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La Corte dei Conti a sezioni riunite boccia le politiche finanziarie di risanamento del governo Musumeci. Entro il 2021 da pagare 2 miliardi e 103 milioni di euro. Le reazioni.


Con la Corte dei Conti si scherza poco e niente. Mica i giudici contabili galleggiano tra proclami e annunci. Loro ragionano e giudicano con i numeri. E la matematica non è mai stata una opinione. Dunque è così: la Regione Siciliana dovrà appostare nell’esercizio finanziario per il 2019 le coperture del disavanzo, ovvero 1 miliardo e 103 milioni di euro. Caspita. Accipicchia. Sì, lo hanno scritto i giudici della Corte dei Conti, che si è riunita a Palermo in presenza del governo Musumeci, nella relazione sulla parifica del rendiconto del 2018. E non si tratta soltanto di 1 miliardo e 103 milioni di euro: occorre anche un altro miliardo di euro che, però, potrà essere coperto nei prossimi esercizi finanziari dopo il 2019 e, comunque, non oltre la durata della legislatura, quindi entro il 2021. I giudici contabili, nel leggere la relazione al cospetto del presidente Musumeci e degli assessori, hanno bacchettato il governo, “perché – hanno spiegato – dall’esame dei consuntivi emerge l’inefficacia delle politiche pubbliche per la riduzione del deficit di bilancio e del disavanzo di amministrazione. E la manovra finanziaria è inconsistente, perchè la Regione non è stata in grado di raggiungere nemmeno gli obiettivi minimi che si è essa stessa prefissa con la finanziaria, e anche con gli altri strumenti contabili. Anzi, addirittura, in talune fasi l’attività della Regione sembra abbia avuto, piuttosto, finalità elusive”. Ecco dunque la condanna inesorabile al pagamento del buco da 1 miliardo e 103 milioni di euro. Subito. Il presidente della Regione, Nello Musumeci, respinge la palla a centrocampo, la rilancia all’attacco e si difende voltandosi indietro, e le sue parole sono: “La situazione finanziaria della Regione è oggettivamente critica e difficile, ma io mai sono stato direttamente o indirettamente corresponsabile dei disastri finanziari prodotti negli ultimi 25 anni. Col mio governo c’è stata una inversione di tendenza rispetto al passato. Mi conforta non essere mai stato responsabile degli elementi che hanno generato questa crisi. Abbiamo però la responsabilità di fare fronte a quanto ora emerge. Saneremo quanto ci chiede la Corte dei Conti. Copriremo il disavanzo, la responsabilità del bilancio è del governo e quindi faremo quanto serve”. Ribatte l’opposizione, e il Movimento 5 Stelle a Sala d’Ercole, con Luigi Sunseri, commenta: “Se Musumeci vuol esser credibile a Roma occorre che si presenti con un piano di riforme tale che possa rassicurare il governo nazionale sulla buona volontà di quello regionale nel sanare un bilancio ormai distrutto dalla mala politica in anni e anni di malefatte sulle spalle dei siciliani. Se non intende farlo ha due strade: dimettersi o spegnere tutte le luci di ospedali, scuole e città e mettere in vendita Palazzo d’Orleans”.

Angelo Ruoppolo (teleacras)

Il Consiglio dei ministri scioglie per infiltrazioni criminali il Comune palermitano di Mezzojuso, alla ribalta per il caso delle sorelle Napoli vessate dalla “mafia dei pascoli”.


Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno, ha sciolto il consiglio comunale di Mezzojuso, in provincia di Palermo. Il provvedimento è frutto di accertati condizionamenti da parte delle locali organizzazioni criminali. E’ dunque applicato l’articolo 143 del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli Enti locali: il governo Conte ha deliberato lo scioglimento per 18 mesi del Consiglio comunale di Mezzojuso e il contestuale affidamento dell’amministrazione del Comune ad una Commissione prefettizia.

Dopo il caso delle intimidazioni alle sorelle Irene, Ina e Anna Napoli, imprenditrici agricole tormentate dal ricatto e dalla prepotenza della cosiddetta “mafia dei pascoli”, che vorrebbe appropriarsi delle loro terre, e ha scatenato una raffica di atti vandalici e attentati, lo scorso giugno il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sollecitato dalla prefetto di Palermo, Antonella De Miro, ha inviato gli ispettori del ministero a Mezzojuso. E adesso, concluse le ispezioni, è stato accertato il rischio di infiltrazioni delinquenziali nel Municipio: “Tutti a casa, sindaco, assessori e consiglieri”.

