Home / Articoli pubblicati daAngelo Ruoppolo

Prove di acqua sul fuoco dello scontro tra i due gruppi di Forza Italia in Sicilia. Miccichè: “L’unica soluzione è il commissariamento del partito. Sono pronto a lasciarne la guida”.

Forza Italia siciliana è un campo di battaglia. Si guerreggia tra Guelfi e Ghibellini dei primi del terzo millennio. Da una parte la Forza Italia di Gianfranco Miccichè, e dall’altra la “Forza Italia all’Ars”, così come è stato battezzato il gruppo avversario, benedetto da Renato Schifani e che conta 9 deputati su 13, la maggioranza. E, come recita Highlander, “ne resterà soltanto uno”. La lotta si arroventa. Domenica scorsa a Catania, alla festa del “Tricolore” di Fratelli d’Italia, qualcuno da dietro le quinte, come il gladiatore, ha sussurrato: “Al mio segnale, scatenate l’inferno”. E inferno è stato. L’assessore Marco Falcone, punta del compasso del gruppo ostile a Miccichè, ha appiccato il fuoco, rivolgendosi così al rivale: “Gianfranco, devi andare via da Forza Italia. Sono 5 anni che rompi le scatole alla Sicilia. Prima non era buono Musumeci, adesso Schifani”. Lui, il commissario regionale del partito di Berlusconi, interviene a freddo. Miccichè indica la stella cometa per orientare i Re Magi verso la grotta di Betlemme, ovvero la pace. E afferma: “Probabilmente c’è un modo solo per uscire dalla situazione di stallo che si registra oggi all’interno di Forza Italia: commissariare il partito in Sicilia. Io sono pronto a questa soluzione, ma l’importante è che si stabiliscano regole certe per il periodo commissariale. Insomma, tutti dobbiamo poi seguire le indicazioni del commissario, ma la decisione spetta a Berlusconi”.

Poi solleva ancora lo scudo e la spada, e aggiunge: “Noi siamo nella maggioranza e non andremo via anche se provano a cacciarci. Loro avevano convocato il gruppo senza nemmeno invitarci e non si sa sulla base di quale norma”. Dall’altra parte replicano: “Non è vero. Miccichè e i suoi erano stati invitati. Abbiamo gli screen shot che lo testimoniano”.

Poi, diplomatico, l’ex presidente dell’Assembla aggiunge ancora: “Io non lascerò mai il partito. Sono pronto a lasciarne la guida, ma voglio capire cosa è successo. La sera prima era tutto a posto, l’indomani scopro che non ci hanno dato niente. Io ho sempre cercato la pace, e mi sarei accontentato anche di un segretario di Commissione, ma niente, neanche quello. Probabilmente sto pagando l’aver pubblicamente detto che il candidato non poteva essere Musumeci, ma non ero l’unico a pensarlo. Non lo voleva quasi nessuno, e molti di quelli che non lo volevano ora siedono al governo. Questo governo durerà cinque anni, non ho dubbi. Deve solo smetterla di dire che è in continuità con Musumeci. E’ un’altra cosa. Schifani è mille volte meglio di Musumeci, e già lo si è visto anche nella vicenda Lukoil, solo per fare un esempio. Noi voteremo in aula con la maggioranza a partire dalla manovra. Non faremo tranelli, a meno che non sia una manovra invotabile. Ma non abbiamo nessuna intenzione di andare all’opposizione. Altri vogliono spingerci in quella direzione ma non ci caschiamo”.

E poi, in conclusione, Gianfranco Miccichè ribadisce: “Per il partito la strada è il commissariamento. Ma con regole certe e con una gestione super partes del partito. A meno che Berlusconi non decida che vuole far fuori Miccichè e lo può fare. Lo accetto. Ho avuto tanto dal Presidente che accetto se decide che devo farmi da parte. La pratica è sul suo tavolo. Ha autorizzato lui la nascita del secondo gruppo di Forza Italia, quello chiamato ‘Forza Italia all’Ars’. Inizialmente volevano chiamarlo ‘Forza Italia per Schifani’ ma Berlusconi ha detto no. La pratica Sicilia è nelle sue mani. Io sono pronto a sedermi e discutere. Io voglio la pace, voglio che si esca da questa situazione. Sono pronto ad andare anche a Roma se serve ma si deve ridiscutere tutto. Insomma: o rimpastano il governo o rimpastano Miccichè, e io non mi faccio rimpastare. Però parliamo, discutiamo civilmente e una soluzione si troverà”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il Tribunale di Palermo ha emesso la sentenza a carico dei 20 imputati giudicati in abbreviato nell’ambito dell’inchiesta antimafia “Xydi”. Inflitti 15 anni e 4 mesi di reclusione all’ex avvocato Angela Porcello.

