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Il vice ministro all’infrastrutture partecipa a Palermo al lancio del progetto “Mille Periferie”. Pubblico e privato in rete per riqualificare. L’intervento di Giancarlo Cancelleri.

Il vice ministro alle Infrastrutture, Giancarlo Cancelleri, è intervenuto a Palermo. Il leader del Movimento 5 Stelle in Sicilia ha partecipato al lancio del progetto cosiddetto “Mille periferie”. E il già candidato due volte alla Presidenza della Regione, nel 2012 e nel 2017, si è soffermato, tra l’altro, sul ricorrente confronto tra i tempi di ricostruzione del viadotto Morandi a Genova crollato nel 2018 e del viadotto Himera in Sicilia tra Palermo e Catania franato nel 2015. E Cancelleri ha spiegato: “Il confronto non è possibile. Sono due procedure di ricostruzione diverse. Per il viadotto Himera lungo la A 19 abbiamo sbloccato tutto. I soldi sono già nelle casse dell’impresa che però ancora temporeggia. E per me è inaccettabile. Già questa settimana incontro Anas e l’impresa. I lavori al viadotto Himera non possono concludersi insieme al montaggio del ponte Morandi. Dobbiamo concludere prima, per potere affermare che anche in Sicilia i lavori si fanno e si fanno bene. Spero che ci sia collaborazione da parte di Anas e impresa, per restituire dignità al popolo siciliano che spesso si sente sbeffeggiato. Col rispetto di quanto accaduto a Genova, noi non possiamo sentirci da meno degli altri”… intervista Cancelleri al Videogiornale di Teleacras…
Il progetto “Mille periferie” è promosso dall’Anci di Sicilia, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, ed è ideato e diretto da “I world”, l’associazione mondiale per la salvaguardia e la valorizzazione delle identità dell’Umanità. Il fine è affiancare in rete enti pubblici e soggetti privati per condividere iniziative di riqualificazione. Il primo tassello sono i 120 progetti già finanziati dallo Stato con il Bando Periferie: e si tratta di oltre 2.100 interventi in 445 Comuni, con una previsione di investimenti superiore ai 2 miliardi. Si intende così costruire un unico, maxi, programma nazionale per la riqualificazione, anziché tanti progetti sconnessi.
Ecco il significato sostanziale della “rete” Mille Periferie, che si avvarrà di una piattaforma e di un Osservatorio nazionale delle periferie, per animare e incentivare il dialogo propositivo tra pubblico e privato a vantaggio dei territori. Intervenendo all’istituto “Ernesto Ascione” a Palermo, dove è stato presentato il “Mille Periferie”, il vice ministro Cancelleri ha annunciato che nella prossima legge di Bilancio dello Stato sarà stanziato 1 miliardo per il Piano Casa, di cui quasi 250 milioni di euro alla Sicilia. Ascoltiamo sul progetto “Mille Periferie” il presidente nazionale dell’Anci, Antonio Decaro…

Angelo Ruoppolo (teleacras)

La Procuratore Generale di Caltanissetta, Lia Sava, dichiara l’astensione. Viaggia verso Catania il processo d’Appello ad Antonello Montante. Ad attenderlo l’agrigentino Roberto Saieva.

Roberto Saieva

Lo scorso 10 maggio l’ex presidente di ConfIndustria Sicilia, Antonello Montante, a conclusione del giudizio abbreviato di primo grado, è stato condannato a 14 anni di reclusione da una giudice agrigentina, Graziella Luparello, originaria di Racalmuto. Forse è una predestinazione, una fatalità, inevitabile: in secondo grado, in Appello, sarà interessato ancora un magistrato agrigentino, che però non giudicherà ma sosterrà l’accusa, inquirente anziché giudicante.

Non si tratta di un neofita ma di un togato con un pesante bagaglio di esperienza. Il suo nome è Roberto Saieva, 66 anni, di Agrigento, dove è stato Sostituto Procuratore all’epoca in cui è stato ucciso il giudice Rosario Livatino. Adesso è il Procuratore Generale di Catania. E perché Catania? Non è competente la Corte d’Appello di Caltanissetta? Antonello Montante, originario di Serradifalco, è stato processato dal Tribunale di Caltanissetta. Perché in secondo grado da Caltanissetta a Catania? Perché la Procuratore Generale di Caltanissetta, Lia Sava, ha dichiarato la propria astensione. Lei si è avvalsa dell’articolo 52 del Codice di procedura penale, che prevede l’astensione da un processo “quando ricorrano gravi ragioni di convenienza”.

