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Il governo regionale predispone un’ordinanza d’emergenza per l’invio dei rifiuti fuori Sicilia. Stop alle discariche di Catania e Trapani. E’ il collasso.

Il presidente della Regione, Nello Musumeci, ha inviato oggi a Roma un’ordinanza rivolta all’attenzione del governo nazionale, tramite cui si intende predisporre l’invio dei rifiuti siciliani fuori Sicilia. Da Palermo ad Agrigento, da Messina a Trapani fino al Ragusano, in Sicilia è emergenza rifiuti. Il collasso è provocato dallo stop alla discarica di Motta Sant’Anastasia, in provincia di Catania, avvenuta a metà dello scorso mese di giugno a seguito di un pronunciamento del Tar che ha innescato una reazione a catena. I rifiuti respinti a Motta Sant’Anastasia sono stati trasportati nell’impianto di contrada Borranea a Trapani che adesso, di conseguenza, è a rischio saturazione. I sindaci dei Comuni dell’ex Ato Trapani hanno inviato a governo e deputati regionali una lettera che denuncia la grave condizione igienica e ambientale scatenata dall’impossibilità di conferire i rifiuti solidi urbani nella discarica Borranea di Trapani. E i sindaci tra l’altro hanno scritto: “Siamo profondamente preoccupati per l’attuale emergenza. Con un afflusso di turisti ritornato ai numeri degli anni pre-covid, non poter assicurare il normale svolgimento della raccolta dei rifiuti sta provocando allarme nei cittadini ed un enorme danno economico e di immagine per l’intera provincia. Sappiamo che le cause dell’ennesima emergenza sono dovute alla fragilità del sistema regionale del ciclo dei rifiuti, privo di impianti di trattamento finale idonei. Ad oggi nella discarica trapanese conferiscono 85 Comuni, 60 delle province di Palermo, Agrigento e Messina e 25 della provincia di Trapani. Su 370 tonnellate al giorno che sono conferite, solo 170 provengono dai Comuni trapanesi, le altre 200 sono di Comuni fuori provincia. Data la drammaticità della situazione riteniamo urgente e non differibile un incontro con il presidente della Regione, Nello Musumeci, per prospettare e adottare tutti i provvedimenti necessari finalizzati a superare una ormai prossima emergenza sanitaria. Contestualmente chiederemo un incontro al prefetto di Trapani, Filippina Cocuzza, per informarla della crisi riguardante la raccolta dei rifiuti, e per concertare le possibili soluzioni anche al fine di prevenire eventuali problemi di ordine pubblico”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

“La crisi idrica che allarma le regioni del Nord non si riscontra in Sicilia, almeno per il momento”: l’intervento del presidente Musumeci. Siciliacque: “Consegnata più acqua del 2021 e 2020”.

L’incombere della siccità, che affligge il nord Italia con il prosciugamento del Po, preoccupa anche in Sicilia, tanto che il presidente della Regione, Nello Musumeci, ha convocato una riunione tecnica a palazzo d’Orleans a Palermo. E ha spiegato: “La crisi idrica che allarma le regioni del Nord Italia per fortuna non presenta gli stessi valori in Sicilia. Tuttavia dobbiamo essere pronti a qualunque evenienza. Quello che abbiamo fatto in questi 5 anni, per far fronte alla penuria d’acqua nei centri urbani e nelle campagne, non ha precedenti in termini di iniziative e di risorse stanziate”. E poi, più nel dettaglio dei metri cubi d’acqua, Musumeci aggiunge: “Abbiamo fatto una verifica anche della quantità di acqua che conservano le nostre dighe, e ricordo che abbiamo finanziato centinaia di serbatoi di vasche aziendali. Purtroppo, la nostra acqua piovana nel passato non è stata mai sufficientemente utilizzata, conservata e quindi utilizziamo solo l’11% dell’acqua che arriva dal cielo”.

