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La Cassazione risolve il caso insorto a seguito di un ricorso presentato dal figlio di Riina, Giovanni, ergastolano al 41 bis, sullo scambio di cibo tra detenuti.

Giovanni Riina, 43 anni, primo figlio maschio e secondo dei quattro figli di Salvatore Riina, sconta l’ergastolo per essere stato mandante ed esecutore degli omicidi a Corleone di Giuseppe Giammona, ucciso il 29 giugno del 1995 innanzi alla fidanzata, e poi della sorella Giovanna Giammona e di suo marito Francesco Saporito, assassinati pochi giorni dopo. Perché? Perché le vittime sono state sospettate di pedinare Giovanni Riina, tramando un rapimento. E il 22 giugno del 1995 Giovanni Riina avrebbe strangolato e ucciso “il dottore di Canicattì”, Antonino Di Caro, capo di Cosa nostra agrigentina, anche lui sospettato, ma non è vero, di avere tradito e provocato l’arresto del boss di Santa Elisabetta, Salvatore Fragapane. Adesso Giovanni Riina è stato interessato da una sentenza della Cassazione che ha sancito il divieto dei detenuti al 41 bis, appartenenti allo stesso gruppo di socialità, di scambiarsi del cibo, fosse anche solo per condividere un fugace gesto conviviale. Il ricorso è stato presentato da Giovanni Riina, ristretto al 41 bis nel carcere di Spoleto, in provincia di Perugia, in Umbria. Il figlio del “Capo dei capi” ha presentato un reclamo al Tribunale di Sorveglianza di Spoleto contro la decisione del direttore del carcere che ha vietato lo scambio di generi alimentari tra i detenuti al regime del 41 bis. Riina ha ritenuto ingiusto tale divieto ma il magistrato di Sorveglianza di Spoleto ha risposto picche. Ecco perché, tramite il suo avvocato, Giovanni Riina ha proposto un nuovo ricorso al Tribunale di Sorveglianza di Perugia che, invece, ha accolto le sue doglianze. Infatti, secondo i giudici di Perugia il no allo scambio di cibo avrebbe peccato di incostituzionalità. E il Tribunale di Sorveglianza perugino ha scritto: “Lo scambio di oggetti di modico valore, i soli consentiti dall’ordinamento, e specificamente quello di generi alimentari, non arreca un danno al soddisfacimento delle esigenze sottese al regime del 41 bis”. La palla contesa tra Spoleto e Perugia è rimbalzata in Cassazione, che ha recepito e condiviso le ragioni del direttore del carcere di Spoleto e ha ritenuto ragionevole il divieto. Infatti, secondo la Suprema Corte, che ha risolto il caso, lo scambio di oggetti non è necessario alla socializzazione e, considerando che la ragione sottesa al divieto imposto dal carcere è quella di arginare i flussi informativi tra detenuti di spicco, lo stesso divieto ben si coniuga con le esigenze proprie del regime di detenzione speciale. E i giudici della Cassazione hanno scritto: “In tema di regime detentivo differenziato, la prescrizione prevista dall’articolo 41 bis, che impone all’Amministrazione penitenziaria di adottare tutte le misure di sicurezza volte ad assicurare l’assoluta impossibilità per i detenuti di scambiare oggetti tra loro, riguarda tutti i detenuti a prescindere se appartenenti al medesimo o a diversi gruppi di socialità. L’interpretazione di questo principio non può escludere categorie di beni, nemmeno i generi alimentari. Gli stessi generi alimentari sono a disposizione di ciascun detenuto, e il loro scambio, pertanto, non è finalizzato al soddisfacimento di necessità impellenti”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

I 14 mesi del governo Lega – Movimento 5 Stelle e gli esiti in Sicilia: la ricognizione del governo del “cambiamento” è pari a zero o poco più. E la crisi peggiora le prospettive.

