grafia, che nel contenuto, mostrava l’arrivo della paura, della consapevolezza che proprio quando le minacce avevano smesso di giungere, si avvicinava la sua fine.

Leoluca Orlando, che sottolinea quanto il successo dell’imprenditoria a Palermo, era dovuta all’essere collusa con la mafia e che tali accordi, non avrebbero mai potuto concedere un ruolo attivo nella società. Ed in questo panorama Libero Grassi, che non si piegava a questi meccanismi era visto come un eretico.

E’ proprio con Libero Grassi che nacque il termine “pizzo legalizzato”, riferito alle banche che ponevano dei tassi di interesse sui prestiti agli imprenditori così alti, che gli stessi erano costretti a cedere alla mafia. E quando un banchiere gli disse di “smetterla di rompere i coglioni”, lui gli rispose: “i rompicoglioni sono destinati a soccombere, ma io non smetterò“.

E con lui pure, si incominciò a fare luce sui cosiddetti “voti di scambio”, in politica. Perché fu lui, il primo a parlarne, raccontando come alcuni politici andassero al potere “scambiando” favori con la mafia. Lui, repubblicano, che quando il suo partito incominciò ad andar male, accettò l’incarico di ricostruirlo.

Quando il clan Madonia decide di “risolvere il problema una volta per tutte”, si rivolse a Marco Favaloro, che ci mise poco a capire che nessuno proteggeva Libero Grassi. Favarolo, esecutore materiale del delitto Grassi, viene arrestato il 20 aprile del 1992.

il 30 aprile del 2004 a Palermo accade una cosa insolita. Tutta la città viene tappezzata di adesivi con su scritto: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Si scopre esserci Pina Grassi, dietro quella iniziativa, con una marea di giovani, che hanno deciso di alzare la testa, per non abbassarla mai più, così come aveva fatto Libero. Ed è stato quello il segno di una eredità lasciata, che non morirà mai.

Ad oggi in tutta Italia ci sono vie che portano il nome di Libero Grassi; A Torino, a Trapani, Lecco, Viterbo, Napoli (nel quartiere Scampia), a Milano, a Monza.

Da quel 29 agosto del 1991, nessuno è stato mai più solo a combattere contro il problema del pizzo, e tutti quelli che hanno conosciuto la sua storia, sono più Liberi.

Resteranno eterne le parole della sua famiglia, le parole del comunicato dopo la morte di Libero Grassi. Poche ma significative parole: “Dichiariamo che Libero Grassi  è stato ucciso da uno stato inefficiente e corrotto, ma se anche lo stato fosse più efficiente, non ci salverebbe comunque dal popolo siciliano“.

Ma eterne e come eredità anche e soprattutto per noi giornalisti rimarrà quella sua affermazione detta davanti ad una Italia intera: “Io credo nei giornalisti, perché loro si sono fatti uccidere pur di raccontare la verità“.

Simona Stammelluti

Durissime e prontissime le reazioni che si sono scatenate dopo che Porta a Porta ha mandato in onda ieri sera l’intervista a Salvo Riina, ed è bufera su Bruno Vespa e sulla Rai