E poi, in prospettiva, il presidente della Regione prospetta: “Abbiamo già impegnato 40 milioni di euro e nel frattempo abbiamo avviato la procedura per pulire e togliere i fanghi dalle dighe, cosa che non si faceva da almeno 40 o 50 anni. Inoltre abbiamo riqualificato e stiamo riqualificando alcuni tratti della rete dei Consorzi di bonifica. Abbiamo già concesso 17 milioni di euro. Con le risorse nazionali abbiamo presentato e ottenuto il finanziamento di altri progetti per 130 milioni di euro. Già stanno partendo i lavori per la nuova rete idrica della città di Agrigento. E stesso intervento pensiamo di fare per le altre città dove purtroppo l’acqua si perde lungo il percorso. Da almeno 30 anni nessuno si è occupato di questi interventi. Quindi le misure ci sono, sono a breve, media e a lunga scadenza” – conclude.

Nel frattempo, SiciliAcque è appena intervenuta a fronte delle denunciate carenze idriche nei Comuni costieri agrigentini, e ha replicato: “I disagi non dipendono da Siciliacque, ma con tutta probabilità da un deficit, rispetto agli anni scorsi, di risorse idriche in capo al gestore d’ambito Aica. I limiti nella portata dei nostri acquedotti non consentono, se non attraverso una rimodulazione della distribuzione da effettuare in sinergia con il gestore Aica, di incrementare l’erogazione idrica così come chiesto, ad esempio, dal sindaco di Siculiana. Al momento le quantità d’acqua complessivamente consegnate ai Comuni serviti da Aica sono maggiori sia a quelle dello scorso anno, quando l’intera Isola era in crisi idrica, sia alle forniture del 2020. Pur comprendendo i disagi per le comunità e le attività commerciali, Siciliacque, tuttavia, può regolare l’erogazione dell’acqua con i tempi tecnici necessari e compatibilmente con le portate degli acquedotti gestiti. In un’ottica di collaborazione con Aica, Siciliacque metterà in campo come sempre ogni azione finalizzata alla risoluzione dei possibili disservizi”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

I dettagli sull’inchiesta “Mosaico 2” sostenuta dalla Squadra Mobile di Agrigento. L’elenco integrale degli indagati. Contestati presunti traffici di droga e armi.

La Squadra Mobile di Agrigento, capitanata da Giovanni Minardi, il 15 settembre del 2020 è stata impegnata nell’operazione intitolata “Mosaico”: 7 arresti nell’ambito, soprattutto, di una sanguinosa faida insorta a cavallo tra Favara e il Belgio, a Liegi. Nel corso delle indagini i poliziotti ampliarono il raggio di osservazione e, tramite pedinamenti e appostamenti, hanno scoperto altro, tanto che adesso è scattato un secondo blitz “Mosaico”.

La Procura ha gettato sul tavolo del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Agrigento 26 nomi e cognomi con diverse proposte di misure cautelari. Il giudice, Giuseppe Miceli, ha firmato tre arresti e un obbligo di dimora. Agli altri 22 è stato notificato un avviso di garanzia. Sono stati ristretti ai domiciliari i favaresi Gerlando Russotto, 32 anni, Stefano Di Maria, 30 anni, e Luigi Deriu, 37 anni. Russotto è stato già condannato in primo grado a 6 anni di reclusione al processo “Mosaico 1”. Stefano Di Maria invece è stato arrestato e poi assolto con sentenza definitiva nell’ambito dell’inchiesta antimafia “Montagna”. L’obbligo di dimora è stato imposto ad Antonino Sortino, 27 anni, di Favara. Sono contestati presunti traffici di sostanze stupefacenti e di armi. Tra i 26 indagati vi sono Alessandro Puntorno, 53 anni, di Agrigento, già arrestato nel 2009 e nel 2011 nelle operazioni antidroga “House Delivery” e “Trifoglio”, beccato, tra l’altro, al porto di Palermo appena fuori la nave proveniente da Genova con 1 chilo di cocaina purissima e 100 grammi di hashish.