I 14 mesi del governo giallo-verde, i 445 giorni della premiata ditta Conte – Di Maio – Salvini, in Sicilia non hanno prodotto nulla. Altro che governo del “cambiamento”. La Sicilia del “Diventerà Bellissima” è al collasso finanziario, i cantieri sono stati e sono incompiuti, le infrastrutture sono tra le peggiori del pianeta, l’agricoltura è in crisi, uno su due giovani è senza lavoro, e l’emigrazione è in costante aumento. Il tutto adesso è aggravato dalla caduta del governo, e la Sicilia è citata dalla classe politica e dalla stampa nazionale solo quando ci si scontra sull’immigrazione clandestina, l’accoglienza ai migranti, i casi delle ong e basta. Eppure la disoccupazione complessiva è al 20%, e la percentuale è in aggravamento perché i tavoli di crisi al ministero dello Sviluppo Economico, dove è stato seduto il 5 Stelle Luigi Di Maio, sono tutti irrisolti, dalla Blutec ad Almaviva, con oltre 3mila posti di lavoro in bilico. In Sicilia le Province sono sull’orlo del precipizio del dissesto finanziario, le strade provinciali sono “trazzere” di campagna, e il ministro Danilo Toninelli, anche lui 5 Stelle, lo scorso novembre, dopo il maltempo e i morti, ha promesso la nomina di un commissario straordinario per la viabilità in Sicilia. Lui, il commissario, avrebbe dovuto sbloccare 200 milioni di euro non spesi per mancanza di progetti. Ancora 10 mesi dopo non è stato nominato nessun commissario. E Toninelli ha tagliato solo un nastro in Sicilia, il primo lotto della velocizzazione della linea ferroviaria tra Catania e Palermo. Ed è un progetto appaltato parecchi anni addietro. Toninelli, e anche Conte, sono stati spesso a Caltanissetta, ai cantieri della Cmc della strada statale 640 Agrigento – Caltanissetta e poi a Bolognetta ai cantieri della strada statale 121 Palermo – Agrigento, bloccati a causa del fallimento della Cmc di Ravenna. A giugno è stata approvata la legge “sblocca cantieri” o “salva imprese”, tramite un fondo di garanzia per pagare i creditori della Cmc che è in concordato: anche in tal caso niente di nulla, perché mancano i decreti attuativi. E i cantieri 640 e 121 sono stati nuovamente bloccati dalle imprese creditrici. E così è anche lungo l’autostrada Ragusa – Catania. Mala tempora currunt: la crisi di governo stoppa la procedura di approvazione del Piano siciliano sui rifiuti e la costruzione dei nuovi impianti per rimediare ad un’Isola che è ridotta una pattumiera e ai camion della nettezza urbana che viaggiano centinaia di chilometri per conferire nelle poche discariche a disposizione. A rischio sono anche gli accordi dello scorso dicembre tra il ministro Giovanni Tria, il presidente Nello Musumeci e l’assessore all’Economia Gaetano Armao, per trattenere maggiori risorse finanziarie in Sicilia. I decreti attuativi sono attesi entro settembre altrimenti, come conferma Armao, bisogna tagliare dal bilancio almeno 150 milioni di euro all’anno tra 2019 e 2020. Poi, l’unica notizia positiva nell’agricoltura è stato l’accordo per spedire in aereo le arance siciliane in Cina, e basta. E infine sono ormai rassegnati tanti precari siciliani della scuola che attendono i decreti di nomina per assumere servizio anche al nord dove vi sono carenze d’organico.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Depositate le motivazioni per le quali il Tribunale ha riconosciuto la pericolosità sociale del già sottosegretario agli Interni, Antonio D’Alì, imponendogli l’obbligo di dimora.

