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Salvini: “Minardo candidato presidente della Regione”. Musumeci: “La Lega dentro o fuori al governo, basta ambiguità”. Minardo: “Musumeci stia tranquillo”.

E’ accaduto che il leader della Lega, Matteo Messina, ha lanciato nella corsa verso la conquista della presidenza della Regione Siciliana, alle elezioni nell’autunno del 2022, l’attuale segretario regionale, Nino Minardo. Le parole di Salvini: “Minardo è giovane, con esperienza, e ha consolidati rapporti di stima che lo fanno riconoscere dagli alleati come un interlocutore affidabile, ne parleremo al momento opportuno. La Lega aveva e ha ottimi nomi in ogni regione italiana, e dalla Puglia alla Campania abbiamo fatto scelte di lealtà verso la coalizione, ma i risultati non sono stati quelli sperati. E adesso di sicuro in Sicilia la Lega c’è e non sarà semplice spettatrice”. Immediata è stata la replica del presidente in carica, Nello Musumeci, già in competizione per la riconquista di Palazzo d’Orleans. Le sue parole: “Le dichiarazioni di Matteo Salvini non possono cadere nel silenzio. Di primo acchito verrebbe da dire che appaiono stravaganti per chi dovrebbe avvertire una responsabilità diversa, di guida della coalizione tutta. Capisco la volata da tirare al suo partito, ma dichiarare di volere il sindaco di Palermo, quello di Catania e il presidente della Regione non dovrebbe portare a prendere seriamente la pretesa. Tuttavia, per chi ha la mia storia, c’è un profilo non trascurabile: delegittimare il presidente della Regione eletto direttamente dai siciliani, mentre lavora in una fase storica di crisi, indebolisce l’istituzione e danneggia la Sicilia. Ho rispetto di tutte le forze politiche e non sarò certo io a dividere il centrodestra, ma non sono più disposto a tollerare ambiguità. Se la Lega vuole costruire una prospettiva alternativa a questo governo regionale si assuma la responsabilità di uscirne, e ci ritroveremo certamente più uniti dopo quando, fallita ogni velleitaria ipotesi di favorire la sinistra con una divisione tra noi, si comprenderà che la prospettiva di rinnovamento dell’Isola passa dagli uomini che hanno la responsabilità di favorire il cambiamento. Non si può continuare a stare in un governo e contemporaneamente lavorare per logorarlo” – ha concluso Musumeci. Ordunque, si sono addensate nubi, si sono scatenati tuoni, e, per scongiurare che adesso piova a dirotto, il segretario regionale della Lega, Nino Minardo, è intervenuto così: “Le dichiarazioni del nostro leader, Matteo Salvini, sono semplicemente la riprova che la Lega vuole lavorare bene con tutta la squadra da qui a fine mandato all’Assemblea e nel governo regionale. Poi, tutti insieme, decideremo cosa fare e come proseguire per il bene dei siciliani. Quello che è certo è che Palermo, la splendida Palermo offesa e male amministrata da Orlando e dalla sinistra in questi anni, merita di più e di meglio, e come Lega siamo pronti a fare la nostra parte in quella che sarà la prima e grande tornata elettorale siciliana nei prossimi mesi. Quindi nessuna delegittimazione né stravaganza, e lo ripeto: Musumeci stia tranquillo, noi lavoriamo solo per il bene della Sicilia e dei siciliani.”

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

A freddo dopo l’assoluzione in Appello al processo sulla presunta “Trattativa”: gli interventi di Marcello Dell’Utri e della moglie, Miranda Ratti.

La coppia Dell’Utri: lei Miranda Ratti, lui, Marcello Dell’Utri, colui che il 29 giugno del 1993 ha fondato “Forza Italia”, e che, secondo i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Palermo, presieduta da Angelo Pellino, è estraneo alla “trattativa”, e la formula assolutoria è stata: “perché non ha commesso il fatto”. E la moglie, Miranda Ratti, all’agenzia Adnkronos commenta: “A Palermo esiste un giudice. Che si chiama Angelo Pellino. Chapeau nei suoi confronti”. Chapeau in francese è il cappello, e l’espressione “chapeau nei suoi confronti” è l’italiano “tanto di cappello”. E poi la Ratti auspica: “Spero che questa sentenza segni un punto di partenza per la costruzione di uno Stato di diritto vero. Speriamo che si vada avanti nel modo giusto. Per noi finisce un incubo. Adesso si ricomincia, sia da parte nostra che da parte sua. I giudici nella sentenza hanno anche tolto l’espatrio, così, finalmente, può farsi un po’ di vacanza, visto che dal 2014 non ha fatto un solo giorno di vacanza”.