E poi Ignazio Sicilia, 46 anni, di Favara, arrestato nel 2005 nell’ambito dell’inchiesta antimafia “San Calogero”, condannato a 12 anni di reclusione e poi scarcerato nel 2015, dopo 10 anni, grazie alla liberazione anticipata. E poi Filippo Russotto, 47 anni, di Favara, ex fidanzato di Jessica Lattuca, 31 anni, di Favara, di cui non vi è più traccia dal 12 agosto del 2018, e il fratello di lei, Vincenzo Lattuca, 42 anni. Ecco gli indagati: Gerlando Russotto, 32 anni di Favara; Calogero Greco Gambino, 29 anni di Favara; Salvatore Sicilia, 39 anni di Favara; Ignazio Sicilia, 46 anni di Favara; Filippo Russotto, 47 anni di Favara; Ignazio Agrò, 63 anni di Racalmuto; Gioacchino Domenico Lo Giudice, 35 anni di Canicattì; Salvatore Alba, 38 anni di Favara; Nicola Chiarelli, 26 anni di Sommatino; Salvatore Chiarelli, 55 anni di Sommatino; Alessandro Puntorno, 53 anni di Agrigento; Salvatore Fortunato, 22 anni di Agrigento; Salvatore Butticè, 33 anni di Favara; Emilio Nobile, 27 anni di Favara; Salvatore Greco, 22 anni di Favara; Vincenzo Lattuca, 42 anni di Favara; Salvatore Matina, 34 anni di Favara; Antonino Sortino, 27 anni di Favara; Sharon Sortino, 27 anni di Favara; Giusy Mendolia, 26 anni di Favara; Calogero Cusumano, 34 anni di Favara; Michele Amato, 48 anni di Canicattì; Antonella Farabino, 51 anni di Favara; Stefano Di Maria, 30 anni di Favara; Giovanni Sortino, 54 anni di Favara; Luigi Deriu, 37 anni di Favara.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

La Cassazione ha annullato il no al risarcimento danni per ingiusta detenzione a Bruno Contrada. Rinvio in Appello. L’intervento del difensore, l’avvocato Giordano.

Il 6 aprile del 2020 la Corte d’Appello di Palermo ha accolto la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione presentata da Bruno Contrada, ex numero due del Sisde e già capo della Squadra Mobile di Palermo, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. A Contrada sono stati liquidati 667mila euro. La condanna dell’ex poliziotto è stata ritenuta illegittima dalla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, e dalla Cassazione allorchè, all’epoca delle presunte condotte criminose di Contrada, ovvero tra 1979 e 1988, il reato di concorso esterno alla mafia non era stato ancora previsto dal codice penale italiano. E dunque sarebbe stato da applicare il principio “nulla poena sine lege”, ovvero non è possibile alcuna condanna per un reato non previsto dalla legge. Contro il risarcimento a Contrada accordato dalla Corte d’Appello di Palermo hanno presentato ricorso in Cassazione la Procura Generale di Palermo e l’Avvocatura dello Stato nell’interesse del ministero dell’Economia. Ebbene, il 21 gennaio del 2021 la Cassazione ha annullato con rinvio la stessa ordinanza della Corte d’Appello di Palermo che ha riconosciuto a Bruno Contrada la riparazione per ingiusta detenzione, quantificandola in 667mila euro. Dunque: annullamento con rinvio per il riesame ad un’altra Corte d’Appello di Palermo che lo scorso 13 gennaio, al contrario della prima volta nell’aprile del 2020, ha risposto no e ha rigettato l’istanza di risarcimento del danno per ingiusta detenzione firmata dal difensore di Contrada, l’avvocato Stefano Giordano, che ha presentato ricorso in Cassazione. E adesso la Cassazione ha una seconda volta disposto l’annullamento del verdetto rinviando gli atti ad un’altra Corte d’Appello palermitana. E l’avvocato Giordano commenta: “Aspettiamo il deposito delle motivazioni per meglio comprendere la portata del provvedimento. Quel che è certo è che la Corte di Cassazione si è rifiutata di ratificare la decisione ingiusta e convenzionalmente illegale dei giudici di Palermo, che non avevano preso minimamente in considerazione le nostre difese e il diritto della Corte europea dei diritti dell’uomo, neppure per confutarli. Rimane obiettivamente sempre meno margine, con questo provvedimento, per coloro che si ostinano a non attuare la Convenzione e a fare finta che la sentenza della Corte europea su Contrada non sia mai esistita. Adesso puntiamo a che il risarcimento a favore del dottor Contrada sia riconosciuto nei tempi più brevi, considerata la sua età e lo stato di salute”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

L’Italgas, intorno a cui ruota l’inchiesta della Procura di Agrigento sull’esplosione a Ravanusa, bonificherà l’area della strage. Gli interventi della società a fronte delle polemiche ricorrenti.

