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Musumeci e Falcone contro Anas. L’elenco delle doglianze. L’amministratore delegato in Sicilia entro gennaio. Mercoledì le parti in causa in Commissione all’Assemblea Regionale.


A Roma è nel mirino l’Aspi, Autostrade per l’Italia, che tra 2009 e 2018 ha dimezzato gli investimenti ed ha aumentato i dividendi per gli azionisti. E nel frattempo è crollato il ponte “Morandi” a Genova: 43 morti. A Palermo invece adesso è nel mirino l’Anas, perché la rete stradale siciliana è un disastro. E la regola, in mancanza di eccezioni, sono i cantieri infiniti o mai iniziati, come statale 640 Agrigento – Caltanissetta, 121 Palermo – Agrigento, viadotti Morandi e Petrusa ad Agrigento.

Il presidente della Regione, Nello Musumeci, ha appena tuonato così: “Non posso che ribadire, ancora una volta, l’assoluta inadeguatezza dell’Anas ad affrontare e risolvere problemi infrastrutturali provocati da almeno 40 anni di mancata manutenzione. E’ arrivato il momento che questa lunga stagione di colpevole incuria, e di politica del ‘rappezzo’, si chiuda per sempre”. E l’assessore regionale alle Infrastrutture e Trasporti, Marco Falcone, ha subito condiviso e rilanciato citando come testimonianze quanto accade. E ha denunciato: “L’Anas ha 61 fronti aperti in Sicilia, tra deviazioni, cantieri iniziati e poi abbandonati. Sulla A19 Palermo – Catania ci sono 5 deviazioni con cantieri fermi, come i viadotti Mulini, Giardinello e Rossi. Abbiamo problemi sulle gallerie, come una tra Enna e Caltanissetta, dove c’è un impalco da un anno e mezzo senza interventi. Il viadotto Giardinello doveva essere fatto in 90 giorni, ed è abbandonato da 8 mesi. E adesso lo svincolo di Enna è stato chiuso per 2 anni per lavori urgenti” – conclude Falcone.

Si tratta solo di parole al vento? No: la Regione ha coinvolto personalmente l’amministratore delegato di Anas, che si è impegnato a venire in Sicilia entro fine gennaio. E poi la Regione ha diffidato l’Anas ad avviare i lavori, oltre una decina circa, per 30 milioni di euro, finanziati dal Patto per il Sud, altrimenti saranno ritirati i 30 milioni. E l’Anas da parte sua come si è difesa? La replica della società è stata: “Abbiamo avviato un piano di manutenzione straordinaria dell’A19 Palermo – Catania, articolato e completo, che prevede investimenti pari a 850 milioni di euro lungo tutta l’arteria, in parte già eseguiti, e, più in generale, un piano di manutenzione programmata di tutta la rete stradale siciliana per il quale sono previsti 1 miliardo e 100 milioni di euro, dei quali circa 180 milioni in interventi già attivi e 600 milioni per interventi di prossima attivazione”.

Controbattono i sindacati, e la Cisl bombarda così: “Non ci interessano le diatribe né i ping pong di responsabilità né gli annunci roboanti di piani speciali per la Sicilia con effetti sempre di là da venire. Sul nostro sito, CislSicilia.it, abbiamo pubblicato un provocatorio contatore del tempo trascorso dal crollo del viadotto Himera sull’A19. Quasi 5 anni ad oggi da quel 10 aprile 2015, 1742 giorni. Ma quella strozzatura è ancora lì. Ben altra sorte è toccata alla ricostruzione del ponte Morandi a Genova”. E mercoledì prossimo, 22 gennaio, tutte le parti in causa sono state convocate a Palermo, dalla presidente della Commissione Territorio e Ambiente, Giusi Savarino.

Fissate al 19 aprile le elezioni Provinciali di secondo livello. Alle urne solo i consiglieri comunali e i sindaci. A Palermo, Catania e Messina il presidente è il sindaco.


