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L’ex presidente dell’Irsap, Alfonso Cicero, ha deposto al processo ordinario sul cosiddetto “Sistema Montante”. I dettagli.

L’ex presidente dell’Irsap, l’Istituto regionale per lo sviluppo delle attività produttive, Alfonso Cicero, parte offesa e parte civile al processo sul cosiddetto “Sistema Montante”, ha deposto al giudizio ordinario in corso innanzi al Tribunale di Caltanissetta rispondendo alle domande del pubblico ministero, Maurizio Bonaccorso. Cicero, testimone chiave dell’inchiesta, tra l’altro ha dichiarato: “Nicolò Marino, attualmente Giudice per le indagini preliminari a Roma ed ex assessore regionale in Sicilia durante la giunta Crocetta, con delega ad Acqua, Rifiuti ed Energia, doveva essere fatto fuori dal governo regionale. L’imprenditore Giuseppe Catanzaro, esponente di primo piano di Confindustria, mi raccontò che Antonello Montante stava facendo di tutto per fare pubblicare un dossier che riguardava la vita privata di Nicolò Marino, su fatti scandalosi. Me lo disse anche l’ex assessore regionale alle Attività produttive, Linda Vancheri, spiegandomi che questo dossier Montante lo aveva affidato all’avvocato Antonio Fiumefreddo di Catania per farlo pubblicare su un sito on line o un blog. Nel febbraio del 2014, ad un convegno di Confindustria nell’area industriale di Ragusa, Montante, Catanzaro e Crocetta si erano messi in disparte e Montante stava redarguendo Crocetta. Quando Marino fu cacciato dal governo, proprio per le battaglie che stava facendo sulla trasparenza nella gestione dei rifiuti, Catanzaro mi disse che in quel convegno Montante diede un ultimatum a Crocetta: ‘O lo cacci via o non deve più contestare la gestione di Catanzaro’. Poi Marino fu cacciato via. L’assessore Linda Vancheri non esisteva. Le decisioni venivano prese da Antonello Montante. Anche i cambi di rotta erano determinati da Montante. Anche chi doveva essere ricevuto o non ricevuto in assessorato lo decideva Montante, che comandava i politici. Lumia era sotto suo ordine, il suo politico. Non esiste il sistema Lumia, esiste il sistema Montante. Non si muoveva nulla e c’era la paura di Montante o la voglia di tutti di stare con lui. I rapporti tra Montante e ufficiali delle forze dell’ordine andavano ben oltre le relazioni istituzionali. I miei rapporti con Montante si interruppero il 19 luglio del 2015, mentre attendevo la mia riconferma come presidente dell’Irsap Sicilia. Io e l’ex assessore regionale, Marco Venturi, cominciammo ad avere paura di essere intercettati da Montante. Avevamo capito che era un soggetto pericoloso. Dicevamo ‘questo ci ammazza o ci fa ammazzare’. Avevamo paura di andare dai magistrati perché avevamo capito i rapporti che aveva con loro e le forze dell’ordine. E per questo raccontammo tutto al giornalista Attilio Bolzoni”.

Musumeci e la delega ad interim della Sanità. Il Movimento 5 Stelle e i Sindacati sanitari indipendenti invocano la nomina del nuovo assessore.