Lo scorso 30 dicembre, dieci persone, tra vertici nazionali e regionali di Italgas, sono state iscritte sul registro degli indagati dalla Procura della Repubblica di Agrigento nell’ambito dell’inchiesta sull’esplosione del precedente 11 dicembre a Ravanusa che ha provocato la morte di 9 persone, tra cui Selene Pagliarello, incinta al nono mese e prossima al parto di Samuele. Il fascicolo, che ipotizza i reati di disastro colposo ed omicidio colposo plurimo, è stato avviato come atto dovuto per eseguire, come avvenuto nel tempo successivo, un incidente probatorio, e quindi irripetibile, nel luogo della tragedia. Ebbene, nel frattempo, adesso, come annunciato dal sindaco, Carmelo D’Angelo, l’Italgas ha deciso di accollarsi tutti gli oneri per il ripristino delle condizioni di sicurezza e per la rimozione delle macerie degli immobili distrutti dallo scoppio in via Trilussa. Il Municipio ha quindi autorizzato formalmente Italgas Reti S.p.A. a procedere, a proprie cure e spese, alle opere nell’area compresa tra le vie della Pace, Galileo Galilei, Ciceruacchio e delle Scuole. Saranno demoliti, qualora non vi sia altra alternativa, i fabbricati pericolanti, e saranno rimosse le rovine già sul posto e quelle provocate dalle demolizioni. Il tutto è stato sancito nel corso di un’apposita riunione tra il Comune, Italgas, e Incico, una società di ingegneria incaricata da Italgas di redigere il relativo progetto presentato lo scorso 3 giugno. La prima tappa è l’allestimento di un’area di cantiere, ad ampio raggio, nella zona del disastro. A fronte delle polemiche che all’indomani della strage si sollevarono rabbiose nel merito di asserite segnalazioni da parte dei residenti di fughe di gas, l’Italgas, il 14 dicembre, intervenne così: “In merito alle notizie diffuse relative a dispersioni di gas segnalate nell’abitato di Ravanusa, Italgas Reti precisa di aver ricevuto tre segnalazioni riguardanti le vie Calabria, San Francesco e Galileo Galilei. A seguito di verifiche, per due di esse non sono state rilevate alcune perdite. Per una terza i tecnici hanno provveduto alla sostituzione di un breve tratto di tubazione di piccolo diametro, posto al limite della sede stradale. Le segnalazioni sono state tutte verificate ampliando il controllo della rete anche a tutte le vie limitrofe”. E poi, sulle asserite carenze di manutenzione Italgas replicò così: “Sulla base di quanto registrato nei sistemi aziendali, non vi è evidenza di lavori eseguiti sulla rete stradale, ma unicamente interventi ordinari, di routine, eseguiti su contatori domestici e su alcune valvole stradali da eseguire con cadenza periodica. Tali interventi si sono svolti nell’abitato di Ravanusa in vie distanti dal luogo dell’evento. Gli interventi effettuati rientrano tra quelli ciclici di manutenzione programmata, sono riferiti alle verifiche di manovrabilità delle valvole di rete e non comportano interventi sulle tubazioni. Essi consistono nelle seguenti operazioni: ispezione e pulizia del pozzetto, ingrassaggio della valvola, e verifica di manovrabilità della valvola”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

I dettagli sui capi d’imputazione e gli esiti della requisitoria al processo ordinario sul presunto inquinamento del mare di San Leone dal 2008 al 2013.