Non è un errore se le si definisce ancora Province. Perché tali sono. Liberi Consorzi di Comuni? Liberi da che? Consorzi di che? Comuni con che? Sono solo parole vuote, formali e prive di sostanza, termini arruffati di una riforma arruffona quale è stata la legge istitutiva dei Liberi Consorzi di Comuni in Sicilia al posto delle Province. Sei Consorzi, corrispondenti ad altrettante sei ex Province, e tre Città Metropolitane: Palermo, Catania e Messina. L’ex presidente della Regione, Rosario Crocetta, si è incaponito nel non recepire “tout court”, dal francese “in breve” e quindi così come è, la riforma Delrio che ha soppresso del tutto le Province. E ha partorito una falsa riforma che si protrae da anni, tra difficoltà di gestione a carico degli stessi Enti, commissariamenti infiniti, ormai quasi 8 anni, e poi la barzelletta delle elezioni, annunciate e poi rinviate sistematicamente. In principio il voto è stato in calendario il 20 novembre 2016, e poi è stato rinviato al 26 febbraio 2017. Poi invece altro rinvio, a domenica 30 luglio 2017. Nel frattempo l’Assemblea Regionale ha approvato la legge di ripristino dell’elezione diretta del presidente e dei consigli delle Province, poi impugnata dal governo nazionale nell’ottobre 2017. La stessa legge ha fissato il 18 febbraio 2018 come data per le elezioni, poi ritenuta impraticabile e rinviata alle Amministrative della primavera 2018, 10 giugno 2018. Anzi no: altro rinvio al turno straordinario delle elezioni amministrative, quindi una domenica compresa tra il 15 ottobre e il 15 dicembre 2018. E invece nulla. Adesso il governo Musumeci ha scelto: si vota domenica 19 aprile 2020. Si tratta di elezioni di secondo livello e quindi saranno alle urne tutti i sindaci e i consiglieri dei 390 Comuni dell’Isola. Nelle tre Città metropolitane, “Province”, di Palermo, Catania e Messina saranno eletti solo i Consigli, perché il presidente coincide, di diritto, con il sindaco del Comune capoluogo. E quindi saranno presidenti Leoluca Orlando, Salvo Pogliese e Cateno De Luca. Nei sei Liberi consorzi, quindi nelle altre sei “Province”, le elezioni comprenderanno invece presidenti e Consigli provinciali.

Angelo Ruoppolo (teleacras )

La Procura di Palermo invoca sei ergastoli per l’omicidio dell’avvocato Enzo Fragalà. La figlia della vittima ringrazia i magistrati. I dettagli su movente ed esecutori del delitto.


La sera del 23 febbraio del 2010 l’avvocato Enzo Fragalà, 61 anni, è aggredito brutalmente, a colpi di mazza, appena fuori dal suo studio legale, nei pressi del palazzo di giustizia. Il penalista muore dopo tre giorni d’agonia all’ospedale “Civico”. Nell’aprile 2015 il pentito Francesco Chiarello racconta: “Il pomeriggio dell’aggressione vennero a casa mia. E Franco Arcuri disse che servivano quattro persone a Salvatore Ingrassia, perché ci aviamu a dare quattro colpi di legno a una persona”. Chiarello indica anche il movente dell’agguato: Fragalà sarebbe stato ucciso su ordine dei vertici del clan di Porta Nuova perché in più di una occasione avrebbe indotto i suoi clienti a collaborare con i magistrati. “Così si insigna a fare l’avvocato” – sarebbero state le parole dei mandanti. E dunque, insieme a Franco Arcuri sono stati arrestati, tra i clan di Porta Nuova e Borgo Vecchio, Antonino Abbate, Salvatore Ingrassia, Antonino Siragusa, Paolo Cocco e Francesco Castronovo. Ebbene, adesso, a conclusione della requisitoria, i pubblici ministeri della Procura di Palermo, Francesca Mazzocco e Bruno Brucoli, hanno invocato la condanna all’ergastolo a carico dei sei imputati “nella certezza della loro colpevolezza, così come è certa la matrice mafiosa dell’agguato” – hanno sottolineato i magistrati. La Corte d’Assise, presieduta da Sergio Gulotta, deciderà se infliggere il carcere a vita a Franco Arcuri, Antonino Abbate, Salvatore Ingrassia, Paolo Cocco, Francesco Castronovo e Antonino Siragusa, il quale, nel frattempo, ha collaborato con la Giustizia. A conclusione del loro intervento, i pm Mazzocco e Brucoli sono stati ringraziati dalla figlia dell’avvocato Fragalà, Marzia, presente in aula con la madre Silvana e il fratello Massimiliano. E poi Marzia Fragalà ha dichiarato: “Trovarmi in questa aula dove tutto ebbe inizio nella lotta a Cosa nostra, dove mio padre da giovanissimo avvocato partecipò come difensore, e ritrovarmi oggi vittima davanti i suoi assassini mi provoca un certo sgomento. La mafia provoca solo morte e distruzione”. Nel corso della precedente udienza, prima della requisitoria che si è protratta per due udienze, il pentito Antonino Siragusa, al quale non è stato riconosciuto lo status di collaboratore, ha reso dichiarazioni spontanee e, collegato in videoconferenza, ha affermato: “Esprimo le mie più sentite scuse e una richiesta di perdono ai familiari dell’avvocato Fragalà. Purtroppo non potevo disobbedire a un ordine dall’alto, l’ordine di Antonino Abbate, all’epoca capomafia di Borgo Vecchio ed esecutore materiale dell’omicidio per conto di Gregorio Di Giovanni”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