Una delle sorelle vessate dalla mafia, Irene Napoli, commenta: “Siamo soddisfatte della decisione del Consiglio dei ministri che costituisce un ulteriore riscontro su quanto noi abbiamo già denunciato e quanto noi abbiamo subito e che continuiamo ancora a subire”. E il difensore delle sorelle Napoli, l’avvocato Giorgio Bisagna, aggiunge: “Prendo atto della decisione del Consiglio dei ministri, che ha rilevato il contesto sociale in cui sono maturati i ripetuti episodi criminosi a danno delle mie assistite. E al contempo esprimo la mia forte preoccupazione in quanto tali episodi criminosi continuano a ripetersi, e auspico che a questo punto siano adottate misure incisive per la protezione delle mie clienti”.

Annuncia invece ricorso contro il provvedimento di Roma il sindaco di Mezzojuso, Salvatore Giardina, che dichiara: “Mi riservo di conoscere i contenuti della relazione e le motivazioni che hanno portato a una tale decisione, e valutare successivamente il da farsi. Voglio rassicurare i cittadini di Mezzojuso perché restino fiduciosi nelle Istituzioni, sicuro che il nostro ordinamento legislativo garantisce strumenti e rimedi adeguati a far valere le nostre ragioni nelle sedi opportune. Ringrazio gli assessori e i consiglieri comunali ai quali non posso che confermare la fiducia che ho sempre in loro riposto per aver continuato ad amministrare questo comune, nonostante la denigratoria campagna mediatica della quale siamo stati oggetto, nell’esclusivo interesse dei cittadini di Mezzojuso. Se avessi avuto un qualsiasi motivo per ritenere di non aver svolto il mio compito in maniera assolutamente rispettosa delle leggi e delle istituzioni, non avrei esitato un attimo a dimettermi. E’ doveroso, in questo momento, avere il dovuto riguardo e rispetto della deliberazione assunta dal Governo”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Prima della sessione di bilancio, l’Assemblea Regionale approva la proroga alle concessioni balneari e i confini tra Agrigento, Favara e Aragona. Dettagli e interventi.


L’Assemblea Regionale Siciliana, prima di incamminarsi lungo il sentiero impervio della sessione di bilancio di fine anno, ha approvato due leggi particolarmente attese. La prima sui lidi balneari, e la seconda sui confini tra Agrigento, Aragona e Favara. Dunque, 32 voti a favore, 15 contrari e un astenuto, ed è stato semaforo verde alla proroga delle concessioni sul demanio marittimo fino al 2033. Il gruppo del Movimento 5 Stelle ha votato no alla legge che ha recepito una norma della finanziaria nazionale del 2018 che, a sua volta, ha previsto una deroga alla direttiva europea cosiddetta “Bolkestein” che, se applicata, avrebbe imposto alla Regione Sicilia di avviare i bandi di gara per assegnare la gestione delle spiagge quindi le concessioni del demanio marittimo. L’assessore regionale a Territorio e Ambiente, Toto Cordaro, spiega perché è stato un bene avere recepito la deroga alla direttiva “Bolkestein” e afferma: “Il governo Musumeci ha fortemente voluto questa legge perché la scadenza delle concessioni nel 2020 finiva per uccidere un comparto strategico della nostra economia. Questo comparto conta 100mila lavoratori ed era bloccato dal fatto che senza una prospettiva non aveva più accesso al mercato del credito. Con questa legge abbiamo recepito la norma votata dal governo giallo-verde, 5 Stelle – Lega. In Sicilia ci sono 2910 concessioni del demanio marittimo, nel 2019 ne abbiamo concesse 65. Non è vero quindi, come sostiene il Movimento 5 stelle, che non sarà più possibile accedere ad altri provvedimenti concessori. Aggiungo di più: se dovessero arrivare altre richieste, saranno valutate perché ci sono ancora spazi non occupati”. All’assessore Cordaro replicano i deputati 5 Stelle, che affermano: “Recepire la legge nazionale sul rinnovo tacito delle concessioni sul demanio marittimo, in modo così semplicistico, è stato un grave errore . Nella disordinata situazione siciliana, in alcune zone i privati la fanno da padrone nelle spiagge, in spregio ai più elementari diritti dei bagnanti. Non è raro che ai cittadini siano negati non solo l’accesso, ma anche la semplice vista del mare per interi chilometri di costa, come nel caso, ad esempio, della Playa di Catania”. E poi, con 46 voti a favore si è accesso il semaforo verde alla legge che regolamenta i confini tra Agrigento, Favara e Aragona, per i quali si è finanche svolto un referendum nei tre Comuni lo scorso 5 maggio 2019. E adesso? Adesso l’intero quartiere “Quattro Strade”, prossimo alla stazione ferroviaria di Caldare, sarà trasferito al Comune di Aragona. E Aragona cede al Comune di Favara una propria porzione nella zona industriale, in prossimità dell’ospedale “San Giovanni di Dio”. Inoltre, ancora ad Aragona sarà assegnata una parte della zona industriale ricadente in territorio di Favara, occupata dai cosiddetti “Rustici industriali”. Invece, il Comune di Agrigento cede al Comune di Favara il quartiere “Favara Ovest”. E lo stesso Comune di Agrigento acquisisce dal Comune di Favara la porzione di zona industriale che Aragona cede a Favara, quindi in prossimità dell’ospedale, e poi, sempre dal Comune di Favara, acquisisce una parte di contrada San Benedetto, limitrofa alla zona industriale.