Il 2 febbraio del 2021 è stato il giorno del maxi blitz antimafia dei Carabinieri nell’Agrigentino intitolato “Xydi”. Adesso è stata emessa sentenza a carico dei 20 dei 30 imputati che hanno scelto di essere giudicati in abbreviato. E tra di loro vi è anche l’ex avvocato di Canicattì, Angela Porcello, 51 anni, che, dopo avere ammesso le proprie responsabilità, ha più volte manifestato la volontà di collaborare con i magistrati. Lo scorso primo aprile i pubblici ministeri della Procura antimafia di Palermo, Claudio Camilleri, Gianluca De Leo e Francesca Dessì, hanno proposto al Tribunale la condanna della Porcello a 18 anni di carcere, e, in occasione dell’arringa accusatoria, non hanno concesso alcuna attenuante, tra l’altro affermando: “Angela Porcello ha strumentalizzato la toga dell’avvocato per coltivare gli affari della famiglia mafiosa in cui aveva un ruolo di primo piano il compagno, Giancarlo Bugea, già condannato per mafia. E ciò anche per incontrare il boss Giuseppe Falsone, detenuto al 41 bis, e veicolare i suoi messaggi. Nel suo studio legale ha tenuto summit e messo insieme i capimafia di diverse province e realtà territoriali per discutere di strategie e dinamiche: una vera e propria consigliori e cassiera del clan”. E la condanna più severa, 20 anni di reclusione, è stata invocata a carico dell’imprenditore Giancarlo Bugea, 54 anni, di Canicattì. E 20 anni anche per l’anziano boss Calogero Di Caro, 74 anni, presunto capo del nuovo mandamento di Canicattì, e per Luigi Boncori, 70 anni, presunto capomafia di Ravanusa. Dunque, adesso il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Palermo, Paolo Magro, a conclusione del giudizio abbreviato, ha emesso la sentenza:
Giancarlo Bugea di Canicattì 20 anni
Angela Porcello di Canicattì 15 anni e 4 mesi
Calogero Di Caro di Canicattì 20 anni
Luigi Boncori di Ravanusa 20 anni
Giuseppe Grassadonio di Agrigento 8 mesi
Giuseppe Sicilia di Favara 18 anni e 8 mesi
Calogero Paceco di Naro 8 anni
Simone Castello di Villafrati 12 anni
Antonino Oliveri di Canicattì assolto
Diego Cigna di Canicattì 10 anni e 6 mesi
Gregorio Lombardo di Favara 17 anni e 4 mesi
Giuseppe D’Andrea di Agrigento 3 anni e 4 mesi
Luigi Carmina di Caltanissetta assolto
Gianfranco Gaetani di Naro assolto
Gaetano Lombardo di Favara 3 anni e 4 mesi
Giuseppe Pirrera di Favara assolto
Giovanni Nobile di Favara assolto
Vincenzo Di Caro di Canicattì 1 anno
Giuseppe Giuliana di Delia 8 anni e 8 mesi
Annalisa Lentini di Canicattì 1 anno e 8 mesi.
E l’avvocato Annalisa Lentini, e l’avvocato Calogero Lo Giudice di Canicattì, che sarà giudicato in ordinario, rispondono solo delle ipotesi di reato di falso e procurata inosservanza di pena perchè avrebbero, insieme alla collega Angela Porcello, falsificato la data di spedizione di una raccomandata al fine di rimediare a un errore nella presentazione dell’atto di appello di una condanna, nei confronti di un cliente della Porcello, nel frattempo divenuta definitiva. Gli imputati sotto processo ordinario innanzi alla seconda sezione penale del Tribunale di Agrigento, presieduta da Wilma Angela Mazzara, sono, oltre Calogero Lo Giudice, anche Giuseppe Falsone, 51 anni, ergastolano di Campobello di Licata e già capo provincia di Cosa Nostra agrigentina. Poi Antonino Chiazza, 51 anni, di Canicattì, Pietro Fazio, 48 anni, di Canicattì, Santo Gioacchino Rinallo, 61 anni, di Canicattì, Antonio Gallea, 64 anni, di Canicattì, Filippo Pitruzzella, 60 anni, ispettore della Polizia in pensione, di Campobello di Licata, Stefano Saccomando, 44 anni, di Palma di Montechiaro, e Calogero Valenti, 57 anni, di Canicattì. In quanto latitante è stata stralciata la posizione di Matteo Messina Denaro.