La Commissione Bilancio approva il disegno di legge sull’Esercizio provvisorio prolungato fino a marzo. Da oggi l’esame all’Assemblea Regionale. Il voto atteso martedì prossimo.


Trascorso e superato l’incubo del pagamento del disavanzo, rateizzato da 10 fino a 25 anni, in Commissione Bilancio all’Assemblea Regionale Siciliana è stato acceso il semaforo verde all’esercizio provvisorio, proposto dalla Giunta Musumeci solo per i mesi di gennaio e febbraio quando, secondo gli auspici del governo, sarà approvata la finanziaria 2020. Invece in Commissione è stato approvato un emendamento, proposto dalle opposizioni, che prolunga il provvisorio fino a marzo, per tre mesi e non più due.

E ciò forse perché ci si è resi conto che approvare la finanziaria entro febbraio sarà una missione impossibile. Da oggi, giovedì 16 gennaio, l’apposito disegno di legge sull’esercizio provvisorio, appena esitato dalla Commissione, è incardinato ed è all’esame di Sala d’Ercole. Il voto è atteso martedì prossimo 21 gennaio.

Ordunque, il presidente della commissione Bilancio, Riccardo Savona, commenta: “Abbiamo cercato di portare a casa una manovra che servirà ai siciliani per iniziare il nuovo anno e per coprire le spettanze del 2019, a seguito della parifica della Corte dei Conti del 13 dicembre. Speriamo di essere più veloci e tempestivi con la finanziaria che deve essere approvata entro il 31 marzo. Nel testo del disegno di legge sull’esercizio provvisorio c’è anche l’articolo 7 che stanzia 16 milioni di euro per categorie e settori non coperti nella legge d’assestamento del bilancio approvata a dicembre. In particolare i 16 milioni di euro serviranno per garantire gli stipendi di una serie di enti, associazioni, teatri che aspettavano parte delle retribuzioni del 2019, e a pagare le retribuzioni di alcune categorie per un totale di 4 milioni e 450 mila euro: bacino dei Pip, lavoratori socialmente utili, personale Resais, cantieri di servizi in favore dei Comuni destinatari del Reddito minimo di inserimento ed emolumenti aggiuntivi per i Carabinieri. Confermati alcuni tagli come quello al tetto delle pensioni degli ex dipendenti regionali. Inoltre già con l’esercizio provvisorio la Regione si farà carico di un debito nel settore della Sanità che al momento viene pagato con le risorse dell’assistenza e che è all’origine del rischio di mancato finanziamento degli investimenti dei Comuni che si è corso negli ultimi giorni del 2019 quando poi, invece, sono stati sbloccati i 70 milioni di euro attesi dai Comuni siciliani per gli investimenti”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il prossimo 26 marzo il processo d’Appello ad Antonello Montante. Lia Sava si astiene a Caltanissetta. E Roberto Saieva da Catania delega Giuseppe Lombardo.