Giuseppe Graviano, da Brancaccio Palermo, boss stragista ergastolano, nel marzo del 2016 è intercettato in carcere. Lui conversa con un compagno di cella, ed entrambi sono detenuti al 41 bis. E le parole di Graviano sono: “Poi ci sono cose che io non riesco a capire. C’è quello trapanese, D’Alìa, quello con gli occhi… graziosi. Questo, con quello che cercano, guardami Umbè, sono come la…”. E Giuseppe Graviano, durante “sono come la…”, ha intrecciato le dita delle mani. Ebbene, secondo i magistrati “quello che cercano” è il latitante Matteo Messina Denaro, e il presunto stretto contatto, testimoniato dalla dita incrociate, tra l’ex senatore D’Alì e Messina Denaro, è a fondamento della pericolosità sociale del politico trapanese al quale, su proposta della Procura antimafia di Palermo, la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani ha appena imposto l’obbligo di dimora a Trapani per tre anni. Adesso sono state depositate le motivazioni, e i dettagli, del provvedimento. Antonio D’Alì per 3 anni non travalicherà i confini della città di Trapani. Rientra a casa entro le 21, e non esce prima delle ore 7 del mattino. Antonio D’Alì, in carica al Senato per 24 anni, discendente di un’antica famiglia nobiliare proprietaria della Banca Sicula e delle saline di Trapani, fedele riferimento di Silvio Berlusconi, è stato anche sottosegretario agli Interni dal 2001 al 2006. Nei terreni della sua famiglia, in contrada Zangara a Castelvetrano, ha lavorato come “campiere” don Ciccio Messina Denaro, padre del latitante Matteo. E tra le 321 pagine di motivazioni dell’obbligo di soggiorno, i giudici della sezione Misure di prevenzione, tra l’altro, scrivono: “D’Alì ha mostrato di essere a disposizione dell’associazione mafiosa Cosa Nostra e di agire nell’interesse dei capi storici, come il latitante Matteo Messina Denaro e Salvatore Riina. In quasi 30 anni è evidente come D’Alì abbia utilizzato, al fine di soddisfare gli interessi del sodalizio, la funzione di senatore. Dopo il 1994 la carica politica di D’Alì e il potere ad essa connesso ha costituito il substrato delle condotte di D’Alì. E questo speciale livello di coinvolgimento ha fatto sì che D’Alì sia stato riconosciuto come un soggetto a disposizione di Cosa Nostra e in particolare vicino a Messina Denaro”. I giudici ritengono inoltre provato il sostegno elettorale ricevuto da Antonio D’Alì ed anche l’interesse per il trasferimento dell’allora prefetto Fulvio Sodano e del capo della Squadra Mobile di Trapani, Giuseppe Linares. E il requisito necessario dell’attualità della pericolosità sociale del sorvegliato speciale sarebbe fondato sul contenuto dell’intercettazione in carcere di Giuseppe Graviano. La magistratura palermitana lavora sulla presunta pericolosità sociale di Antonio D’Alì dal maggio del 2017, il mese delle elezioni Amministrative a Trapani, quando l’ex senatore è stato candidato sindaco. Lui, Antonio D’Alì, è imputato dal 2011 per concorso esterno all’associazione mafiosa. In primo grado, in Tribunale, giudicato in abbreviato, è stato assolto, e per le condotte precedenti al 1994 è intervenuta la prescrizione. In Appello è stato assolto. Poi la Cassazione ha annullato l’assoluzione e ha rinviato il processo ad un’altra sezione di Corte d’Appello. Il secondo processo d’Appello a carico di Antonio D’Alì è attualmente in corso a Palermo, e la Procura Generale, tramite il Pg Nico Gozzo, ha ottenuto il rinnovo parziale del dibattimento e quindi la possibilità, tra le altre, di ascoltare nuovi testimoni.

Angelo Ruoppolo (teleacras)

Circa venti parenti di un paziente con sospetto ictus sfondano l’ingresso della risonanza magnetica e aggrediscono radiologo e assistente a Palermo a Villa Sofia.

