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Il giudice Clelia Maltese deposita le motivazioni della sentenza di condanna in abbreviato nell’ambito dell’inchiesta “Sorella Sanità”. I dettagli.

Lo scorso 5 agosto, il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Palermo, Clelia Maltese, a conclusione del giudizio abbreviato, ha condannato 7 imputati e ne ha assolto uno nell’ambito dell’inchiesta cosiddetta “Sorella Sanità”. Sono stati inflitti 6 anni e 8 mesi di reclusione ad Antonio Candela, 56 anni, di Palermo, ex manager dell’Azienda sanitaria provinciale di Palermo, ed ex responsabile della Cabina di regia regionale per il contrasto al covid in Sicilia. E poi 6 anni e 6 mesi a Fabio Damiani, ex manager dell’Azienda sanitaria di Trapani e responsabile della Centrale unica di committenza degli appalti. E poi 5 anni e 8 mesi a Giuseppe Taibbi, ritenuto il “faccendiere” di riferimento di Candela, poi 5 anni e 10 mesi a Roberto Satta, responsabile operativo della “Tecnologie Sanitarie Spa”, poi 7 anni e 2 mesi a Francesco Zanzi, amministratore delegato della stessa società, poi 5 anni e 10 mesi a Salvatore Navarra, ex presidente del consiglio di amministrazione di “Pfe spa”, e 4 anni e 4 mesi al “faccendiere” Salvatore Manganaro, di Canicattì, ritenuto il referente di Fabio Damiani per gli appalti. Unico assolto è stato Angelo Montisanti, responsabile operativo per la Sicilia della società “Siram”. A Manganaro e Damiani è stata riconosciuta l’attenuante per avere collaborato con la magistratura.

L’indagine della Guardia di Finanza, sfociata negli arresti il 22 maggio del 2020, ruota intorno a presunte tangenti milionarie che sarebbero state incassate da burocrati della sanità per agevolare le imprese interessate ad appalti, del valore complessivo di oltre 600 milioni di euro, da assegnare per lo svolgimento di servizi e l’erogazione di forniture. Ebbene, adesso il giudice Clelia Maltese ha depositato le motivazioni della sentenza e delle sette condanne. Tra le 800 pagine la Maltese ha scritto: “E’ stata una ‘partita a scacchi’, giocata a colpi di tangenti e favori. Le nomine nella sanità, decise dalla politica, sono state merce di scambio, utilità del patto corruttivo. Fabio Damiani si destreggiava durante il lungo tempo in cui si sono svolti i lavori della commissione degli appalti da lui diretta, guidato sapientemente da Salvatore Manganaro che curava e manteneva contemporaneamente rapporti con soggetti rappresentanti di distinte aziende partecipanti alle gare. E Manganaro guidava Damiani, che gli forniva tutta la documentazione delle gare, affinché vincesse un’impresa piuttosto che un’altra. Si faceva credere a tutti che era pronto l’aiutino per vincere la gara, in spregio a qualunque principio e regola di buona amministrazione”.

E poi ancora: “Ivan Turola, rappresentante di una società di consulenza e servizi per le aziende, che lo scorso 4 febbraio ha patteggiato la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione, è stato favorito in una gara in cambio dell’interessamento dello stesso Turola per la nomina di Damiani a direttore dell’Azienda sanitaria provinciale di Trapani. Anche questa è un’utilità del patto corruttivo. In questo caso non era una utilità economica, forse comunque garantita a Manganaro nella misura di 250.000 euro, ma l’opera di mediazione posta in essere da Turola, con agganci politici determinanti, al fine di procurare a Damiani la nomina come dirigente di un’azienda ospedaliera”. Poi, ancora tra l’altro, Clelia Maltese si sofferma sui rapporti tra Antonio Candela e l’imprenditore Giuseppe Taibbi, il quale avrebbe ricevuto favori da Candela in cambio di soldi.

