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Tutto ciò che è osceno, è porno. 
Tutto ciò che è immorale, è porno. 

Sul palco una Moana Pozzi come non la si è mai vista, o forse mai neanche immaginata.
E se Moana Pozzi fosse viva?
E’ viva? Evviva!
E se fosse una donna che smaschera la pornografia altrui?
Sul palco del cortile di Capodimonte, per il Napoli Teatro Festival, una impressionante e sublime Euridice Axen diretta da una delle più brave registe contemporanee, Nadia Baldi, in un racconto di Ruggero Cappuccio. Un racconto colmo di verità crude sparate attraverso l’eccentricità di colei che fu diva, e poi lasciate decantare affinché possano essere ricordate.
La Axen è Moana, ma non la Moana nota al grande pubblico come la pornodiva e basta, anche se strizzata in un vestito di tulle rosso, con rossetto rosso e quella capigliatura bionda che a guardarla, fa quasi impressione per quanto le somiglia.
E’ bionda, bella, accattivante, audace, intelligente e coltissima, la Moana portata in scena, colei che probabilmente fu molto altro, oltre alla donna dei set. Una Moana Pozzi colta, che ha letto Stendhal, Fitzgerald, che cita “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes e che declama “A Silvia” di Leopardi, quella che volteggia e incanta sul palco.
Il racconto di un incontro, di un ipotetico dialogo, tra una donna e un uomo nel terrazzo di fronte di una villa in costiera. Lui è un probabile giornalista che sicuramente punta ad uno scoop, scoprendo che Moana Pozzi è ancora viva. Eppure la donna propone all’uomo di fare un gioco, un gioco che svelerà quello che è il settimo senso, che nulla ha a che fare con il sesto senso che prima o poi fa visita a tutti sotto forma di premonizione, ma sarà una dimensione che può essere vissuta solo se quel che “tocchi” puoi condividerlo con un’altra persona. Una sorta di estetica dell’essere dove per sentire, devi collassare nell’altro. Moana probabilmente lo possedeva il settimo senso; sicuramente riesce a raccontarlo, attraverso una magistrale interpretazione Euridice Axen, che è la Moana oltre quello che il mondo volle, un mondo pornografico e osceno in molti aspetti.
Fottere.
Fottere gli altri godendo da soli.
Non a caso si dice “prostituirsi”.
C’è la pornografia lì dove mai potresti immaginarla. O almeno se non ci pensi su, e a fartici pensare, ci prova la donna che hai di fronte e che ti parla e ti tira in faccia una realtà cruda.
C’è pornografia nella politica, nelle cravatte dei dittatori, nei bambini che muoiono nel mondo, nelle montagne di spazzatura lasciate galleggiare sugli oceani.
E’ osceno anche un tramonto, perché eccita i sensi e tutto ciò che eccita i sensi è osceno.

Una poltrona ricoperta di tulle rosso, sulla quale la Axen siede, sulla quale si piazza in piedi, mentre muove le mani che volteggiano, diventando parte semiotica del testo recitato, mentre una musica cupa, monocorda, incessante scandisce il tempo in cui Moana canta, a modo suo, fuori da tutto ciò che fu un cliché.
E’ profonda, Moana, in quel suo “non sentire”, ma in quel “provare ad essere” mentre “si viene rapiti dall’asfissia di ciò che è reale”.
Balla, ammiccante la Axel, è credibile in quel ruolo, anche mentre simula un orgasmo, dentro quel gioco che fa con il suo interlocutore che tocca sei oggetti, che corrisponderanno al corpo di Moana che “sente” e si abbandona al profondo, perché “non c’è esperienza, se non c’è abbandono”.
Bellissima la scelta delle musiche, i rintocchi, “Casta Diva” della Callas che rieccheggia in quel carattere di una donna inquieta e ribelle … e diva.
Prorompente nel monologo la Axen che veste i panni di quella diva, che fu per come il mondo la volle, che fece tutto quello che doveva fare con il suo corpo, ma innocentemente.

Pochi forse hanno notato che il carillion le cui note invadono il palco, riproduce “Winter Wonderland” la famosissima canzone natalizia statunitense, e non è a caso. E’ un pezzo che narra di una passeggiata in un bosco, di un attraversare il tempo, di un sentire.

Non si vince e non si perde.
Non c’è fine e non c’è inizio.
Siamo ciò che ci manca, siamo nel settimo senso.