E poi sottolinea: “Questa è la nostra vittoria. Io che non credo nella magistratura, e mi riferisco, ad esempio, al caso Palamara, alla loggia Ungheria, posso dire oggi che c’è un giudice a Palermo”. Poi rammenta: “La condanna, il carcere, la malattia, il processo trattativa: è stato un prezzo altissimo che abbiamo pagato tutti in famiglia, anche i ragazzi. C’era sempre questo ‘marchio’ della mafia. Soprattutto all’estero la gente non conosce le dinamiche politiche di uno Stato. E, alla fine, quello che scrive un giornale diventa verità”. Poi, in riferimento alla condanna definitiva per concorso esterno alla mafia, e ai 7 anni di detenzione scontati, Miranda Ratti ribatte: “Si è fatto il carcere ingiusto che nessuno gli ripaga. Ha rischiato anche la vita, con la sepsi in carcere. Ma stiamo scherzando? E’ stata una cosa drammatica. Ringrazio i suoi avvocati, che sono stati bravissimi, sono stati in grado di ricostruire e tirare fuori le vergogne di questa accusa. I Procuratori generali dicevano ‘si può dedurre che’, ma mica si può fare un processo sulle deduzioni. E’ una cosa fuori dal mondo che un Procuratore generale porti davanti a una Corte una cosa così opinabile. Sono grata a questo giudice Pellino non solo per mio marito ma anche per i generali Mori, Subranni e per il colonnello De Donno. Adesso aspettiamo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Perché c’è ancora in ballo il ricorso dei nostri legali”.

E lui, Marcello Dell’Utri, è intervenuto così: “E’ un film, una cosa inventata totalmente e io questo processo non l’ho neanche seguito perché mi sono sentito, quando sono andato a Palermo all’udienza, come un turco alla predica, non capivo di cosa stessero parlando. Questa cosa era inesistente, però purtroppo avevo paura che potessero avallare queste cose inventate servendosi dei soliti pentiti che hanno bisogno di dire cose per avere vantaggi, e di molta stampa che affianca le procure e soprattutto la procura di Palermo. Certo, sono soddisfatto, ma come faccio a non pensare al fango che mi è stato rovesciato addosso. Trattative? Ne ho fatte tante nella vita. Ma con gli imprenditori, non con la mafia. Al contrario di quanto pensava Ingroia e il resto della compagnia, servendosi dei soliti pentiti. Questa assoluzione è una svolta non solo per me ma per la giustizia italiana, questo processo era mostruoso. Questa sentenza è davvero una svolta per me ma anche per la giustizia italiana. Avere debellato questo processo è una grande prova di democrazia giudiziaria, finalmente”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Incidenza dei positivi in Sicilia al 3,4%. Ancora elevato il numero dei non vaccinati. Secondo gli esperti sarà inevitabile la terza dose più o meno per tutti.

Sono 464 i nuovi casi di covid in Sicilia, a fronte di 13.504 tamponi processati. L’incidenza è al 3,4%. La regione è seconda per nuovi contagi giornalieri in Italia. Gli attuali positivi sono 17.568, con una diminuzione di 848 casi. I guariti sono 1.229. Le vittime sono state 13, per un totale dei decessi a 6.769. I ricoverati ordinari sono 623, 33 in meno, e quelli in terapia intensiva sono 80, 2 in meno. Ecco la distribuzione dei nuovi contagiati tra le province: Palermo 98, Catania 186, Messina 5, Siracusa, 71, Ragusa 22, Trapani, 52, Caltanissetta 17, Agrigento 13, Enna 0.

Nel frattempo, come già prospettato, la Sicilia forse rientrerà in zona bianca da lunedì prossimo 4 ottobre. Infatti, la regione, che si appresta a trascorrere un’altra settimana in giallo, ha i dati di riferimento in miglioramento. L’auspicio è che il trend si confermi tale e si consolidi nel corso dei prossimi giorni. A fronte del parametro del tasso di occupazione ospedaliera delle terapie intensive, adesso è al 9,8%, e il tetto da non superare è il 10%. I ricoveri ordinari sono di poco sopra il limite, il 15,4%, e la soglia è il 15%. L’incidenza è sopra i 50 casi per 100mila abitanti, precisamente 79,5, ma si resta in zona gialla solo in caso di superamento di tutti e tre i parametri.

E nell’ambito dei vaccini, sono iniziate le vaccinazioni con la terza dose per i più fragili, e per gli altri prima o poi sarà inevitabile, ma tanti non hanno ancora ricevuto nemmeno la prima dose. Nell’isola, tra gli over 80 vi sono 68.093 uomini e donne del tutto non vaccinati. E tra i 70 e gli 80 anni ve ne sono 83.691.