E dalle motivazioni emerge: “Non importa conoscere l’ammontare complessivo delle tangenti, ma i pagamenti ci sono stati. Taibbi avrebbe più volte prelevato soldi al bancomat prima di salire a casa di Candela. Candela ha agito con spregiudicatezza per consentire a Taibbi di guadagnare. Erano amici e lo dimostra il fatto che quando a Candela non fu rinnovato l’incarico di manager da Musumeci, Candela e Taibbi dicevano: ‘Ci ha preso in giro, ci siamo fidati, ci hanno ammazzato’. Parlavamo al plurale, emblema del fatto che i due agivano come membri di un’unica compagine. Taibbi pensò di mettere in atto un’attività di dossieraggio avente ad oggetto anche il presidente della Regione, i cui contenuti sarebbero stati anche trasmessi ad esponenti del Governo nazionale. Si trattava di attività intimidatoria che avrebbe a suo dire permesso a Candela di ottenere la nomina alla carica di assessore regionale. Candela non stoppò le intenzioni di Taibbi, ma, al contrario, le avrebbe avallate pronunciando le parole: ‘ma tu non mi devi dire: se tu vuoi. Tu, per il rapporto che noi abbiamo, tutto quello che tu puoi fare fallo, mi segui? Non mi devi dire se’. Quel giorno cadde per l’ennesima volta la maschera di Candela, insignito commissario straordinario, noto per la sua solo apparente specchiata moralità”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Rinviate a domani le autopsie sulle quattro vittime della strage di Licata. Ispezione cadaverica esterna per Angelo Tardino. Lutto e sconforto nelle scuole di Alessia e Vincenzo.

Tardino Alessia e Vincenzo
I fiori sul banco di Alessia
Per Alessia e Vincenzo Tardino

Su disposizione della Procura di Agrigento, nella camera mortuaria dell’ospedale “Sant’Elia” a Caltanissetta è stata eseguita non l’autopsia ma l’ispezione cadaverica esterna sulla salma di Angelo Tardino, 48 anni, l’autore della strage familiare di mercoledì scorso 26 gennaio a Licata, morto suicida. Invece, per esigenze di notifica atti, le autopsie sulle quattro vittime nella camera mortuaria dell’ospedale di Agrigento sono state rinviate a domani mattina. Saranno eseguite dal medico legale Alberto Alongi. Le scuole dei due ragazzi, ovvero il liceo Linares frequentato da Alessia Tardino e la media Marconi dal piccolo Vincenzo, hanno espresso dolore e sconforto. Fiori, peluche e altro sono comparsi nelle classi e anche all’esterno. Vincenzo era appassionato di letteratura. Con una storia fantasy, scritta insieme a un compagno di classe, avevano vinto un concorso letterario della casa editrice Salani. La madre, Alexandra Ballacchino, in passato era stata rappresentante dei genitori. I docenti la ricordano sempre presente agli incontri a scuola e anche alla fine delle lezioni per riportare a casa i ragazzi. Era una madre attenta, giovane e sempre sorridente. Era molto fiera dei suoi figli e ne parlava spesso. Negli ultimi tempi aveva provato a rasserenarli: “Lo zio grida ma poi gli passa”. Angelo Tardino non era soddisfatto della divisione dei terreni disposta dal padre, che è stato anche interrogato dai magistrati. Angelo sosteneva che il fratello Diego fosse stato favorito dal genitore. Per questo motivo, al culmine di una nuova lite per l’acqua di un pozzo e il parcheggio dei furgoni, ha compiuto la strage.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Lo scorso 7 gennaio, assolto, annunciò che prossimamente avrebbe commentato l’inchiesta con la stampa. Adesso Raffaele Lombardo ha mantenuto la promessa.

Lo scorso 7 gennaio l’ex presidente della Regione, Raffaele Lombardo, è stato assolto nel secondo processo d’Appello, dopo il rinvio dalla Cassazione, dai reati di concorso alla mafia e corruzione elettorale. Più nel dettaglio, la prima sezione penale della Corte d’Appello di Catania, presieduta da Rosa Anna Castagnola, ha assolto Raffaele Lombardo con la formula “perché il fatto non sussiste” per il reato di concorso esterno alla mafia, e con la formula “per non avere commesso il fatto” per il reato di corruzione elettorale. Le motivazioni della sentenza sono attese entro 90 giorni. Raffaele Lombardo annunciò: “Commenterò con la stampa prossimamente”. E così è stato. Adesso Raffaele Lombardo, nato a Catania nel 1950, ha affidato al quotidiano della sua città, “La Sicilia”, il commento. Sui collaboratori della giustizia citati a suo carico, Lombardo afferma: “I pentiti che mi accusavano sono un pozzo d’ignoranza e di contraddizioni. Ne cito uno per tutti: l’agrigentino Giuseppe Tuzzolino, folcloristico e fantasioso, finito malamente perché condannato per avere calunniato persino un magistrato”.

Alla domanda…con Cuffaro vi siete sentiti, Lombardo risponde: “Un messaggino. Non lo sento da tempo. Disapprovo le sue critiche alle mie scelte sui termovalorizzatori, ma non fu il motivo della rottura fra noi”.

E allora perchè avete rotto, incalza il giornalista: “Perché mi chiese l’assessore alla Sanità e io invece nominai Russo. Voglio bene a Totò, penso che anche lui me ne voglia. Spero di rivederlo presto”.