Adesso è in calendario: il prossimo 26 marzo sarà il giorno della prima udienza innanzi alla Corte d’Appello di Caltanissetta del processo di secondo grado all’ex presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, condannato il 10 maggio scorso, dalla giudice per le udienze preliminari del Tribunale, Graziella Luparello, a 14 anni di reclusione per associazione a delinquere, corruzione e accesso abusivo al sistema informatico. L’accusa al processo d’Appello sarà rappresentata in aula dal sostituto Procuratore Generale di Catania Giuseppe Lombardo, su delega del Procuratore Generale etneo, Roberto Saieva. E perché Catania e non la Procura Generale di Caltanissetta? Perché la Procuratore Generale di Caltanissetta, Lia Sava, ha dichiarato la propria astensione. Lei si è avvalsa dell’articolo 52 del Codice di procedura penale, che prevede l’astensione da un processo “quando ricorrano gravi ragioni di convenienza”. E quali sono tali gravi ragioni di convenienza? Lia Sava, quando è stata Procuratore Aggiunto a Caltanissetta a fianco del Procuratore Sergio Lari, ha coordinato le indagini a carico di Montante per concorso esterno in associazione mafiosa. Inoltre, Lia Sava è stata citata dagli avvocati difensori di Antonello Montante nella lista di magistrati che con Montante avrebbero avuto “considerevoli e reiterati rapporti di amicizia e frequentazione”. Così è stato scritto quando i difensori di Montante hanno proposto istanza di trasferimento del processo da Caltanissetta ad altra sede, che poi la Cassazione ha rigettato. Nel frattempo, ad onor di cronaca, le indagini sui rapporti tra i magistrati di Caltanissetta e Montante sono state archiviate penalmente dalla Procura di Catania, e, sotto il profilo disciplinare, dal Csm. E nell’archiviare, il Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, ha scritto che “le condotte di alcuni magistrati, per quanto discutibili, non possono certo ritenersi penalmente illecite”. A fianco di Antonello Montante il 26 marzo siederanno sul banco degli imputati anche il colonnello Gianfranco Ardizzone, ex comandante provinciale della Guardia di Finanza di Caltanissetta, condannato in primo grado a 3 anni, a fronte di una richiesta di 4 anni e 6 mesi. Poi il sostituto commissario Marco De Angelis a 4 anni, e sono stati chiesti 6 anni e 11 mesi. Poi il capo della security di ConfIndustria Diego Di Simone a 6 anni, e la Procura ha preteso 7 anni e 1 mese. E poi il questore Andrea Grassi, che è stato assolto in parte da alcune imputazioni ed è stato condannato ad 1 anno e 4 mesi.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Rinvio a giudizio per l’ex sindaco di Castelvetrano, Antonio Vaccarino. I difensori: “Dimostreremo la sua innocenza”. Abbreviato e patteggiamento per due Carabinieri.

Zappalà, Vaccarino e Barcellona

Il tenente colonnello Marco Alfio Zappalà, in servizio alla Dia, la Direzione investigativa antimafia, di Caltanissetta, è stato arrestato dai Carabinieri del Ros lo scorso 16 aprile insieme ad Antonio Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, città natale di Messina Denaro, e ad un altro Carabiniere, l’appuntato Giuseppe Barcellona, in servizio alla Compagnia di Castelvetrano. I tre sono imputati, a vario titolo, dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo dei reati di “accesso abusivo a un sistema informatico”, e di “rivelazione di segreti d’ufficio”.. E a Vaccarino, già alla ribalta della cronaca perché tra il 2004 e il 2006 avrebbe intrattenuto con Messina Denaro una corrispondenza coperta dai Servizi segreti, è contestata l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra e la latitanza di Matteo Messina Denaro.

Dunque, il tenente colonnello Zappalà avrebbe ricevuto dall’appuntato Barcellona, a lavoro nell’ufficio trascrizione delle intercettazioni della Compagnia di Castelvetrano, alcuni ‘screenshot’ di conversazioni tra due soggetti indagati, che tra l’altro disquisivano sul possibile covo di Messina Denaro e commentavano alcuni aspetti del funerale di Lorenzo Cimarosa, cugino acquisito di Matteo Messina Denaro, e collaboratore di giustizia morto vittima di una grave malattia nel gennaio del 2017. Ebbene, il tenente colonnello Zappalà avrebbe inviato il contenuto degli ‘screenshot’ all’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino. E Vaccarino li avrebbe mostrati al presunto boss, Vincenzo Santangelo, titolare di un’agenzia funebre a Castelvetrano.

