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Il Tribunale di Messina archivia l’inchiesta bis sul fallito attentato al presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci. Sconfessate le conclusioni dell’Antimafia di Fava.

Si è conclusa con l’archiviazione l’inchiesta bis sull’attentato fallito all’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci. Ad indagare è stata la Procura della Repubblica di Messina che ha acquisito la relazione della Commissione regionale antimafia, presieduta da Claudio Fava. La Commissione ha approfondito quanto accaduto la notte dell’agguato tra il 17 e il 18 maggio del 2016 sollevando alcune perplessità, e ritenendo che l’ipotesi del fallito attentato mafioso fosse la meno plausibile. Nell’archiviare tale inchiesta bis, la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Messina, Simona Finocchiaro, tra l’altro ha scritto: “Sebbene le indagini non abbiano consentito di risalire agli autori dell’attentato, alle sue modalità, al movente, la conclusione raggiunta dalla Commissione antimafia appare preconcetta e comunque non supportata da alcun dato probatorio”. E poi la Finocchiaro aggiunge: “Eventuali illazioni sul coinvolgimento di Antoci e degli uomini della sua scorta, o ancora dei poliziotti Manganaro e Granata, appaiono pure elucubrazioni mentali non corroborate da alcun dato probatorio”. E’ stato il Tribunale ad accogliere la richiesta d’archiviazione della Procura, e, infatti, la Gip scrive: “L’attento esame delle criticità rilevate dalla Commissione, non ha tuttavia fornito alcun valido spunto investigativo, e il Tribunale ritiene che le conclusioni cui è giunta la Procura meritino accoglimento”. Sono state tre le ipotesi prospettate dalla Commissione regionale antimafia sul fallito attentato ad Antoci: un attentato mafioso fallito, oppure un atto puramente dimostrativo, oppure una simulazione. E la Commissione ha sottolineato che “delle tre ipotesi formulate, il fallito attentato mafioso con intenzioni stragiste appare la meno plausibile”. Dunque, i Commissari hanno auspicato che si indagasse ancora. E così è stato. La Procura di Messina, competente per territorio, ha approfondito a sua volta le conclusioni della Commissione di Claudio Fava e ha riavviato l’inchiesta. Adesso in archivio.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Riflessioni di Nino Di Matteo sul perché dell’ultraventennale latitanza di Matteo Messina Denaro. E sul 41 bis: “Non è una misura afflittiva ma preventiva”.

Il magistrato Nino Di Matteo rilancia e spiega ancora meglio, ancora al microfono del Tg2 Post, il come la ultraventennale latitanza di Matteo Messina Denaro sia favorita anche dal suo potere di ricatto perché tra gli ultimi custodi dei segreti del periodo delle stragi tra il ’92 e il ’94. E Nino Di Matteo afferma: “Matteo Messina Denaro è stato uno degli strateghi delle bombe del ’93, tra Roma, Firenze e Milano, che non sono tipiche di mafia. Il pentito Gaspare Spatuzza diceva ‘quei morti non ci appartengono’. Sono bombe di dialogo e di ricatto. Chi è custode di questi segreti è in grado di esercitare questo ricatto. Ci sono collaboratori di giustizia come Antonino Giuffrè che dice che Messina Denaro è in possesso di documenti di Riina che non sono stati pervenuti dal covo di Riina perché, ormai è storia, quel covo non venne mai perquisito”. E poi ancora, ancora parole di Di Matteo: “Cosa nostra è l’unica organizzazione al mondo che è riuscita a concepire stragi, centinaia di omicidi eccellenti tra magistrati uomini delle forze dell’ordine, politici, sindacalisti, predetti e giornalisti. Questo perché Cosa Nostra è la più politica tra le organizzazioni mafiose. E’ quella che ha avuto sempre la maggior capacità di intessere rapporti col potere e di sfruttarli a proprio favore. E’ quella che ha avuto la maggior capacità di condizionare scelte politiche nazionali. Basta pensare alle sentenze del processo Andreotti e del processo Dell’Utri e quella di primo grado del processo trattativa Stato-mafia”. Poi Nino Di Matteo conclude sul 41 bis, il regime carcerario duro, il cui “alleggerimento” sarebbe stato conteso nella presunta trattativa Stato – mafia, e che recentemente è stato anche oggetto di rimproveri all’Italia da parte della Cedu, la Corte europea per i diritti umani. E Di Matteo replica così: “Certo è che le stragi, e quei delitti avvenuti tra il 1992 ed il 1994, secondo quanto affermato da diversi collaboratori di giustizia, avevano tra gli obiettivi anche quello di portare ad un alleggerimento del cosiddetto 41 bis, il carcere duro. E’ un regime detentivo speciale che negli ultimi anni è finito nel mirino della Corte Europea di Strasburgo. Con tutto il rispetto per le Corti europee, io credo che quelle pronunce abbiano un problema di fondo. Il 41 bis non è una misura afflittiva. E’ una misura di prevenzione, per prevenire il pericolo che il capo mafia detenuto continui a comandare. Il 41 bis è stato importantissimo ed ha evitato sicuramente altre morti. Probabilmente deve essere meglio applicato nei confronti di chi veramente comanda, non con una misura di ulteriore afflizione. Mai bisogna pensare che lo Stato si debba accanire contro i detenuti. Ma deve essere uno strumento di prevenzione. Purtroppo negli ultimi anni, per delle carenze strutturali del sistema carcerario e con esse la carenza di uomini e mezzi, possiamo dire che l’applicazione del 41 bis è stata annacquata”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Riflessioni di Nino Di Matteo sulle indagini relative al periodo stragista di Cosa Nostra, la trattativa e la latitanza di Messina Denaro. I dettagli.