Poi, sui suoi presunti contatti con esponenti mafiosi, replica: “E’ provato che alla mafia ho fatto danni. Basta citare l’alt all’eolico. Non ho fatto assumere, per conto di un mafioso, nemmeno un netturbino precario”. Poi Raffaele Lombardo ricorda la richiesta di archiviazione delle indagini a suo carico, che fu respinta, iniziando così il processo: “Dovremmo riscrivere la storia della Sicilia. Se quella richiesta d’archiviazione fosse passata, io sarei stato rieletto alla grande, stavolta nel segno di autonomia forte e indipendenza dai partiti: un’altra storia. Non ho mai aderito a teorie complottiste. Mi resta solo un grande rammarico: la mia vita politica è stata bruscamente interrotta quando, insieme a un gruppo di persone di alto livello, si era avviato un percorso di riforme tra sanità, rifiuti, formazione professionale, lavori pubblici, e blocco delle assunzioni alla Regione. Sarò presuntuoso, ma è così. E non si può più tornare indietro”. E poi, sull’ipotesi di corruzione elettorale, traducibile in “clientelismo”, l’ex presidente della Regione controbatte: “Non nego che alla mia segreteria c’era una costante processione di gente che chiedeva favori e posti di lavoro. C’è ancora molto bisogno del rapporto diretto con gli elettori. Io oggi sono costretto a dire che non faccio politica per non essere avvicinato dalla gente che mi chiede qualcosa, anche un semplice consiglio, perché sono fra i pochi ultimi che parla con la gente”. E poi, sui 12 anni di calvario giudiziario, dall’avviso di garanzia alla seconda sentenza d’appello, Raffaele Lombardo commenta: “Già nella richiesta di archiviazione, dell’ottobre 2011, la Procura sosteneva che non ci fossero gli elementi per avviare il processo. Nel frattempo sono passati 12 anni. In Italia la presunzione d’innocenza non esiste. Soprattutto per un politico si costruisce, da parte dei media, la presunzione di colpevolezza. Un quotidiano in particolare descrisse, in una miriade di articoli, gli atti dell’indagine. Ben prima che ricevessi l’avviso di garanzia. Mi recai a Roma dal direttore Ezio Mauro, mi disse che la loro era ‘un’autorevole fonte giudiziaria’. Il Tg1 delle 20, il più seguito dagli italiani, con Minzolini direttore mi dedicò per ben 16 volte l’apertura”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Una società con sede a Palermo ma di origine bresciana ha presentato un progetto per costruire uno dei due termo-utilizzatori preventivati in Sicilia. I dettagli.

Sul tavolo del governo regionale vi è la prima proposta di costruzione di un termo-utilizzatore in Sicilia. Si tratta di un impianto capace di bruciare i rifiuti indifferenziati e produrre energia, come più volte prospettato dal presidente Musumeci. E il progetto interessa uno dei due termo-utilizzatori lanciati nell’avviso pubblico della Regione, quello prospettato nella Sicilia orientale.

Il terreno su cui dovrebbe essere costruito è di proprietà di “Ikea”, 67mila metri quadrati, a poca distanza da uno stabilimento “Ikea” e dall’ex acciaieria “Megara”, oggi “Acciaierie di Sicilia”, a ridosso della zona industriale di Catania, a 3 chilometri dall’aeroporto “Vincenzo Bellini”. Pronta a costruire il primo inceneritore della Sicilia è la “SiEnergy”, una Srl con 20mila euro di capitale sociale, appartenente ai titolari dell’ex acciaieria “Megara” di Catania, e che ha sede legale in via Enzo ed Elvira Sellerio a Palermo ma radici bresciane. “SiEnergy” ha presentato una relazione di 190 pagine, spiegando in dettaglio l’opera, che dovrebbe bruciare mezzo milione di tonnellate di rifiuti indifferenziati, esattamente 555mila tonnellate all’anno, provenienti da Catania, Siracusa, Caltanissetta, Enna e Ragusa. E ciò per 341 giorni all’anno e altre 3 settimane riservate alla manutenzione.

Il terreno di “Ikea” è tra Catania e Lentini, e a pochi chilometri vi sono diverse aree sensibili come il Simeto e il lago Biviere di Lentini, che ospitano numerose specie vegetali e animali. A fronte di ciò la “SiEnergy” replica che nella stessa zona ipotizzata per accogliere il termo-utilizzatore vi è già un’acciaieria. E poi, ancora nella relazione, aggiunge che le scorie che saranno prodotte dall’impianto, stimate in 121mila tonnellate all’anno, potranno essere utilizzate nell’ambito dell’edilizia civile, nei cementifici. Oltre ai rifiuti non differenziati, l’impianto progettato brucerà rifiuti ospedalieri e fanghi disidratati provenienti dai depuratori. E poi anche il cosiddetto “Fluff”, ovvero gli scarti e le polveri derivanti dalle fasi preliminari della lavorazione dei rottami delle acciaierie. Il tutto per produrre energia. Ovviamente, e nel frattempo, i Comuni siciliani inseguiranno il traguardo del 65% di raccolta differenziata, anche con una futura presenza dell’inceneritore, che, del resto, brucia il non differenziabile, quindi il residuo secco, che oggi si smaltisce nelle discariche dell’isola, quasi tutte private, con costi elevati e problemi di saturazione, tanto che non si esclude il trasporto dei rifiuti fuori Sicilia, a pagamento, aggravando le bollette a carico dei cittadini.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