 

Simona Stammelluti

 Le foto sono di Tommaso Le Pera 

Un cuore che si ferma, troppo presto.
Un cuore che, quando batte sa fare meraviglie.
Lo scopri solo sul finale che “Cuore”  – scritto da Sergio Casesi, portato in scena e diretto da Fulvio Cauteruccio nella splendida cornice di Capodimonte, nell’ambito del Napoli Teatro Festival – è dedicato a Davide Astori capitano della Fiorentina, scomparso troppo presto, quando il suo cuore rallentò fino a fermarsi, durante la notte del  4 marzo del 2018.
Cauteruccio non pronuncerà mai quel nome, che salta fuori solo alla fine, dopo che per un’ora e dieci minuti ti sei affezionato al personaggio che si racconta, racconta e si infiamma, balla, simula e incanta con un monologo che si tuffa nella storia del calcio, mostrando però non solo ricordi di mirabili successi, ma la parte più profonda di quello sport che è tale se c’è cuore, se è contenuto gelosamente dentro un sentimento, se è animato dalla fatica e che si arrende, davanti alla fragilità umana che regna sovrana su ogni sogno, sia esso possibile o semplice utopia.
Sul palco sembra esserci un cinquantenne con la pancetta, gli occhiali da presbite e qualche filo di barba bianca, che ripercorre a grandi linee ma con entusiasmo la storia dello sport più amato di sempre, delle squadre, dei campioni, sempre con uno sguardo al loro cuore, alle imprese eroiche fuori dal campo, non solo davanti ad un pallone.
Racconta e parla. 
Gaetano, te lo ricordi …?
Il Gaetano compagno di ricordi e di parole sarebbe il grande Gaetano Scirea, e non a caso.
Scirea, uno dei massimi interpreti della storia del calcio, ma soprattutto icona di gentilezza, correttezza e signorilità.
Un Fulvio Cauteruccio sempre estremamente bravo, credibile, un attore che sa farti vivere alcune emozioni attraverso il suo spiccato modo di parlarti e non solo parlare, di raccontarti e non solo raccontare, di coinvolgerti e non solo coinvolgere. I verbi, con Cauteruccio sul palco sono tutti rivolti “a te” e non si riesce a resistergli, anche se ti domandi perché ti manca ancora qualcosa, mentre ti domandi quando ti verranno svelati alcuni dettagli che possano aiutarti a capire, a capire fino in fondo.
Un racconto dettagliato di alcuni momenti storici del mondo del calcio e dei suoi protagonisti, alcuni stranieri, che però nella loro carriera hanno potuto contare su delle capacità, dotati di alcune peculiarità che hanno fatto di loro delle persone appassionate, piene di cuore e di volontà.

Cauteruccio, dotato di una voce baritonale, accattivante, suo segno distintivo che ti permette di riconoscerlo e pertanto di sentirti al sicuro dentro quella intonazione calda, sul palco non si risparmia; esulta, si emoziona, balla, mima alcuni momenti drammatici avvenuti in campo, quando il cuore dei giocatori, spesso fa come vuole, quel cuore che è così forte, che rende l’atleta invincibile e che poi però si lascia vincere da un destino che arriva talvolta, senza essere annunciato. Tutto dentro poco più di un’ora mentre ti chiedi perché quel suo interlocutore Gaetano, non parli mai.
Nei panni del suo interlocutore – che poi si scoprirà sul finale non essere Gaetano – con in dosso una divisa da calciatore, seduta immobile di spalle al pubblico c’è Flavia Pezzo, che solo sul finale, mostrerà il volto e la sua vera natura. 
Scorrono i minuti nel parco di Capodimonte a Napoli e dietro quel personaggio, che potrebbe essere un qualsiasi tifoso che si confronta con enfasi con un amico, c’è in realtà un giovane trentenne a cui è concesso un ultimo sogno, prima di percorrere la strada verso l’eternità, in uno spazio di mezzo, quello in cui non sai se ti sveglierai e dove.
Il monologo ti tiene in sospeso fino alla fine.
Chi è quest’uomo? Perché racconta le mirabolanti avventure di un calciatore?
Piano piano ti è tutto chiaro.
Il Gaetano di quell’ultimo sogno, altri non è che la morte dalle sembianze gentili, ciò che giunge e che porta via, mentre scende il freddo e tu resti lì, mentre capisci dove voleva condurti il monologo di Cauteruccio e ripensi a come a volte l’arte fa come vuole, fa giri immensi e poi arriva dove deve, a patto che si abbia un Cuore.