Il 28esimo anniversario della strage di Via D’Amelio è stato celebrato, i processi Borsellino Quater e sul depistaggio delle indagini dopo l’attentato al giudice Paolo Borsellino sono in corso, e Nino Di Matteo, magistrato non bisognevole di alcuna presentazione, svolge delle riflessioni, rilanciate al microfono del Tg2 Post, e che sono meritevoli di attenzione. Nino Di Matteo difende e sostiene innanzitutto il lavoro inquirente e investigativo svolto, e le sue parole sono: “Dopo gli iniziali depistaggi ed errori, già dal 1995 e dal 1996 le indagini dei processi hanno consentito di accertare passaggi importanti. I processi ci consentono oggi di dire che la strage di via D’Amelio è stata una strage di mafia, ma non solo. E per colmare questi buchi di verità, dando un nome e cognome a quegli uomini estranei a Cosa Nostra che hanno compartecipato all’organizzazione, e probabilmente alla stessa esecuzione della strage, dobbiamo concentrarci su due fattori: capire perché improvvisamente, nel giugno del ’92, rispetto a un progetto assolutamente generico di uccidere il dottor Borsellino, viene accelerata da Salvatore Riina questa volontà di eliminare subito il magistrato. E poi dobbiamo inquadrare quella strage in un contesto più ampio di sette stragi che hanno caratterizzato il biennio del 1992-1994. Dobbiamo cercare di capire quale fu la strategia di Cosa Nostra e mi sento di dire, sulla base della mia conoscenza degli atti dei processi, non soltanto di Cosa Nostra”. Poi Nino Di Matteo risponde alla domanda perché, dopo il fallito attentato allo stadio Olimpico del gennaio 1994, cessano le stragi. Le sue parole: “Sappiamo dai processi che Cosa Nostra con la strategia stragista intendeva seguire una strategia politica: creare nuovi referenti politici, minacciare lo Stato perché qualcuno si facesse avanti per dialogare. Purtroppo dopo la strage di Capaci, e prima di quella di via D’Amelio, mentre Paolo Borsellino andava coscientemente ed eroicamente contro la morte, uomini dello Stato, tramite Vito Ciancimino, contattarono Riina per capire cosa volesse in cambio per abbandonare quella scia di omicidi eccellenti inaugurati col delitto Lima. Bisogna capire perché, dopo il fallito attentato all’Olimpico già pronto con tutti i particolari esecutivi, quell’attentato non venne ripetuto. Siamo subito dopo il 23 gennaio ’94, qualche mese prima delle elezioni del marzo ’94 che cambiarono lo scenario politico. E’ molto importante capire perché non venne portata avanti quella strategia. Da un punto di vista di Cosa Nostra possiamo dire che prevalse l’ala di Provenzano, che da qualche tempo propugnava la teoria del dialogo con lo Stato e l’inabissamento promuovendo il dialogo attraverso una nuova forma di accreditamento nei confronti di referenti politici”. Poi, infine, la domanda su Matteo Messina Denaro, e la sua ultraventennale latitanza. E Nino Di Matteo risponde: “27 anni di latitanza non possono essere soltanto il frutto dell’abilità del fuggiasco che si sottrae alla cattura. Così come è stato per Bernardo Provenzano, che è stato latitante per 43 anni, io mi sento di dire che una latitanza così lunga la si può giustificare solo con coperture istituzionali e forse anche politiche. E’ gravissimo che lo Stato italiano non riesca dopo 27 anni a consegnare alla giustizia un soggetto condannato come uno dei principali ispiratori delle stragi del ’93 che portarono addirittura l’ex presidente del consiglio Ciampi a temere che fosse in atto un golpe. E’ grave ancor di più questa latitanza perché Messina Denaro è certamente custode dei segreti della campagna stragista del ’93 che lo rendono in grado purtroppo di poter esercitare ancora un potere di ricatto nei confronti delle istituzioni. Ecco perché sarebbe un bel segnale se Messina Denaro, condannato per le stragi del ’93, venisse catturato. Messina Denaro è uno di quelli che indica al commando di uomini d’onore che si spostarono a Roma, Firenze e Milano quali obiettivi colpire”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il sindaco Orlando si ritiene responsabile e chiede scusa alla città per i danni della bomba d’acqua, ma accusa Regione e Protezione civile.