L’inaugurazione dell’anno giudiziario a Palermo e l’intervento del presidente della Corte d’Appello: “La mafia è forte perché svolge ancora una funzione sociale”.

L’inaugurazione dell’anno giudiziario in ambito nazionale a Roma in Cassazione è stata occasione e teatro dell’ultima partecipazione istituzionale del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il voto per il successore è in calendario già oggi, lunedì 24 gennaio. E allo stesso modo, in ogni regione, è stato tagliato il nastro annuale dell’amministrazione della Giustizia in nome del popolo italiano, anche in Sicilia, dove ha relazionato il presidente della Corte d’Appello di Palermo, Matteo Frasca. Il giudice, tra il tanto altro, si è soffermato sulla stato di salute della mafia, e ha sintetizzato così: “L’associazione mafiosa Cosa Nostra continua a esercitare il suo diffuso, penetrante e violento controllo sulle attività economiche, imprenditoriali e sociali del territorio”. E dunque il presidente Frasca ha approfondito il come e il perché la mafia e la mafiosità siano ancora ben radicate nel tessuto sociale. La risposta è che ciò deriva dalla funzione sociale dei boss. E Frasca ha spiegato: “La mafia, secondo tradizione e malgrado la pressione investigativa, continua ad avere una presenza sociale nel territorio dove esercita funzioni di giustizia spicciola. Gli uomini di Cosa Nostra, secondo quanto emerge dalle indagini della magistratura, impongono la loro mediazione per risolvere questioni di ogni tipo: dalle liti tra famiglie per motivi sentimentali all’occupazione di case popolari, dal pagamento degli affitti all’avvio di attività economiche in concorrenza con altri soggetti. La mafia offre anche un servizio per la riscossione di debiti e il recupero di beni rubati.
La presenza mafiosa nella vita sociale del territorio è dimostrata anche da alcune inchieste sulle feste di quartiere. Sono uomini vicini a Cosa Nostra a occuparsi dell’ingaggio dei cantanti neomelodici, delle spese dell’organizzazione e, in alcuni casi, del sostegno delle famiglie bisognose. Un’indagine ha accertato che la mafia assicurava a gruppi familiari beni di prima necessità. In generale la mafia ha rafforzato la sua presenza con la funzione sociale, al fine di mantenere il controllo del territorio e allargare la base del consenso, necessario, al pari della forza di intimidazione, per la sopravvivenza dell’associazione” – ha concluso Frasca. Prima di lui, e tanti anni addietro, la funzione sociale dei boss è stata così tanto presente e praticata che lo scrittore italo americano Mario Puzo ne ha scritto un romanzo, “Il Padrino”, da cui poi Francis Ford Coppola ha tratto un film, il leggendario “Il Padrino”. E la pellicola inizia proprio con un “omaggio” (tra virgolette) alla funzione sociale dei boss, allorchè un uomo prega il “Padrino”, don Vito Corleone, Marlon Brando, di vendicare con la morte i due che hanno violentato sua figlia…
Poi il presidente della Corte d’Appello di Palermo veste i panni dell’ottimismo annunciando nella sua relazione dei segnali positivi provenienti dal territorio e testimoniati dall’incremento delle denuncie presentate dalle vittime di estorsione che esprimono così la volontà di collaborare senza riserve con la giustizia. La ribellione al pizzo si manifesta però a macchia di leopardo. E Matteo Frasca ha citato un esempio a Palermo: “Mentre nel mandamento di Porta Nuova ben 15 imprenditori, soprattutto del settore edile, hanno indicato compiutamente gli uomini del racket, nel mandamento di Ciaculli-Brancaccio non una sola vittima di estorsione si è fatta avanti”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Come previsto, la Sicilia da lunedì sarà in zona arancione. Musumeci: “E’ colpa dei non vaccinati, che occupano il 77% delle terapie intensive”. Lagalla: “Scuole sicure, si continua in presenza”.