Intervenendo all’Assemblea Regionale Siciliana subito dopo la notifica dell’avviso di garanzia all’assessore alla Salute, Ruggero Razza, e alle sue dimissioni, il presidente della Regione, Nello Musumeci, ha tra l’altro dichiarato di essere intenzionato a mantenere lui la delega a tempo indeterminato. “E invece no, perché?” – replicano adesso l’opposizione a Sala d’Ercole e i sindacati compresi nella Fsi – Usae, ovvero la Federazione dei sindacati sanitari indipendenti. I contrari invocano al più presto la nomina di un nuovo assessore in un ambito così determinante e cruciale dell’amministrazione regionale, soprattutto in ragione dell’attuale periodo di emergenza sanitaria. Più nel dettaglio, il capogruppo del Movimento 5 Stelle all’Assemblea, l’agrigentino Giovanni Di Caro, e i componenti 5 Stelle della Commissione Salute, Francesco Cappello, Giorgio Pasqua, Salvatore Siragusa ed Antonio De Luca, affermano: “I preoccupanti dati sull’emergenza Covid e la freschissima zona rossa istituita a Palermo dicono senza mezzi termini che siamo nel bel mezzo della tempesta. Non possiamo permetterci, in circostanze drammatiche come questa, di avere un assessore, il presidente della Regione, a mezzo servizio, che deve occuparsi, spesso male, di mille altre cose. E’ pazzesco trovarsi in piena guerra alla pandemia senza un generale che coordini 24 ore su 24 le operazioni. Ed è un generale che, a quanto ci pare di capire, non arriverà a breve, se è vero, come è vero, che Musumeci ha dichiarato di volere tenere la delega alla Salute ad interim finché lo riterrà opportuno. A dire che è inopportuno sono i dati sulla pandemia, che sono drammatici. Il presidente ne prenda atto e nomini immediatamente il nuovo assessore alla Salute, o, molto meglio, si dimetta, visto che non gode più nemmeno della fiducia della sua maggioranza”. E la segreteria regionale del sindacato Fsi rilancia: “Da dicembre dello scorso anno stiamo attendendo che l’assessorato regionale alla Salute provveda a convocare le organizzazioni sindacali. I lavoratori con i rispettivi rappresentanti meritano rispetto e vera interlocuzione. Non possiamo accettare atteggiamenti silenti che non rispondono alle buone e previste relazioni sindacali. Non possiamo tollerare, da sindacato, un ruolo marginale. Musumeci dovrà nominare un nuovo assessore regionale al più presto per colmare il vuoto lasciato all’assessorato regionale alla Salute da Ruggero Razza, dimissionario. L’assessorato più importante non può restare senza guida”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Assolto dall’imputazione di estorsione il giornalista ed ex direttore di Tele Jato, Pino Maniaci. E’ stato condannato solo per diffamazione. Dettagli e commenti.

Il giudice monocratico del Tribunale di Palermo, Mauro Terranova, ha condannato a 1 anno e 5 mesi di reclusione per diffamazione Pino Maniaci, giornalista ed ex direttore dell’emittente televisiva Tele Jato, per anni simbolo di battaglie antimafia. Il giornalista è stato assolto dall’imputazione più grave di estorsione. Maniaci avrebbe preteso favori e denaro da amministratori locali minacciandoli, in caso di rifiuto, di avviare campagne mediatiche negative nei loro confronti. La pubblico ministero, Amelia Luise, ha proposto la condanna a 11 anni e 6 mesi. Pino Maniaci ha commentato: “Sono stati cinque anni difficili ma ora il castello di accuse si è disgregato. L’accusa di estorsione per un giornalista è molto pesante. La richiesta a 11 anni e mezzo come un Marcello Dell’Utri era molto pesante. Per uno che ha la coscienza a posto e sa di non avere mai fatto alcuna estorsione è stato pesante, ha macchiato l’immagine di una tv”. Ed il difensore di Maniaci, l’avvocato ed ex magistrato, Antonio Ingroia, aggiunge: “Dopo un’inaudita richiesta di pena di 11 anni e mezzo, richiesta che solitamente si riserva ai delinquenti più spregevoli, finalmente giustizia è fatta. Ma Pino Maniaci ha diritto non solo a che gli venga risarcito il danno subito, ma che gli vengano restituiti sei anni di vita distrutta, l’onore e la reputazione professionale indegnamente cancellata. E’ una sentenza che riconcilia i Cittadini con la Giustizia del Tribunale di Palermo, ma sei anni di gogna mediatica restano e sono troppi. Ricordo che Maniaci ha indagato da giornalista sulle distorsioni del Tribunale Misure di Prevenzione di Palermo, quando questo era presieduto da Silvana Saguto” – conclude Ingroia. Il presunto reato di diffamazione, per il quale Maniaci è stato condannato, interessa alcuni amministratori locali e giornalisti dei quali l’imputato, tramite affermazioni al telegiornale, avrebbe leso la reputazione addebitando loro circostanze ritenute non veritiere e dunque diffamanti.