E a conferma di quanto molto probabilmente sarà necessaria la terza dose più o meno per tutti, accade che nei Pronto soccorso da ultimo giungono anche persone già vaccinate con doppia dose. E il professor Antonio Cascio, infettivologo, commenta: “L’immunità va decrescendo, e, tanto più si abbassa, tanto è più facile che uno possa prendere l’infezione con la malattia severa. Io sono abbastanza sereno, generalmente un vaccinato può sentirsi protetto, però ci sono le eccezioni e le persone fragili che devono essere monitorate, pronti a intervenire con la terza dose”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Un porto hub, ferrovie e strade, i fondi del Pnrr, l’emergenza rifiuti e i termo-valorizzatori, il secondo mandato: l’intervento del presidente della Regione, Musumeci.

La Regione siciliana, le ambizioni infrastrutturali, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, le incombenze, come l’emergenza rifiuti, e le prospettive politiche: il presidente della Regione, Nello Musumeci, pianta sul tavolo la punta del compasso e traccia un cerchio di auspici e di riflessioni. In primis Musumeci ribadisce un suo storico obiettivo, ovvero un porto hub in Sicilia, capace di essere crocevia tra il Mediterraneo e il continente Europa.

Dunque, la Sicilia come piattaforma logistica, e spiega: “Per fare questo serve un porto hub al quale Roma non ha mai pensato: le navi mercantili arrivano da Suez e invece di fermarsi sulle nostre coste vanno verso lo stretto di Gibilterra, per poi proseguire verso il mar Baltico o verso l’Adriatico ed il Tirreno. Continuo a ripetere al ministro Giovannini che la Sicilia ha bisogno di un porto hub, di ferrovie veloci e di completare l’anello autostradale. Guardate le nostre strade provinciali, sono uno scandalo e sapete che non sono di competenza della Regione ma dello Stato o delle Province, che sono state decapitate. Attorno a questi temi abbiamo richiamato l’attenzione del Governo nazionale, per cui speriamo che la ripartenza porti verso la dotazione di infrastrutture che consentano alla Sicilia di superare la marginalità nella quale si trova da 70 anni”.

Poi il governatore, in riferimento alla ormai ventennale emergenza rifiuti e all’avviso per i termo-valorizzatori appena pubblicato, ribadisce: “Noi abbiamo pensato a due termo-utilizzatori perché la Sicilia deve liberarsi dalla schiavitù, e in parte dalla mafia, delle discariche. Abbiamo già discusso con il governo nazionale per ottenere 40 milioni di euro da usare per aiutare i Comuni nei costi di trasferimento dei rifiuti fuori dall’isola, come fanno tanti Comuni, anche Roma. Se la soluzione degli ex Ato rifiuti delle province è ancora la discarica, noi non siamo disponibili. Anche se nell’immediato stiamo valutando la possibilità di aiutare i Comuni a trovare un posto in cui conferire. L’obiettivo della regione è quello di differenziare i rifiuti: noi siamo arrivati al 42% ed eravamo al 19. Tutto quello che non è differenziabile bisogna portarlo all’inceneritore e trasformarlo in energia. Dobbiamo esaurire il ciclo dei rifiuti all’interno di uno stesso territorio: da una parte la differenziata alta e dall’altra l’inceneritore per tutto quello che non può essere differenziato”. Poi, a seguito delle paventate, da parte della Direzione distrettuale antimafia, infiltrazioni criminali nei fondi del Pnrr, Musumeci ribatte: “Non possiamo fermare il Pnrr perché abbiamo paura della mafia. La mafia va dove c’è denaro e intercetta i grandi flussi di denaro. Ma lo Stato è più forte della mafia. La Dia mette in allarme e fa bene, ma al tempo stesso noi dobbiamo attrezzarci perché per una mafia che fa paura ci vuole uno Stato che faccia più paura della mafia”. Poi, infine, il presidente interviene nel merito della prospettiva del secondo mandato, e ha sottolineato: “Non è importante se io mi ricandido o no. E’ importante lavorare fino all’ultimo giorno con lo stesso entusiasmo del primo. Io mi occupo di affrontare le emergenze, i problemi sono questi, non sono legati alla mia candidatura. Il lavoro che mi interessa è l’apertura dei cantieri. La presidenza della Regione è importante se uno lavora”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

I dettagli sul perchè delle quattro assoluzioni e delle due condanne al processo d’Appello sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. I commenti tra accusa e difesa.

Gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri, Mario MoriGiuseppe De Donno e Antonio Subranni, hanno sempre ammesso di avere intavolato un dialogo con i Ciancimino ma solo per catturare Totò Riina. Ebbene, i giudici li hanno assolti con la formula “perchè il fatto non costituisce reato”. L’ex senatore Marcello Dell’Utri è stato invece riconosciuto estraneo al dialogo, e i giudici lo hanno assolto con la formula “per non avere commesso il fatto”. Lui, Dell’Utri, non sarebbe stato il tramite delle presunte minacce che la mafia avrebbe rivolto al governo Berlusconi. Il cognato di Riina, Leoluca Bagarella, avrebbe tentato di minacciare il governo Berlusconi, e i giudici hanno riqualificato il reato a lui contestato da minaccia e violenza a Corpo politico dello Stato a tentata minaccia, e hanno ridotto la condanna da 28 a 27 anni. Solo al medico mafioso di Riina, Antonino Cinà, è stata confermata la pena inflitta in primo grado, 12 anni di reclusione, per lo stesso reato previsto dall’articolo 338 del codice penale. Si è concluso così il processo ordinario di secondo grado nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta “trattativa” tra Stato e mafia all’epoca delle stragi del ’92 e del ’93, iniziato il 29 aprile del 2019. I giudici della Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Angelo Pellino, a latere Vittorio Anania e sei componenti della Giuria popolare, si sono ritirati in Camera di Consiglio, nell’aula bunker del carcere “Pagliarelli” a Palermo, lunedì scorso 20 settembre. E hanno emesso sentenza sui sei imputati. Le motivazioni sono attese entro 90 giorni. In primo grado le contestazioni a carico dell’imputato Giovanni Brusca sono state dichiarate estinte per prescrizione grazie alle attenuanti e agli sconti di pena previsti per i collaboratori di giustizia. E allo stesso modo la prescrizione è intervenuta anche per il reato contestato a Massimo Ciancimino, il concorso esterno alla mafia, perché risalente a non oltre il gennaio 1993. Lo scorso 7 giugno, i sostituti Procuratore Generale, Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, a conclusione della requisitoria, hanno invocato la conferma delle condanne inflitte, in primo grado, dopo 201 udienze, dalla Corte d’Assise presieduta dal giudice Alfredo Montalto, il 20 aprile del 2018. Ovvero: 28 anni di carcere a carico di Leoluca Bagarella, 12 anni ciascuno per Mario Mori, Antonio Subranni, Marcello Dell’Utri e Antonino Cinà, e 8 anni per Giuseppe De Donno. Secondo la tesi delle Procure inquirenti, tra il 1992 e il 1994, tra le stragi di Capaci, via D’Amelio, e gli attentati di Roma, Firenze e Milano, vi sarebbe stato il tentativo di interrompere tale escalation, la cosiddetta “strategia stragista” di Riina, tramite il dialogo con la mafia. E così Cosa Nostra avrebbe ricattato lo Stato con la complicità di uomini dello Stato. Dopo la lettura della sentenza d’Appello, il sostituto Procuratore Generale, Giuseppe Fici, ha commentato lapidario: “Aspettiamo le motivazioni e leggeremo il dispositivo”. L’avvocato Basilio Milio, difensore di Mario Mori, ha commentato: “E’ un’assoluzione di cui io e il collega che difende Giuseppe De Donno siamo stati sempre convinti. Finalmente la verità è venuta fuori a costo di sacrificio e di grande lavoro. Abbiamo sentito sia il generale Mori che De Donno, e sono molto contenti. La sentenza stabilisce che la trattativa non esiste. E’ una bufala, un falso storico”. E l’avvocato Francesco Centonze, difensore insieme a Francesco Bertorotta e Tullio Padovani dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, commenta: “Siamo felici perchè il nostro assistito è stato dichiarato estraneo a questa imputazione, dopo 25 anni di processi, in relazione al periodo successivo al ’94. Questo è l’esito necessario alla luce delle carte processuali. Dell’Utri evidentemente non è stato l’anello di collegamento tra la mafia e la politica”. E la figlia di Antonio Subranni, Danila Subranni, giornalista, commenta: “Grazie alla conoscenza profonda che ho del rigore etico di mio padre, grazie alla famiglia, agli amici, ai miei colleghi, non ho mai avvertito la necessità di una riabilitazione del mio cognome, scandito sempre a chiare lettere, a voce ferma, in ogni ambito istituzionale in cui ho lavorato. Si riabilitino gli altri, se possono, si riabilitino coloro che negli anni, a processo in corso, a vario titolo e livello, hanno leso mio padre, la sua indiscutibile” appartenenza” allo Stato, colpendolo al cuore irrimediabilmente, ferendo la vita di mia madre, la mia e quella di mio fratello. Per quel che ci riguarda, chiederemo che ne rispondano a uno a uno, nei modi possibili che la Legge ci consentirà di perseguire. In base al principio di garanzia che vale per tutti: chi sbaglia, paga. Tutto questo nell’amara consapevolezza che la Giustizia, comunque, non ha prevalso. Perché in questi anni ha vinto l’uso ‘creativo’ della giustizia, che ha coinvolto un servitore dello Stato, la torsione della verità per fini ambigui, in ultimo per una vana gloria, peraltro mai raggiunta da coloro che sulla condanna di mio padre avevano investito”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Cento Passi replicano all’assessore Cordaro e intervengono nel merito della gestione dell’emergenza incendi. I dettagli.