Giuseppe Scozzari

Il difensore dell’ex avvocato Angela Porcello, l’avvocato Giuseppe Scozzari, commenta: “La decisione circa la pena, che ci sembra oltremodo esagerata, ci coglie di sorpresa. Ci riserviamo una più approfondita valutazione all’esito della lettura delle motivazioni. Ci pare tuttavia che la ratio del rito abbreviato sia stata di fatto vanificata, e non sia stata tenuta in debito conto la collaborazione offerta dalla mia assistita. Certamente questa sentenza non costituisce un bel segnale per quanti, anche lontanamente, pensano di intraprendere la via della collaborazione, con tutti i rischi che ne conseguono”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

 

Dopo le condanne penali confermate in Cassazione, adesso la Corte dei Conti ha presentato il conto da pagare per la dose letale di chemioterapia che ha ucciso Valeria Lembo.

Sono stati necessari sei gradi di giudizio e 10 anni di processo, e poi lo scorso 23 marzo la Cassazione ha rigettato i ricorsi dei tre medici palermitani condannati a seguito della morte di Valeria Lembo, uccisa da una dose letale di un farmaco chemioterapico. All’ex primario del reparto di Oncologia del Policlinico di Palermo, Sergio Palmeri, sono stati inflitti 3 anni di reclusione, poi, all’oncologa Laura Di Noto 2 anni e 3 mesi, e poi al medico all’epoca specializzando, Alberto Bongiovanni, 3 anni e 5 mesi. E’ stata assolta l’infermiera Clotilde Guarnaccia. Valeria Lembo è stata malata di un linfoma, di Hodgkin. Valeria Lembo, 34 anni, appena madre di un bambino, giunse all’ultima seduta di chemioterapia, ma anziché 9 milligrammi di vinblastina le fu iniettata in vena, per errore, una dose 10 volte superiore, 90 milligrammi, e la donna morì al Policlinico “Paolo Giaccone” a Palermo il 29 dicembre 2011, dopo 22 giorni di agonia, e quando il suo bambino compì 7 mesi. Ebbene, adesso è stato emesso il verdetto contabile. Il primario Sergio Palmeri risarcirà l’Azienda sanitaria provinciale di Palermo con 875mila euro, poi l’oncologa Laura Di Noto e l’allora specializzando Alberto Bongiovanni pagheranno ciascuno 318mila euro. La Procura regionale della Corte dei Conti di Palermo ha contestato ai medici il danno all’Erario. L’ospedale Policlinico è stato condannato a risarcire i familiari di Valeria Lembo con quasi 2 milioni di euro. Nelle motivazioni delle condanne inflitte nei precedenti gradi di giudizio si legge: “E’ stato un assassinio in piena regola, la più grave colpa medica mai commessa al mondo, e dopo la quale gli imputati hanno solo pensato a negare qualsiasi assunzione di responsabilità, incolpandosi a vicenda della morte di Valeria Lembo”. Poi: “L’utilizzo del termine assassinio non è casuale, perché di questo si è trattato, avendo gli imputati cooperato a causare la morte di una paziente per avvelenamento somministrandole una dose di vinblastina dieci volte superiore a quello dovuto. Nelle sue vene furono iniettati a forza 90 milligrammi anziché 9 di vinblastina, per uno zero in più trascritto per errore in cartella e nonostante i numerosi campanelli d’allarme. Una dose di 90 milligrammi è compatibile con un pachiderma di 600 chili e non con una donna che pesava 52 chili. E Valeria Lembo chiese il perché di quella dose così eccessiva, preparata in una flebo e non in una siringa come nelle sedute precedenti. E le è stato risposto: ‘E’ lo stesso’. Valeria tentò anche di interrompere la seduta mortale accusando il bruciore al braccio per la somministrazione, e la dottoressa Laura Di Noto si limitò solo a rallentare la somministrazione senza porsi alcuna domanda”. E poi: “Valeria Lembo aveva ben capito che stava andando incontro alla morte già l’11 dicembre, quando ancora quell’errore era taciuto dai medici, e rivolgendosi alla zia in lacrime le sue parole furono: ‘Zia, sicuramente mi hanno sbagliato la chemio, me ne sono accorta’”. E poi: “Solo un ricambio completo del sangue, subito, avrebbe potuto dare una speranza alla paziente. Invece, per ben 5 giorni quell’errore fu mascherato come una gastrite post chemio, e lo zero in più, accanto al 9, fu cancellato da Alberto Bongiovanni”. Ecco perché a Bongiovanni è stato contestato anche il reato di falso, perché il suo è stato un tentativo mal riuscito di nascondere la tragica verità. Laura Di Noto non ha mai negato le proprie responsabilità, e infatti le sono state concesse le attenuanti generiche. Anche Alberto Bongiovanni ha ammesso: “Sono stato io. Rileggo la prescrizione e la cartella, mi accorgo della discrepanza e cancello l’errore”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Depositate agli atti le fotografie che incastrerebbero il funzionario regionale Luigi De Luca e l’imprenditore Sebastiano Grillo, arrestati per corruzione.