E quali sono tali gravi ragioni di convenienza? Lia Sava, quando è stata Procuratore Aggiunto a Caltanissetta a fianco del Procuratore Sergio Lari, ha coordinato le indagini a carico di Montante per concorso esterno in associazione mafiosa. Inoltre, Lia Sava è stata citata dagli avvocati difensori di Antonello Montante nella lista di magistrati che con Montante avrebbero avuto “considerevoli e reiterati rapporti di amicizia e frequentazione”. Così è stato scritto quando i difensori di Montante hanno proposto istanza di trasferimento del processo da Caltanissetta ad altra sede, che poi la Cassazione ha rigettato.

Nel frattempo, ad onor di cronaca, le indagini sui rapporti tra i magistrati di Caltanissetta e Montante sono state archiviate penalmente dalla Procura di Catania, e, sotto il profilo disciplinare, dal Csm. E nell’archiviare, il Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, ha scritto che “le condotte di alcuni magistrati, per quanto discutibili, non possono certo ritenersi penalmente illecite”. A fronte del trasferimento del processo d’Appello da Caltanissetta a Catania, se confermato, gli imputati condannati in primo grado a Caltanissetta, e, quindi, oltre a Montante, anche Gianfranco Ardizzone, Marco De Angelis, Andrea Grassi e Diego Di Simone, hanno facoltà di opporsi con un ricorso. Se poi Catania sarà definitivamente sede del processo d’Appello, sarà il Procuratore Generale Roberto Saieva a rappresentare l’accusa, a meno che Saieva non incarichi un Sostituto Procuratore Generale.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

“La Sicilia ce la può fare nonostante le cose che dice il signor Giletti”: il presidente della Regione, Musumeci, polemico contro “Non è l’Arena”. E la Lo Curto bussa all’Agcom.

Il presidente della Regione ha inaugurato il porticciolo di Sant’Erasmo a Palermo. E in occasione del taglio del nastro, Musumeci ha tagliato i ponti con Massimo Giletti e “Non è l’Arena” su La 7. In ragione delle ricorrenti polemiche contro l’ossessione negativa della Sicilia che caratterizzerebbe “Non è l’Arena”, il governatore della Sicilia si ribella e si sfoga così: “Sarebbe bello se assieme alle tante cose che non funzionano in Sicilia, il signor Giletti potesse guardare anche alle cose che funzionano, alle eccellenze, agli sforzi dell’amministrazione. Un giornalista fa il suo lavoro, però parlare sempre delle cose che non funzionano… Io mi accontenterei che, su tre programmi, due fossero dedicati alle cose che non funzionano, perché diventano stimolo e denunce, e uno dedicato alle cose che funzionano. Altrimenti demonizziamo questa terra e la facciamo diventare un inferno”. Poi Nello Musumeci si anima ancora di più e rincara la dose così: “Questa terra ce la può fare, nonostante quello che dice il signor Giletti. Io non vado nelle trasmissioni dove si fanno salotti per compiacere conduttori che guadagnano 250mila euro l’anno. Preferisco rimanere al mio posto di lavoro e cercare di fare qualcosa per la Sicilia. Nonostante gli sciacalli, nonostante le iene e nonostante le cornacchie svolazzanti. Questa è una terra che non ha bisogno di ipercritici ma di gente che si rimbocca le maniche”… intervento Musumeci in onda al Videogiornale di Teleacras…
Nel frattempo, tra i tanti casi che avrebbero testimoniato tale asserita acredine verso la Regione Sicilia, e che hanno coinvolto soprattutto il presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè, Eleonora Lo Curto, capogruppo Udc all’Assemblea regionale siciliana, ha inviato una lettera al presidente della Commissione regionale antimafia Claudio Fava. E la Lo Curto ha scritto: “Onorevole Fava, le chiedo un intervento presso l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni per la deliberata azione denigratoria nei confronti della Sicilia posta in essere nella trasmissione televisiva de La7, ‘Non e’ l’Arena’, nella puntata di domenica 6 ottobre”. E che è successo? E’ successo che imprenditore lombardo, Gianluca Brambilla, ha pronunciato frasi dal tenore razzista nei confronti delle popolazioni meridionali e, in particolare, contro i siciliani, descritti come soggetti “geneticamente inferiori”. Ed Eleonora Lo Curto, nella lettera a Claudio Fava, aggiunge: “Tali affermazioni sono fortemente lesive della dignità del nostro popolo, e ancor più dei principi costituzionali di uguaglianza di tutti i cittadini italiani che sono posti a fondamento della nostra Repubblica”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Botta e risposta su facebook tra Miccichè e Armao sulla responsabilità dei collegati alla finanziaria e i gravi ritardi nell’approvazione. E il presidente dell’Ars invoca il bilancio.