 

Angelo Ruoppolo (teleacras)

Il magistrato Roberto Saieva depone al processo sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio: “Mi accorsi subito dell’inattendibilità di Scarantino”.

A Caltanissetta, al palazzo di giustizia, al processo a carico dei poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, imputati di concorso in calunnia, aggravata dall’avere favorito Cosa Nostra, nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio tramite il falso pentito Vincenzo Scarantino, ha deposto come testimone il magistrato Roberto Saieva, attualmente Procuratore generale di Catania, e all’epoca, dal gennaio all’ottobre del ’94, applicato a Caltanissetta per le indagini sull’attentato a Paolo Borsellino.

In particolare Roberto Saieva fu autore, insieme alla collega Ilda Boccassini, di una lettera inviata alle Procure di Caltanissetta e Palermo con cui sono state sollevate perplessità sull’attendibilità di Vincenzo Scarantino. E Roberto Saieva in aula ha confermato e affermato: “Per la dottoressa Boccassini e per me era abbastanza palese l’inattendibilità di Vincenzo Scarantino, mentre la posizione di Giovanni Tinebra, Franco Giordano e Carmelo Petralia era diversa. Decidemmo quindi con la Boccassini di mettere tutto nero su bianco. La lettera risale al 12 ottobre del 1994. Scarantino coinvolse dei soggetti, i collaboratori Cancemi, La Barbera, Di Matteo e Ganci. Ma in sede di ricognizione fotografica, pur avendo affermato di aver già incontrato questi soggetti, non fu in grado di riconoscere né La Barbera né Di Matteo. E aveva anche fornito delle descrizioni sbagliate su Cancemi. E quindi si rassegnò come un dichiarante da valutare con estrema attenzione. Emerse in buona sostanza un giudizio quanto meno parziale di inattendibilità. Peraltro tutte le dichiarazioni da lui rese furono contestate in modo fermo e deciso da Cancemi, La Barbera e da Di Matteo. Ciò determinò il convincimento che era necessario fare un passo avanti e sottoporre a confronto Scarantino con i tre accusati ma emersero delle incongruenze. La nostra lettera, mia e della Boccassini, fu inviata anche a Palermo per un motivo preciso, perché c’era la paura che a Caltanissetta la lettera firmata da me e dalla Boccassini non venisse protocollata: una paura che nasceva dal contrasto, piuttosto aspro, che era nato con gli altri colleghi. Volevamo che rimanesse traccia sul fatto che avevamo espresso posizioni diverse. Il dottore Tinebra si era irritato perché secondo lui e altri si doveva fare di tutto per salvare la collaborazione di Scarantino superando gli elementi di criticità. Secondo loro c’era nelle dichiarazioni di Scarantino un nucleo centrale sul quale bisognava puntare” – ha concluso l’argomento Roberto Saieva, poi, dopo Caltanissetta, applicato a Palermo su richiesta del Procuratore nazionale antimafia.