Emergono particolari fotografici nell’ambito dell’inchiesta sostenuta dalla Guardia di Finanza che il 4 novembre scorso ha provocato l’arresto ai domiciliari per corruzione del funzionario regionale alla Protezione Civile, Luigi De Luca, 63 anni, e Sebastiano Grillo, 69 anni, imprenditore messinese referente delle società Nuova Tecnopolis srl e Grillo Infrastrutture srl, entrambe operanti nel settore edile. De Luca avrebbe ottenuto soldi da Grillo per velocizzare i pagamenti per lavori eseguiti dalle sue società. Il funzionario, preposto alle procedure di liquidazione, in cambio di denaro si sarebbe adoperato per accelerare i controlli di propria competenza e sollecitare i colleghi a svolgere prontamente i loro adempimenti affinché fossero pagate in tempi brevi fatture per alcune centinaia di migliaia di euro. Ebbene, la Guardia di Finanza ha fotografato la presunta consegna delle “caramelle”, così come è stata intitolata l’inchiesta, ovvero i pacchetti con dentro le banconote che Grillo avrebbe poggiato sul tavolo dell’ufficio o tra le mani di De Luca. Le foto sono state depositate agli atti del Tribunale del Riesame che ha rigettato l’istanza di scarcerazione di De Luca, confermando la misura cautelare degli arresti domiciliari. Gli episodi immortalati dalle fotografie sono due: il 16 giugno e il 25 agosto del 2021. Grillo si reca negli uffici della Protezione civile regionale a Palermo, riceve rassicurazioni da De Luca e consegna un pacchetto al funzionario che poi, da solo, lo apre ed estrae delle banconote. Ecco un particolare del pacchetto…
Ed ecco la foto che ritrarrebbe De Luca intento a contare i soldi…
La cifra non è stata quantificata. Il procuratore aggiunto di Palermo, Sergio Demontis, e il sostituto, Andrea Fusco, ritengono che si trattasse di tangenti per velocizzare la pratica di Grillo, una corsa in una corsia privilegiata fino alla firma del dirigente generale della Protezione civile, Salvatore Cocina. Poi, altro episodio: Grillo è il referente di due società, e una delle due, la “Nuova Tecnopolis”, si è aggiudicata una commessa da 82mila euro dal Comune di Campofranco, in provincia di Caltanissetta, per il ripristino della viabilità nella zona industriale. E Grillo così si rivolge a De Luca: “Mi dica un’altra cosa… c’è mio figlio… c’è mio nipote che hanno questo lavoro a Campofranco che è a pagamento Protezione civile… hanno tutte cose a Ragusa… una certa signora”. E Grillo indica il nome di una collega di De Luca, che lo rassicura così: “… glielo dico io… ora la chiamo”. De Luca è col cellulare in mano e telefona alla collega. Nel frattempo Grillo, mostrandogli dei documenti, gli porge un pacchetto estratto alla tasca destra. E sussurra: “Le caramelle”…
Dunque De Luca è a telefono con la collega ragusana, e raccomanda Grillo, così: “… premesso che è un mio carissimo amico… ma tu lo sai che io aiuto sempre… ha un intervento su Campofranco, la Nuova Tecnopolis”. La donna è già informata, e risponde ridendo: “… sì perché già hanno chiamato”. E De Luca aggiunge: “E quando lo dobbiamo risolvere il problema… fai la disposizione me lo fai sapere perché io… così la guardo io la voglio lasciare sopra il tavolo al direttore”. La seconda impresa coinvolta è la “Grillo Infrastrutture”. Il 25 agosto del 2021 Grillo consegnò a De Luca un pacchetto dopo avere discusso dei lavori nella frazione di San Basilio del Comune di Novara di Sicilia, in provincia di Messina, per 150.000 euro, aumentati fino a 201.000 euro dopo una perizia di variante. L’imprenditore e il funzionario sono ancora insieme in ufficio. De Luca parla: “Vediamo se c’è l’impegno… lo facciamo firmare al direttore”. Nel frattempo Grillo estrae fuori dalla tasca destra dei pantaloni il pacchetto con i soldi che lancia sulla scrivania, e De Luca nasconde il pacchetto dietro il monitor del computer. E poi rassicura Grillo: “Vabbè, dai ci penso io, dai”. Poi telefona ad un altro collega, e domanda: “… sta cosa come è combinata?”. L’1 ottobre 2021 De Luca informò: “La pratica è stata approvata”. In effetti il pagamento è datato 7 ottobre.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il Tribunale del Riesame annulla l’ordinanza di custodia cautelare imposta al funzionario regionale, Marcello Asciutto, per presunta corruzione con l’imprenditore agrigentino Sergio Vella.