 

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

“Si rischia una nuova stagione di sangue”: l’allarme di Vittorio Teresi contro una possibile modifica dell’ergastolo ostativo per i reati di mafia.

E’ attesa la sentenza della Corte Costituzionale nel merito della questione di legittimità costituzionale sull’ergastolo ostativo, ossia del no alla liberazione condizionale e ad altri benefici carcerari per i detenuti condannati per reati di mafia che abbiano scontato 26 anni di carcere e che non hanno collaborato con la giustizia. Quando invece la libertà condizionata e altre premialità sono concesse a tutti gli altri detenuti con 26 anni di carcere sulle spalle. Si tratta di quanto prevede l’articolo 4 bis comma 1 dell’ordinamento penitenziario su cui è imminente il pronunciamento della Consulta. Tanti magistrati e addetti ai lavori antimafia hanno già sollevato le barricate contro un eventuale accoglimento della tesi della non costituzionalità dell’articolo sull’ergastolo ostativo, perché, tra l’altro, ciò è stato una delle richieste contenute nel ‘papello’ di Totò Riina. L’ennesimo allarme lo lancia Vittorio Teresi, già pubblico ministero al processo sulla presunta trattativa Stato – mafia all’epoca delle stragi. Teresi afferma: “Chi contribuisce oggi ad allentare il regime del carcere ostativo nei confronti dei capi della mafia irriducibili si assume un’enorme responsabilità politica e sociale. Coloro che potrebbero tornare a casa dalle patrie galere non sono mai stati e non hanno mai avuto una revisione critica del loro passato. Uscendo dal carcere anche solo in permesso potranno, anzi dovranno, secondo gli obblighi dell’organizzazione di cui fanno parte, riprendere le fila e il comando dell’organizzazione.
Certamente se ciò accadesse si correrebbe il rischio che si torni alle stagioni di sangue. Quindi chi si assume oggi questa responsabilità non avrà più il diritto a partecipare a cerimonie di ricordo di vittime delle mafie e neanche di sedere accanto ai loro familiari. Non si può consentire a questa gente di avere, senza un minimo di revisione critica e di collaborazione, questi benefici. La mafia nel ‘92 ha dovuto ricorrere alle stragi per ottenere il beneficio di allentamento del carcere duro che è stato introdotto con il regime di cui l’articolo del 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Ed oggi potrebbero ottenere quello che volevano senza neanche sparare un colpo di pistola e senza mettere un grammo di tritolo. Questo sarebbe un passo indietro gravissimo di cui nessuno si dovrebbe fare fautore. Mi auguro che questo disegno non vada in porto. E che la Corte Costituzionale rimanga nel rigore del carcere ostativo nei confronti di coloro che non hanno prestato nessuna collaborazione con lo Stato”.

 

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il Partito Democratico lancia una campagna di mobilitazione contro il governo Musumeci. Il segretario Barbagallo: “Possibile votare a settembre”.