Venerdì prossimo, 13 dicembre, a Caltanissetta, sono attesi a deporre i magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia, indagati dalla Procura di Messina per calunnia aggravata nell’ambito della stessa inchiesta sul depistaggio.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Condannato all’ergastolo in primo grado Orazio Rosario Cavallaro, che avrebbe ucciso il condannato all’ergastolo Angelo Carità, che avrebbe ucciso l’imprenditore Angelo Brunetto.


A Licata il 2 aprile del 2018, giorno di Pasquetta, è stato ucciso l’imprenditore agricolo Angelo Carità, 61 anni, già condannato dalla Corte d’Assise di Agrigento alla pena dell’ergastolo, con isolamento diurno per un anno, per l’omicidio e l’occultamento del cadavere di Giovanni Brunetto, 60 anni, di Licata, anche lui imprenditore agricolo. Nel frattempo, Angelo Carità è stato scarcerato per decorrenza dei termini in attesa del processo d’Appello.

Il 2 ottobre del 2018, i Carabinieri del Comando Provinciale di Agrigento, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno arrestato Orazio Rosario Cavallaro, 61 anni, di Ravanusa, ritenuto l’esecutore materiale del delitto. Le investigazioni dei Carabinieri si sono avvalse, tra l’altro, delle immagini registrate da telecamere di video-sorveglianza acquisite durante il sopralluogo nei pressi di via Palma a Licata dove è stato ucciso Angelo Carità.

L’elemento indiziario determinante sono delle tracce di sangue riconducibili ad Angelo Carità che sono state rilevate dai Carabinieri del Ris su di un giubbotto sequestrato a Cavallaro durante una perquisizione. Dal filmato sono emerse le fasi concitate dell’agguato: il killer giunto a piedi, indossando un giubbotto, e che spara il colpo di grazia alla vittima. E poi anche un’automobile intenta sia a pedinare per un breve tratto di strada Angelo Carità, sia a transitare innanzi alla sua abitazione. Pertanto, il proprietario dell’automobile è stato ricercato, identificato e poi perquisito fino alla scoperta del giubbotto con le macchie di sangue.

Adesso ad Agrigento, al palazzo di giustizia, la giudice per le udienze preliminari del Tribunale, Luisa Turco, a conclusione del giudizio abbreviato, accogliendo quanto richiesto dalla pubblico ministero, Chiara Bisso, ha condannato Orazio Rosario Cavallaro all’ergastolo, per omicidio volontario e porto abusivo di arma da fuoco, mai ritrovata. Il movente del delitto sarebbe stata la vendetta per la morte di Giovanni Brunetto? Punto interrogativo, al momento senza risposta. Il 28 ottobre 2013 a Canicattì in un terreno è stato scoperto il cadavere dell’imprenditore agricolo di Licata, Giovanni Brunetto, 60 anni. Il giorno seguente è stato arrestato una seconda volta Angelo Carità, anche lui imprenditore agricolo, già in manette il 20 maggio precedente. Di Giovanni Brunetto, infatti, non vi è stata più nessuna traccia dal 7 maggio 2013. Brunetto sarebbe stato creditore, di una somma tra i 40 e i 100mila euro, verso Angelo Carità. Il 28 ottobre, il corpo senza vita di Giovanni Brunetto è stato recuperato in un terreno agricolo a disposizione di Angelo Carità, a Canicattì, in contrada Casalotti. Il terreno è di proprietà di un avvocato di Canicattì, e Angelo Carità si è occupato di lavori agricoli nello stesso terreno dove durante lo stesso periodo incriminato sono stati compiuti lavori di movimentazione terra.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Venerdì attesi i magistrati Palma e Petralia a Caltanissetta al processo “depistaggio”. Il mistero dell’agenda rossa secondo il racconto dei figli di Paolo Borsellino.

I figli di Paolo Borsellino a messa

Venerdì prossimo, 13 dicembre, a Caltanissetta, al palazzo di giustizia, al processo sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio, sono attese due deposizioni eccellenti. Risponderanno all’appello del giudice i magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia, all’epoca nel pool che ha gestito il falso pentito Vincenzo Scarantino e adesso indagati dalla Procura di Messina per calunnia aggravata.

Da quanto accade attualmente in termini processuali emerge nettamente che il percorso verso la verità attraversa la ricerca dei mandanti esterni alla strage Borsellino, che, probabilmente, saranno gli stessi che avrebbero trafugato l’agenda rossa. Paolo Borsellino è stato in possesso di tre agende, di colore diverso, una marrone, una grigia e una rossa. Nella marrone ha annotato tutti i numeri di telefono e gli indirizzi. Nella grigia le questioni di carattere legale, le udienze, i processi, le scadenze. La terza, la rossa, è redatta solo pochi mesi prima della morte, tra appunti e note, soprattutto dopo la strage di Capaci.