Secondo i giudici del tribunale del Riesame di Palermo, presieduto da Simona Maida, gli investimenti dell’imprenditore agrigentino Sergio Vella nella società di intermediazione finanziaria del figlio di Marcello Asciutto non sono tangenti dissimulate, non sono il prezzo della corruzione pagato affinchè Asciutto, funzionario della Regione anche all’assessorato con delega ai rifiuti, favorisse Vella nella concessione di autorizzazioni ambientali. E quindi i magistrati preposti alla valutazione delle misure cautelari in secondo grado hanno annullato l’ordinanza di custodia cautelare con obbligo di dimora convalidata in primo grado dal Giudice per le indagini preliminari a carico di Marcello Asciutto, accogliendo la tesi del suo difensore, l’avvocato Vincenzo Lo Re, che spiega: “Abbiamo dimostrato la remuneratività degli investimenti effettuati non soltanto da Sergio Vella ma anche da numerosi imprenditori piemontesi e lombardi che avevano investito più di Vella. Anche una collega d’ufficio di Marcello Asciutto aveva guadagnato più del 10%. Non esiste alcun patto corruttivo tra Marcello Asciutto e Sergio Vella. E dunque non si trattava di tangenti dissimulate, connesse all’attività d’ufficio del funzionario. Peraltro, quando la società del figlio di Asciutto è stata messa in liquidazione (per crearne una più grossa) gli investimenti sono stati restituiti a tutti i soci, compreso Vella” – conclude Lo Re.

Sergio Vella

La prossima settimana i giudici del Riesame valuteranno la misura cautelare imposta a Sergio Vella lo scorso 18 novembre dell’interdizione dall’esercizio di attività di impresa per un anno. Lo scorso 23 novembre, in occasione del rituale interrogatorio di garanzia, Vella, titolare della società di smaltimento rifiuti “Seap”, è stato ascoltato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo, Ermelinda Marfia. Il suo difensore, l’avvocato Nicola Grillo, ha poi dichiarato: “Il mio assistito ha fornito tutte le spiegazioni oggettive del caso. I fatti sono del tutto leciti ma sono stati male interpretati. Confidiamo in una revoca del provvedimento da parte del Gip, in caso contrario lo impugneremo al tribunale del Riesame. Vella ha spiegato i rapporti con il funzionario regionale Marcello Asciutto. E’ stata una spiegazione oggettiva dei fatti che sono stati travisati”. Poi è stato l’avvocato Vincenzo Lo Re ad intervenire dopo l’interrogatorio di garanzia di Marcello Asciutto. Così: “Non esiste alcun patto corruttivo tra Asciutto e Vella. Nella stessa misura cautelare si riconosce che nei provvedimenti emessi per le società del gruppo Vella non è stata riscontrata alcuna illegittimità. Marcello Asciutto ha partecipato unitamente a numerosi altri funzionari regionali e spesso in conferenza di servizio con Enti e Comuni, che hanno sempre espresso parere favorevole”. E poi, in riferimento ai soldi, circa un milione di euro, investiti da Sergio Vella nelle società di trading finanziario del figlio di Asciutto, Alessandro, l’avvocato Lo Re ha aggiunto: “Per quanto concerne la volontà di Vella (e di numerosi altri soggetti e società che nessun rapporto avevano ed hanno con l’assessorato) di investire nelle società finanziarie del figlio di Asciutto, il grado di soddisfazione e la sua libera scelta si evincono da numerosi documenti che stiamo raccogliendo in questi giorni, uno dei quali è la chat integrale tra Vella e il figlio del funzionario”. E l’avvocato Lo Re ha diffuso uno dei messaggi in cui Vella, rivolgendosi al figlio di Asciutto, propone investimenti anche da parte della sorella e di un amico. Scrive Vella: “Buonasera Alessandro, fine settimana prossima al nostro rientro da Linosa, come da intese, attiviamo l’investimento dei 300mila Seap, 100mila Lina e altri 100mila di un mio amico. Contestualmente i 300mila euro investiti su Sella vorrei disinvestirli e reinvestirli sempre con loro ma, stavolta, su tua indicazione. Restiamo che ci aggiorniamo prossimo fine settimana?”. E Alessandro Asciutto risponde: “Caro Sergio, va benissimo! Io ho già predisposto tutto. Ci aggiorniamo prossimo fine settimana”. Se 1 più 1 è 2, allora molto ma molto probabilmente sarà annullata dai giudici del Riesame anche la misura cautelare a carico di Vella. Ovviamente la Procura di Palermo ha facoltà di ricorrere in Cassazione.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