Ad Agrigento, al palazzo di giustizia, innanzi alla seconda sezione penale presieduta dalla giudice Wilma Mazzara, si è svolta l’udienza riservata alla requisitoria del processo a carico di cinque imputati ai quali la Procura della Repubblica di Agrigento contesta, a vario titolo, l’avere scaricato dal giugno 2008 al luglio 2013 tutti i reflui non depurati della rete fognaria della zona sud – est di Agrigento, tra San Leone, Cannatello e Villaggio Peruzzo, nel mare antistante la costa di San Leone tramite due scarichi non autorizzati, essendo scaduta l’autorizzazione. I due scarichi sono stati due condotte sottomarine, intese una “Pubblica Sicurezza” e l’altra “Padri Vocazionisti”.

E tale scarico presunto inquinante, illegale e non autorizzato sarebbe stato aggravato dalla frequente rottura delle condotte o dallo straripamento delle centraline di sollevamento anche in spiaggia, nei pressi della battigia, più volte segnalato e documentato in video e foto dall’associazione ambientalista “MareAmico” di Claudio Lombardo. A fronte di ciò, ai dirigenti dell’Ato idrico è contestato, tra l’altro, la violazione dei loro obblighi di controllo verso Girgenti Acque, e quindi i dirigenti dell’Ato idrico avrebbero procurato intenzionalmente a Girgenti Acque un vantaggio ingiusto, che è stato la prosecuzione del rapporto contrattuale senza subire né multe né la risoluzione del contratto. Ebbene, il pubblico ministero, Giulia Sbocchia, ha invocato la condanna di quattro dei cinque imputati.

Si tratta di Marco Campione, 60 anni, di Agrigento, ex presidente di Girgenti Acque, poi Giuseppe Giuffrida, 74 anni, di Gravina di Catania, ex amministratore delegato di Girgenti Acque, Bernardo Barone, 69 anni, di Agrigento, direttore generale dell’Ato idrico di Agrigento, e Maurizio Carlino, 61 anni, di Favara, progettista e direttore dei lavori. Ipotesi di reato prescritte per Piero Hamel, 70 anni, di Porto Empedocle, dirigente tecnico dell’Ato idrico. Il 28 marzo del 2018 altri due imputati sono stati uno condannato e un altro assolto a conclusione del giudizio abbreviato: la giudice per le udienze preliminari del Tribunale, Alessandra Vella, inflisse 10 mesi di reclusione al dirigente tecnico di Girgenti Acque, Calogero Sala, 56 anni, ingegnere. Sala è stato condannato per 3 su 6 delle imputazioni di reato che gli sono state contestate: danneggiamento, violazione del codice dei beni culturali e getto pericoloso di cose. E’ stato assolto invece da falso, truffa e frode in pubbliche forniture. Ancora la giudice Vella ha assolto, con la formula del “perché il fatto non sussiste”, Rita Vetro, 65 anni, di Favara, titolare di un laboratorio di analisi, imputata perché avrebbe formato numerosi rapporti di prova ritenuti falsi su campioni di scarichi fognari riversati nel mare di San Leone ad Agrigento.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il comandante nazionale dei Carabinieri del Ros, Pasquale Angelosanto: “Matteo Messina Denaro non è mai stato e non è il capo di Cosa Nostra siciliana”. L’intervento.