La Sicilia da lunedì prossimo 24 gennaio sarà zona arancione. E’ svanita la speranza di rinviare di una settimana, al 31 gennaio, le restrizioni. Anche se la pandemia, seppur molto gradualmente, regredisce in Italia, vi sono regioni in cui ciò non avviene. Anzi è al contrario, così come è in Sicilia, che è più o meno a cavallo del limite massimo di ricoveri ordinari, attualmente al 36%, o in terapia intensiva, oggi al 20%, oltre i quali da giallo ci si colora di arancione.

E il presidente della Regione, Nello Musumeci, commenta: “Siamo in zona arancione, come temuto, perché, nonostante tutti gli sforzi fatti, i reparti di terapia intensiva sono pieni di persone non vaccinate che ci spingono verso questo colore. I no vax occupano al 77% le terapie intensive”. Di opposto avviso è l’opposizione. E il capogruppo del Partito Democratico in Assemblea, Giuseppe Lupo, tuona: “Il governo regionale pecca di disorganizzazione e mancata programmazione. Ne sono testimonianza gli ospedali da campo allestiti in tutta fretta, come se la quarta ondata non fosse più che prevedibile”.

Tuttavia, come affermato dal commissario per l’emergenza covid a Palermo, Renato Costa, il picco della pandemia in Sicilia è stato raggiunto, e quindi all’orizzonte si profila un’attenuazione costante dell’infezione. E ciò conforta anche l’assessore regionale alla Pubblica Istruzione, Roberto Lagalla, che prospetta: “Sulla scuola è necessaria una maggiore serenità da parte di tutti: la scuola è uno dei luoghi più sicuri. La curva del contagio non è in ascesa, è in equilibrio anzi in discesa. Possiamo proseguire l’anno scolastico in presenza. Oggi la nostra missione è far crescere il numero degli studenti vaccinati. Ripetere tamponi a pioggia significa poco. Per quanto riguarda le quarantene, secondo me si dovrebbe facilitare maggiormente la discrezionalità dei presidi in caso di positività nelle classi. Resta fermo un dato: che la scuola continua a essere l’unico posto in cui viene rispettato sia il distanziamento che l’uso della mascherina” – conclude. Nel frattempo sono 7.418 i nuovi casi di covid in Sicilia a fronte di 46.999 tamponi processati. Il tasso di positività è al 15,7 %. La regione è al nono posto in Italia per nuovi contagi giornalieri. Gli attuali positivi sono 202.439, con un aumento di 5.422. I guariti sono 1.970. Le vittime sono state 26, per un totale dei decessi a 8.113. Negli ospedali i ricoverati ordinari sono 1.587, 14 in più. E quelli in terapia intensiva sono stabili a 170. Ecco la distribuzione dei nuovi contagiati tra le province: Palermo 1.971, Catania 1.432, Messina 511, Siracusa 886, Trapani 629, Ragusa 725, Caltanissetta 628, Agrigento 458, Enna 178.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

“Esercizio provvisorio del bilancio e collasso definitivo”: i costruttori edili siciliani puntano ancora una volta il dito contro la Regione per i ritardi nei pagamenti alle imprese. Armao istituisce un tavolo risolutivo.

La scorsa estate, ad agosto, i rapporti tra i costruttori edili siciliani e la Regione si sono arroventati a causa del mancato pagamento dei lavori alle imprese, a tal punto che l’Ance, l’Associazione dei costruttori edili siciliani, annunciò una denuncia civile e contabile contro la Regione, paventando il collasso delle imprese indebitate con gravi conseguenze su indotto e occupazione.

L’Ance poi annunciò di avere incaricato uno studio legale per scagliare contro la Regione un ricorso collettivo delle imprese edili associate, in sede civile e alla Corte dei conti. Poi, il 2 settembre, la Regione ha deliberato i pagamenti, attesi dal novembre del 2020, per gli appalti pubblici eseguiti dai costruttori edili. Ebbene, adesso l’Ance batte ancora cassa perché la Regione è ancora debitrice di circa 700 milioni di euro per lavori eseguiti e non pagati.