“Villa Sofia, villa tinturia”, laddove “tinturia”, dal dialetto siciliano in italiano, è “monelleria”. E un gruppo di persone a Palermo, all’ospedale “Villa Sofia”, si è reso autore e protagonista di una “tinturia”. Si tratta di una ventina di parenti di un uomo di 60 anni, preda di un sospetto ictus. E’ necessario per la diagnosi certa l’esame della risonanza magnetica. Attendono e aspettano. Aspettano e attendono. Covando rabbia. Poi, ad un tratto, come al tempo degli assalti ai castelli medievali quando ci si armava con le teste di ariete, loro, i venti circa, corrono verso la porta del reparto dove è custodita la risonanza magnetica, e, patapum, sfondano l’ingresso e irrompono dentro. Poi minacciosi e bellicosi aggrediscono il medico radiologo e la sua assistente, colpevoli, secondo loro, di avere ritardato l’esame diagnostico a danno del loro familiare. Se i Carabinieri non fossero intervenuti tempestivamente, il radiologo e la sua assistente avrebbero avuto bisogno loro, poi, di parecchie risonanze magnetiche per le ferite subite. L’avvento dei militari ha provocato la fuga dei parenti terribili. Si tratta dell’ennesima aggressione contro personale sanitario in Sicilia, tra corsie e reparti di ospedali e cliniche, sempre più saloon da far west. Al sessantenne oggetto della contesa è stata subito eseguita una tac, risultata negativa, e poi, per maggiore scrupolo e attenzione, è stata preventivata una risonanza magnetica. L’uomo è stato trasportato nel reparto della risonanza, è stato accolto, e il medico radiologo ha iniziato a compilare il rituale questionario per la sicurezza del paziente, ad esempio chiedendo alla moglie se fosse a conoscenza di eventuali controindicazioni all’esecuzione dell’esame. Ebbene, tale procedura è stata ritenuta dagli aggressori una inutile perdita di tempo, e si è scatenato il putiferio. In conclusione, anche la risonanza magnetica ha escluso l’ictus cerebrale, e il sessantenne è stato ricoverato in Neurologia. La catanese Giulia Grillo dal primo giugno 2018 è ministro della Sanità del Movimento 5 Stelle, e da un anno e tre mesi è a conoscenza delle ricorrenti e gravi aggressioni in ambito sanitario, in Sicilia e ovunque. Tuttavia, adesso, nel commentare quanto accaduto a Palermo, a Villa Sofia, scade nella strumentalizzazione della crisi di governo esplosa solo lo scorso 8 agosto, e non il primo giugno 2018, e su Facebook ha scritto: “L’ennesimo (infatti ennesimo ndr) episodio di aggressione a danno di lavoratori della sanità, questa volta a Palermo, conferma l’urgenza di una legge antiviolenza. Basta Far West. Le corsie e gli ambulatori sono patrimonio di tutti i cittadini così come chi vi opera ogni giorno. Chi sta bloccando il Paese e il lavoro del Parlamento si assume anche la responsabilità di fermare questa importante legge di civiltà”. Patapum.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Trasbordati 27 sedicenti minori dalla Open Arms. Esito negativo dell’ispezione sanitaria a bordo compiuta dalla Procura di Agrigento. La Spagna offre un porto di sbarco.

La Procura della Repubblica di Agrigento ha compiuto un’ispezione sanitaria, che si è protratta oltre 3 ore, a bordo della nave della ong spagnola Open Arms, ormeggiata a poco più di cento metri dalla costa di Lampedusa e carica di 107 migranti soccorsi lo scorso primo agosto a largo della Libia. Altri 27, sedicenti migranti minorenni non accompagnati, sono stati invece trasbordati sulle motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza e condotti a terra, al molo Favarolo. Si tratta di 13 eritrei, un etiope, un nigeriano, un egiziano, 5 del Sudan, 2 del Chad, 2 del Gambia, uno del Mali, e uno del Ghana.

Tra i 27, di età dai 14 ai 17 anni, 8 hanno dichiarato dopo lo sbarco di essere maggiorenni: così ha reso noto il ministero dell’Interno. E secondo il responsabile del poliambulatorio di Lampedusa, Francesco Cascio, le condizioni di salute dei 27 sono buone, “tanto che – ha spiegato il medico ex presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana – all’arrivo in banchina sono stati visitati dallo staff medico e, non avendo alcuna patologia, sono stati condotti direttamente nell’hotspot dell’Isola”. Inoltre, dall’ispezione sanitaria a bordo della Open Arms, disposta dalla Procura di Agrigento, non sarebbero emerse particolari criticità igieniche e sanitarie tali da giustificare lo stato d’emergenza.

Nel frattempo, il premier spagnolo Pedro Sanchez ha annunciato di avere offerto il porto di Algeciras, in Andalusia, e poi la più vicina Palma di Maiorca, per lo sbarco dei migranti a bordo della nave Open Arms. E lo stesso Sanchez ha scritto su Twitter: “La Spagna agisce sempre nelle emergenze umanitarie. E’ necessario stabilire una soluzione europea, ordinata e di supporto, che guidi la sfida migratoria con i valori del progresso e dell’umanesimo dell’Unione Europea”. Roberto Gatti, presidente di Open Arms, ha risposto a Pedro Sanchez così: “Da Lampedusa ad Algeciras o a Palma di Maiorca ci sono diversi giorni di navigazione, ed è realmente inverosimile poter viaggiare con 107 persone a bordo in queste condizioni”.