Pasquale Angelosanto

Matteo Messina Denaro non è mai stato e non è il capo di Cosa Nostra siciliana: parola del massimo vertice operativo dei Carabinieri in Italia, ovvero il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Raggruppamento operativo speciale, il Ros. Angelosanto, all’agenzia Ansa, spiega: “Totò Riina è stato il capo di Cosa Nostra fino alla sua morte, nel 2017, però con tutte le difficoltà dovute al 41 bis, un regime introdotto per impedire che i capimafia potessero continuare a disporre dal carcere”. Ora che sono morti è Matteo Messina Denaro il capo dei capi? E il generale risponde: “No: su questo voglio essere molto chiaro. C’è stata in un certo momento quest’idea perché la componente trapanese era stata la principale alleata della componente corleonese. Quindi con l’arresto di Riina e Provenzano qualcuno ha pensato che l’eredità fosse stata presa da lui. Ma Messina Denaro non è stato mai il capo di Cosa Nostra: è stato ed è il capo della provincia trapanese di Cosa Nostra. Ce l’ha saldamente nelle mani, ma al tempo stesso possiamo dire che c’è sofferenza anche all’interno dei mandamenti trapanesi”. Un capo criticato è anche più aggredibile? E Angelosanto ricorda: “Negli ultimi anni sono stati arrestati oltre 130 associati, ci sono stati sequestri milionari: depotenziamento della struttura militare e impoverimento dell’organizzazione. Attraverso queste due modalità di aggressione noi siamo fiduciosi di ottenere il risultato dell’arresto di Messina Denaro. Sperando che arrivi quanto prima”. E poi, in conclusione, in occasione dei 30 anni dalla morte di Falcone e Borsellino, il comandante dei Carabinieri del Ros si sofferma sulla stagione delle stragi di mafia e la reazione dello Stato e dell’opinione pubblica, e afferma: “Quel 23 maggio del ’92 ero a Castello di Cisterna, in provincia di Napoli, quando arrivò la notizia devastante per tutti noi. Era stato colpito un emblema, un magistrato che era il punto di riferimento per tutti noi investigatori. Ma dopo la reazione dello Stato fu forte: da quella morte abbiamo avuto una spinta e abbiamo decuplicato gli sforzi. Quel momento è stato uno spartiacque. Ci fu una spinta ideale e i risultati arrivarono. A settembre del ’92 riuscii ad arrestare un grande latitante dell’epoca in Campania, Carmine Alfieri, capo della camorra vesuviana. Poi ci furono i grandi arresti: a gennaio ’93 Riina, poi i capi di Cosa Nostra catanese, Santapaola e Pulvirenti, nel ’94 i fratelli Graviano, a seguire Bagarella, e ancora i fratelli Brusca. Quindi la reazione fu tangibile. Quando Cosa Nostra si è resa conto che la contrapposizione feroce con lo Stato non era stata pagante, ha cominciato a cambiare strategia. Noi riteniamo che ci sia stato un ritorno al vecchio: alla sommersione. Quando si dice che la mafia senza i grandi capi è cambiata, si registra di fatto un ritorno al passato, perché l’infiltrazione dell’economia è da sempre un obiettivo: arricchirsi, e attraverso l’arricchimento conseguire il potere sul territorio” – conclude il generale Pasquale Angelosanto. Ecco come Bernardo Provenzano intervenne affinchè Totò Riina comprendesse che la contrapposizione feroce con lo Stato non sarebbe stata pagante… “Totò, quando uno si mette contro a tutti, prima o poi se la piglia nel cu…”

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

La Procura di Agrigento, tramite il sostituto procuratore, Antonella Pandolfi, ha chiesto al Tribunale il rinvio a giudizio di cinque imputati ritenuti responsabili dei due crolli del cornicione del palazzo in stile Liberty “Vittoria 51”, tra il Viale della Vittoria e piazza Cavour, avvenuti il 18 e il 30 settembre del 2019. L’udienza preliminare innanzi al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Agrigento, Giuseppe Miceli, è in calendario il 10 ottobre. Rispondono del reato di disastro colposo: Giuseppe Nicotra, 43 anni, di Favara, titolare dell’impresa esecutrice dei lavori di ripristino del prospetto, Giuseppe Bellia, 45 anni, direttore dei lavori, Vincenzo Sinatra, 86 anni, proprietario di un immobile e indicato come il committente dei lavori, Tito Cece, 75 anni, progettista e direttore tecnico degli stessi lavori, e Cosimo Nicotra, 45 anni, direttore tecnico dell’impresa esecutrice. Secondo il consulente della Procura, l’ingegnere Luigi Palizzolo, i cedimenti sarebbero stati provocati da lavori abusivi eseguiti negli anni 2007 e 2008 nel sottotetto, e per il taglio di parte del cornicione, avvenuto nel 2019, durante i lavori di ristrutturazione.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

L’assessorato regionale ai Servizi di pubblica utilità e le eterne emergenze legate ad acqua e rifiuti: l’intervento dell’assessore Daniela Baglieri. Le prospettive.