Più in particolare, nelle conversazioni intercettate i due conversanti insultano Santangelo perché avrebbe offerto gratis il funerale a Cimarosa, e poi si cimentano in congetture su dove si nasconderebbe Matteo Messina Denaro. Ordunque, adesso la giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Palermo, Annalisa Tesoriere, ha rinviato a giudizio Antonio Vaccarino. Il processo inizierà in primavera innanzi al Tribunale di Marsala. E poi Marco Alfio Zappalà ha ottenuto di essere giudicato con rito abbreviato: prima udienza il 27 febbraio. E poi Giuseppe Barcellona ha chiesto il patteggiamento della condanna e la giudice Tesoriere si pronuncerà il 6 febbraio. Il 2 maggio scorso il Tribunale del Riesame ha restituito la libertà ad Antonio Vaccarino.

Poi la Procura di Palermo ha presentato ricorso in Cassazione, e la Cassazione ha rinviato gli atti ad una nuova sezione del Tribunale del Riesame che ha appena imposto nuovamente la reclusione in carcere, ripristinando la misura cautelare, a carico dell’ex sindaco. A seguito del rinvio a giudizio di Vaccarino, i difensori, gli avvocati Baldassare Lauria e Giovanna Angelo, hanno dichiarato: “Siamo certi che in dibattimento la vicenda si chiuderà con l’assoluzione. Il professor Vaccarino ha sempre collaborato con lo Stato a costo di mettere a rischio la sua vita e la sua famiglia. Rileviamo che già il Tribunale del Riesame ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare per insussistenza indiziaria dei reati. In sede dibattimentale si esaminerà dettagliatamente la vicenda, e porteremo nuove evidenze che dimostrano l’assoluta infondatezza dell’ipotesi di reato di favoreggiamento”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Consuntivo in prospettiva di Musumeci dei due anni di governo nel settore rifiuti. “Superare l’emergenza. 60% di impianti pubblici. Nessun pregiudizio sui termovalorizzatori”.

Il presidente della Regione interviene nell’ambito del tiro incrociato sui rifiuti in corso in Sicilia tra indagini e processi alla Procura di Palermo, audizioni in Commissione antimafia e testimonianze eccellenti da parte, tra gli altri, di assessori regionali in carica. Nello Musumeci in conferenza a Catania insiste sulla necessità di rendere sempre più pubblico ciò che finora è stato privato. E le sue parole sono: “Dobbiamo levare il monopolio, o l’oligopolio, ai privati, che possono e debbono continuare a lavorare, ma il pubblico deve essere prevalente. Se tutto ciò fosse stato predisposto già 10 o 20 anni fa, oggi non saremmo in queste condizioni”. Poi Musumeci si rammarica rassegnato sui tempi di attuazione dei suoi propositi, ovvero la costruzione degli impianti pubblici di conferimento, trattamento e smaltimento dei rifiuti. E le sue parole sono: “Il tempo è un nemico, tanto quanto la mafia. Stiamo agendo con procedure ordinarie, e non ci vorranno 6 anni, come già avvenuto. Invece pensiamo di realizzarli in 3 anni. Ma le procedure sono estenuanti nelle attese. Abbiamo concluso le discariche di Gela e di Enna. Adesso lavoriamo all’ampliamento della settima vasca di Bellolampo, ed agli impianti di Melilli, Castellana Sicula, Vittoria, Casteltermini, Trapani Nord e Sud, Ravanusa, Sciacca, Castelvetrano e Calatafimi Segesta”. Poi Musumeci interviene nel merito dei termovalorizzatori, di cui sono dotate tutte le regioni di Italia tranne la Sicilia. Lui non è contrario. E le sue parole sono: “Non ho pregiudizio alcuno. In Sicilia sono previsti due termovalorizzatori nelle osservazioni del ministero dell’Ambiente. Se ce li chiedono li prevederemo nel piano dei rifiuti”. Poi Musumeci traccia un bilancio consuntivo dei due anni di governo nel settore dei rifiuti, dal dicembre 2017, ovvero dall’insediamento, al dicembre 2019. E le sue parole sono: “L’emergenza che abbiamo conosciuto quando ci siamo insediati non c’è più. Peraltro è stata una emergenza risalente a quando presidente della Regione è stato Angelo Capodicasa, e Claudio Fava era il segretario regionale del suo partito. A quell’epoca sono state utilizzate le procedure d’emergenza, mantenute poi per 20 anni. Adesso bisogna superare le pratiche dell’emergenza, perché in suo nome si è consentito tutto e il contrario di tutto”. E poi, volgendosi in prospettiva, Musumeci afferma: “L’obiettivo della Regione è di arrivare al 60% di impianti pubblici e 40% privati. I privati invece attualmente trattano il 70% dei rifiuti in Sicilia. Inoltre, con gli interventi attuati, la differenziata è passata dal 16% a oltre il 40%, nonostante a Catania e Palermo sia intorno al 16-17%. Questo significa che negli impianti privati arrivano meno rifiuti, grazie all’azione dei sindaci e a ordinanze restrittive emesse dalla Regione. E fermo restando che i nostri compiti sono vigilanza e pianificazione, mentre spettano ai Comuni la raccolta e lo smaltimento. Infine, il nostro governo ha evitato di mandare all’estero un solo chilogrammo di spazzatura, come previsto dal piano del governo nazionale nel dicembre 2017, i cui costi sarebbero stati pagati dai cittadini. Roma, governata dal Movimento 5 Stelle, manda fuori regione 200mila tonnellate di rifiuti all’anno, ma la città rimane sommersa dalla spazzatura”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