Dopo il nubifragio che si è abbattuto disastrosamente su Palermo, il sindaco Leoluca Orlando contrattacca. Le sue parole: “ Chiederemo che si apra un’inchiesta della Procura della Repubblica e della Corte dei Conti”. Non vi sono state vittime e feriti. Bene. Per fortuna. Orlando però punta il dito contro la Regione che lo ha spogliato delle competenze per il dissesto idrogeologico. E contro la Protezione civile che non ha lanciato l’allerta meteo. Le sue parole: “Il Comune di Palermo non ha nessuna competenza perché dal 2014 è stata avviata una progressiva spoliazione delle competenze comunali. Inoltre, per quanto riguarda gli interventi fognari, nel 2014 erano pronti i progetti per gli interventi che riguardavano alcune opere, ma la Regione non ha disposto il decreto di finanziamento. Chiederò un incontro al più presto con il governo nazionale ed il governo regionale che hanno avocato a sé da 6 anni le competenze in questa materia per chiedere conto e ragione del perché le opere non sono state fatte. L’ho chiesto più volte in questi anni. Ho anche fatto una denuncia nel 2015 alla Procura della Corte dei Conti ritenendo illegittimo questo commissariamento per il dissesto idrogeologico. Quanto accaduto dimostra l’inefficienza dei commissari che usano il titolo di commissario per mettersi il biglietto da visita”. Poi Orlando interviene sull’allerta meteo. Le sue parole: “Siamo stati in presenza di una precipitazione assolutamente straordinaria, oltre un metro di acqua in due ore scarse, che sono credo quasi quanto si registra in un anno a Palermo. Una vera e propria bomba d’acqua senza che vi fosse, come dovrebbe avvenire normalmente, un’allerta. Anzi, alle ore 16.25 la Protezione civile regionale comunicava segnale verde in miglioramento. Voi sapete che in ragione di quello che indica la Protezione civile regionale scatta un Piano che impone alcuni adempimenti a carico dei soggetti di riferimento, che sono le Forze dell’Ordine, la Polizia municipale, l’Amministrazione comunale e l’Amap. Questo non è scattato perché l’allarme ce lo siamo dati da soli, nel senso che, di fronte a questa precipitazione atmosferica assolutamente inaudita, c’è stata l’allerta immediata che si è organizzata ovviamente non in maniera preventiva, adeguata così come sarebbe stato se l’allarme fosse avvenuto. Si tratta di una comunicazione che non c’è stata”. Sono responsabili solo gli altri? “No – risponde il sindaco – il responsabile è il sindaco della città e io rispondo di fronte ai cittadini per i disagi che hanno subito. E chiedo scusa”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

A fronte dell’intervento di Claudio Fava, il presidente Musumeci interviene nel merito dell’ordinanza migranti e covid. E il ministero prospetta 10mila arrivi.