L’arringa difensiva dell’azione di governo a fronte dell’emergenza incendi in Sicilia, appena svolta all’Assemblea Regionale dall’assessore regionale a Territorio e Ambiente, Toto Cordaro, non è stata ritenuta sufficiente ed esaustiva dalle opposizioni, che, di conseguenza, incalzano Musumeci e gli assessori competenti a rimediare.

I primi a controbattere e a rilanciare la vertenza fuoco e fiamme sono i deputati del Movimento 5 Stelle, Giampiero Trizzino, Gianina Ciancio, Luigi Sunseri e Roberta Schillaci, che replicano: “Il governo è in colpevole ritardo su programmazione e interventi. Non è cambiato nulla da quando Musumeci, da deputato, nel 2017, denunciava inefficienze del governo Crocetta che oggi ci sono ancora. Il governo ha fallito, perché non è stato in grado in affrontare degnamente una vicenda, quella degli incendi, che è criminale ma anche di mancata gestione. Il Movimento 5 Stelle è pronto a lavorare su un Disegno di legge che metta al centro il patrimonio boschivo, e allo stesso tempo valorizzi le risorse umane che sono chiamate a proteggerlo. La strada è una sola: ci vuole un corpo forestale di almeno 3000 uomini a disposizione e una classe di operai forestali presenti a tempo pieno sul territorio. Dopo quattro estati, dopo quattro emergenze, dopo un’infinità di ettari andati in fiamme, il governo Musumeci si comporta come se si fosse appena insediato, nonostante le nostre denunce e mozioni presentate soprattutto affinchè i Comuni potenziassero i propri sistemi di prevenzione, che è l’unico modo per fronteggiare il problema” – concludono i pentastellati.

E il Partito Democratico, tramite il capogruppo, Giuseppe Lupo, rilancia: “Serve una riforma del settore della forestazione e dell’antincendio. Serve una corretta programmazione basata su tempi certi, e una corretta gestione delle risorse finanziarie che non possono essere recuperate ogni volta all’ultimo minuto. Al tempo stesso servono investimenti per innovazione tecnologica, mezzi efficaci, e azioni coordinate in grado di ottimizzare il lavoro dell’attuale personale, che comunque ha bisogno di essere supportato da nuove e giovani energie sia sul versante della manutenzione che per le attività di prevenzione e contrasto degli incendi”.

E nel frattempo, ancora il Movimento 5 Stelle con Giampiero Trizzino, i Verdi con Valentina Palmeri, e Cento Passi con Claudio Fava, hanno presentato una mozione che impegna il governo della Regione a dotarsi di un regolamento dettagliato che disciplini l’insediamento nel territorio degli impianti fotovoltaici. Trizzino, Palmeri e Fava spiegano: “Bisogna impedire che i terreni tradizionalmente vocati all’agricoltura siano utilizzati in modo improprio e senza alcuna programmazione per l’installazione di impianti fotovoltaici, danneggiando uno dei settori strategici dell’economia siciliana, e allo stesso tempo aumentando l’impatto negativo sui cambiamenti climatici. Sia redatto dunque un Piano energetico regionale, ovvero un quadro di certezze su quali aree siano idonee e quali no ad ospitare gli impianti fotovoltaici. Ad oggi non è operativa alcuna mappatura delle aree idonee, mentre è già in corso la cessione massiccia dei terreni coltivabili, con il rischio elevatissimo di perdere produzioni agricole importanti e di uno stravolgimento del paesaggio”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Concluso il dibattimento al processo d’Appello sulla presunta “trattativa” Stato – mafia. I giudici sono in Camera di consiglio. La contro-replica del difensore di Dell’Utri.

Il processo di secondo grado, nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta “trattativa” tra Stato e mafia all’epoca delle stragi del ’92 e del ’93, è iniziato il 29 aprile del 2019. E adesso è prossimo al traguardo conclusivo. Innanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Palermo, presieduta dal giudice Angelo Pellino, si è appena svolta l’ultima udienza prima della Camera di Consiglio, adesso riunita per emettere sentenza sui sette imputati di minaccia a Corpo politico dello Stato, ovvero gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri, Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, il pentito Giovanni Brusca, l’ex senatore Marcello Dell’Utri, e i boss Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, tutti già condannati in primo grado.