L’oggetto della contesa sono le condizioni finanziarie della Regione. L’Assemblea Regionale ha appena approvato l’ultimo collegato, della stagione dei collegati, alla Finanziaria: pochi articoli, senza impegni di spesa, perché la spesa è stata provvisoriamente bloccata. L’assessore regionale all’Economia, Gaetano Armao, ha scritto su facebook che “il moltiplicarsi dei collegati è stato il risultato di alchimie assembleari”. Assembleari? E il presidente dell’Assemblea Regionale, Gianfranco Miccichè, ha usato lo stesso strumento, facebook, e ha subito replicato all’assessore Armao così: “Egregio assessore Gaetano Armao, mi chiedo quando porrà fine a questo bluff sui collegati”. Ennesimo botta e risposta tra i palazzi d’Orleans del governo e Normanni della Regione. In verità è stato il presidente della Regione, Nello Musumeci, ad escogitare il collegato alla finanziaria per approvare nel gennaio scorso la finanziaria, evitando l’esercizio provvisorio e trasferendo nel collegato, da approvare successivamente, tutto ciò che a gennaio non è stato compreso nella finanziaria.

E Musumeci si è pentito di tale scelta, tanto che poche settimane addietro ha testualmente dichiarato: “Mai più i collegati”. E infatti, Gianfranco Miccichè, in replica a Gaetano Armao, scrive su facebook: “Come già comunicato in Aula nella seduta del 24 settembre scorso, ribadisco che i cosiddetti ‘collegati’ non sono affatto frutto di alchimie assembleari, come lei continua a ripetere, ma sono stati pensati e voluti dal Governo stesso, una precisa richiesta dell’Esecutivo per consentire una rapida approvazione dei documenti finanziari principali ed evitare il ricorso all’esercizio provvisorio.

Non è certo colpa del Parlamento se per approvare la finanziaria sono passati oltre 8 mesi. Si assuma la responsabilità delle scelte compiute e la smetta con questa farsa, un gioco a scaricabarile che di fronte ai siciliani certamente non la deresponsabilizza”. Ancora in verità, l’assessore Armao ha scritto su facebook che “il moltiplicarsi dei collegati alla finanziaria è stato il risultato di alchimie assembleari”, precisando che il governo ha progettato un solo collegato, e che poi in Assemblea i collegati si sono moltiplicati. Infatti, Armao ha aggiunto al suo post: “Il governo Musumeci aveva proposto, nel rispetto della legge, un solo collegato, e poi le alchimie assembleari ne hanno imposto una frammentazione in ben cinque testi: una forzatura che ha imbrigliato l’Ars per lungo tempo.

Ma per fortuna, adesso, con gli ultimi emendamenti è stato approvato il testo finale”. Stop e bando alle ostilità? No, affatto. Gianfranco Miccichè rincara la dose e rimprovera Armao perché in Assemblea sono latitanti tutti i documenti contabili attesi dal Governo. E scrive: “E’ la prima volta nella storia di questa Assemblea che ad ottobre inoltrato gli strumenti finanziari sono solo sulle pagine dei giornali. Infatti il rendiconto 2018 non è stato parificato dalla Corte dei Conti, non sono stati presentati l’assestamento di bilancio, il consolidato 2018, la nota di aggiornamento al Documento economia e finanza regionale, e l’elaborazione del bilancio di previsione 2020-2022, che ovviamente non potrà essere esitato entro il 31 dicembre, dati gli incredibili ritardi di tutti gli altri strumenti finanziari”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Dopo 20 anni pronta la riforma del commercio in Sicilia, tra liberalizzazione delle vendite promozionali e semplificazione amministrativa per nuove attività. L’intervento di Musumeci.