E il presidente dell’Ance, Santo Cutrone, spiega: “In questo momento la politica nazionale e regionale è come se fosse salita all’improvviso su una torre di Babele. Invece la gravità della condizione che vivono le imprese e l’economia impone che si ritrovi subito il senno. Dignità, responsabilità e dovere degli eletti dal popolo dovrebbero suggerire di ascoltare le parole di David Sassoli, cioè ritrovare l’unità e il senso del bene comune, pensare all’interesse dei cittadini e non a quello personale”. E poi Cutrone aggiunge: “Questa situazione che sa di disarmo fa sì che, in uno Stato democratico e costituzionale, un’istituzione fondamentale come la Regione Siciliana è condannata a restare senza bilancio approvando l’esercizio provvisorio fino al massimo del termine consentito, ovvero al 30 aprile. E di ciò nessuno sembra preoccuparsene. Non è concepibile, nella stagione dei tempi rapidi del Piano nazionale di riprese e resilienza, questa rassegnazione ad aspettare che il governo nazionale firmi l’accordo con quello regionale per erogare alla Sicilia le somme che servono a fare quadrare i conti. Non è tollerabile che, mentre le imprese attendono da più di un anno di essere pagate per i lavori eseguiti – e che si indebitano con le banche e non possono più garantire gli stipendi ai lavoratori – la politica, maggioranza e opposizione, si preoccupi solo di tattiche finalizzate alla campagna elettorale. I governi nazionale e regionale si attivino subito per definire in tempi rapidi l’accordo che consenta di approvare al più presto un vero bilancio regionale. E tutti coloro che ne hanno competenza e responsabilità provvedano a fare arrivare in tempi celeri all’economia le risorse che servono per non farci affogare” – conclude.

E a fronte di ciò il vicepresidente e assessore regionale all’Economia, Gaetano Armao, ha deciso di istituire con Ance Sicilia un tavolo tecnico per monitorare il pagamento degli arretrati alle imprese edili. Santo Cutrone, dopo avere incontrato Armao, commenta: “Siamo soddisfatti del grado di sensibilità dell’assessore Armao e della complessa manovra di risparmio posta in essere, fiduciosi che il tavolo tecnico di monitoraggio dei pagamenti della Pubblica amministrazione possa finalmente rispondere rapidamente alle istanze della categoria delle imprese edili siciliane”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

L’Assemblea Regionale ha approvato l’esercizio provvisorio del bilancio. Prossima seduta dopo l’elezione del presidente della Repubblica. Musumeci ricuce con la maggioranza. La reazione dell’opposizione.

Come accade ormai da un decennio, la giunta regionale ha proposto l’esercizio provvisorio del bilancio perché non lo si è approvato entro il termine del 31 dicembre precedente. Il governo Musumeci lo ha esteso fino al massimo consentito, ovvero 4 mesi, al prossimo 30 aprile, e all’Assemblea Regionale è stato votato, 34 sì. Il 24 gennaio a Roma si inizia a votare per eleggere il presidente della Repubblica, e Sala d’Ercole si riunirà dopo la fumata bianca e l’elezione del capo dello Stato.

Ed è stata la scelta dei Grandi Elettori siciliani del presidente della Repubblica, che sono Gianfranco Miccichè, Nuccio Di Paola e Nello Musumeci, a scatenare il putiferio tra i palazzi d’Orleans e dei Normanni. Dopo lo sgambetto in Aula a Musumeci da parte di alcuni franchi tiratori della maggioranza, il presidente della Regione avrebbe voluto dimettersi, poi invece ha annunciato l’azzeramento della giunta che poi è stato rinviato a dopo l’approvazione dell’esercizio provvisorio, per evitare che la Sicilia fosse costretta ad essere senza bilancio e senza governo. Adesso l’esercizio provvisorio è stato approvato, e, tuttavia, nel frattempo, Musumeci, raffreddati rancore e rabbia, ha intrapreso dei colloqui con i capi partito della maggioranza, finalizzati più a ricucire i rapporti anziché a scegliere i nuovi assessori dopo l’eventuale azzeramento.

E, ancora nel frattempo, il presidente della Regione ha disertato l’Aula in occasione del voto sull’esercizio provvisorio, tanto quanto è bastato per soffiare sul fuoco dell’opposizione, che ha votato no. Ed è un no che boccia sì il bilancio provvisorio, ma che altrettanto boccia la giunta Musumeci che lo ha proposto. E il capogruppo del Partito Democratico, Giuseppe Lupo, conferma e spiega: “Abbiamo votato contro l’esercizio provvisorio di un governo provvisorio, che si contraddistingue per precarietà politica ed incertezza finanziaria”. Controbatte il capogruppo della Lega, Vincenzo Figuccia: “Sono contento che finalmente si sia posta la parola fine a questo lungo romanzo. Approvare l’esercizio provvisorio era un atto dovuto rispetto al quale grandi attese si erano create all’esterno del palazzo, tra tante categorie in attesa di una risposta e che non potevano continuare a subire le lungaggini di palazzo”.