Il figlio di Paolo Borsellino, Manfredi Borsellino, ispettore di Polizia, così ricorda l’agenda rossa del padre: “Scriveva costantemente. Un’agenda a mio modo di vedere dedicata al suo lavoro, per inserire atti processuali, spunti investigativi, tutto quello che riguardava le indagini. Non era un diario, ma qualcosa di più. Era anche un modo per proteggerci senza renderci depositari di segreti scomodi. Chiunque ha avuto in mano quell’agenda sicuramente non ha avuto bisogno di giorni per intuirne il contenuto e, visto l’uso esclusivo, ritengo che, in uno scenario di guerra come quello di via D’Amelio, siano bastati tempi rapidissimi per capire la portata del contenuto, anche aprendo una sola pagina. Se l’avessimo avuta probabilmente non sarebbe accaduto nulla di quello che è avvenuto poi, anche con innocenti che hanno pagato con l’ergastolo per qualcosa che non avevano fatto”.

I figli di Paolo Borsellino hanno ritrovato l’agenda marrone, ovvero numeri di telefono, indirizzi e appuntamenti e l’hanno consegnata ai magistrati. E ancora Manfredi Borsellino racconta invece il ritrovamento dell’agenda marrone, con gli appunti di carattere legale e giudiziario. E ricorda: “Quando ci fu riconsegnata la borsa di mio padre c’erano alcune parti annerite e al suo interno c’erano diversi oggetti tra cui l’agenda marrone. Presentava alcune parti annerite, un po’ sporche, ma le condizioni erano quasi perfette. Per questo credo che l’altra agenda, quella rossa, che era sicuramente dentro la borsa, si sarebbe dovuta preservare”. Ebbene, subito dopo l’esplosione in via D’Amelio, il primo a imbattersi nella borsa di Paolo Borsellino sarebbe stato il magistrato e collega Giuseppe Ayala, che poi avrebbe consegnato la borsa, con dentro le agende, al colonnello dei Carabinieri, Giovanni Arcangioli, già indagato, processato e poi prosciolto. Dopodiché la borsa, senza l’agenda rossa dentro, è stata riposta nell’automobile. Poi la borsa fu consegnata da Arnaldo La Barbera alla famiglia di Paolo Borsellino. E il figlio Manfredi ricorda: “Quando l’allora capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, ci ridiede la borsa e vedemmo che l’agenda non c’era e chiedemmo conto della cosa, si irritò molto. Sembrava che gli interessasse solo sbrigarsi e che gli stessimo facendo perdere tempo. Praticamente disse a mia sorella Lucia che l’agenda non era mai esistita e che farneticava. Usò dei modi a dir poco discutibili e anche quell’atto era irrituale. La Barbera ci disse solo di prendere per buono quello che ci stavano dando perchè era tutto quello che c’era dentro la borsa”.

E Lucia Borsellino aggiunge: “Io mi lamentai della scomparsa dell’agenda e chiesi che fine avesse fatto. La Barbera escluse che ci fosse stata e mi disse che deliravo. Quando gli manifestai il mio fastidio, mi disse che avevo bisogno di aiuto psicologico. Io me ne andai anche sbattendo la porta”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Altri particolari dalle trascrizioni dei colloqui di Vincenzo Scarantino. La testimonianza dell’inizio della falsa collaborazione nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di via D’Amelio.


Gli ex pubblici ministeri a Caltanissetta Annamaria Palma e Carmelo Petralia, adesso indagati dalla Procura di Messina per concorso in calunnia aggravata, sono stati citati a deporre il prossimo 13 dicembre innanzi al Tribunale di Caltanissetta che celebra il processo sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio, a carico dei tre funzionari di Polizia, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, già componenti del pool, diretto dal defunto Arnaldo La Barbera, che indagò sull’attentato mortale a Paolo Borsellino, e che avrebbe costruito a tavolino il falso pentito Vincenzo Scarantino. Nel frattempo emergono altri particolari dalle 178 pagine di trascrizioni, appena depositate agli atti del processo, delle registrazioni di alcuni colloqui e interrogatori di Vincenzo Scarantino all’epoca del depistaggio. Le intercettazioni risalgono al periodo in cui il falso pentito è stato in Liguria, nella località protetta di San Bartolomeo al Mare, tra la fine del ’94 e il 95.