Il governo regionale siciliano ha sfornato il disegno di legge di riforma del commercio. Dopo l’approvazione in Giunta sarà necessario l’esame all’Assemblea. Si stima che tra febbraio e marzo prossimi sarà operativo. Alcune delle novità sono cinque giornate di chiusura obbligatoria per i negozi, liberalizzazione delle vendite promozionali, e semplificazione amministrativa per l’avvio di nuove attività commerciali.

Ancora più nel dettaglio, le saracinesche saranno obbligatoriamente abbassate il primo gennaio, a Pasqua, il primo maggio, il 15 agosto, e il 25 dicembre. I Comuni turistici potranno però derogare a tale obbligo. L’assessore alle Attività produttive, Mimmo Turano, commenta: “Cerchiamo una visione strategica condivisa con gli enti locali e le associazioni di categoria, per affrontare tutte le criticità, dagli orari al commercio on line, nel segno della semplificazione. Tanto per fare un esempio, secondo il disegno di legge del 1999 numero 28, quello che regolamenta ad oggi la materia, per avviare le promozioni è necessaria una lettera al Comune e poi aspettare il controllo dei vigili. Non sarà più così. Sono passati 20 anni dalla legge del 1999, adottata mentre in Cina nasceva Ali Baba, il colosso orientale del commercio on line”. Ancora in riferimento al nuovo testo di legge sono compresi corsi di formazione anche a distanza per l’accesso alla categoria, l’istituzione di un fondo per il commercio, contributi per arredi e innovazioni tecnologiche, e finanziamenti agevolati alle imprese in difficoltà. Patrizia Di Dio, presidente di ConfCommercio Palermo, rivendica: “E’ necessario rivitalizzare i centri storici, anche sbloccando i limiti all’insediamento di nuovi negozi con superfici superiori a 200 metri quadrati”. Giovanni Felice, coordinatore regionale di ConfImprese, plaude e rimarca: “E’ importante fare un check up del commercio ormai malato. Ci sono misure vecchie di decenni. Per le vendite promozionali chiediamo la liberalizzazione e lo stop alle vecchie regole”.

E il presidente regionale di ConfEsercenti, l’agrigentino Vittorio Messina, ribadisce: “E’ opportuno impegnare le risorse pubbliche disponibili con bandi a sportello, di più facile gestione. Poi incentivare l’apertura o il recupero di attività commerciali. Serve promuovere e sostenere l’innovazione nel settore del commercio al dettaglio e agevolare un complessivo riposizionamento strutturale che accresca la competitività delle imprese che operano nel settore”. Il presidente della Regione, Nello Musumeci, è entusiasta: “Da 10 anni non si parlava più di commercio, e da 20 anni non si riformava il più il settore”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Dopo i 14 anni di reclusione inflitti lo scorso 10 maggio, la giudice Graziella Luparello deposita le motivazioni della sentenza di condanna a carico di Antonello Montante.


Antonello Montante è imputato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e di accesso abusivo a sistema informatico. Lo scorso 23 aprile, la Procura della Repubblica di Caltanissetta, tramite il procuratore Amedeo Bertone e i pubblici ministeri Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso, ha invocato la condanna dell’ex presidente di ConfIndustria Sicilia a 10 anni e 6 mesi di carcere.

Lo scorso 10 maggio, la giudice per le udienze preliminari del Tribunale, Graziella Luparello, a conclusione del giudizio abbreviato, e dopo tre ore di camera di consiglio, gli ha inflitto 14 anni di reclusione. Adesso la stessa giudice Graziella Luparello ha depositato le motivazioni alla sentenza di condanna, e, tra l’altro, ha scritto: “Antonello Montante è stato il motore immobile di un meccanismo perverso di conquista e gestione occulta del potere che, sotto le insegne di un’antimafia iconografica, ha sostanzialmente occupato, mediante la corruzione sistematica e le raffinate operazioni di dossieraggio, molte istituzioni regionali e nazionali”. E poi, “Montante aveva dato vita a un fenomeno che può definirsi plasticamente non già quale mafia bianca ma mafia trasparente, apparentemente priva di consistenza tattile e visiva e perciò in grado di infiltrarsi eludendo la resistenza delle misure comuni”.