La Procura di Agrigento ha proposto al Tribunale il rinvio a giudizio di cinque imputati nell’ambito di un’inchiesta su un presunto business legato ai permessi di soggiorno.

Ad Agrigento la Guardia di Finanza, capitanata dal colonnello Rocco Lopane, in collaborazione con l’Ufficio immigrazione della Questura di Agrigento, ha concluso un’inchiesta, coordinata dalla Procura di Palermo, su presunte false documentazioni contabili e fiscali per consentire alla comunità senegalese di Agrigento di ottenere permessi di soggiorno. In occasione dell’operazione intitolata “Illegal Stay”, ovvero “Soggiorno illegale”, per l’ipotesi di reato di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, lo scorso 17 gennaio sono stati arrestati in carcere tre indagati, e un altro è stato ristretto ai domiciliari. I quattro si sarebbero associati per fornire falsi documenti contabili e fiscali, come bilanci di esercizio, dichiarazioni fiscali, scontrini e fatture per acquisto merce, e poi anche altrettanto falsi contratti di locazione o dichiarazioni di ospitalità, a favore di stranieri richiedenti il permesso di soggiorno. Sono state 36 le istanze esaminate e ritenute sospette. A seguito di perquisizioni in abitazioni e studi di consulenza è stata acquisita parecchia documentazione. Sono stati notificati altri 4 avvisi di garanzia ad altrettanti indagati a piede libero. Ebbene adesso il pubblico ministero, Elenia Manno, ha proposto al Tribunale il rinvio a giudizio di tre senegalesi e di due marocchini, domiciliati ad Agrigento. Il prossimo 7 febbraio risponderanno all’appello del giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Agrigento, Stefano Zammuto. Gli altri inquisiti sono sottoposti ad un procedimento giudiziario parallelo.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

La Prefettura di Agrigento ha emesso due nuovi provvedimenti di “Informazione antimafia interdittiva” a carico di due imprese ritenute gestite ex facto dall’imprenditore agrigentino Marco Campione, ex presidente di Girgenti Acque. Si tratta della “Giuseppe Campione S.p.a”. e della “G. Campione di Michele e Fratelli S.n.c”, indicata come la cassa dell’intero gruppo Campione. Le interdittive, che impediscono di contrarre con la pubblica amministrazione, interessano Campione due anni dopo la prima interdittiva antimafia emessa dal prefetto Dario Caputo. A carico di Campione, inoltre, è stato appena emesso un provvedimento di sequestro preventivo di beni per circa 20 milioni di euro da parte della Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, su proposta del procuratore reggente di Agrigento, Salvatore Vella, e del capo della Dia agrigentina, Roberto Cilona. E il tutto nell’ambito dell’inchiesta “Waterloo”, che ha disarticolato un presunto intreccio corruttivo ruotante intorno allo stesso Campione che – secondo gli indaganti – sarebbe stato a capo di un’organizzazione a delinquere che corrompeva e asserviva forze dell’ordine, organi ispettivi e istituzionali, e professionisti di ogni ambito in cambio di favori e posti lavoro a Girgenti Acque.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Antonello Montante citato a giudizio per diffamazione a danno di Attilio Bolzoni. I casi analoghi legati ai giornalisti Michele Spena e Gianpiero Casagni.