Salvatore Riina junior, figlio del boss di “cosa nostra”, siede come un vip nel salotto di Bruno Vespa, in seconda serata sulla Tv nazionale, presenta il suo libro, e racconta di quando giunse la notizia della morte di Giovanni Falcone.
Mamma Rai difende il diritto all’informazione, ma adesso la commissione parlamentare antimafia, convoca i vertici, per oggi pomeriggio alle 16.
Alle domande su Falcone e Borsellino, Salvo Riina non risponde e dice di “voler evitare strumentalizzazioni”, ma racconta i suoi ricordi di ragazzo, di quando aveva 15 anni, in quel 23 maggio del 1992, quando ci fu la terribile strage di Capaci”.
“Ricordo il fatto, avevo 15 anni, eravamo a Palermo e sentivamo tante ambulanze e sirene, abbiamo cominciato a chiederci il perché è il titolare del bar ci disse che avevano ammazzato Falcone, eravamo tutti ammutoliti. La sera tornai a casa, c’era mio padre che guardava i telegiornali. Non mi venne mai il sospetto che lui potesse essere dietro quell’attentato” – dice Riina Junior dal salotto di Vespa.
E poi ancora: “Amo mio padre, non sono io a doverlo giudicare”.
Non condivide l’espressione che “l’arresto di suo padre è stata una vittoria dello stato”, l’ospite di Vespa, sottolineando che “quello Stato gli ha portato via suo padre”.
Il coro di dissenso rispetto a questa intervista si è alzato come un polverone che difficilmente si placherà. A parlarne, in tanti, politici, personalità, e gente comune. Ma soprattutto la famiglia di Falcone e Borsellino. Dalle pagine del famoso social Salvatore Borsellino, non la manda a dire e denuncia a gran voce quello che è accaduto.
“[…] , avrei preferito non essere costretto ad essere assalito dal senso di nausea che ho provato nel momento in cui ho dovuto leggere che il figlio di un criminale, criminale a sua volta, comparirà questa sera nel corso di una trasmissione della RAI, un servizio pubblico, per presentare il suo libro, scritto, come dichiarerà lui, per difendere la dignità della sua famiglia.  Di quale dignità si tratti ce lo spiegherà raccontandoci come, insieme a suo padre, seduto in poltrona davanti alla televisione, abbia assistito il 23 maggio e il 19 luglio del ’92 allo spettacolo dei risultati degli attentati ordinati da suo padre per eliminare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non ci racconterà forse le esclamazioni di gioia di quello stesso padre che descriverà, come da copione, come un padre affettuoso, ma quelle possiamo immaginarle dalle espressioni usate da quello stesso padre quando, nelle intercettazioni nel carcere di Opera, progettava di far fare la “fine del tonno, del primo tonno” anche al magistrato Nino Di Matteo. Non ha voluto rispondere, Salvo Riina, alle domande su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non me ne rammarico, quei nomi si sarebbero sporcati soltanto ad essere pronunciate da una bocca come la sua. In quanto al conduttore Bruno Vespa avrà il merito di fare diventare un best-seller il libro che qualcuno ha scritto per il figlio di questo criminale e che alimenterà la curiosità morbosa di tante menti sprovvedute. Si sarà così guadagnato le somme spropositate che gli vengono passate per gestire un servizio pubblico di servile ossequio ai potenti, di qualsiasi colore essi siano. Qualcuno ha chiamato la trasmissione “Porta a Porta”, la terza Camera, dopo la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, questo significa infangare le istituzioni, infangare la nostra Costituzione, sport che sembra ormai molto praticato nel nostro paese. In quanto a noi familiari delle vittime di mafia eventi di questo tipo significano ancora una volta una riapertura delle nostre ferite, ove mai queste si fossero chiuse, ma ormai purtroppo questo, dopo 24 anni un cui non c’è stata ancora ne Verità ne Giustizia, è una cosa a cui ci siamo abituati, ma mai rassegnati. La nostra RESISTENZA continuerà fino all’ultimo giorno della nostra vita”.
Certo, presentare questo genere di libro, forse investe di qualche responsabilità. I curiosi  – come li chiama Borsellino – non saranno pochi.
Rosy Bindi, lo aveva annunciato che avrebbe chiesto la convocazione del Presidente e del direttore generale della Rai, in commissione, se fosse andata in onda quel che poi è andato in onda, motivando come “con quella scelta si avrebbe la conferma che Porta a Porta si presta ad essere il salotto del negazionismo della mafia”.
Ma sono in tanti ad essere intervenuti sulla vicenda, come il presidente del senato Pietro Grasso che in un tweet ha scritto: “Non mi interessa se le mani di Riina accarezzavano i figli, sono le stesse macchiate di sangue innocente. Non guarderò Rai Porta a Porta”.
Ed ancora Maria Falcone, sorella del giudice ucciso nella strage di Capaci, che dichiara: “Apprendo costernata, considero incredibile la notizia: da 24 anni  mi impegno per portare ai ragazzi di tutta Italia i valori di legalità e giustizia per i quali mio fratello ha affrontato l’estremo sacrificio ed è indegna questa presenza in una emittente che dovrebbe fare servizio pubblico“.
La Rai, non fa marcia indietro, ed oggi – in contrapposizione alla intervista di Riina Junior – manderà in onda proprio a Porta a Porta, una puntata sulla lotto alla criminalità, e a chi ha dedicato la propria esistenza alla battaglia contro me mafie, e fa questo, dice, “per offrire un altro punto di vista da contrapporre a quello offerto al figlio di Riina”.
Non si sono comprese in realtà le vere motivazioni per le quali si è deciso di mandare in onda quella intervista, perché non sembra aver insegnato nulla considerato il contenuto della intervista, malgrado le parole di Vespa, in apertura siano state che “per combattere la mafia bisogna conoscerla bene, e dunque vista dall’interno”.
Family life, è il titolo il libro di Riina junior, nel quale lo stesso racconta di una infanzia di normalità.
A Vespa Riina junior racconta che “a casa loro non avevano mai trasmesso ai figli le problematiche dei genitori. Loro vivevano nella normalità. Non andavano a scuola, e non si chiedevano il perché non avessero una vita normale. Vivevano in una sorta di famiglia diversa. Il padre diceva di fare il geometra, ma lui, il figlio, non ha mai creduto che fosse un lavoro di copertura. Crescendo ha poi cominciato a capire che c’era qualcosa di diverso, poi lui e i suoi fratelli hanno letto il nome del padre sui giornali ma non si chiedevano mai perché si chiamassero in maniera diversa dal padre. Sostiene di aver vissuto una vita diversa ma molto piacevole. Dovevano mantenere il segreto, per mantenere la famiglia unita. Il segreto del padre che era un ricercato, lo ha capito da lui verso il 4-5 anni. La madre considerava il padre un uomo giusto, tutto d’un pezzo, con i valori per la famiglia, per le tradizioni. Il padre quando conobbe la mamma aveva già commesso un omicidio che lui definisce banale, per un banale litigio. Sono stati una famiglia modesta, senza macchine ecc. Lui e i suoi fratelli tutti registrati con il nostro cognome, la gente salutava il padre con rispetto. Il padre voleva che lui fosse il bastone della sua vecchiaia, il figlio maschio che lo aiutasse”.