Quando si promulgano delle leggi solitamente si ricorre ai decreti attuativi, ovvero alla normativa di attuazione, sul come attuare la legge. E così il presidente della Regione, Nello Musumeci, dopo avere emesso l’ordinanza su migranti e covid, adesso spiega meglio il contenuto del provvedimento che impone la quarantena per i migranti sulle navi per la quarantena e non a terra. Musumeci è intervenuto anche, e forse soprattutto, a seguito di quanto dichiarato dal presidente della Commissione regionale antimafia, Claudio Fava, che ha dichiarato: “Come insegna la migliore tradizione della peggiore destra, il presidente della Regione Musumeci instilla la paura verso i migranti per nascondere ritardi e inefficienze del suo Governo. Non vi è alcun controllo sui turisti in arrivo, nessuna strategia di prevenzione, pochissimi tamponi… Paradossalmente sono proprio i migranti gli unici ad essere correttamente e tempestivamente monitorati e sottoposti a test. Eppure sono presentati come gli untori mentre niente sappiamo di chi sta arrivando in Sicilia da zone d’Italia e d’Europa con alti indici di contagio.” E Nello Musumeci ribatte così: “Non abbiamo bloccato alcunché, ma abbiamo soltanto preteso che da parte dello Stato sia fissato un protocollo, d’accordo con la Regione, per gestire questa fase assai difficile. Pensate che al ministero dell’Interno si parla di oltre 10mila migranti che potranno sbarcare nelle prossime settimane sulle coste della nostra isola. Ma stiamo scherzando? Il problema è salvaguardare la salute dei siciliani e dei migranti che, invece, finora, sono stati sballottati da un posto all’altro dell’isola e dell’Italia senza essere stati sottoposti al test sierologico o al tampone. Non è possibile: abbiamo il dovere di stabilire regole, non si può lavorare e vivere con l’improvvisazione. Stiamo gestendo un fenomeno assai complesso: siamo al centro di una pandemia, della quale mi sembra che Roma non ha ancora preso sufficientemente atto. La mia ordinanza serve a fissare alcuni criteri. Basta telefonate sotto banco o tacite intese. La Regione Siciliana ha finora approntato tutto quello che avrebbe dovuto approntare lo Stato, e non abbiamo difficoltà a continuare a farlo. Ma lo si faccia alla luce del sole, fissando ‘chi’ deve fare ‘cosa’. Poca arroganza da parte di Roma, e finiamola di trattare la Sicilia come se fosse una colonia. Se serve siamo pronti al confronto, coi ministeri dell’Interno e della Sanità. Lo ripeto: noi siamo per il dialogo, ma che sia improntato al rispetto reciproco dei ruoli istituzionali e, soprattutto, all’obiettivo principale che è tutelare la salute dei siciliani e dei migranti, evitare conflitti con le popolazioni locali e non mettere in difficoltà i sindaci, che fanno buon viso a cattivo gioco, e tutto quello che può derivare anche sul piano economico”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Stato d’allerta del ministero dell’Interno sui flussi di migranti clandestini e il rischio importazione covid. I casi Porto Empedocle e Pozzallo. I dati sugli sbarchi a confronto.

La ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ribadisce che per contenere il numero dei migranti da sottoporre a quarantena occorre un’altra nave. E che, in mancanza, i positivi al covid saranno accolti a terra, in strutture che offrano garanzie di isolamento, come le caserme e gli ospedali militari, in collaborazione con il ministero della Difesa. E la ministro Lamorgese rassicura così: “Continua ad essere rivolta la massima attenzione per la tutela della sicurezza sanitaria dei cittadini in particolare in quelle regioni, come la Sicilia e la Calabria, che in questo momento sono più esposte agli sbarchi autonomi dei migranti”.