Il segretario regionale del Partito Democratico siciliano, Anthony Barbagallo, lancia l’offensiva verso il governo Musumeci invocandone le dimissioni. Le parole di Barbagallo: “Musumeci deve andarsene, i siciliani non possono restare ostaggio di questa situazione. Il governo ha dimostrato di aver perso il controllo dell’emergenza pandemica a prescindere dalle inchieste e dagli aspetti penali più o meno rilevanti. C’è una questione politica e una sanitaria. Non ci sono più certezze. E poi c’è la questione economica. La finanziaria non sta in piedi e la maggioranza non esiste più. Il Partito Democratico incalzerà il governatore ogni giorno se necessario, fino a quando non si renderà conto che deve farsi da parte”. E poi, più nel dettaglio, Barbagallo spiega: “Come è stata gestita e come ancora viene gestita l’emergenza mi pare che sia sotto gli occhi di tutti. Bisogna cambiare passo. Si può votare benissimo a metà settembre. Non ci sono problemi. E comunque la misura è colma come hanno dimostrato gli eventi delle ultime settimane. Non mi riferisco solo all’inchiesta sui dati covid falsati. Su quella dovrà pronunciarsi la magistratura e non spetta a noi. Noi guardiamo a fatti politici e gestionali. Non c’è nessuno che stia gestendo questa pandemia. Si va avanti a tentoni. Sui dati non si capisce più nulla. Sulla consistenza ospedaliera si era perso il conto già da tempo. Perfino questa vicenda dei vaccini nelle parrocchie è stata un flop, con risultati inferiori del 70% rispetto alle aspettative. E adesso si registra una frenata generale anche sulle somministrazioni dei vaccini negli hub vaccinali. E’ come una tela di Penelope che Musumeci il giorno tesse e la notte scuce. Non si sta gestendo l’emergenza ma solo gestendo il consenso”. Poi, in riferimento alla finanziaria, Anthony Barbagallo aggiunge: “Ci sono i ristori che non esistono e la finanziaria non ne prevede di nuovi e non programma alcunché. Già la finanziaria 2020 doveva essere un documento di guerra. E invece di quei provvedimenti ai siciliani sono arrivate solo le briciole. Ma poi c’è la Finanziaria 2021. Dopo lo scandalo dei dati la maggioranza si sarebbe dovuta stringere, invece è andata in pezzi e lo abbiamo visto in aula. Faide intestine, guerre interne, e alla fine si è approvato un bilancio solo perché noi abbiamo votato le tabelle per senso di responsabilità. Ma è una finanziaria monca, confusionaria, senza una visione d’insieme, senza aiuti, senza ristori o quasi, senza investimenti”. E poi, ancora nel merito delle elezioni paventate a settembre, il segretario regionale del Partito Democratico non si sbilancia più di tanto e afferma: “Non voglio fare nomi di candidati presidente, quelli si sceglieranno nell’ambito di una coalizione. Ce ne sono tanti nomi. Non solo nel Pd ma anche fra i 5 Stelle o anche nel resto del mondo di sinistra. Personalmente mi piacerebbe candidare una giovane donna capace, proveniente dalla società civile, ma al momento dobbiamo pensare ai programmi non ai nomi”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Dopo il voto alla finanziaria regionale che ha lacerato il centrodestra: Lega e Udc invocano al più presto un vertice di maggioranza. I dettagli.

Ancora strascichi e polemiche dopo il voto sulla finanziaria regionale che ha provocato crepe nella maggioranza di centrodestra. I capigruppo della stessa maggioranza hanno appena difeso il proprio operato, rilanciando il merito dell’approvazione della manovra contabile. Tuttavia, adesso, a sangue freddo, la Lega e l’Udc invocano un vertice di maggioranza per sanare le divergenze. Più nel dettaglio, il segretario regionale del partito del Carroccio, Nino Minardo, afferma: “Sono convinto che il centrodestra, come elettorato, in Sicilia sia assolutamente maggioranza. Nella classe dirigente c’è un po’ di confusione da un punto di vista politico. Le tensioni e le frizioni sono più che legittime. Occorre però una svolta, una strategia, perché finora è mancato un raccordo tra i partiti, non c’è stata una visione chiara, e non si può solo gestire l’ordinario per tirare a campare. Da quando sono alla guida della Lega ho sempre avuto un atteggiamento critico ma costruttivo. Avevamo proposto il ritiro degli emendamenti alla manovra con l’obiettivo di varare un testo che desse risposte alle persone e alle imprese che soffrono per la crisi provocata dalla pandemia. E invece abbiamo prodotto una finanziaria che non crea entusiasmo, frastagliata. Anche con quelle poche risorse disponibili, la manovra poteva essere l’occasione per dare un segnale di ristoro e per lanciare un segnale di tipo politico. Ma non do la colpa al governo Musumeci o alla maggioranza che sta in Parlamento. La responsabilità è dei partiti. Siccome parliamo di governo di coalizione, i partiti devono fare il proprio mestiere. E invece è mancato un raccordo” – ripete e conclude Minardo. Ed il segretario regionale dello Scudo crociato, Decio Terrana, rilancia così: “Se la maggioranza ha dimostrato qualche piccola crepa la risolva al più presto. Musumeci organizzi un vertice di maggioranza già in questa settimana per esaminare quanto accaduto e superare l’inconveniente. Forse le spaccature sono spiegabili dai troppi cambi di casacca che alla lunga portano scollamento di idee e di programmi. Più sono i ‘salti’ da un partito all’altro e più aumentano gli ‘scontenti’. Invito tutti alla riflessione, dobbiamo sempre portare avanti un progetto politico concreto. Noi lavoriamo per costruire, non per distruggere, e proprio per questo abbiamo ormai definito la nuova piattaforma di centro che sarà la casa di tutti i moderati” – conclude Terrana.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

I capigruppo di maggioranza all’Assemblea Regionale replicano dopo il caso “spaccature” sul voto alla finanziaria. Le opposizioni nel frattempo incalzano.