Antonello Montante
Attilio Bolzoni
Michele Spena
Gianpiero Casagni

Il 16 ottobre del 2020 è stata di dominio pubblico la notizia di un’indagine a carico dell’ex presidente di ConfIndustria Sicilia, ed ex vice presidente nazionale di ConfIndustria con delega alla Legalità, Antonello Montante, inquisito per simulazione di reato, calunnia, e diffamazione a danno dei giornalisti Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, co-autori dell’articolo scoop tramite cui, il 9 febbraio del 2015, sul quotidiano “La Repubblica”, svelarono all’opinione pubblica che su Montante gravava un’inchiesta giudiziaria per mafia. Le ipotesi di reato a carico di Montante sono legate alle sue stesse dichiarazioni, secondo cui “il giornalista Bolzoni aveva ricevuto illecitamente le informazioni per lo scoop del 2015 in modo molto plausibile da un magistrato di Caltanissetta”. Un’inchiesta contro ignoti su eventuali responsabilità dei magistrati di Caltanissetta è stata già archiviata nel 2016. Nel frattempo, adesso, Antonello Montante è stato citato a giudizio dal pubblico ministero di Caltanissetta, Massimo Tirifò, per il reato di diffamazione aggravata a danno di Bolzoni. Il prossimo 7 marzo, al Tribunale di Caltanissetta, innanzi al giudice Nadia La Rana, Montante, già condannato in Appello a 8 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo a sistema informatico, dovrà rispondere di quanto scritto in una sua istanza processuale, ovvero frasi del tipo: “Attilio Bolzoni, il giornalista che aveva preteso favori in denaro, non corrispostigli dallo scrivente”, “l’operazione, la quale ebbe come terminale Attilio Bolzoni che mercanteggiava con Cicero e Venturi e che non si muoveva certamente senza il collegamento funzionale con la criminalità imprenditoriale che era stata cacciata”, “il muoversi delle forze contrarie alla svolta antimafia che aveva massacrato per 10 anni l’imprenditoria mafiosa e che trovano l’espressione mediatica in Attilio Bolzoni”. Lo scorso 17 febbraio, Michele Spena, editore e giornalista de “Il Fatto Nisseno”, è stato rinviato a giudizio per diffamazione a danno ancora di Attilio Bolzoni. Spena avrebbe offeso la reputazione di Bolzoni durante una diretta radiofonica in una radio siciliana, inducendo l’ascoltatore ad intendere che Bolzoni serbasse rancore contro Montante perchè non gli avrebbe finanziato la pubblicazione di un suo libro. Tra le frasi incriminate pronunciate da Spena in diretta vi sono: “Attilio Bolzoni ca si nni iva a cena p’aviri finanziatu u libru. Ni 2600 pagine Attilio Bolzoni c’è”, “Lei ha chiesto al dottore Montante di avere finanziato dei libri dottore?”, “Dottore Bolzoni si vergogni lei” e ancora: “Ma a cena con il signor Montante nei migliori ristoranti di Roma chi ci andava il signor Spena o il signor Bolzoni”. Il 21 ottobre del 2019, a Roma, a palazzo San Macuto, innanzi alla Commissione nazionale antimafia, presieduta da Nicola Morra, insieme a Bolzoni è stato ascoltato anche il giornalista siciliano, già di “Centonove”, Gianpiero Casagni, anche lui parte civile al processo “Montante”. E tra l’altro ha dichiarato: “Questa vicenda ha completamente stravolto la mia vita lasciandomi senza lavoro. E’ una vicenda di cui non vuole parlare nessuno. L’informazione ha un ruolo importante. E’ stata una concorrente esterna all’organizzazione di Montante. Dal 2014 sono stato oggetto e destinatario di accuse mostruose da cui mi sono dovuto difendere da solo. Sono stato, con altre due persone, le parti che hanno subito più danni in questa storia: sono stato emarginato, isolato e considerato un pazzo. Chi doveva tutelarmi, l’Ordine dei giornalisti di Sicilia, è stato muto, sono stati addirittura avviati due procedimenti disciplinari contro di me, tutto è stato poi ovviamente archiviato. Antonello Montante intercettato diceva: ‘Dobbiamo cafuddare (picchiare) prima Centonove, a Repubblica pensiamo dopo’. E’ stato un vero attacco alla libertà. Ricordo un mio articolo su Montante, mai pubblicato dal settimanale ‘Panorama’ attraverso il suo ex direttore Giorgio Mulè. E Mulè ebbe uno scambio di lettere con Montante nell’autunno del 2014. Proprio l’ex direttore di Panorama ha informato Montante dell’articolo da me proposto, evidenziandolo come un indicibile pezzo di stampa”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Favara, nei pressi di piazza Itria, tre colpi di pistola sono stati sparati contro un magazzino e una jeep di proprietà di un imprenditore edile di 46 anni: due hanno raggiunto lo sportello anteriore destro dell’auto e uno il telaio della saracinesca di ferro del garage, al piano terra dello stabile innanzi a cui l’automobile è stata posteggiata. Sull’asfalto sono stati trovati tre bossoli di una calibro 7,65. Dentro l’auto inoltre è stata trovata un’ogiva deformata. Indagano i Carabinieri della locale Tenenza. La Procura di Agrigento ha avviato un’inchiesta.