Attualmente vi è una nave da crociera a Porto Empedocle, la “Moby Zazà”, che ospita anche migranti contagiati. La concessione, che costa 1 milione e 200mila euro più Iva per 30 giorni, è in scadenza ed è stata prorogata per altri 10 giorni in modo da consentire la conclusione del periodo di quarantena per le persone a bordo. Poi servirà una nuova nave, da dislocare tra Sicilia e Calabria, per accogliere gli eventuali positivi che sbarcheranno nei prossimi giorni. La ricerca non è facile. Per il periodo estivo le navi sono quasi tutte già impegnate. E poi servono tipologie di navi adatte, con spazi e presidi sanitari adeguati. Alla prima gara non si è presentato nessun offerente. Adesso il ministero dell’Interno ne ha bandita un’altra con procedura d’urgenza, che prevede la presentazione delle offerte entro le ore 24 di domani giovedì 16 luglio. Nel frattempo il numero dei migranti sbarcati in Italia aumenta vertiginosamente, e si tratta soprattutto di sbarchi autonomi, non con le ong ma con gommoni, barchini e barconi allestiti dai trafficanti per lo più sulla rotta tunisina. Dal primo gennaio a oggi sono 8.988 i migranti sbarcati sulle coste italiane.

Nello stesso periodo dell’anno scorso 2019 sono stati 3.165. E tra l’1 gennaio e il 13 luglio del 2018 sono stati 17.296. Quest’anno il picco di arrivi si è registrato nell’ultimo fine settimana con 701 sbarcati venerdì, 357 sabato e 198 domenica. Degli 8.988 giunti a terra quest’anno 2020, secondo quanto dichiarato al momento dello sbarco, il 26% proviene dalla Tunisia, il 19% dal Bangladesh, il 9% dalla Costa d’Avorio, il 5% dall’Algeria, il 5% dal Sudan, il 4% dal Marocco, il 3% dalla Guinea, il 3% dalla Somalia e il 2% dal Pakistan. I minori stranieri non accompagnati sbarcati nel 2020, fino al 7 luglio scorso, sono 1.077, a fronte dei 1.680 approdati in tutto il 2019. La ministro Lamorgese è attesa in visita ufficiale a Tripoli in Libia domani, e prossimamente raggiungerà anche la Tunisia, ovvero i primi due porti di partenza delle carrette del mare, per tentare di frenare i flussi di migranti preda dei trafficanti.

Ancora nel frattempo, la ministro dell’Interno ha ricevuto a Roma il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna, dopo che nella città in provincia di Ragusa sono stati destinanti 11 migranti asiatici positivi al covid. La ministro ha ribadito al sindaco Ammatuna che il governo è impegnato a rafforzare tutte le misure necessarie per rassicurare anche la sua comunità sui rischi sanitari legati alla presenza sul territorio di strutture di accoglienza per persone risultate positive al covid 19. Presto la ministra ricambierà la visita a Pozzallo.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

La Corte d’Assise d’Appello al processo “trattativa” dichiara prescritto il reato di calunnia di Massimo Ciancimino a danno di Gianni De Gennaro. I dettagli.