La mancata compattezza della maggioranza di centrodestra in occasione dell’approvazione della finanziaria o, in verità, una parte della manovra contabile perché la restante è stata stralciata: i capigruppo della stessa maggioranza difendono il proprio operato. Tommaso Calderone, Eleonora Lo Curto, Totò Lentini, Antonio Catalfamo, Elvira Amata e Alessandro Aricò replicano così: “Abbiamo fatto un lavoro imponente consegnando alla Sicilia una legge di stabilità che affronta tante emergenze e risolve problematiche quali la stabilizzazione dei precari Asu. L’iter è stato farraginoso a tratti perché il disegno di legge originario del governo conteneva solo 60 articoli che, nell’esame delle commissioni e dell’aula, sono lievitati a 135. Era evidente che su alcuni di questi si potessero registrare divergenze tra le forze parlamentari al punto di stralciarli o bocciarli. Nel complesso la legge di stabilità dà risposte significative a tante categorie che le attendevano, mette in sicurezza i bilanci degli Enti locali, dà copertura alle norme a favore dei disabili e chiude la fase della riscossione autonoma in Sicilia facendo transitare le funzioni all’Agenzia delle Entrate con la salvaguardia dei posti di lavoro per il personale della partecipata regionale. Si conclude un lavoro, anche faticoso, assolto in presenza con tutti i rischi dell’attuale pandemia. Ai siciliani, a chi produce ed a chi investe, abbiamo assicurato l’attenzione del parlamento anche con misure di ristoro che contiamo di implementare nel più breve tempo possibile. Ancora una volta la maggioranza che sostiene il governo Musumeci dimostra senso di responsabilità e civismo nell’interesse di tutti i corregionali” – concludono. Di diverso avviso sono le opposizioni. Il capogruppo del Movimento 5 Stelle, l’agrigentino Giovanni Di Caro, invoca le dimissioni di Musumeci, e dichiara: “La disastrosa finanziaria, falcidiata da voti contrari di parte della maggioranza, arrivata alla fine per il rotto della cuffia e nemmeno completa, è la plastica rappresentazione della fine del governo Musumeci, la pietra tombale su un esecutivo disastroso che non è riuscito a portar in porto nemmeno una riforma degna di questo nome. Se a ciò si aggiunge la pessima gestione dell’emergenza sanitaria, caratterizzata, per usare le parole degli inquirenti, da ‘atteggiamenti criminali’, non possiamo che chiedere a Musumeci di dimettersi. Sarebbe, forse, la prima cosa degna di nota del suo mandato”. Ed il capogruppo del Partito Democratico, Giuseppe Lupo, è sintetico così: “E’ saltata la maggioranza, Musumeci alza bandiera bianca. Il governo regionale è al capolinea per ammissione del suo presidente, questa finanziaria è la Waterloo di Musumeci”. E Claudio Fava rilancia: “La maggioranza non esiste più. All’incredibile somma di strafalcioni e menzogne sull’emergenza Covid si aggiunge adesso un dato politico incontestabile: la finanziaria è stata affondata dal voto contrario di molti parlamentari del centrodestra. Ragioni morali e sostanziali dovrebbero indurre il presidente Musumeci a prenderne atto e trarne le conseguenze chiudendo la sua esperienza di governo adesso. Nell’interesse di tutti”.

 

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

L’inchiesta sui presunti dati falsi covid, il perché della falsificazione, e l’intervento del procuratore aggiunto di Trapani, Maurizio Agnello.