Ancora nel frattempo l’Open Arms ha diffuso un messaggio e ha scritto: “Continua l’abuso di coloro i quali pretendono di coprire un fallimento politico provocando sofferenze non necessarie ai più deboli. 107 persone e 19 membri dell’equipaggio continuano a soffrire a bordo. Miserabile. Miserabile è chi utilizza 107 esseri umani ‘senza nome’ e dei volontari come ostaggi per fare propaganda xenofoba e razzista, complici tutti quelli che lo permettono e si prendono gioco del loro dolore”. E il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha replicato: “Da 18 giorni, invece di andare in un porto spagnolo, questi ‘signori’ tengono in ostaggio gli immigrati a bordo (fra cui finti malati e finti minorenni) solo per attaccare e provocare me e l’Italia. Non mi fate paura, mi fate pena. Io non mollo”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Quanto la crisi di governo incide in negativo in Sicilia? Le ripercussioni tra infrastrutture e lavoro. Gli interventi del Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Cgil.

La crisi di governo esplosa a Ferragosto compromette le già precarie prospettive di progresso economico e infrastrutturale in Sicilia. Da una parte Agrigento sorride perché il sindaco Lillo Firetto ha appena annunciato che l’Anas ha finanziato per 35mila euro il progetto preliminare per l’allestimento di una viabilità alternativa al viadotto Morandi dove, nel frattempo, ancora l’Anas ha avviato, seppur con poco slancio, i lavori di manutenzione straordinaria per il consolidamento e il recupero sicurezza. Dall’altra parte su Agrigento si addensano nubi a tempesta perché il naufragio della corazzata “Conte – Di Maio – Salvini” ritarda, come se non bastassero i ritardi pregressi, i pagamenti del decreto “salva imprese”, a danno dei cantieri stradali Agrigento – Palermo e Agrigento – Caltanissetta. Così è anche secondo i deputati regionali del Partito Democratico, Michele Catanzaro, Nello Di Pasquale, Giuseppe Arancio e Baldo Gucciardi, che denunciano: “Sarebbe gravissimo se, per alchimie e tattiche politiche di bassa lega, si sacrificasse l’aspettativa della Sicilia verso lo sblocco di opere infrastrutturali fondamentali per il rilancio dell’intera regione, mortificando i diritti di migliaia di lavoratori e di centinaia di imprese, che solo fino a pochi giorni addietro hanno gioito per l’approvazione del fondo ‘salva imprese’. Esistono opere, quali la Palermo-Agrigento, la Caltanissetta-Agrigento o la Ragusa-Catania, che non possono attendere i comodi della politica”. E sulla stessa lunghezza d’onda del Pd si sintonizza il Movimento 5 Stelle all’Assemblea Regionale che rilancia: “Le modifiche al fondo ‘salva imprese’ approvate lo scorso 6 agosto in occasione dell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri, come ad esempio l’accesso al fondo anche alle imprese non in regola con il Durc per colpa dei mancati pagamenti, avrebbero permesso un rapido pagamento delle stesse imprese in crisi e all’opera nei cantieri Cmc. E adesso invece tutto ciò è a rischio a causa della crisi di Governo”. E non solo strade: il terremoto a Roma a palazzo Chigi provoca scosse anche nel lavoro in Sicilia. Il neo segretario regionale della Cgil, Alfio Mannino, ha sollecitato la convocazione straordinaria di un Consiglio dei Ministri per scongiurare catastrofiche ripercussioni occupazionali in Sicilia. E Mannino spiega i dettagli di tali conseguenze citando alcuni esempi: “La proroga della cassa integrazione straordinaria per i 670 lavoratori della Blutec di Termini Imerese, da luglio senza alcuna protezione. Poi le stabilizzazioni dei 1.200 precari dei Comuni siciliani in dissesto. O gli oltre 5mila lavoratori Almaviva oggetto di una trattativa adesso in stop. Le sorti dei lavoratori – sottolinea il segretario della Cgil siciliana – non possono essere ostaggio delle dinamiche e dei giochi della politica. Nel tritacarne di una politica che non pensa più agli interessi della collettività stanno finendo tante vertenze in Sicilia. I tempi della crisi non sono compatibili con quelli di un’altra crisi, più seria e drammatica, che è quella del Mezzogiorno e della Sicilia in particolare”.