E poi, “Il quadro che se ne ricava, in verità abbastanza desolante, è quello di un uomo, Montante, che di mestiere faceva il ricattatore seriale, non potendo attribuirsi altro significato, anche alla luce dell’esperienza riferita da Alfonso Cicero sul tentativo di violenza privata in suo danno, alla raccolta incessante di dati riservati, documenti e registrazioni di conversazioni”.

E poi, “Montante aveva compiti di direzione, promozione e organizzazione di un sodalizio di cui hanno fatto parte ufficiali di Polizia, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Non può non esprimersi un giudizio assai severo sul particolare allarme sociale provocato dal sodalizio, e ciò in ragione della finalità delittuosa ad ampio spettro perseguita: eliminare il dissenso con il ricorso all’uso obliquo dei poteri accettativi e repressivi statuali, sabotare le indagini che riguardavano gli associati, praticare la raccolta abusiva di dati personali riservati, e corrompere in maniera sistematica i pubblici ufficiali”.

Ed infatti, la giudice Luparello lo scorso 10 maggio non ha condannato solo Antonello Montante, ma anche i co-imputati in abbreviato per, a vario titolo, associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, alla rivelazione di notizie coperte dal segreto d’ufficio, ed al favoreggiamento. Il colonnello Gianfranco Ardizzone, ex comandante provinciale della Guardia di Finanza di Caltanissetta a 3 anni. Poi il sostituto commissario Marco De Angelis a 4 anni. Poi il capo della security di ConfIndustria Diego Di Simone a 6 anni. Poi il questore Andrea Grassi è stato assolto in parte da alcune imputazioni ed è stato condannato ad 1 anno e 4 mesi, meno dei 2 anni e 8 mesi proposti dagli inquirenti. Nella relazione conclusiva di indagine della Commissione regionale antimafia, presieduta da Claudio Fava, sul “sistema Montante”, in estrema sintesi, si legge: “E’ stato un governo parallelo che per anni ha occupato militarmente le istituzioni regionali, anche in nome dell’antimafia”.

Angelo R uoppolo (Teleacras)

Le Aziende sanitarie di Palermo e Catania pubblicano due bandi per assunzioni, tra mobilità e concorso. I dettagli e le occasioni anche all’Asp di Agrigento.


Nella Sanità in Sicilia si corre ai ripari contro le carenze d’organico, causa di inefficienze, disservizi, ritardi e aggressioni al personale sanitario. Le aziende sanitarie provinciali di Palermo e di Catania hanno pubblicato i bandi per l’assunzione di 1800 persone complessivamente. Si tratta di più di 1522 tra infermieri e operatori socio – sanitari, 86 collaboratori sanitari con diversi profili professionali e 192 dirigenti. Il bando è prima riservato alla copertura dei posti attraverso la mobilità regionale o interregionale. Tanti che attualmente sono in servizio fuori Sicilia rientreranno nell’Isola. Contestualmente è bandito il concorso per le assunzioni di nuovi dipendenti qualora lo scorrimento nella graduatoria della mobilità non sia sufficiente a coprire i posti vacanti e banditi. La scadenza per la partecipazione ai due bandi di Palermo e Catania, sia di mobilità che di concorso, è il prossimo 4 novembre. Ancora più nel dettaglio, l’azienda sanitaria di Palermo, per la Sicilia occidentale, lancia a bando 532 posti per infermieri e 236 posti per operatori socio – sanitari. A Catania, per la Sicilia orientale, i posti per infermieri sono 337 e per operatori socio – sanitari sono 227. Inoltre 190 posti sono già a concorso per nuove assunzioni a prescindere dallo scorrimento della graduatoria.