L’inchiesta in corso da parte della Procura di Palermo sul piano regionale dei rifiuti e l’intervento dell’assessore ai Servizi di pubblica utilità, Alberto Pierobon.


Alla Procura di Palermo, a margine dell’inchiesta che, in riferimento a interessi presunti illeciti nel settore rifiuti, ha provocato l’arresto e adesso il processo a carico di Paolo e Francesco Arata, Vito e Manlio Nicastri e due funzionari regionali, Tinnirello e Causarano, i magistrati indagano, al momento verosimilmente sotto forma di inchiesta conoscitiva, sul piano rifiuti della Regione, atteso da parecchi anni e ancora non approvato. I pubblici ministeri, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Guido, intendono accertare se nell’ambito della redazione del piano regionale dei rifiuti siano state esercitate delle pressioni, a vari livelli, per avvantaggiare imprese legate a gruppi politici regionali. E se in tale, ed eventuale, intreccio tra affari e politica siano coinvolti anche burocrati regionali. La prossima settimana, nell’ambito dell’inchiesta Arata-Nicastri, la Procura ascolterà a sommarie informazioni testimoniali l’assessore regionale all’Energia ed ai Servizi di pubblica utilità, Alberto Pierobon.

Ed è lo stesso Pierobon che, in riferimento all’inchiesta in corso della Procura di Palermo sul piano regionale dei rifiuti, interviene così: “Apprendo dalla stampa che la Procura sta indagando sul piano rifiuti. Restiamo a completa disposizione dei pubblici ministeri per chiarire eventuali dubbi su questo fondamentale strumento per la Sicilia. Il piano è stato ritenuto dalla commissione tecnica per la Vas (valutazione ambientale strategica) conforme alla legislazione regionale, nazionale ed europea. Con questo strumento puntiamo sulla raccolta differenziata, diamo priorità agli impianti pubblici e mettiamo ordine e trasparenza nel settore. Oggi in Sicilia la raccolta differenziata è quasi al 40 per cento, vengono conferite centinaia di migliaia di tonnellate in meno di rifiuti in discarica, e questo significa milioni di euro in meno di costi. Sono stati anche stanziati oltre 100 milioni di euro in giunta per impianti pubblici. Sono azioni concrete che ribadiscono la direzione intrapresa dal governo. Restiamo a disposizione anche della commissione Antimafia a cui continueremo a fornire puntuali riscontri in pieno spirito di collaborazione. Il piano è stato esitato dalla giunta nel dicembre 2018 e a fine novembre 2019 ha ricevuto il parere favorevole della commissione tecnica per la Vas. A questo punto sono previsti ulteriori passaggi in Sicilia che rendono l’iter più lungo rispetto alle altre regioni. Il parere motivato con prescrizioni è stato inviato per le integrazioni all’assessorato il 12 dicembre scorso. Il documento finale sarà esitato dall’assessorato entro gennaio. A quel punto sarà inviato prima alla commissione Ambiente all’Ars, poi all’Ufficio legislativo e legale. Quindi sarà inviato il tutto, tra testo e pareri, al Cga. Infine il piano sarà emanato dal presidente della Regione con decreto che sarà inviato alla Corte dei conti. L’ultimo passaggio prevede la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale della Regione Sicilia per l’adozione finale. Considerata la delicatezza delle materie trattate, invito tutti quanti a mantenere un clima di civile rispetto, anche istituzionale, nella consapevolezza che gettare indiscriminatamente discredito sulle istituzioni regionali, anche involontariamente, avvantaggia lo stesso sistema affaristico che questo governo sta cercando, non senza ostacoli e strutturate contrapposizioni, di scardinare”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Le dichiarazioni a sommarie informazioni testimoniali rese dal presidente dell’Assemblea Regionale, Gianfranco Miccichè, nell’ambito dell’inchiesta “Nicastri – Arata”.