Angelo Ruoppolo (teleacras)

Scontro tra i ministri Salvini e Trenta sul divieto di ingresso in acque italiane della Open Arms. La nave della Ong spagnola è a Lampedusa dopo quanto disposto dal Tar.

Il Tribunale dei Minori di Palermo ha invitato a rendere spiegazioni i ministri Matteo Salvini, Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli che hanno firmato il divieto d’ingresso nelle acque italiane per la nave della Ong spagnola Open Arms. A fronte di un ricorso della Ong, i giudici hanno risposto scrivendo: “Le convenzioni internazionali a cui l’Italia aderisce impongono il divieto di respingimento alla frontiera o di espulsione dei minori stranieri non accompagnati. E sono diritti elusi se i minori continuano a rimanere a bordo della nave in una condizione di disagio fisico e psichico. Tra l’altro, sono a bordo di una nave in prossimità del limite delle acque territoriali italiane e, dunque, in una situazione che equivale ad un respingimento o diniego di ingresso ad un valico di frontiera”.
Ebbene, adesso il Tar del Lazio, verosimilmente anche in ragione di quanto sostenuto dal Tribunale dei Minori di Palermo, ha disposto la sospensione del divieto d’ingresso nelle acque territoriali italiane. E la Open Arms, carica dallo scorso 2 agosto di 147 naufraghi tra cui 32 minori, scortata da due navi della Marina Militare Italiana inviate dalla ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha valicato il valico di frontiera, è entrata in acque italiane e si è posizionata a ridosso di Lampedusa, in località Cala Francese, a poche centinaia di metri dalla costa.
E i responsabili della Ong spagnola hanno commentato: “Siamo lieti di constatare come, ancora una volta, dopo il Tribunale per i Minori, anche il Tar abbia ritenuto di dovere intervenire per tutelare la vita e la dignità delle persone, e abbia riconosciuto le ragioni della nostra azione in mare, ribadendo la non violabilità delle convenzioni internazionali e del diritto del mare”. Nel frattempo il “braccio di ferro” non si è concluso, anzi tutt’altro: Matteo Salvini ha rinnovato il provvedimento di divieto di ingresso in acque italiane, e il ministero dell’Interno proporrà ricorso urgente al Consiglio di Stato, ovvero l’organo di giustizia amministrativa di secondo grado, contro quanto disposto, in primo grado, dal Tar del Lazio che ha sospeso il divieto di ingresso in acque italiane della Open Arms.
E dal ministero di Salvini ribadiscono: “Open Arms si è trattenuta in acque libiche e maltesi, ha anticipato altre operazioni di soccorso e ha fatto sistematica raccolta di persone con l’obiettivo politico di portarle in Italia”. E ancora nel frattempo è scontro tra Matteo Salvini ed Elisabetta Trenta, perché la ministro Trenta, del Movimento 5 Stelle, non ha firmato il nuovo provvedimento di divieto di ingresso emesso da Salvini. La Trenta ha spiegato: Ho preso questa decisione, motivata da solide ragioni legali, ascoltando la mia coscienza. Non dobbiamo mai dimenticare che dietro le polemiche di questi giorni ci sono bambini e ragazzi che hanno sofferto violenze e abusi di ogni tipo. La politica non può mai perdere l’umanità . Per questo non ho firmato”. E Salvini ha replicato: “Umanità non significa aiutare trafficanti e Ong. Per me umanità significa investire seriamente in Africa e non certo aprire i porti italiani”.

Ferragosto tra modifiche al traffico, divieti, accorgimenti, controlli per ordine pubblico e sicurezza, assistenza sanitaria e logistica. I dettagli.