La delega dell’assessore regionale Daniela Baglieri è la patata forse più bollente tra le mani degli assessori al fianco di Nello Musumeci. Si tratta dei servizi primari, di pubblica utilità, in primis acqua e rifiuti. E dunque la Baglieri si strapazza a rattoppare le falle di una barca che da tempo, troppo, è un colabrodo. Infatti, l’emergenza rifiuti si protrae ininterrotta dai primi anni duemila, e da oltre il secolo scorso l’acqua è tra i primi tormenti dei siciliani. Annoso è anche il problema della depurazione, tanto che l’Europa, a fronte delle carenze, ha inflitto alla Sicilia parecchie sanzioni, ovvero, tecnicamente, “procedure di infrazione”.

E l’assessore Baglieri conferma e replica: “La depurazione è un’altra notte infinita per la Sicilia. E’ un tema che a parer mio non ha vincitori nè vinti, tanto che il governo nazionale ha nominato un commissario unico per la depurazione che sta portando avanti tutti gli interventi già finanziati con la delibera 60 del 2012 del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica”. E poi, nell’ambito dei rifiuti – in attesa dei termovalorizzatori, degli impianti pubblici di trattamento e delle discariche, che siano pubbliche e non strette tra i tentacoli dei privati – la soluzione al momento praticabile è il trasferimento della spazzatura fuori Sicilia.

E l’assessore Baglieri conferma e aggiunge: “E’ stata richiesta l’attivazione di un tavolo ministeriale per condividere un percorso interregionale del trasporto fuori regione. Andranno a darci un supporto tecnico. Da dicembre 2021 abbiamo diffidato gli ex Ato provinciali, adesso Srr, in merito a questa tematica. Numerosi sono i Comuni tramite le loro Srr che ad oggi sono sprovvisti di una bando sul trasporto dei rifiuti fuori regione. L’ipotesi è quella di intervenire direttamente attraverso l’assessorato. Ci vorranno in ogni caso almeno un paio di mesi, e occorre quindi che ognuno faccia la propria parte: l’assessorato e le Srr”.

E poi, in riferimento al progetto della costruzione di due termovalorizzatori nella regione, la Baglieri ribadisce: “I termovalorizzatori sono parte di un processo alternativo: dall’aumento della differenziata in ogni Comune, all’economia circolare, sfruttando i rifiuti per produrre energia, ma la strada è lunga e tortuosa. Negli ultimi 30 anni è stata imposta la schiavitù delle discariche. Nessuno può sentirsi esente da questa responsabilità politica e morale. Mi spiace solo che qualche amministratore o deputato dimentica troppo spesso il passato, costruendo la propria campagna elettorale sulle emergenze”.

Infine, sull’agognata riforma, l’assessore conclude: “Credo che una legge dei rifiuti sia indispensabile per la Sicilia, non dovrebbe avere nessun colore politico, sia condivisa da tutto il Parlamento, e serva a mettere ordine ad un sistema malato. Sin quando ci saranno troppi interessi di parte, alcuni processi saranno difficili da scardinare. La speranza a volte è nemica dei fatti reali. In Sicilia non c’è bisogno di speranza, ma di tanto lavoro e collaborazione tra numerosi attori, che vadano tutti in un unica direzione. Quella della normalità, e non più dell’emergenza”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Al processo ordinario sul “Sistema Montante” ha deposto l’avvocato Genchi. Le dichiarazioni sull’imprenditore Di Vincenzo, e l’intervento del suo difensore, Mirko La Mattina.