Lui è Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, che Giovanni Falcone ha sempre ritenuto “il più pericoloso” perché – sono parole di Falcone – “Vito Ciancimino è il più mafioso dei politici, ed è il più politico dei mafiosi”. Il 20 aprile del 2018, al processo di primo grado sulla presunta “trattativa” tra Stato e mafia all’epoca delle stragi tra il 1992 e il ‘94, la Corte d’Assise di Palermo, tra gli altri, ha condannato Massimo Ciancimino a 8 anni di reclusione per calunnia a danno dell’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Adesso, ancora a Palermo, al processo di secondo grado sulla presunta “trattativa”, la Corte d’Assise d’Appello, presieduta dal giudice Angelo Pellino, ha dichiarato prescritto il reato di calunnia contestato a Massimo Ciancimino. Secondo la corte il reato si sarebbe prescritto il 2 aprile 2018, prima dunque della sentenza di primo grado emessa 18 giorni dopo, il 20 aprile. Pertanto, l’intervenuta prescrizione annulla la condanna. Già durante il processo di primo grado a favore di Massimo Ciancimino è stato dichiarato prescritto anche il secondo capo d’imputazione, ovvero il concorso esterno in associazione mafiosa, perché risalente a non oltre il gennaio 1993, ossia il periodo dell’arresto di Riina. Prosegue, invece, il processo a carico degli altri imputati: i boss Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, gli ex Carabinieri del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno. Quale è stata la calunnia, ovvero l’accusare qualcuno sapendolo innocente, di Massimo Ciancimino a danno di Gianni De Gennaro? Ciancimino ha sostenuto che De Gennaro abbia veicolato informazioni riservate a suo padre Vito Ciancimino tramite il conte Romolo Vaselli, imprenditore edile, ritenuto un prestanome dell’ex sindaco mafioso di Palermo. E non solo. De Gennaro sarebbe stato calunniato da Massimo Ciancimino perché lui, Ciancimino, confidenzialmente ad un funzionario della Dia nissena avrebbe indicato Gianni De Gennaro come il “signor Franco o Carlo”, ovvero il misterioso personaggio, una sorta di agente segreto in contatto con Cosa Nostra, e che più volte si sarebbe recato a casa di Ciancimino per incontrare Vito. In estrema sintesi, la Corte d’Assise che ha emesso la sentenza di primo grado, presieduta dal giudice Alfredo Montalto, nell’assolvere Massimo Ciancimino per prescrizione dall’imputazione del concorso esterno alla mafia lo ha ritenuto inattendibile, ha bollato la sua testimonianza come avente un valore assolutamente neutro, e sul papello, se esiste, non è – secondo i giudici – quello consegnato da Ciancimino ai magistrati.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Dopo le centinaia di migranti sbarcati e il blitz di Musumeci e Razza, a Lampedusa si invoca la dichiarazione dello stato di calamità dal governo Conte. I dettagli.

A Lampedusa si invoca lo stato di calamità. L’hotspot in contrada Imbriacola adesso ospita circa 200 migranti. Altri 250 sono partiti con un traghetto e altri cento con le motovedette, tutti con destinazione Porto Empedocle. Si tratta pertanto di 350 persone in meno. In occasione del blitz sull’isola di Musumeci e Razza non appena oltre 700 migranti sono giunti a terra, il sindaco Tiotò Martello ha riferito: “Con Musumeci abbiamo concordato sulla necessità di proclamare lo stato di calamità di Lampedusa. Oltre alla questione dei migranti ci sono i problemi delle imbarcazioni attraccate al molo Favaloro che inquinano, o che con il maltempo rompono gli ormeggi e danneggiano le barche dei pescatori. Poi le imbarcazioni affondate e infine l’invasione nelle acque nazionali, entro le 12 miglia, di ciprioti, libici, tunisini: non si pesca più perché non c’è più nessun controllo delle acque territoriali. A questo aggiungiamoci la crisi economica da covid, i divieti di vendita del pesce e allora perché il Governo non proclama lo stato di calamità che chiediamo?” Ecco l’interrogativo di Martello rivolto a Musumeci e a Razza. E il presidente della Regione ha rilanciato così: “Decine di sbarchi in poche ore con l’arrivo di centinaia di migranti a Lampedusa: è una condizione assolutamente insostenibile. Il consiglio comunale e il governo regionale hanno chiesto a Roma la proclamazione dello stato di emergenza. Ci sono problemi sanitari, sociali ed economici. Abbiamo bisogno di risposte immediate: Lampedusa non può diventare una terra di frontiera. Finora è stata la Regione sostanzialmente a intervenire per colmare le lacune dello Stato. Ma riteniamo che il fenomeno degli sbarchi debba essere al centro dell’attenzione del governo nazionale. Bisogna evitare che passi l’idea che Lampedusa o la Sicilia siano considerate come un campo profughi. Se il premier Conte non darà risposte immediate saremo noi a ricordare a Roma quali sono le vocazioni di una terra come Lampedusa e la Sicilia che guardano a ben altre prospettive. Il dramma dei migranti non può pesare soltanto su una città o su una regione. L’ Europa, la cinica Europa, farebbe bene a svegliarsi e uscire dal ruolo dell’ipocrisia, che recita ormai da tanto, troppo tempo. Questo fenomeno degli sbarchi che assume dimensioni assolutamente disarmanti non può essere scaricato nella fase gestionale sui sindaci, sui prefetti o sulla Regione siciliana. Lo Stato e l’Europa facciano sentire la loro presenza”. Nel frattempo il governo regionale ha già inviato tutto il materiale necessario per effettuare i tamponi sugli ospiti del centro d’accoglienza e della nave Moby Zazà che sono in quarantena. Musumeci e Razza hanno visitato anche il Poliambulatorio di Lampedusa, che dipende dall’Azienda sanitaria provinciale di Palermo, per un esame del progetto che prevede la sua trasformazione in un vero e proprio ospedale al servizio dell’isola.