Rilancia il capogruppo del Movimento 5 Stelle, Nuccio Di Paola: “L’approvazione dell’esercizio provvisorio va inteso come certificazione piuttosto che soluzione di tutti i mali. Il nostro voto contrario all’esercizio provvisorio, al di là del mero documento contabile, vuole esprimere il dissenso netto e la totale disapprovazione verso l’operato del governo Musumeci, che giudichiamo fallimentare. Il presidente ha perso credibilità e ha stracciato quella dei suoi assessori. Sta cercando di ricucire gli strappi andando a mendicare attenzioni da parte dei capi partito della sua presunta maggioranza. Tuttavia, non era necessario aggiungere queste scene impietose ad anni di agonia del governo, cronicamente sprovvisto di numeri in Parlamento (dove è stato quasi sempre assente), e incapace di una visione e di una programmazione per il futuro dei siciliani. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: si è navigato a vista e male, con una Regione che in 5 anni di gestione Musumeci-Armao non ha mai avuto un bilancio approvato entro il 31 dicembre, e poi una crisi pandemica gestita all’insegna dell’assoluta improvvisazione, nessun risultato concreto per dare sollievo all’emergenza economica che attanaglia la nostra terra di Sicilia e adesso persino una crisi politica, che esplode nel peggiore dei modi. L’esercizio provvisorio non modificherà le sorti nefaste di questa esperienza di governo, ormai agli sgoccioli e che speriamo non causi ulteriori, vistosi danni per i siciliani”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Altri particolari sulla requisitoria d’Appello al “Sistema Montante”: il ruolo dei co-imputati e di coloro ruotati intorno all’ex presidente di ConfIndustria Sicilia.

Emergono altri dettagli di rilievo dalla requisitoria del sostituto procuratore generale di Caltanissetta, Giuseppe Lombardo, in Corte d’Appello, nell’ambito del processo, in abbreviato, al “Sistema Montante”. Lombardo, ad esempio, ha spiegato: “La sistemazione lavorativa o il trasferimento del pubblico ufficiale di turno, o di suoi parenti o amici, era la moneta spesa da Montante per pagare i sodali: una sorta di ripartizione degli utili prodotti da un’impresa che, con modalità illecite, creava e gestiva il potere.

A Montante va doverosamente riconosciuto il diritto d’autore sulla nascita dell’ ‘Antimafia confindustriale’ come forma di ‘business’ utile a garantire un posto ai tavoli che contano”, come ha scritto la giudice Graziella Luparello nel motivare la sentenza di condanna di primo grado. Anche nell’aula d’Appello sono state rievocate le motivazioni addotte dalla Luparello. Ad esempio così: “In riferimento ai poliziotti co-imputati di Montante, Marco De Angelis e Diego Di Simone, è evidente come Montante, Di Simone e De Angelis fossero legati da un patto, da cui nasceva una organizzazione stabile, il cui oggetto sociale consisteva nella commissione di un numero indeterminato di accessi abusivi al sistema informatico. Ed è altrettanto evidente come Montante fosse legato da analogo rapporto associativo con l’imprenditore Massimo Romano, con il colonnello Gianfranco Ardizzone, gli ufficiali della Finanza Ettore Orfanello e Mario Sanfilippo, responsabili di avere orientato l’attività istituzionale – tra verifiche fiscali e indagini penali – verso il soddisfacimento dell’interesse personale di Montante, ricavandone apprezzabili e significative utilità, tra posti di lavoro e trasferimenti”.

Poi, ancora cavalcando le motivazioni della giudice Luparello, anche in Appello si ripropone la tesi accusatoria secondo cui “tutto sarebbe partito tra il 2004 e il 2005, cioè gli anni in cui Montante si travestiva da uomo della Provvidenza, unto dal Signore per redimere i peccatori, fossero essi imprenditori, giornalisti o liberi professionisti, flagellarli per i loro misfatti e purificarli. Montante insignì se stesso come ‘paladino dell’antimafia’, estendendo la stessa etichetta ai suoi amici e sodali, e dichiarando mafiosi i suoi avversari, in difetto di qualsiasi prova di mafiosità. E così vi è stato un ribaltamento linguistico: la parola ‘mafia’ diventò il luogo nominale in cui confinare tutti gli eretici alla religione di Montante, mentre la parola ‘antimafia’ era il santuario degli osservanti rispettosi del pensiero di Montante, per assicurarsi ascesa sociale e occupazione di posti di potere. Quindi Montante è stato il motore di un meccanismo perverso di conquista e gestione occulta del potere che, sotto le insegne dell’antimafia, ha sostanzialmente occupato, con la corruzione sistematica e le raffinate operazioni di ‘dossieraggio’, molte delle istituzioni pubbliche, dando vita a un fenomeno che non è mafia bianca, ma trasparente, apparentemente priva di consistenza tattile e visiva e perciò in grado di infiltrarsi eludendo la resistenza delle comuni misure anti-corpali. Montante aveva una spiccata attitudine alla manipolazione della realtà, mediante manovre di varia natura, unificate dall’obiettivo di precostituire prove a sé favorevoli”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Conclusa l’udienza preliminare nell’ambito dell’inchiesta antimafia nell’Agrigentino cosiddetta “Xydi”. Rinviati a giudizio 9 imputati. Altri 19 saranno giudicati in abbreviato.