Dunque la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trapani, Caterina Brignone, nell’accogliere le misure cautelari proposte dalla Procura, non ha esitato a definire quanto sarebbe accaduto sui dati covid presumibilmente falsificati in Sicilia come un “disegno politico scellerato”. E poi, la stessa Brignone, ancora più nel dettaglio, ha scritto: “C’è stato un disegno più generale e di natura politica. Si è cercato di dare un’immagine della tenuta e dell’efficienza del servizio sanitario regionale, e della classe politica che amministra, migliore di quella reale, e di evitare il passaggio dell’intera regione o di alcune sue aree in zona arancione o rossa, con tutto quel che ne discende anche in termini di perdita di consenso elettorale per chi amministra”. Quindi, secondo la giudice Brignone, il reato di falso ideologico e materiale che si contesta agli indagati sarebbe stato commesso in ragione di un fine prettamente politico, legato al consenso politico e quindi elettorale. Tale interrogativo sul movente se lo è posto il titolare delle indagini, il procuratore aggiunto di Trapani, Maurizio Agnello, che commenta: “Il reato di falso è funzionale di solito ad altro. Apparentemente, l’unico motivo che ci siamo dati, atteso che la massima autorità politica regionale, cioè il presidente Musumeci, aveva invocato a più riprese la zona rossa, è che si volesse dare l’apparenza di una macchina sanitaria efficiente mentre così non era. O non lo era così come la si voleva fare apparire”. L’ex assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, invitato a comparire innanzi ai magistrati di Trapani, si è avvalso della facoltà di non rispondere. E il procuratore aggiunto Agnello così replica: “E’ un suo diritto non rispondere e lo rispettiamo, ma ho detto al suo avvocato che un amministratore pubblico dovrebbe avere il dovere di spiegare la sua posizione”. Poi, ancora in riferimento all’inchiesta, Agnello ha ribadito: “L’indagine è partita nei mesi scorsi da un laboratorio di Alcamo nel quale veniva processato un gran numero di tamponi e venivano trasmessi dati non veritieri: partendo da questo fatto siamo risaliti fino all’assessorato alla Sanità. Abbiamo assistito a una sistematica alterazione relativa ai soggetti positivi al Covid, ai deceduti e ai tamponi, dati trasmessi poi alle autorità sanitarie centrali, che avevano il dovere di approntare le contromisure necessarie. La frase ‘spalmiamo i morti’, seppur in un contesto telefonico, ci ha colpito molto, ed è una terminologia significativa della spregiudicatezza della condotta. Ci sono alcune intercettazioni, su cui non voglio entrare, in cui emerge evidente il tentativo di calmierare i numeri” – ha concluso Agnello.

 

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Anche la Sicilia dal 3 al 5 aprile è zona rossa. Tutte le regole da osservare, tra spostamenti da casa, bar, ristoranti, negozi e sport.