“Fino al prossimo dicembre un disastro occupazionale”: la Cgil striglia i governi regionale e nazionale sull’emergenza economica in corso.


Si è spesso ipotizzato che il dopo emergenza sanitaria legata al covid sarebbe stato peggio in termini economici. E così è, come conferma la Cgil Sicilia retta da Alfio Mannino. Secondo il sindacato il futuro prossimo riserva il crollo dei nuovi contratti di lavoro, la riduzione delle ore o del tempo dei contratti a tempo determinato, e il rischio licenziamento appena si esauriranno gli ammortizzatori sociali. In estrema sintesi: un disastro occupazionale travolgerà la Sicilia fino al prossimo dicembre. Già nei primi sei mesi del 2020 in Sicilia si sono registrati 80mila contratti di lavoro in meno. E i contratti a tempo determinato si sono ridotti nella durata in media del 25%. Altre 200mila persone sono entrate nell’area della povertà assoluta. E’ anche aumentata la precarietà, con più lavoro nero e sotto pagato. E il segretario regionale della Cgil, Alfio Mannino, commenta: “A fronte di questa situazione, nessuna delle misure della Finanziaria regionale sono state finora attuate e 1 miliardo e 300 milioni di euro di stanziamenti sono fermi. Anche le misure nazionali, se escludiamo la cassa integrazione, non hanno prodotto finora risultati. Siamo in particolare preoccupati per settori come la scuola e la sanità che in Sicilia scontano evidenti fragilità”. Poi Alfio Mannino tende la fionda e lancia il sasso verso il governo Musumeci, così: “Entro maggio si doveva aprire il confronto su un piano di sviluppo e per il lavoro, anche a seguito della presentazione del nostro Piano del lavoro, ma questo non è accaduto. Il governo Musumeci è latitante anche per quanto riguarda la crisi che sta investendo il settore industriale con il rischio concreto di una vera e propria de-industrializzazione”. Poi, in omaggio alla par condicio, Alfio Mannino punta il dito contro il governo Conte, e le sue parole sono: “Piuttosto che misure come quella sulla semplificazione amministrativa, che non ha ricadute concrete, ci si doveva muovere con misure di rilancio e accelerazione della spesa. E’ necessario intervenire subito sulle fragilità della nostra regione, e in tal senso chiedia che si apra subito un tavolo al Ministero per lo sviluppo economico sulla situazione dell’industria. Così come è necessario attivare subito tutti gli strumenti necessari per assicurare la legalità nel mercato del lavoro”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

L’ex assessore regionale, adesso magistrato a Roma, Nicolò Marino, depone al processo ordinario in corso a Caltanissetta sul “sistema Montante”. I dettagli.