Signori “Ferragostani” che desiderate “Ferragostare” ad Agrigento: oggi 14 agosto 2019, vigilia di Ferragosto, a San Leone, al mare, è bene che siate a conoscenza che il Viale delle Dune è percorribile a senso unico, in direzione est, già dalle ore 9 del mattino, e che dalle ore 16 del pomeriggio è chiuso in entrambe le direzioni. Se intendete trasportare clandestinamente tende, legna e barbecue, rinunciate: infatti, all’ingresso del Viale delle Dune sono a lavoro le pattuglie delle forze dell’ordine, affinchè siano rispettate le ordinanze del Sindaco e del Questore, che vietano gli accampamenti in tenda e il fuoco. No tenda e no falò: recatevi in spiaggia magari solo con una chitarra, così ve la suonate e ve la cantate, e, se proprio non resistete alla voglia di fuoco, incendiate la chitarra. E non progettate di emigrare altrove, perché sull’intera costa agrigentina sono stati imposti gli stessi divieti, a difesa dell’ambiente, a garanzia della sicurezza pubblica, e a tutela della pubblica decenza. Poi altro oggetto bandito severamente è il vetro, bicchieri e bottiglie, e, ovviamente, l’alcol alla guida. Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, Polizia Municipale e Polizia Provinciale saranno schierate come un esercito in guerra, e i controlli, soprattutto a prevenzione di incidenti stradali o di omicidi stradali, saranno serrati, e gli interventi implacabili contro i trasgressori. Guardia Costiera, Guardia Forestale, Vigili del fuoco e Protezione civile sono in stato di allerta: attenzione e vigilanza senza sosta. Il 118 assicura il prezioso, efficace e puntale servizio che gli si riconosce. Se è necessario, non telefonate a 112, 113, 115, 117 ma solo al 112, adesso numero unico per allarme ed emergenza. Massicciamente presidiato sarà il litorale tra Porto Empedocle e Realmonte. Al Commissariato di Porto Empedocle sono state concordemente tracciate le linee di azione lungo tale affollato tratto di costa, che è la strada provinciale numero 68, tra le spiagge di Punta Grande e Capo Rossello. Più in particolare, il gruppo della Protezione civile della Provincia di Agrigento ha attivato un presidio sanitario lungo la stessa strada provinciale 68, nei pressi del locale Kaeso, con il supporto della Croce Rossa Italiana, che ha offerto a disposizione un’ambulanza. Sono in corso due turni di assistenza con complessivi sei operatori. Ultima annotazione: lungo la provinciale 68, dalle ore 10 del mattino di oggi fino alle ore 4 di domani mattina, è senso unico di marcia, da Porto Empedocle verso Realmonte.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

 

Elaborata la media di cinque istituti di rilevazioni statistiche sul voto alle elezioni Politiche anticipate: maggioranza assoluta al centrodestra unito anche in Sicilia. I dettagli.

La crisi di governo, e l’eventuale voto anticipato: Matteo Salvini è forte dei sondaggi, e i numeri confermano che se si votasse subito, senza melina a centrocampo, la Lega sfonderebbe il 38%. E il centrodestra unito, dunque Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, otterrebbe oltre il 50%, la maggioranza assoluta, sia dei voti che dei seggi alla Camera e al Senato. E così sarebbe anche in Sicilia, dove tutti i collegi uninominali maggioritari sarebbero conquistati dal centrodestra unito, laddove poco tempo addietro, il 4 marzo del 2018, data delle scorse elezioni Politiche, sono stati tutti espugnati dal Movimento 5 Stelle. E i grillini, ancora se si votasse adesso, subirebbero più del dimezzamento del loro consenso elettorale, dal 34% del 4 marzo del 2018 al 16,5% oggi. E positiva, a conferma del successo alle scorse Elezioni Europee del 26 maggio, è la percentuale stimata di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni: l’8%. E’ invece stabile Forza Italia, al 6,5%. Dall’altra parte della barricata, il Partito Democratico di Nicola Zingaretti vola a quota 23% dei consensi. Deludenti sono invece le percentuali degli altri partiti che compongono l’attuale ventaglio parlamentare, e che sarebbero tutti lontani dalla soglia di sbarramento per l’ingresso in Parlamento. Ricapitolando, secondo Youtrend, che comprende le rivelazioni di cinque diversi istituti di statistica (Demopolis, Euromedia, Ipsos, SWG e Tecnè), il centrodestra unito otterrebbe oltre i due terzi del Parlamento, 416 seggi alla Camera e 210 al Senato, ovvero una maggioranza schiacciante in entrambe le Camere, molto più ampia di quanto Berlusconi ottenne nel 2001. Poi il Partito Democratico 119 deputati e 57 senatori, ed il Movimento 5 Stelle 81 deputati e 40 senatori. Gli altri partiti, sotto il 3%, non entrerebbero né a Montecitorio né a Palazzo Madama. Poi, altra prospettiva: se la Lega si presentasse da sola alle urne, senza Berlusconi e Giorgia Meloni, otterrebbe 283 seggi alla Camera e 143 seggi al Senato: in entrambi i casi sarebbero troppo poco perché il partito governi da solo. E poi, ultima prospettiva: se la Lega si alleasse solo con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni il risultato sarebbe la conquista di una maggioranza piuttosto ampia, ma non al punto da raggiungere i due terzi dei seggi. Tale coalizione sovranista otterrebbe infatti 353 seggi alla Camera e 181 seggi al Senato.