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il procuratore di Catania, Zuccaro, ha ufficializzato il trasferimento del maxi processo “Montante” da Caltanissetta al Tribunale etneo. Il perché e i dettagli.
E’ stato già battezzato il maxi processo di Caltanissetta sul cosiddetto “Sistema Montante”. Infatti, il presidente del Tribunale nisseno, Francesco D’Arrigo, nonostante il parere contrario della Procura e dei difensori degli imputati, ha riunito in un unico processo i due tronconi, con 13 e 17 imputati, dell’inchiesta imperniata sull’ex presidente di ConfIndustria Sicilia, Antonello Montante, ovvero il filone del presunto dossieraggio e della rivelazione di notizie riservate con accessi abusivi ai sistemi informatici di polizia, tramite scambi di favori ad elevatissimo livello tra le forze dell’ordine e non solo, e il filone politico, ovvero l’intreccio di interessi ruotanti intorno al governo Crocetta, in carica tra il 2012 e il 2017. Ebbene, il risvolto processuale dell’inchiesta sul “Sistema Montante” ha subito un altro scossone. Dopo la riunificazione dei due processi ordinari, adesso l’intero treno giudiziario, con tutti i vagoni, è stato dirottato a Catania. Infatti, a seguito della nomina del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, ed ex assessore della Regione Siciliana, Nicolò Marino, a procuratore aggiunto di Caltanissetta, deliberata dal plenum del Consiglio superiore della magistratura, il processo ‘Montante’, in corso a Caltanisetta, è stato trasferito al palazzo di giustizia etneo. E ciò perché Marino è parte civile per uno degli episodi di reato contestati. Alla richiesta di trasferimento del processo, avanzata dall’avvocato Giuseppe Dacquì, difensore di alcuni imputati, si sono associati il pubblico ministero, Maurizio Bonaccorso, e tutte le parti. E il Tribunale ha accolto l’istanza e ha rinviato il processo al 19 dicembre. Nel frattempo, il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, ha ufficializzato il trasferimento designando il procuratore aggiunto di Catania, Agata Santonocito, già a lavoro al processo a carico di Raffaele Lombardo, e i pubblici ministeri, Valentina Margio e Luca Volino. A loro il compito – ha scritto Zuccaro – “della trattazione del processo e dell’esame preparatorio del copioso fascicolo processuale”. Il nuovo procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, Nicolò Marino, ha ottenuto 13 voti contro i 9 di Pasquale Pacifico, attuale sostituto procuratore della stessa Dda nissena. Nel marzo scorso il Csm ha bocciato la candidatura di Nicolò Marino a procuratore aggiunto di Catania. E Fulvio Gigliotti, componente laico del Csm, del Movimento 5 Stelle, ha votato contro e ha spiegato: “Marino non può concorrere per la Procura di Catania per via di una sentenza che avrebbe condannato alla censura il magistrato per omessa iscrizione di notizia di reato”. Gigliotti si riferisce ad una informativa. E il consigliere Sebastiano Ardita ha replicato: “Marino, come scrivono i suoi superiori gerarchici del consiglio giudiziario, ha ricevuto tra le tante informative anche una informativa che faceva parte di un compendio molto più ampio in cui non è stato scoperto nessun tipo di reati. Non c’è nessuno ostacolo formale, perché la sentenza di cui si parla non è passata in giudicato ma è stata impugnata, e la Cassazione a breve darà il suo esito”. A favore di Nicolò Marino si è espresso anche il consigliere togato Nino Di Matteo, che, tra l’altro, ha sottolineato: “Nel momento in cui ha svolto la funzione di assessore regionale con delega ai rifiuti, Nicolò Marino è riuscito ad individuare e a smascherare quello che si chiama il ‘sistema Montante’, un sistema che si reggeva anche sulla finta attività antimafia di molti imprenditori proprio nel settore del trattamento dei rifiuti”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)