Al processo ordinario che si svolge innanzi al Tribunale di Caltanissetta a carico di 17 imputati nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “Sistema Montante”, ha deposto come testimone il magistrato, adesso Gip a Roma, ed ex assessore regionale nella giunta di Rosario Crocetta, Nicolò Marino. Tra quanto Marino ha dichiarato vi è anche il come Antonello Montante si sarebbe rivolto al comandante del Reparto operativo dei Carabinieri di Caltanissetta, Letterio Romeo, appena dopo il blitz cosiddetto “Doppio colpo 2”. Durante l’operazione i Carabinieri tra l’altro hanno sequestrato delle fotografie che ritraggono Antonello Montante insieme a Vincenzo Arnone, boss di Serradifalco, paese natio di Montante. E lui, Montante, così si rivolge al comandante Romeo: “Ho saputo cosa avete preso, stai attento che ti rompo i denti”. Poi Nicolò Marino prosegue la sua deposizione. Così: “Il colonnello Romeo era agitato, turbato. Montante aveva chiamato inizialmente il colonnello per congratularsi per l’operazione antimafia. Romeo percepì quella frase di Montante come una minaccia. Fece una relazione di servizio che consegnò a me personalmente, ma non da mettere agli atti del procedimento, bensì una relazione da consegnare ai suoi superiori per lasciarne una traccia. Io la consegnai al dottor Stefano Luciani”. E poi Nicolò Marino ha aggiunto: “Antonello Montante era un assiduo frequentatore degli uffici della procura di Caltanissetta. Veniva spesso sin da quando c’era il procuratore Francesco Messineo e l’aggiunto Renato Di Natale. Successivamente, quando si è insediato il procuratore Sergio Lari, Montante continua a frequentare i nostri uffici. Montante all’epoca rappresentava per tutti quella nuova visione del ruolo di Confindustria finalizzato a una gestione virtuosa dell’imprenditoria, e la sua vicinanza con i vertici delle forze dell’ordine e la magistratura era la regola. La presenza di esponenti appartenenti a Confindustria, anche in occasione di incontri istituzionali, era costante e riconosciuta. Io non ho mai avuto stima di Antonello Montante. Avevo chiaramente percepito che questa funzione che aveva assunto di tutore della legalità era inaccettabile per la magistratura. La figura di Montante era assolutamente di contrarietà e mi stupivo di come certi colleghi potessero dargli spazio. Non faccio riferimento al dottore Sergio Lari, che si era accorto di alcune di queste contraddizioni”.

Poi Nicolò Marino si sofferma sul periodo in cui è stato assessore, e racconta: “Nel periodo in cui ero assessore ero convinto che la mia nomina fosse legata a un progetto di governo in cui credevo. Avevo stima del presidente Rosario Crocetta e avevo stima di Beppe Lumia. Quell’occasione la percepii come una strada. Capii che era venuto il tempo di andare via da Caltanissetta e accettare quell’incarico. I contrasti nacquero per la gestione della discarica di Siculiana. Un giorno quando ancora ero assessore ricevetti una chiamata da Beppe Lumia che mi diceva devi venire a Palermo perché Antonello Montante e Ivan Lo Bello ti vogliono parlare. Io non andai, vennero loro. Eravamo all’hotel Excelsior di Catania. Neanche il tempo di sedermi e Montante si alza e mi dice: ‘La devi smettere di creare dossier sul mio conto. Altrimenti so io cosa fare’. A quel punto dissi che me ne andavo. Lo Bello stava zitto e Lumia cercava di placare gli animi. Montante sostanzialmente mi contestava la posizione pubblica contro Giuseppe Catanzaro che gestiva una delle più grosse discariche in Sicilia, quella di Siculiana. Catanzaro ci aveva chiesto il rilascio di un’autorizzazione per l’ampliamento della discarica ma per rilasciarla era necessario, così come previsto per legge, che venisse realizzato un impianto per il trattamento dei rifiuti”.

Poi, sui “dietro le quinte” del governo Crocetta, Nicolò Marino ricorda: “Era Beppe Lumia il ‘governatore ombra’ nella giunta Crocetta, era una presenza costante nella stanza del presidente Crocetta e riceveva anche per conto del presidente. Riceveva sempre nella stanza del presidente ed era sempre lì. Invece quella di Linda Vancheri era solo una ‘bella presenza’. Non era nemmeno capace di prendere decisioni. Ogni cosa la riferiva a Montante. Tutte le decisioni venivano discusse in giunta e c’era anche Linda Vancheri, all’epoca assessore alle Attività Produttive in rappresentanza di Confindustria, che era la referente di Montante”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)