Dunque, Scarantino telefona in Questura e diverse volte tenta un contatto con uno dei poliziotti imputati, Mario Bo, il quale non gli avrebbe quasi mai risposto.

Nella trascrizione si legge: “Il dottore è fuori”, gli rispondono dalla sua segreteria. Scarantino chiede a che ora lo potrà trovare e il suo interlocutore gli risponde che “oggi è fuori” e precisa che ha capito con chi stava parlando domandando se deve riferire qualcosa. In una telefonata tra i due, registrata, Mario Bo chiede a Scarantino, che è agitato, cosa sia accaduto. Scarantino risponde che vuole tornare in carcere perché non se la sente più. Mario Bo gli chiede testualmente: “Siamo sempre ai soliti, no?”, e gli domanda se ha parlato con l’avvocato. Scarantino conferma di avere parlato con l’avvocato al quale ha chiesto di riferire la sua scelta ai magistrati, così come sta chiedendo al dottor Bo di comunicarla al dottor La Barbera. Il dottor Mario Bo gli chiede se è per i soliti motivi che gli ha detto o se c’è altro ma Scarantino non specifica. Bo afferma che ne parlerà con La Barbera.

E poi vi sono i colloqui tra Vincenzo Scarantino e i suoi familiari, in particolare con il cognato. Nella trascrizione dei Carabinieri si legge: Angelo Basile, fratello della moglie, come la madre, esterna dubbi in merito alla scelta di collaborare presa dal cognato il quale, a suo parere, avrebbe ricevuto pressioni in merito. Scarantino invece nega dicendo che la sua scelta non è stata dettata né dalla detenzione di Pianosa né da eventuali pressioni.

E poi vi sono le trascrizioni delle conversazioni in carcere a Pianosa, dove Scarantino è stato per un anno fino al 15 luglio 1994, con la moglie, Rosalia Basile. E alla moglie così si è rivolto: “Non ce la faccio più a Pianosa. O mi impicco, oppure inizio a collaborare con i magistrati”. E in una trascrizione si legge: Vincenzo Scarantino dice alla moglie che ha parlato con i giudici in merito a degli omicidi e fa dei nomi incomprensibili. Rosalia Basile riferisce che lui è veramente impazzito e che ha sentito le notizie della televisione. Lui le chiede se vuole parlare con i poliziotti e con i magistrati, ricevendo una risposta negativa. In un altro colloquio tra moglie e marito, Rosalia Basile dice a Vincenzo Scarantino: “Perché ti rispettano? Perché vogliono il loro scopo” e Scarantino chiede “se vogliono il loro scopo cosa, Ro’…”. La donna cerca di essere più chiara affermando: “Vogliono raggiungere il loro scopo, vogliono sapere cose che tu… non lo so… boh”. E Scarantino: “Cose che io non so?” e la moglie ribatte: “Che tu non sai”. A quel punto Scarantino si alza e abbraccia la moglie bisbigliandole all’orecchio e poi le dice a voce più alta: “I bambini cresceranno con tanta dignità, con tanta educazione”. Da lì a poco Scarantino decise di collaborare con la giustizia. Infatti, salutando la moglie le dice: “Preparati tutto il necessario, sono stato chiaro? Verranno a prelevarti con i bambini alle due o tre di notte, sarà presente anche una poliziotta bionda”. E così sarebbe iniziata la falsa collaborazione.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Al processo in corso a Caltanissetta sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio ascoltato il magistrato Franco Paolo Giordano. I dettagli.

Franco Paolo Giordano

A Caltanissetta, al palazzo di giustizia, al processo sul depistaggio delle indagini dopo la strage di Via D’Amelio, in corso a Caltanissetta, è stato ascoltato il magistrato Franco Paolo Giordano, prima sostituto e poi procuratore aggiunto a Caltanissetta dall’aprile del 1993.