Ebbene, il termine del dibattimento, come secondo prassi processuale, è stato riservato alle eventuali contro-repliche delle parti, dopo la requisitoria della Procura Generale e le arringhe della difesa e delle parti civili costituite in giudizio. E a sfruttare tale occasione è stato uno dei difensori di Marcello Dell’Utri, l’avvocato Francesco Centonze, che, tra l’altro, ha affermato in aula: “Abbiamo assistito a una ritirata silenziosa dell’accusa dal contraddittorio, alla rinuncia sostanziale a confutare le nostre argomentazioni. Siamo di fronte all’eterno ritorno dell’uguale: si possono fare processi penali cambiando la storia, gli attori e le fonti? In questo processo riecco il concorso esterno e il patto politico – mafioso per cui Marcello Dell’Utri è già stato assolto. Di fatto sono 25 anni di processi in cui si ritorna al punto di partenza”. E poi Centonze ha aggiunto: “Invece di uscire dal suo cantuccio, la Procura Generale preferisce restare nella sua zona di conforto. Le argomentazioni dell’accusa sono deduzioni prive di dimostrazioni, insomma si guarda il dito e non la luna. La Procura Generale ci ha intrattenuto su una analisi direi sociologica, casistica e aneddotica sul messaggio mafioso, ma non ha citato fatti, testimonianze o documenti relativi a questo processo”.

E poi, in riferimento al ruolo di Berlusconi, l’avvocato Centonze ha aggiunto: “Il Governo Berlusconi si è opposto a provvedimenti favorevoli all’organizzazione mafiosa e questo emerge documentalmente dalle carte della Presidenza del Consiglio depositate al processo. Quanto a Berlusconi vittima della minaccia che la mafia gli avrebbe fatto tramite Dell’Utri, mai avevo sentito l’accusa dileggiare la vittima di un reato. Ne deduco che Berlusconi non goda dell’apprezzamento della Procura Generale ma, di più, dileggiando l’ex premier, è la stessa Procura a disconoscerne il ruolo di vittima, altrimenti non ironizzerebbe su di lui. Il nostro problema – ha concluso l’avvocato – non è come la minaccia mafiosa si eserciti in generale. Il nostro problema è se Marcello Dell’Utri ha minacciato o no Silvio Berlusconi su indicazione della mafia, o se Vittorio Mangano ha incontrato Dell’Utri e ha portato a Dell’Utri il messaggio della criminalità organizzata su input di Brusca o Bagarella. Rispetto ai fatti dell’imputazione la Procura Generale impone il silenzio”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Carabinieri e Guardia di Finanza arrestano 10 presunti usurai di stampo mafioso nel Palermitano. Interessi fino al 5.400% all’anno. In manette anche un avvocato.

Mafia e usura. E’ una ricetta della cucina criminale più che collaudata e risalente nel tempo. I “cravattari” di stampo mafioso approfittano e sfruttano lo stato di bisogno e la disperazione di tanti sventurati, che, malgrado loro, incappano nella rete del ricatto e nell’incubo delle ritorsioni. Le forze dell’ordine e i magistrati fronteggiano tale fenomeno, diffuso e ricorrente in Sicilia. E all’alba di oggi, lunedì 20 settembre 2021, ultimo giorno d’estate, i Carabinieri della Compagnia di Bagheria e il Gruppo di polizia valutaria della Guardia di Finanza hanno scatenato la controffensiva a presunti usurai legati a Cosa Nostra, liberando dall’oppressione gli indebitati. La Procura antimafia di Palermo, a conclusione delle indagini, ha proposto le ordinanze cautelari, e il giudice per le indagini preliminari del Tribunale ne ha firmate 10. Sono stati trasferiti in carcere 9 indagati, e un altro è stato ristretto agli arresti domiciliari. E altri 11 sono stati denunciati a piede libero. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo, sono concorso esterno in associazione mafiosa, usura, estorsione, e trasferimento fraudolento di valori. L’inchiesta è stata avviata ruotando intorno ad un professionista. Si tratta dell’avvocato Alessandro Del Giudice. Lui è sotto osservazione investigativa dal 2019, allorchè due anni addietro è stato scoperto che lui sarebbe stato un messaggero di Pietro Formoso, suo cliente, ritenuto il capomafia di Misilmeri, e fratello dei due Formoso colpevoli della strage mafiosa a Milano nel 1993. Infatti, lui, l’avvocato Del Giudice, si sarebbe impegnato ad essere il “piccione viaggiatore”, da dentro a fuori il carcere, dei messaggi di Formoso, condannato, con sentenza non ancora definitiva, a 12 anni di reclusione per mafia.