La Sicilia da zona arancione a zona rossa, da sabato 3 aprile a lunedì 5 aprile. Anche per la Pasqua e Pasquetta 2021, così come nel 2020, non è, o quasi, “Pasqua con chi vuoi”, e i siciliani rinunciano alle tipiche scampagnate e grigliate sui prati infiorati dalla primavera. Infatti incombe il lockdown ed è vietato uscire dalla propria abitazione se non per motivi di lavoro, salute o necessità, ed eventualmente tali motivi occorre che siano dichiarati nell’autocertificazione. Tuttavia, nonostante la zona rossa, nei giorni 3, 4 e 5 aprile si applica una deroga alla regola degli spostamenti. E’ infatti consentito di spostarsi verso una sola abitazione privata abitata, e comunque per non più di una volta al giorno, nei limiti di due persone ulteriori rispetto a quelle già conviventi. Nel limite delle due persone non si contano i minori di 14 anni, i disabili o i non autosufficienti conviventi. E poi, ancora in riferimento agli spostamenti, ci si potrà spostare nelle seconde case anche se si trovano in un Comune diverso da quello di residenza. In particolare, può andare nella seconda casa soltanto il nucleo convivente e soltanto se la casa è disabitata. Non si può andare nella seconda casa con amici e parenti. E poi ancora, con bar e ristoranti chiusi, ovviamente, non sono consentiti pranzi o cene al ristorante né caffè e aperitivi al banco bar o nelle adiacenze dei locali: per bar, comprese pasticcerie e gelaterie, e ristoranti è concesso solo il servizio di asporto e consegne a domicilio, dalle ore 5 alle 22. Tuttavia il servizio di asporto è vietato dalle ore 18 alle 22 per i soggetti che svolgono come attività prevalente quella di bar senza cucina, e altri esercizi simili, secondo il codice Ateco 56.3. E poi, è consentita, senza limiti di orario, anche la consumazione di cibi e bevande all’interno degli alberghi e delle altre attività ricettive, ma per i soli clienti che sono alloggiati. E poi, tutti i negozi sono chiusi tranne quelli che vendono beni essenziali: alimentari, farmacie e parafarmacie, edicole, tabaccai. In più resteranno aperti anche i negozi di abbigliamento per bambini, quelli di telefonia e le ferramenta. E poi, è consentita l’attività sportiva nel proprio Comune dalle 5 alle 22 e solo in forma individuale e all’aperto, mantenendo la distanza interpersonale di due metri. Tuttavia si può uscire dal proprio Comune per correre a piedi o in bicicletta ma si esce a piedi o in bicicletta e non con l’automobile. Ed ancora, lo sconfinamento da un Comune all’altro è autorizzato per acquistare beni non in vendita nel proprio Comune.

 

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il primo aprile chiude a Lentini la più capiente discarica in Sicilia. La Regione a lavoro per delle soluzioni tampone a contenimento della crisi.

Domani, giovedì primo aprile, stop alla discarica di Lentini, la più capiente nell’isola, la pattumiera di 150 Comuni siciliani. In Sicilia le altre discariche sono sature, la regione è priva di nuovi impianti e, soprattutto, almeno di un termovalorizzatore, capace di bruciare il residuo secco, limitando, e di tanto, il conferimento in discarica. L’imminente crisi legata al semaforo rosso a Lentini preoccupa i dirigenti dell’assessorato regionale ai Servizi primari, che hanno appena redatto e firmato un documento inviato al presidente della Regione, Musumeci, ed alle 18 Ssr, le società di regolamentazione rifiuti che hanno sostituito i 27 ex Ato rifiuti. I dirigenti hanno indicato le criticità del sistema ed al tempo stesso hanno proposto delle soluzioni tampone. Più nel dettaglio, i dirigenti Calogero Foti, già capo della Protezione civile siciliana, e Rosalba Consiglio, scrivono: “La situazione degli impianti pubblici e privati in esercizio in Sicilia, siano essi discariche che impianti di compostaggio, allo stato, per vari motivi legati anche a interruzioni, sequestri, mala gestione, incendi e altro, è insufficiente al fabbisogno regionale, tanto è che molti Comuni siciliani sono stati costretti a trasferire la frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata fuori regione, con costi elevati, anche a causa di affidamenti effettuati tramite intermediari”. Poi i dirigenti rammentano: “Già con diverse ordinanze emesse dal presidente della Regione è stato prospettato il trasferimento fuori Regione di un quantitativo almeno del 30% del rifiuto prodotto, con il chiaro intento di promuovere la raccolta differenziata per ridurre il sovraccarico sugli impianti di trattamento e di discarica”. E poi aggiungono: “I trasferimenti fuori Regione erano stati bloccati richiedendo, in alternativa, a tutti i Comuni che non raggiungevano il 30% di raccolta differenziata, e tra questi le tre province di Palermo, Catania e Messina, un crono-programma con cui arrivare alla percentuale minima di raccolta differenziata richiesta, ovvero il 30%”. Poi, in riferimento alle proposte per superare o quanto meno contenere la crisi imminente, gli stessi dirigenti, tra impianti o rifiuti all’estero, prospettano: “Individuare i siti idonei nelle more della definizione della dotazione, a regime, dell’impiantistica regionale. Ed in alternativa alla mancata individuazione di impianti idonei nel territorio regionale, avviare le procedure atte all’individuazione di uno o più operatori economici che provvedano ad inviare i rifiuti fuori dalla Regione per il loro smaltimento o recupero”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)