 

Simona Stammelluti

Il servizio

Quanto si è disposti a pagare per sbarcare il lunario, per un riscatto sociale?

Quanto vali, cosa conti?

Sotterfugi, tradimenti, intrallazzi in “The Red Lion” in  prima nazionale ieri nella splendida cornice di Palazzo Reale nell’ambito della rassegna Napoli Teatro Festival, che quest’anno arriva nel post lockdown incontrando l’entusiasmo del pubblico che ha risposto con estremo interesse facendo registrare un tutto esaurito sera dopo sera, nel pieno rispetto delle norme igienico sanitarie e del distanziamento sociale previsto in questo periodo post pandemico.

Il testo anglosassone di Patrick Marber, riadattato alla vita difficile di provincia, con la regia di Marcello Cotugno, vede in scena Nello Mascia, Andrea Renzi e Lorenzo Scalzo, che vivono il palco che riproduce lo spogliatoio dentro il quale si discutono le sorti di una giovane promessa del calcio, con un passato difficile, che farebbe di tutto semplicemente per poter giocare e che resta inevitabilmente incastrato in un “gioco” più grande di lui, le cui regole le faranno un allenatore egoista, bugiardo, senza passione e senza scrupoli e un massaggiatore, ormai anziano, con un passato da calciatore, scivolato poi in un degrado sociale che lo ha portato a vivere quasi di stenti. Don Gaetano per il giovane calciatore sarà come un padre, ma non riuscirà a proteggerlo dal girone dell’inferno nel quale Rosario proverà a trascinarlo semplicemente per difendere i suoi interesse, l’unica cosa che per lui conta a discapito del bene di una squadra, dei suoi giocatori e della stessa società calcistica che è solo un paravento dietro il quale si consumano  accordi loschi e sciatti.

Uno spettacolo che solo apparentemente parla del mondo del calcio ma che mostra sin da subito la sua vera natura, che si snoda su più livelli e che scivola piano dentro le scelte quasi tutte subdole, rimaste incastrate nella volontà di inseguire una gloria che però non saprà spogliarsi fino in fondo di quella realtà tutta sbagliata e troppo angusta, per far decollare un sogno.

Tre generazioni, tre storie diverse, tre passati difficili, tre aspirazioni morte troppo in fretta, le origini di ognuno dei personaggi, la voglia di cambiare in qualche modo e la convinzione che le scorciatoie siano l’unica strada percorribile, anche a costo del disprezzo.

Tre uomini con ruoli ben distinti, tre caratteri e personalità difficili da tenere insieme, e un solo finale che si divincola da ogni cliché e mostra la forma del disagio sociale e  dello svilimento di ogni possibile capacità.

Meccanismi da ingrassare, affari sporchi e interessi personali da difendere mentre è la fame che fa da collante tra l’illegalità e il gioco sporco.

In scena uno spaccato di quella realtà fin troppo vera e cruda, nella quale “si passa la vita a firmare e rompere contratti”, dove tutto spesso è finto, deciso a tavolino a discapito di un talento che potrebbe brillare se solo avesse il terreno giusto dove diventare forte, prorompente, assoluto, ed invece è solo una sconfitta sul nascere.

Dinamica e convincente la pièce per merito della regia e dei bravi attori che sul palco si scambiano spesso di posto e di intenzioni, mettendo a fuoco quel ruolo difficile di chi per convincere gli altri, alla fine deve prima di tutto tradire se stesso.

Uno spettacolo di 1 ora e 40 minuti in cui lo spettatore senza quasi volerlo, si trova catapultato nelle difficoltà del vivere, nell’ingerenza di molti e nella forza di alcune passioni che si spengono una volta investite dai fallimenti in cui ti trascina chi è disposto a tutto pur di sbarcare il lunario, mentre resta a mani vuote e cuore in sordina.

E adesso, aspettiamo la tournée.

 

Simona Stammelluti

Il servizio

 

130 eventi per un mese di programmazione in luoghi all’aperto, 10 sezioni e 28 prime di spettacoli italiani 

A partire dall’autunno spazio agli internazionali con Dimitris Papaioannou, Jan Fabre, Ramzi Choukair e Sulayman Al-Bassam

Il teatro rinasce con te.
È un invito a rivivere le emozioni del teatro lo slogan della tredicesima edizione del
Napoli Teatro Festival Italia, la quarta diretta da Ruggero Cappuccio, realizzata – nonostante l’emergenza sanitaria – con il forte sostegno della Regione Campania e organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival, presieduta da Alessandro Barbano.