E poi lui, l’avvocato Del Giudice, sarebbe stato a lavoro per procacciare i clienti agli usurai a Bagheria, Ficarazzi, e Villabate, intercettando e accogliendo persone in gravissime difficoltà economiche, costrette a rivolgersi agli strozzini. Carabinieri e Guardia di Finanza avrebbero accertato la pratica di interessi sui prestiti varianti dal 143% fino al 5.400% all’anno. A fronte di un prestito di 500 euro, la somma da restituire in soli 4 giorni sarebbe stata già di 800 euro. Minacce e ritorsioni se non si paga. E l’avvocato avrebbe pescato i clienti grazie, e soprattutto, all’aiuto di una donna, una funzionaria di “Riscossione Sicilia Spa”, che avrebbe fornito all’organizzazione i nomi degli annegati nei debiti. Gli usurai li avrebbero affiancati, promesso di aiutarli, di essere la loro ancora di salvezza, e invece, poi, le vittime sarebbero state macinate tra le grinfie mafiose, accumulando debiti su debiti.

Gli arrestati, oltre l’avvocato Alessandro Del Giudice, sono Giuseppe Scaduto, 75 anni, anziano capo mandamento di Bagheria, già agli arresti domiciliati, e che avrebbe delegato al suo posto Atanasio Alcamo, 45 anni, già imputato per mafia, e arrestato anche lui. Gli altri 7 ammanettati sono Giovanni Di Salvo, 42 anni, indicato come il capobanda, Simone Nappini, 50 anni, presunto intermediario e pagatore materiale dei prestiti di denaro, poi Antonino Troia, 57 anni, Giovanni Riela, 48 anni, Gioacchino Focarino, 60 anni, e Antonino Saverino, 56 anni. A casa sua è detenuto Vincenzo Fucarino, 74 anni. I militari, contestualmente, hanno sequestrato le quote di una società, un locale commerciale adibito a laboratorio, un terreno, un bar-tavola calda a Villabate e un chiosco. Il tutto per un valore complessivo di 500mila euro.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

L’assessore regionale a Territorio e Ambiente, Toto Cordaro, interviene in Assemblea sull’emergenza incendi che ha devastato la Sicilia. I dettagli.

Durante l’estate che volge al termine, contro il governo regionale, e in particolare contro gli assessori preposti, Toto Cordaro e Antonio Scilla, oltre che il presidente della Regione, Nello Musumeci, obbligato in solido, sono stati lanciati dardi e saette a fronte dell’emergenza incendi e delle devastazioni del territorio siciliano. Ebbene, adesso l’assessore regionale a Territorio e Ambiente, Toto Cordaro, è stato impegnato in un’arringa difensiva in Assemblea, e replica: “Il Corpo forestale è competente degli incendi boschivi e d’interfaccia, ma quest’estate, da Portella della Ginestra agli stabilimenti di Catania, ci siamo trovati di fronte a incendi che solo per un terzo erano di competenza della Regione. In Sicilia c’è un problema generalizzato e con una regia comune che deve essere affrontato a livello nazionale e regionale, per trovare soluzioni immediate. Ci stiamo lavorando e le metteremo in campo dopo averle comunicate al Parlamento”. E poi, in prospettiva, Cordaro annuncia l’avvio della prossima stagione antincendio già il 16 ottobre, e a consuntivo invece afferma: “Il mio ringraziamento va prima di tutto agli uomini e alle donne del Corpo forestale e agli operai forestali, che hanno lavorato con spregio del pericolo e a volte oltre ogni possibile energia umana, con turni prolungati a causa della vastità dello scenario del fuoco e della difficoltà legata a temperature che hanno raggiunto i 50 gradi. Ringrazio pubblicamente anche la Protezione civile nazionale per un raccordo che non è mai mancato”. E poi l’assessore smorza le polemiche sulla mancata o superficiale attività di prevenzione, e controbatte: “Per quanto riguarda le politiche di prevenzione, la campagna antincendio quest’anno è partita in anticipo, il 3 giugno, e abbiamo messo in campo numerose azioni innovative. A cominciare dalle convenzioni per un maggiore controllo del territorio siglate con l’Associazione dei Comuni, la Protezione civile regionale, il Dipartimento sviluppo rurale, i Vigili del fuoco, e le Associazioni degli agricoltori, ambientaliste e della caccia. Abbiamo acquistato 85 droni, e abbiamo attivato il numero unico di emergenza, il 1515”. E poi Cordaro si sofferma sulle denunciate, da più parti, carenze di organico, e spiega: “Tra le criticità ricorrenti da tempo vi è la carenza di personale all’interno del Corpo forestale in cui, a fronte di una pianta organica di 1200 unità, sono operativi solo in 330. I concorsi, avviati nei mesi scorsi, hanno subito dei rallentamenti anche a causa del covid. Li svolgeremo comunque in questa legislatura. Nel frattempo, grazie alla mobilità interna, sono stati inseriti in organico 60 nuovi agenti”. E poi, in riferimento ai ristori, Toto Cordaro prospetta: “Sul fronte dei ristori, arriveranno al più presto da Roma 2 milioni e 500mila euro, che si aggiungono al milione e mezzo stanziato ad agosto dalla Regione”. E poi conclude: “Pur consapevoli di non avere la bacchetta magica, vogliamo fare tesoro delle esperienze drammatiche di quest’anno e procederemo ad azioni mirate come l’acquisto di mezzi, l’equipaggiamento di uomini e l’individuazione per tempo dei direttori delle operazioni di spegnimento”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