Ancora più nel dettaglio, per la Sicilia occidentale sono a disposizione 7 posti di infermiere all’Asp di Agrigento, 63 posti all’Asp di Caltanissetta, 111 all’Asp di Palermo e 130 all’Asp di Trapani. E poi a Palermo 65 infermieri all’azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello, 108 all’Arnas Civico e 48 al Policlinico. E poi 16 operatori socio – sanitari all’Asp di Agrigento, 1 all’Asp di Caltanissetta, 106 all’Asp di Trapani, e poi a Palermo 5 al Villa Sofia – Cervello, 79 all’Arnas Civico, e 29 al Policlinico. Invece, per la Sicilia orientale, sono banditi 118 posti di infermiere all’Asp di Catania, 32 all’Asp di Enna, 34 all’Asp di Messina e 36 al Papardo di Messina, 97 all’Asp di Ragusa, e 24 nell’azienda sanitaria provinciale di Siracusa. E poi, a Catania, 24 infermieri al Cannizzaro, 13 al Policlinico e 19 al Bonino Pulejo. E poi, i posti per operatori socio – sanitari sono a Catania 76 all’Asp, 15 al Cannizzaro e 50 al Bonino Pulejo, poi 129 all’Asp di Enna, 42 all’Asp di Ragusa, e 15 al Policlinico di Messina.

E poi, lo stesso bando comprende anche il concorso per nuove assunzioni, quindi senza scorrimento graduatoria: 31 infermieri al Policlinico di Catania, poi 32 operatori socio – sanitari al Papardo di Messina, e, a Catania, 60 operatori all’Asp, 46 all’Arnas Garibaldi, e 21 al Policlinico. Infine, vi è il bando per dirigenti medici, amministrativi e tecnici. Si tratta di 192 posti specializzati in numerosi settori, tra l’altro in chirurgia generale, psichiatria, geriatria, radio-diagnostica e veterinaria. Poi 11 posti per dirigenti amministrativi, 1 di dirigente ingegnere informatico, 1 di dirigente ingegnere clinico, 3 per ingegneri civili, 1 per dirigente delle professioni sanitarie Area della Riabilitazione e 1 per dirigente delle professioni sanitarie Area Infermieristica ed Ostetrica.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Il Tribunale di Caltanissetta respinge la richiesta di archiviazione delle indagini sui mandanti occulti della strage di via D’Amelio a carico del medico Antonino Cinà.

Antonino Cinà

Il 20 aprile del 2018, accogliendo quanto proposto dalla Procura di Palermo, la Corte d’Assise presieduta da Alfredo Montalto, a conclusione del processo di primo grado sulla presunta “trattativa” tra Stato e mafia, ha inflitto 12 anni di carcere, per il reato di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato, ad Antonino Cinà, 74 anni, il medico di fiducia di Riina, Provenzano, Bagarella e delle loro famiglie durante la latitanza, colui al quale lo stesso Riina avrebbe affidato il famigerato “papello”, ovvero le condizioni di Cosa Nostra allo Stato per invertire la rotta della stagione delle stragi. Poi Cinà avrebbe consegnato il “papello” a Vito Ciancimino che, nell’estate del ’92, avrebbe intrapreso un dialogo segreto con alcuni Carabinieri del Ros per stoppare le stragi. Adesso Antonino Cinà è sotto giudizio d’Appello per la “trattativa”, e nel frattempo la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Caltanissetta, Valentina Balbo, ha rigettato la richiesta avanzata dalla Procura nissena di archiviazione delle indagini a carico di Antonino Cinà nell’ambito dell’inchiesta sui mandanti occulti della strage di via D’Amelio contro Paolo Borsellino. La giudice Balbo il prossimo 28 ottobre al palazzo di giustizia di Caltanissetta incontrerà i magistrati della Procura titolari delle indagini, il procuratore Amedeo Bertone e l’aggiunto Gabriele Paci, e si discuterà nel merito. In occasione della sentenza di primo grado al processo “trattativa”, i giudici giudicanti hanno ipotizzato che Paolo Borsellino sia stato ucciso perché scoprì il dialogo segreto tra un pezzo dello Stato e i vertici di Cosa Nostra. Secondo tale ricostruzione, Antonino Cinà, detenuto ergastolano al 41 bis, sarebbe a conoscenza dell’oggetto della “trattativa”. L’avvocato Fabio Repici, parte civile nei processi sulle stragi e sempre al fianco di Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo, commenta il nuovo filone d’indagine su Antonino Cinà così: “Con il rigetto della richiesta di archiviazione formulata dalla Procura di Caltanissetta, si prospetta la preziosa opportunità di un ulteriore importante approfondimento nella ricostruzione dei tempi e delle ragioni della strage di via D’Amelio e dell’accelerazione nella sua esecuzione. Sulla posizione di Cinà, infatti, possono trovare un formidabile punto di saldatura gli scenari illustrati dalla Corte d’Assise di Caltanissetta nella sentenza del processo Borsellino quater, e dalla Corte d’Assise di Palermo nella sentenza sulla trattativa Stato-mafia” – conclude l’avvocato Repici. Nel capo d’imputazione formulato dalla Procura di Palermo al processo “trattativa” su Antonino Cinà si legge: “I boss mafiosi Riina, Provenzano, Brusca, Bagarella e il ‘postino’ del papello, Antonino Cinà, sono gli autori immediati del delitto principale, in quanto hanno commesso, in tempi diversi, la condotta tipica di minaccia ad un Corpo Politico dello Stato, in questo caso il Governo, con condotte diverse ma avvinte dal medesimo disegno criminoso, a cominciare dall’omicidio di Salvo Lima”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Antonio Di Pietro testimonia al processo d’Appello sulla presunta trattativa Stato – mafia: “Una parte della maxi tangente Enimont pagata in Sicilia a Salvo Lima”.