Simona Stammelluti

Un tema importante e serio, quello sul bullismo, portato in scena da Paola Cortellesi, in un monologo toccante, e a lieto fine

In prima serata, durante lo show “Laura & Paola” andato in onda su Rai 1, ieri in prima serata, la Cortellesi da respiro a tutta la sua bravura, durante un monologo che tratta il delicato tema del bullismo. Il monologo è intervallato dalla voce di Marco Mengoni, che a tratti, intona parti della sua canzone “Guerriero”.
La Cortellesi racconta, con tutta l’intensità di cui è capace, la storia di Giancarlo Catino, un bambino di sei anni, che “crede nell’amicizia”, malgrado tutto, malgrado le derisioni, le frustrazioni, le angherie, subite passo dopo passo lungo un percorso scolastico e di vita, nel quale prova a difendersi, senza riuscirci, prova a chiedere aiuto, senza riuscirci. Ma riuscirà, diventato grande, a credere ancora nell’amicizia, facendo esclusivamente “la cosa giusta”.
Un bambino piccolo, di soli sei anni, che inizia la sua avventura scolastica, che conosce i suoi compagni di classe, che prova a farsi accettare, ma che ben presto diviene bersaglio dei bulli, che provano a rubargli la dignità, passando dalle offese verbali alla violenza fisica.
Il bambino diviene adolescente, e poi ragazzo. Dalla scuola elementare passa alle medie e poi al liceo. Cambiano i compagni, ma lui resta il bersaglio, perché porta gli occhiali, o semplicemente perché in sovrappeso. E allora giù con offese, e gesti orrendi, come quello di riempire di scotch il povero Giancarlo, per disegnargli un pene sulla fronte.
Provano a togliergli ogni speranza, i bulli, e lo costringono ogni giorno ad avere paura. A casa, finalmente qualcuno si accorge di ciò che gli sta accadendo a scuola, quanto sia cambiato il suo stato d’animo e di come quella condizione di “vittima”, lo stia rendendo sempre più “piccolo”, malgrado stia crescendo.
Ma la bontà del monologo, sta proprio nel finale, nella speranza che lancia sotto forma di messaggio. Il piccolo Giancarlo Catino, divenuto grande, un bel giorno pronto a risolvere una volta per tutte quella situazione, decide di “puntare e andare dritto incontro al suo peggior nemico”. Ma non gli consegna un pugno in faccia, come si sarebbe invece meritato, ma lo abbraccia, semplicemente, vincendo “per davvero” e potendo affermare ancora di “credere nell’amicizia”.
Un monologo, quello di Paola Cortellesi, che sa essere in maniera straordinaria sia attrice comica che drammatica, è riuscito a catalizzare non solo l’attenzione del grande pubblico, ma anche ad emozionare e a commuovere, per la “veridicità” con la quale ha scorticato una realtà, ponendola nella maniera più cruda possibile, proprio affinché ci si potesse tutti sentire addosso, il disagio e lo sconforto di una vittima di bullismo.
L’atmosfera è stata delle più sentite, considerato che il monologo è stato intervallato dalla performance di Marco Mengoni che ha cantato – come solo lui sa fare – il suo pezzo “guerriero”, nei passaggi più significativi: “io sono un guerriero, veglio quando è notte, ti difenderò da incubi e tristezze. Ti riparerò da inganni e maldicenze, e ti abbraccerò per darti forza, sempre”.
E poi quelle parole lette, dal piccolo Matteo Valentini, che hanno incorniciato, uno dei momenti più singificativi di uno show, che – con molta probabilità – custodirà ancora, momenti degni di nota.
Simona Stammelluti