La discarica di Lentini, la più capiente del sud Italia, è satura. I rifiuti trasferiti a Motta Sant’Anastasia, Gela e Siculiana. L’assessore Baglieri rilancia la soluzione termo-valorizzatori.

Il presidente della Regione, Nello Musumeci, lo ha prima profetizzato, poi ampiamente spiegato, e poi ribadito in occasione della recente pubblicazione dell’avviso pubblico, rivolto ai privati, per la costruzione di due termo-valorizzatori in Sicilia, uno per l’orientale e l’altro per l’occidentale. Le parole di Musumeci: “I termo-valorizzatori, anzi i termo-utilizzatori che trasformano il secco residuo in energia, non sono una opzione da me particolarmente privilegiata, ma sono al momento l’unica soluzione per liberare la Sicilia dall’oligopolio delle discariche private, dai costi eccessivi a danno delle bollette che ne derivano, e dall’eventualità di dovere trasferire i rifiuti fuori dalla Sicilia con altrettanti pesanti costi gravanti sulle tasche dei cittadini”.

Ebbene, a testimonianza di ciò vi è adesso l’ennesima emergenza rifiuti che da almeno 20 anni si sussegue ininterrottamente in Sicilia, tra i governi Cuffaro, Lombardo e Crocetta. Infatti, è stato sollevato il segnale dello stop alla discarica più capiente di tutto il sud Italia, a Lentini, in provincia di Siracusa. E perché? Perché è satura. Non entra più nemmeno un sacchetto di rifiuti indifferenziati. E, di conseguenza, per rimediare, l’assessore regionale ai Servizi primari, Daniela Baglieri, con affanno e apprensione, ha reperito in fretta e furia tre soluzioni alternative. La maggior parte del secco residuo siciliano sarà conferita nelle discariche di Motta Sant’Anastasia, Gela e Siculiana, dunque nelle province di Catania, Caltanissetta e Agrigento. Daniela Baglieri ha firmato un’apposita ordinanza e, contestualmente, ha rimproverato le 18 Srr, le Società per la regolamentazione dei rifiuti che hanno sostituito gli Ato dell’isola, e i Comuni. E perché? Perché la media della raccolta differenziata è ancora troppo bassa.

E l’assessore spiega: “Abbiamo richiamato le Srr e i Comuni al rispetto della normativa vigente. Se non ci si adopera seriamente per un incremento sensibile della raccolta differenziata, non ci saranno impianti e programmi che tengano. La soluzione non può essere certo fare diventare la Sicilia una enorme discarica a discapito dei siciliani e dell’ambiente. L’assunto è che se la differenziata fosse efficiente, la quantità di indifferenziato si ridurrebbe in modo sensibile al punto da non intasare le discariche”. E poi, in ragione dei maggiori costi determinati da una quantità maggiore di rifiuti conferiti in discarica, l’assessore Baglieri, in riferimento alla tassa sui rifiuti, aggiunge: “Con i costi destinati ad aumentare, il pericolo per l’aumento della Tari è tangibile. In ragione degli spazi attualmente disponibili, e in base alle politiche sui rifiuti del governo Musumeci, ci adopereremo per evitare considerevoli aumenti della Tari a carico dei cittadini”. E poi Baglieri conclude: “Non si può chiedere che in qualche mese, e neppure in qualche anno, siano risolte criticità e incrostazioni presenti e mai affrontate da decenni in Sicilia. La svolta che abbiamo operato con il bando per i termo-utilizzatori darà, a medio termine, un valido contributo alla definitiva soluzione del problema, ma nell’immediato serve solo fare crescere la differenziata”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)