Lo scorso 28 settembre la Procura antimafia di Palermo ha notificato 30 avvisi di conclusione delle indagini preliminari a carico di altrettanti indagati nell’ambito dell’inchiesta antimafia “Xydi”. Nel frattempo gli stessi indagati non hanno opposto mezzi o documenti a difesa o, invece, li hanno opposti ma non sono stati ritenuti sufficienti per essere scagionati. E così, poi, il 17 novembre, i 30 avvisati non sono stati più indagati ma imputati, perché a loro carico la Procura ha formulato la richiesta di rinvio a giudizio.

Adesso il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Palermo, Paolo Magro, ha rinviato a giudizio ordinario 9 dei 30 imputati. Il prossimo 23 marzo, innanzi ai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Agrigento, presieduta da Wilma Angela Mazzara, risponderanno presente: Giuseppe Falsone, 51 anni, ergastolano di Campobello di Licata e già capo provincia di Cosa Nostra agrigentina.

Poi Antonino Chiazza, 51 anni, di Canicattì, Pietro Fazio, 48 anni, di Canicattì, Santo Gioacchino Rinallo, 61 anni, di Canicattì, Antonio Gallea, 64 anni di Canicattì, Filippo Pitruzzella, 60 anni, ispettore della Polizia in pensione, di Campobello di Licata, Stefano Saccomando, 44 anni, di Palma di Montechiaro, Calogero Lo Giudice, 47 anni, di Canicattì, Calogero Valenti, 57 anni, residente a Canicattì. Gli altri 19 hanno scelto di essere giudicati in abbreviato. Il prossimo 17 marzo la Procura antimafia di Palermo inizierà la requisitoria a carico di Giancarlo Buggea, 52 anni, imprenditore di Canicattì, l’avvocato Angela Porcello, 51 anni, di Naro, Luigi Boncori, 69 anni, di Ravanusa, Luigi Carmina, 55 anni, di Caltanissetta, Simone Castello, 71 anni, di Villafrati, Emanuele Cigna, 21 anni, di Canicattì, Giuseppe D’Andrea, 50 anni, assistente capo di Polizia, di Agrigento, Calogero Di Caro, 74 anni, boss di Canicattì, Vincenzo Di Caro, 40 anni, di Canicattì, Gianfranco Gaetani, 53 anni, di Naro, Giuseppe Grassadonio, 50 anni, di Agrigento, Annalisa Lentini, 41 anni, di Agrigento, Gaetano Lombardo, 64 anni, di Favara, Gregorio Lombardo, 66 anni, di Favara, Antonino Oliveri, 36 anni, di Canicattì, Calogero Paceco, 56 anni, di Naro, Giuseppe Pirrera, 62 anni, di Favara, e Giuseppe Sicilia, 42 anni, di Favara.

Due avvocati di Canicattì, Annalisa Lentini e Calogero Lo Giudice, rispondono solo delle ipotesi di reato di falso e procurata inosservanza di pena perchè avrebbero, insieme alla collega Angela Porcello, falsificato la data di spedizione di una raccomandata al fine di rimediare a un errore nella presentazione dell’atto di appello di una condanna, nei confronti di un cliente della Porcello, nel frattempo divenuta definitiva. E la punta del compasso delle indagini è stata l’avvocato Porcello, difensore di diversi mafiosi e attualmente candidata collaboratrice della giustizia. Lei, in rapporto professionale e poi sentimentale con Giancarlo Buggea, avrebbe assunto un ruolo di vertice in Cosa Nostra organizzando i summit, svolgendo il ruolo di consigliera, suggeritrice e ispiratrice di molte attività delle famiglie mafiose. Nello studio legale, rassicurati dall’avvocatessa dell’impossibilità di effettuare intercettazioni, si sono riuniti, per almeno due anni, i capi del mandamento di Canicattì, delle famiglie di Ravanusa, Favara e Licata.

L’inchiesta “Xydi” ha confermato la perdurante posizione di vertice di Cosa Nostra di Matteo Messina Denaro, anche lui destinatario della misura cautelare e della richiesta di rinvio a giudizio, che ha continuato a impartire direttive sugli affari illeciti più rilevanti gestiti dai clan agrigentini. La posizione di Matteo Messina Denaro è stata stralciata in quanto latitante. Ed è stata separata, per motivi di salute, anche la posizione di Giuseppe Giuliana, 56 anni, di Delia.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)