Oltre l’assessore regionale a Territorio e Ambiente, Toto Cordaro, anche il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, e coordinatore di Forza Italia in Sicilia, Gianfranco Miccichè, è stato ascoltato a sommarie informazioni testimoniali dai magistrati della Procura di Palermo titolari dell’inchiesta, e adesso impegnati nel processo, a carico dell’imprenditore, già parlamentare di Forza Italia, Paolo Arata, di suo figlio Francesco, e di due dipendenti della Regione, Alberto Tinnirello e Giacomo Causarano, imputati, insieme a Vito Nicastri e al figlio Manlio, che hanno già patteggiato la condanna, di corruzione e altre ipotesi di reato in riferimento a presunte pressioni e tangenti pagate per ottenere l’autorizzazione alla costruzione di due impianti di biometano a Francofonte nel Siracusano e a Gallitello nel Trapanese. Ebbene, dagli atti depositati emerge che Gianfranco Miccichè ha dichiarato: “Sì, Paolo Arata si è rivolto a me. Era normale che avvenisse visto che è stato mio collega parlamentare, credo nella legislatura del 1994. L’ho incontrato di recente tramite Alberto Dell’Utri, fratello di Marcello. Alberto mi chiese di incontrare Paolo Arata, ma non mi specificò il motivo, né io lo chiesi. Poi Arata mi chiamò al telefono e io gli diedi un appuntamento. Il primo incontro si è svolto il 13 febbraio 2018 alle 13:30 negli uffici della presidenza della Regione… incontrai sia Paolo che il figlio Francesco. Mi parlarono di una pratica pendente all’assessorato all’Energia e mi chiesero di velocizzare l’iter burocratico. Io gli dissi che gli avrei fatto sapere e chiesi alla mia segretaria di organizzare un incontro tra Francesco Arata e Pierobon, assessore all’Energia competente. Il 17 maggio del 2018 andando a visitare l’assessorato all’Energia per puro caso incontrai Paolo Arata, certamente in compagnia di qualcuno… forse in compagnia di Salvatore Cocina, uno dei direttori generali dell’assessorato, ma non ne sono sicuro… in quella occasione credo mi limitai ad un semplice saluto con Arata. Poi nel luglio del 2018 incontrai nuovamente Francesco Arata che mi disse che il problema burocratico era in quel momento presso l’assessorato alle Attività produttive. Il giorno successivo organizzai un incontro tra Francesco Arata e l’assessore Mimmo Turano… in quell’occasione mi limitai a presenziare per alcuni momenti ma poi i due continuarono a discutere tra di loro. L’incontro fu nella mia stanza perché mi sembrò cortese ospitarli visto che c’erano in corso i lavori dell’Assemblea”. Poi a domanda se fosse a conoscenza che dietro agli affari degli Arata vi fosse il “re dell’eolico” già inquisito, Vito Nicastri, lui, Gianfranco Miccichè, ha risposto: “Non ho mai espresso agli Arata giudizi sulla presenza o meno di Nicastri, del quale non so nulla… dopo che Francesco Arata andò via, l’assessore Turano, anche se non ricordo bene le parole che utilizzò, mi fece capire che dietro a questa pratica ci potesse essere qualcosa di illecito e mi fece capire che era meglio che non me ne occupassi più. Escludo che sia mai stato fatto in mia presenza il nome di Nicastri. E non ho mai coinvolto Salvatore Cocina né mai l’ho convocato nel mio ufficio”.

Angelo Ruoppolo (teleacras)

Le dichiarazioni a sommarie informazioni testimoniali rese dall’assessore regionale a Territorio e Ambiente, Toto Cordaro, nell’ambito dell’inchiesta “Nicastri – Arata”.