Angelo Ruoppolo (teleacras)

 

Su proposta della Procura antimafia di Palermo, la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani impone l’obbligo di dimora per tre anni ad Antonio D’Alì.

Secondo la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Trapani, presieduta dalla giudice Daniela Troja, l’ex senatore Antonio D’Alì è socialmente pericoloso. E pertanto è obbligato a dimorare a Trapani per tre anni, a fronte dei cinque anni proposti dalla Procura antimafia di Palermo tramite il pubblico ministero Pier Angelo Padova. E la magistratura palermitana lavora sulla presunta pericolosità sociale di Antonio D’Alì dal maggio del 2017, il mese delle elezioni Amministrative a Trapani, quando l’ex senatore è stato candidato sindaco. Lui, Antonio D’Alì, è imputato dal 2011 per concorso esterno all’associazione mafiosa. In primo grado, in Tribunale, giudicato in abbreviato, è stato assolto, e per le condotte precedenti al 1994 è intervenuta la prescrizione. In Appello è stato assolto. Poi la Cassazione ha annullato l’assoluzione e ha rinviato il processo ad un’altra sezione di Corte d’Appello. Secondo i giudici della Cassazione, nel pronunciare la sentenza di assoluzione “è stato illogicamente ed immotivatamente svalutato il sostegno elettorale di Cosa Nostra a D’Alì”. Il secondo processo d’Appello a carico di Antonio D’Alì è attualmente in corso a Palermo, e la Procura Generale, tramite il Pg Nico Gozzo, ha ottenuto il rinnovo parziale del dibattimento e quindi la possibilità, tra le altre, di ascoltare nuovi testimoni. A D’Alì si contesta di “avere contribuito al rafforzamento di Cosa Nostra anche intrattenendo rapporti diretti o mediati con esponenti di spicco come il latitante Matteo Messina Denaro e il padre Francesco, morto da latitante nel 1998”. Nel motivare la pericolosità sociale di Antonio D’Alì, la Procura di Palermo, tra l’altro, ha ricordato che il padre di Matteo Messina Denaro, Francesco, è stato “campiere” nei terreni di D’Alì in contrada Zangara a Castelvetrano. Poi i presunti incontri d’affari tra Antonio D’Ali e il già inquisito per mafia Girolamo Scandariato, figlio del boss di Calatafimi. E poi un’intercettazione in carcere, il 18 marzo del 2016, in cui Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio, ha parlato di un “senatore D’Alia legato a un latitante che stanno cercando”. L’avvocato Arianna Rallo, difensore di D’Alì, così ha commentato l’applicazione della misura preventiva personale al suo assistito: “Mi lascia certamente sgomenta e perplessa la decisione di accoglimento della proposta avanzata dalla Procura nei confronti del signor D’Alì, per il semplice fatto che una lettura attenta e completa di tutte le prove documentali e testimoniali di persone altamente qualificate, offerte al Tribunale a fronte di illazioni e congetture di pentiti sedicenti, già delinquenti che continuano a delinquere, avrebbe dovuto indurli ad una diversa valutazione. L’assoluta estraneità del signor D’Alì dai fatti contestatigli sarà fatta valere con il ricorso in appello”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)