Inizialmente fissata per giugno e poi rinviata a causa della pandemia, la manifestazione torna con una ricca programmazione quasi interamente a cielo aperto che si declina tra teatro, danza, letteratura, cinema, video/performance, musica e mostre: 130 eventi, per un calendario di un mese, distribuiti in 19 luoghi tutti all’aperto con una sola eccezione: il Teatro di San Carlo.

Platee allestite nel rispetto delle distanze di sicurezza, divise tra Napoli e altre città della Campania (Salerno, Solofra, Pietrelcina e Santa Maria Capua Vetere), dove andranno in scena creazioni italiane e coproduzioni a conferma dell’attività produttiva della Fondazione.

L’edizione 2020 presenta 34 spettacoli di prosa nazionale, di cui 28 prime assolute, consolidando la struttura in sezioni, ormai tratto distintivo della direzione artistica firmata Cappuccio.
Italiana, Osservatorio, Danza, SportOpera, Musica, Letteratura, Cinema, Mostre, Progetti Speciali: il Festival rinnova la sua grande attenzione alla multidisciplinarità in un dialogo che mira a una visione organica e interdisciplinare dell’arte. La sezione Internazionale, che negli anni passati ha portato a Napoli grandi nomi della scena contemporanea, è stata invece riprogrammata a partire dall’autunno e vedrà in scena, tra gli altri, il coreografo greco Dimistris Papaioannu, l’artista belga Jan Fabre, e Ramzi Choukair e Sulayman Al-Bassam.

Con l’intento di supportare la ripresa di un settore in grave difficoltà in quest’anno segnato dalla crisi economica indotta dal Covid-19, NTFI conferma l’attenzione e il sostegno a favore di produzioni e compagnie del territorio campano e napoletano, insieme a tante realtà del panorama nazionale.

Tra i protagonisti di questa edizione Silvio Orlando, Vinicio Marchioni, Francesco Montanari e Gianmarco Saurino, Bruno Fornasari, Andrea De Rosa, Luana Rondinelli, Antonio Piccolo, Lino Musella, Federica Rosellini, Ciro Pellegrino, Laura Angiulli, Joele Anastasi, Salvatore Ronga, Lucianna De Falco, Francesco Saponaro, Lara Sansone, Vincenzo Nemolato, Chiara Guidi, Claudio Ascoli, Marcello Cotugno, Ettore De Lorenzo, Massimiliano Gallo, Alessio Boni, Gianni Farina, Sarah Biacchi, Lina Sastri, Franca Abategiovanni, Riccardo Pippa, Corrado Ardone, Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, Federico Tiezzi eSandro Lombardi, Roberto Rustioni, Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Mario Scandale, Arturo Cirillo, Valentina Picello, Francesco Tavassi, Mariangela D’Abbraccio,  Euridice Axen, e le compagnie Anagoor, Carrozzeria Orfeo,  Casa del Contemporaneo, Nuovo Teatro Sanità, e Mutamenti/Teatro Civico 14.  

Per la sezione Musica si avvicenderanno invece Roberto De Simone, Raffaello Converso, Pippo Delbono e Enzo Avitabile, i Foja, Stefano Valanzuolo con Sarah Jane Morris e i Solis String Quartet, Massimiliano Sacchi, Maria Mazzotta, Francesco Di Cristofaro, Valerio Sgarra, Ars Nova, Ciro Riccardi, EbbaneSis, i Folkonauti, Raffaella Ambrosino, Ambrogio Sparagna con Iaia Forte, Giada Colagrande, Roberta Rossi, Ivo Parlati e Nadia Baldi, Renato Salvetti e Antonella Ippolito. Nella sezione Danza si segnala la partecipazione del coreografo francese figlio di minatori di origine italiana Alexandre Roccoli.

La collaborazione con il Teatro Stabile di NapoliTeatro Nazionale si concretizza attraverso la coproduzione di due spettacoli inseriti nella sezione Progetti Speciali del Festival con Mimmo Borrelli, Renato Carpentieri, Claudio Di Palma. Tra gli altri protagonisti della sezione del NTFI, da anni ormai terreno di sperimentazione di nuove pratiche sceniche, Roberto D’Avascio, Carlo Geltrude, Maria Rosaria Omaggio, Marco Dell’Acqua, Alberto Conejero, Davide Scognamiglio e Daniele Ciprì.