Toto Cordaro

L’imprenditore trapanese, originario di Alcamo, Vito Nicastri, già “Re dell’eolico”, presunta “cassaforte” del boss Matteo Messina Denaro, e che adesso collabora con i magistrati della Procura di Palermo, ha confermato, in occasione di un apposito “incidente probatorio”, una tangente da 500mila euro destinata a dirigenti della Regione Siciliana per assecondare gli interessi imprenditoriali dello stesso Vito Nicastri, di suo figlio Manlio, dell’imprenditore genovese, ed ex socio in affari di Nicastri, Paolo Arata, e di suo figlio Francesco. Ebbene, la conferma da parte di Vito Nicastri della tangente è stata determinante a che la Procura di Palermo disponesse il giudizio immediato a carico degli imputati, tutti arrestati lo scorso 12 giugno per intestazione fittizia, corruzione e autoriciclaggio. Dunque, lo scorso 17 dicembre hanno patteggiato la condanna Vito Nicastri a 2 anni e 10 mesi di reclusione, e il figlio Manlio Nicastri a 2 anni. Ed è invece imminente il giudizio immediato a carico di Paolo Arata, Francesco Arata, e dei due dirigenti regionali presunti destinatari della tangente per lubrificare i progetti di Nicastri e di Arata, ossia il dirigente dell’assessorato regionale all’Energia, Alberto Tinnirello, e il funzionario Giacomo Causarano. Ebbene, nel frattempo è stato ascoltato dai magistrati, a sommarie informazioni testimoniali, l’assessore regionale a Territorio e Ambiente, Toto Cordaro, perché le autorizzazioni a due impianti di biometano, oggetto del presunto interesse degli imputati, sono state bloccate al suo assessorato. E Toto Cordaro ha dichiarato: “Nel giugno-luglio del 2018 ricevetti una telefonata da un amico che mi chiese di incontrare Paolo Arata, ex parlamentare di Forza Italia, senza specificare i motivi dell’incontro. Incontrai quindi Arata dopo qualche giorno. Mi sono insospettito quando Arata si è presentato come responsabile dell’energia e ambiente del centrodestra, una locuzione che in quel momento mi sollevò non poche perplessità in ragione del fatto che notoriamente il centrodestra, come aggregazione politica, in quel momento non esisteva. Arata mi disse che in quel periodo erano pendenti due progetti per la costruzione di impianti di biometano, avanzati da una società riconducibile proprio a lui, Arata. Mi chiese espressamente di ottenere un provvedimento di non assoggettabilità alla Via (la valutazione di impatto ambientale) da parte della Commissione specialistica. La valutazione di impatto ambientale era necessaria e Arata in sostanza mi chiese di intervenire nelle attività della commissione orientando in qualche modo la decisione. Io nei parlai con il dirigente Mario Parlavecchio che studiò i fascicoli e senza mezzi termini concluse che la valutazione di impatto ambientale era inderogabile. Tuttavia nei giorni successivi Arata continuò a cercarmi, ma anche in ragione del fatto che non volevo in ogni caso dare anticipazioni o comunque informazioni sulla pratica che in quel momento era ancora pendente presso la Commissione Via, non gli rispondevo. E così il 26 e 27 novembre 2018 Arata mi mandò due messaggi insistenti per ottenere una interlocuzione con me, uno dei quali particolarmente piccato.

I messaggi sono adesso agli atti della Procura. Poi l’assessore all’Energia Alberto Pierobon, dall’autunno del 2018, iniziò a invitarmi, e più volte a sollecitare gli uffici competenti, ad evadere la pratica di Arata. L’impressione che ebbi è che Pierobon desse per scontato che la commissione si esprimesse nei termini voluti da Arata. Una volta Pierobon, insieme a Paolo Arata, mi venne a trovare all’inizio di una seduta parlamentare chiedendomi ancora una volta della pratica pendente e sollecitandomene ancora una volta la definizione. L’esito non cambiò: sia l’impianto di Francofonte che quello di Gallitello dovevano ottenere la valutazione di impatto ambientale. Le sollecitazioni, però, non finirono. Anzi, il livello politico si alzò. Nel marzo del 2019 Saverio Romano mi disse che aveva ricevuto una chiamata da Gianni Letta, molto vicino a Silvio Berlusconi, che si lamentava di un trattamento non adeguato da parte mia nei riguardi di Paolo Arata, facendo riferimento ai progetti per il biometano. Io risposi che l’argomento non era oggetto di discussione. Da allora il silenzio, anche se ho compreso che alle mie spalle ci sono state interlocuzioni da me non certamente autorizzate né conosciute”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)