Giordano, tra l’altro, ha affermato: “Ricordo che in alcune lettere la collega nelle indagini, Ilda Boccassini, indicava le sue perplessità su Vincenzo Scarantino e rappresentava una diversità di vedute anche con gli altri colleghi che al tempo si occupavano dell’indagine. Al tempo il processo era già di fronte alla Corte d’Assise. Ricordo i dubbi e la necessità dei confronti con i collaboratori, che poi furono fatti. Ma quelle diversità sulle dichiarazioni furono superate con la frazionabilità, prendendo in esame solo le cose che effettivamente erano riscontrate. Anche perché c’era la questione che i collaboratori Cancemi, Di Matteo e La Barbera non erano all’epoca ancora ritenuti pienamente attendibili. Quando Vincenzo Scarantino fece le prime accuse sul fatto che era La Barbera ad imbeccarlo, non vi furono indagini fatte dall’ufficio. A quell’epoca La Barbera aveva la nostra fiducia e la stima di tutti. Scarantino era un soggetto fragile psicologicamente e aveva bisogno di un sostegno psicologico. Aveva bisogno durante gli interrogatori della presenza di magistrati che lo rassicuravano. Inoltre, dopo aver iniziato a collaborare, subì pressioni dai familiari affinché ritrattasse. Ricordo che la Procura di Caltanissetta aveva in programma di sentire Borsellino dopo il 20 luglio 1992. Una vera e propria beffa, se si considera che già il 25 giugno, nell’ultimo discorso pubblico che tenne a Casa professa, Borsellino aveva di fatto chiesto di essere sentito come testimone dall’autorità giudiziaria. Eppure quell’urgenza non venne avvertita. Rispetto al coinvolgimento di Bruno Contrada e del Sisde, non sono a conoscenza della richiesta di collaborazione formale che fu portata avanti da Giovanni Tinebra verso Contrada. Comunque io ricordo che quando ci fu l’arresto di Bruno Contrada fu un fulmine a ciel sereno, non sapevo che fosse sottoposto a indagini. Comunque posso dire che Tinebra era in buoni rapporti con i servizi. Su che basi? Periodicamente veniva da Tinebra il funzionario Rosario Piraino, poliziotto in forza ai Servizi segreti civili, per uno scambio di informazioni, credo. Parliamo negli anni successivi alle stragi. Tinebra era un accentratore, avocava tutto e voleva che gli fossero mandati tutti i verbali”.

Il processo è stato rinviato a lunedì prossimo 9 dicembre quando proseguirà il controesame di Giordano e sarà ascoltato anche un altro magistrato, Roberto Saieva.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Atteso il giudizio di parifica dalla Corte dei Conti, e poi sarà tour de force all’Assemblea Regionale per l’approvazione degli strumenti contabili entro la fine dell’anno. I dettagli.


Il presidente della Regione, Nello Musumeci, dopo il voto contrario sul primo articolo, ha ritirato polemicamente la proposta di riforma del settore rifiuti in Sicilia. E ciò in attesa che, secondo quanto auspicato dallo stesso Musumeci, sia approvata l’abolizione del voto segreto, contro i “franchi tiratori”. Al momento nulla è stato abolito, e, pertanto, la proposta di riforma della gestione della nettezza urbana giace nel cassetto di Palazzo d’Orleans dove dimora il governatore. Invece, all’ordine del giorno delle prossime sedute dell’Assemblea Regionale vi sono i disegni di legge sulla proroga delle concessioni balneari e sui confini territoriali comunali tra Agrigento, Aragona e Favara.

Nel frattempo è semaforo verde dalla Commissione Bilancio all’istituzione delle Zone franche montane in Sicilia, e il presidente della Commissione, Riccardo Savona, saluta il verde così: “Le Zone franche montane, e le agevolazioni e gli aiuti fiscali e tributari che ne discendono, sono indispensabili per frenare la desertificazione socio-economica e di spopolamento di quasi un terzo dei Comuni siciliani, già in forte crisi e in attesa di aiuti concreti per dare una scossa a queste aree svantaggiate e tracciare una nuova linea per i cittadini di queste zone impervie”.

A fronte di tutto ciò, all’orizzonte e in prospettiva il giorno più atteso è venerdì 13 dicembre (e menomale che non è venerdì 17) quando è atteso il giudizio di parifica dei consuntivi della Regione da parte della Corte dei Conti. Si tratta della condizione “sine qua non” per procedere oltre verso l’approvazione degli strumenti contabili di conclusione dell’anno 2019. Sarà, come negli anni precedenti, un tour de force: infatti, entro il 31 dicembre bisognerà approvare il bilancio consuntivo della Regione parificato, se parificato, dalla Corte dei Conti, poi l’assestamento di bilancio e poi le variazioni di Bilancio.