Lo scorso 29 aprile a Palermo, al palazzo di giustizia, innanzi alla Corte d’Assise d’Appello, presieduta dal giudice Angelo Pellino, è iniziato il processo ordinario di secondo grado sulla presunta “trattativa” tra Stato e mafia all’epoca delle stragi tra il 1992 e il ‘94. Adesso Antonio Di Pietro è stato ascoltato come testimone, citato dall’avvocato Basilio Milio, difensore dell’imputato, generale dei Carabinieri del Ros, Mario Mori. L’ex pubblico ministero di “Mani Pulite”, tra l’altro, ha dichiarato: “Con i dottori Falcone e Borsellino ho avuto rapporti di lavoro all’epoca in cui ero sostituto procuratore a Milano. Non posso dire di essere stato loro amico, ma ci incontravamo. Dopo l’arresto di Mario Chiesa, nel febbraio del ’92, c’era bisogno di fare alcune rogatorie in Svizzera. Volevamo trovare la provvista per le tangenti. Falcone era direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia: mi fece da insegnante in una materia di cui sapevo poco, mi mise anche in contatto con la collega svizzera Carla Del Ponte. Falcone mi disse: ‘guarda negli appalti in Sicilia’. Il giorno del funerale di Falcone ne parlai con Borsellino, che mi sussurrò: ‘Bisogna fare presto’. Era un riferimento a coordinare le indagini sul territorio nazionale”. Poi, Antonio Di Pietro si è soffermato sul pagamento della maxi – tangente Enimont, 150 miliardi di lire, così: “In parte, quei soldi provenienti dall’imprenditore Raul Gardini, arrivarono pure in Sicilia, a Salvo Lima. Sarebbero arrivati attraverso Cirino Pomicino, in Cct, certificati di credito del Tesoro. Non potemmo sapere molto perché nel marzo 1992 Lima fu ucciso a Palermo e Gardini si uccise. Ma si trattava di vedere chi quella parte di tangente di provvista di 150 miliardi di lire li aveva incassati e abbiamo trovato che 5,2 miliardi li aveva incassati Cirino Pomicino, e fu Cirino Pomicino che diede i Cct a Salvo Lima. Dopo la morte di Borsellino rimasi scosso. Avevo capito la diffusione del sistema, mi chiusi in me e continuai a indagare. Intanto, era arrivata una segnalazione del Ros, per una minaccia di attentato nei miei confronti. Falcone mi disse che in Sicilia bisognava fare i conti con un terzo soggetto. Accanto ai politici e agli imprenditori, i mafiosi. Ne parlai con Borsellino, che però non mi disse quello che stava facendo, non mi disse che stava lavorando sul rapporto mafia e appalti, e che stava ascoltando il pentito Mutolo. Mi disse però che dovevamo tornare a incontrarci, era convinto che in Italia ci fosse un sistema di spartizione nazionale attorno agli appalti. Sono convinto che la morte di Paolo Borsellino sia legata alle indagini sugli appalti che voleva avviare. Io sono stato invece fermato con la delegittimazione, attraverso un’attività di ‘dossieraggio’ messa in atto da uomini dei servizi segreti. Su questo bisognerebbe indagare per capire perché è finita l’inchiesta Mani Pulite”.