Innanzi al Tribunale di Caltanissetta si è svolta un’altra udienza del processo ordinario, tecnicamente il “Cuva più 16”, a carico di 17 imputati nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “Sistema Montante”. Ha deposto come testimone l’avvocato Gioacchino Genchi, che, tra l’altro, ha raccontato: “L’imprenditore edile Davide Tedesco, mio amico, mi disse che, trovandosi in un ristorante, sentì parlare Antonello Montante e un’altra persona di una misura in corso su un soggetto che poi effettivamente fu oggetto di misura di prevenzione patrimoniale. Ricevo questi messaggi in tempo reale da Davide Tedesco che mi racconta cosa stava accadendo mentre si trovava al ristorante. Poi, quando venne in studio da me, cercammo di capire sia chi fosse la persona di cui parlavano, sia chi fosse la persona al tavolo con Montante. Dopo la descrizione che mi fu fatta mi collegai su internet e gli feci vedere la foto del questore Carmine Esposito, e collegammo che la persona con cui Montante era al ristorante era lui”. E poi Genchi ha aggiunto: “Fu sempre Tedesco a parlarmi dell’ingegnere Pietro Di Vincenzo che era in carcere, con il quale si sentiva, erano molto amici, e c’erano anche delle lettere che mi fece leggere. Tedesco parlò di me a Di Vincenzo, e Di Vincenzo gli chiese di coinvolgermi nella sua difesa. Nell’inquadrare la situazione giudiziaria di Di Vincenzo ebbi subito la percezione che l’origine delle sue problematiche nascesse dall’essere tornato a Caltanissetta dopo la misura cautelare, e avere accettato un ruolo nell’Associazione degli industriali quando erano già cambiati gli equilibri. Di Vincenzo non si era reso conto che andava incontro a una realtà mutata: un contesto imprenditoriale, che fino a poco tempo prima aveva il riferimento in lui, poi aveva individuato un nuovo punto di riferimento che era Montante. Diedi un mio computer Mac in disuso a Di Vincenzo e lavoravamo a distanza su documenti condivisi, e mi arrivavano diversi allarmi su tentativi di accesso a questa mail” – ha concluso Genchi. L’imprenditore nisseno Pietro Di Vincenzo, al quale è stato confiscato un patrimonio di 264 milioni e 565 mila euro per sospetti di contiguità con soggetti mafiosi, è stato presidente degli industriali di Caltanissetta e della Sicilia, è stato indagato per concorso in associazione mafiosa nel 1992 nell’ambito dell’inchiesta “Leopardo”, ed è stato prosciolto. E poi è stato assolto nel 2009 dalla Corte d’Appello di Roma dopo la condanna a 1 anno e 4 mesi in un’inchiesta che coinvolse la cosca Rinzivillo di Gela. Adesso Pietro Di Vincenzo è parte civile al processo “Montante”. E uno dei suoi difensori, l’avvocato Mirko La Mattina, ha già affermato: “Ci sono dei collegamenti con le vicissitudini giudiziarie dell’ingegnere Di Vincenzo. Intendo dire che, da operatore del diritto e da difensore di Di Vincenzo, mi lascia alquanto perplesso l’arresto del finanziere Ettore Orfanello, indicato come uno dei soggetti più legati a Montante, sommato al fatto che Montante considerava l’ingegnere Di Vincenzo un nemico, e sulle cui ceneri il Montante ha, peraltro, iniziato la propria carriera. Montante è accusato di avere orientato delle indagini della Guardia di Finanza a favore dei suoi amici e contro i suoi nemici. Se si considera che il maggiore Orfanello è stato uno dei militari che ha condotto le indagini patrimoniali nei confronti dell’ingegnere Di Vincenzo, all’esito delle quali fu chiesta, e poi applicata, la misura di prevenzione che ha portato alla confisca di tutto il suo patrimonio, si possono comprendere le mie perplessità. Aggiungo: noi difensori abbiamo saputo della sentenza della Corte d’Appello di Caltanissetta, con la quale era stata confermata la confisca a carico dell’ingegnere Di Vincenzo, attraverso un’intervista rilasciata da un altro soggetto coinvolto nell’indagine Montante, l’ex presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta, il quale era a conoscenza della decisione credo lo stesso giorno che fu depositata, e comunque ancora prima di noi diretti interessati. Sarei curioso di sapere come Crocetta lo abbia saputo”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)