Poi, nell’ambito della sessione di bilancio, il governo Musumeci intende approvare la legge di bilancio entro febbraio. Pertanto è scontato l’esercizio provvisorio del bilancio per due mesi, tra gennaio e febbraio. Contemporaneamente sarà esaminata ed eventualmente approvata, anch’essa entro febbraio 2020, la legge finanziaria. Si lavorerebbe ad una proposta di finanziaria snella, così da garantirne una rapida approvazione, e ciò che rimarrebbe fuori lo si comprenderebbe in un “collegato” alla finanziaria, anche se, dopo l’esperienza fallimentare e disastrosa dei “collegati” nel 2019, tale ipotesi per tanti non sarebbe affatto praticabile anche nel 2020.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il magistrato Fausto Cardella, che all’epoca indagò a Caltanissetta con Tinebra e La Barbera, depone al processo sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio. I dettagli.

Fausto Cardella

Al processo sul depistaggio delle indagini dopo la strage di Via D’Amelio, in corso a Caltanissetta, è stato ascoltato il magistrato Fausto Cardella, attualmente Procuratore Generale a Perugia, e all’epoca invitato dal procuratore Giovanni Tinebra a Caltanissetta per collaborare alle indagini sull’attentato a Paolo Borsellino. E Fausto Cardella, interrogato dai pubblici ministeri Gabriele Paci e Stefano Luciani, conferma: “Sì, in occasione di un convegno a Firenze nell’ottobre 1992 Tinebra mi chiese se fossi disponibile a lavorare sulle stragi. Accettai e, giusto il tempo di sbrigare le pratiche, andai a Caltanissetta. Emerse subito il caso della borsa e dell’agenda di Paolo Borsellino. C’era una presenza inquietante nel luogo del delitto che avrebbe potuto asportare la borsa e l’agenda. Su questa vicenda facemmo delle indagini cercando di capire chi fosse andato sul luogo del delitto e cosa successe. Ricordo che facemmo degli accertamenti su Contrada e la sua presenza in via D’Amelio”.

E poi Cardella ha aggiunto: “Il dottore La Barbera aveva l’abitudine di venire a Caltanissetta per portare carte, normalmente verso le 21 di sera. Andava dalla dottoressa Boccalini, depositava le carte e allora mi chiamavano. Nel contesto di queste chiacchiere tutte le ipotesi venivano prese in considerazione. La meno plausibile era quella relativa al fatto che l’agenda fosse andata distrutta con l’esplosione. La borsa era integra, e quindi, se l’agenda era dentro la borsa, non poteva essere distrutta, sempre che l’agenda fosse nella borsa. Sull’agenda rossa e gli ultimi giorni di Paolo Borsellino interrogammo il capo della Polizia, andammo a controllare le sue agende, sentimmo i collaboratori di giustizia a cominciare da Gaspare Mutolo”.

Infatti, Mutolo fu il collaboratore di giustizia che il primo luglio del 1992, interrogato da Borsellino, citò Bruno Contrada e il giudice Signorino. E Fausto Cardella ricorda: “Io mi occupai soprattutto delle indagini su Signorino ma ricordo che furono fatti approfondimenti anche su Contrada e la sua eventuale presenza in via D’Amelio il giorno della strage. Sempre in quei mesi La Barbera mi propose di avviare un’investigazione sul Sisde. Venne proposto il centro Sisde che si trovava a Castello Utveggio, sulla base che da lì sopra si vedesse bene, e per alcune telefonate meritevoli di interesse, non ricordo se fossero sospette perché avvenute a ridosso della strage o per altri motivi. All’epoca non sapevo neppure che La Barbera avesse fatto parte dei servizi di sicurezza. Il Sisde e il Cerisdi diventano tema di indagine tra novembre e dicembre, erano i primi tempi ancora, non c’era ancora un rapporto sviluppato con La Barbera, avvenne nel tempo, in seguito. Ci fu un buon rapporto di collaborazione tra noi e devo dire anche di stima. Ricordo l’interrogatorio del giudice Domenico Signorino, a cui furono contestate le dichiarazioni riferite da Mutolo e da Marchese. Ricordo che commentò: ‘sono perduto’. Il giorno dopo abbiamo saputo che si era suicidato”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)