Angelo Ruoppolo (teleacras)

Dopo le indagini sul “sistema Montante”, la Commissione regionale antimafia, presieduta da Claudio Fava, dallo scorso maggio ha indagato su quanto accaduto in provincia di Messina la notte del 18 maggio del 2016 quando il presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, fu bersaglio di un agguato: l’automobile blindata con a bordo Antoci, in viaggio al rientro da Cesarò, dove partecipò ad un evento, fu costretta allo stop a causa di alcuni massi in strada. E lo stop fu l’occasione per l’attentato: tre spari esplosi contro la portiera della blindata. Daniele Manganaro, vice questore di Messina, capo del commissariato di Sant’Agata di Militello, sopraggiunse dietro alla blindata con l’automobile di servizio e sparò contro gli assalitori, scongiurando il peggio. Tra le persone ascoltate dalla Commissione antimafia vi è stata Lorena Ricciardello, compagna di Tiziano Granata, uno dei poliziotti della scorta di Giuseppe Antoci, morto improvvisamente l’1 marzo del 2018. Il giorno successivo, il 2 marzo, morì anche Rino Todaro, capo della polizia giudiziaria di Sant’Agata di Militello. Granata e Todaro, tra i più fidati collaboratori del vice questore Manganaro, sono stati in servizio nel pool eco-mafie sui Nebrodi, ed entrambi sono morti ad un solo giorno di distanza, quasi due anni dopo l’attentato, per malattie improvvise: Granata per arresto cardiocircolatorio e Todaro per una leucemia fulminante, in circostanze poco trasparenti. A tutto ciò si aggiunge l’archiviazione delle indagini da parte della Magistratura sia per l’attentato che per le due morti. Adesso, dopo cinque mesi, la Commissione regionale antimafia ha concluso il proprio lavoro e la conclusione, votata all’unanimità dai componenti, è: “Delle tre ipotesi formulate (un attentato mafioso fallito, un atto puramente dimostrativo, una simulazione) la meno plausibile appare il fallito attentato mafioso con intenzioni stragiste. E sulla base di tale conclusione, secondo la Commissione Fava, bisogna riavviare le indagini, attualmente archiviate. Ecco perché il testo sarà a disposizione della Commissione nazionale antimafia e di tutte le Procure competenti. E nella relazione, tra l’altro, si legge: “Non è plausibile che l’auto blindata sia stata abbandonata, che Antoci sia stato esposto al rischio del fuoco nemico, che si sia fuggiti sull’automobile di servizio non blindata, e che si siano lasciati due poliziotti sul posto esposti alla reazione dei killer. Non è plausibile che gli attentatori, almeno tre, presumibilmente tutti armati, non aprano il fuoco sui due poliziotti sopraggiunti al momento dell’attentato sull’automobile di servizio. Non è plausibile che, sui 35 chilometri di statale a disposizione tra Cesarò e San Fratello, il presunto commando mafioso scelga di organizzare l’attentato proprio a due chilometri dal rifugio della Forestale, presidiato anche di notte da personale armato, né è plausibile che gli attentatori non fossero informati su tale circostanza. E’ censurabile che il dottor Manganaro abbia offerto su alcuni punti versioni diverse da quelle che aveva fornito ai Pubblici ministeri in sede di sommarie informazioni. E non si comprende la ragione per la quale alla Polizia scientifica sul posto dell’agguato non sia stato chiesto di valutare se la Thesis blindata di Antoci avrebbe potuto superare il blocco delle pietre sulla carreggiata, e quanto tempo e uomini occorressero per posizionare quelle pietre. L’auspicio è che su questa vicenda si torni ad indagare (con mezzi certamente ben diversi da quelli di cui dispone la Commissione regionale antimafia) per un debito di verità che va onorato. Qualunque sia la verità”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)