Nel Real Bosco di Capodimonte e al circolo Canottieri per lasezione SportOpera a cura di Claudio Di Palma, che propone 8 spettacoli di cui 7 in prima assoluta, si alterneranno Mariano Rigillo, Patrizio Oliva, Pino Maddaloni, Fulvio Cauteruccio, Andrea Zorzi, Beatrice Visibelli e Nicola Zavagli, Rosario Giglio, Marina Sorrenti, Chiara Baffi, Rossella Pugliese, Antonio Marfella, Paolo Cresta, Ferdinando Ceriani, Gennaro Ascione,Alfonso Postiglione.

E ancora per la sezione Letteratura, progetto a cura di Silvio Perrella, ospiti Maurizio Bettini, Daniele Ventre, Caterina Pontrandolfo, Alberto Rollo, Mimmo Borrelli, Silvia Bre, Piera Mattei, Claudio Damiani, Vincenzo Frungillo, Igor Esposito, Maria Grazia Calandrone, Sonia Gentili, Enza Silvestrini, Fiorinda Li Vigni, Mariafelicia De Laurentis, Antonio Biasiucci, Alfio Antico.

Siamo riusciti a compiere in tempi strettissimi un vero miracolo mantenendo la struttura del Festival fedele rispetto a quella iniziale”, dichiara Ruggero Cappuccio, direttore artistico del Festival.

Per il quarto anno consecutivo, in collaborazione con la Direzione regionale Musei Campania, sarà Palazzo Reale di Napoli la sede principale del Festival, luogo di assoluta centralità in città. I suoi cortili, d’Onore e delle Carrozze, e il Giardino Romantico ospiteranno spettacoli di prosa e le sezioni Cinema e Osservatorio. Con l’obiettivo di valorizzare beni architettonici e paesaggistici della Campania, la tredicesima edizione del Festival si avvarrà anche di diverse aree del Real Bosco di Capodimonte, ambientazioni che porteranno il pubblico a immergersi nella bellezza non solo del teatro, ma anche del parco cittadino.  

Tra gli altri luoghi coinvolti a Napoli, Palazzo Fondi, i cortili deipalazzi del rione Sanità, il rione De Gasperi, la spiaggia delle Monache a Posillipo (con accesso da Lido Sirena – Via Posillipo) , il Teatro di San Carlo, e il circolo Canottieri. Per la regione, invece, il Duomo e il cortile del teatro Ghirelli a Salerno, il complesso monumentale di Santa Chiara a Solofra, il Teatro Naturale di Pietrelcina, e l’Anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, altro sito della Direzione regionale Musei Campania.

Organizzare la manifestazione in questi mesi di lockdown – sottolinea il presidente della Fondazione Campania dei Festival Alessandro Barbanoè stato possibile soltanto grazie all’impegno di coloro che hanno continuato a lavorare senza sosta. A loro va il mio sincero ringraziamento”.

Anche quest’anno, prosegue la collaborazione con il maestro Mimmo Paladino, che ha creato la nuova immagine del Festival, in linea con l’identità della programmazione 2020, per il catalogo e i materiali promozionali. Si rafforza inoltre la sinergia creata tra la Fondazione Campania dei Festival e gli Istituti di cultura (Institut Français; Goethe-Institut; Istituto Cervantes; British Council). Il racconto di alcuni momenti del Festival sarà invece affidato a Rai Radio 3 e Radio CRC Targato Italia, media partner della manifestazione.

Il Napoli Teatro Festival Italia, che fa parte della rete Italia Festival e dell’EFA (European Festival Association), si pone come organismo di crescita culturale e sociale, e in tal senso favorirà la partecipazione del pubblico continuando a proporre un’oculata politica di prezzi, con biglietti popolari (da 8 a 5 euro) e agevolazioni assolute per le fasce sociali più deboli. I titoli potranno essere acquistati online sul sito www.napoliteatrofestival.it e ai botteghini allestiti nei luoghi degli eventi. Il ricavato degli spettacoli inseriti nella sezione Musica sarà devoluto in beneficenza all’Istituto nazionale tumori “Fondazione Pascale” di Napoli.