“Amici” è giunto al serale: il declino è servito

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In principio fu Amici, un programma moderato da Lella Costa, che metteva al centro i ragazzi, Il programma si proponeva di trattare temi e problematiche giovanili esaminati dal punto di vista degli adulti e da quello dei ragazzi stessi; aveva cadenza settimanale e ogni settimana venivano ospitati dei ragazzi che raccontavano la propria storia o situazione. Si potevano toccare temi sia leggeri sia più impegnativi: problemi legati alla scuola, alla famiglia, le prime esperienze nel mondo del lavoro, i rapporti amicali, le storie d’amore, le prime esperienze sessuali, l’omosessualità, la vita in quartieri difficili, la tossicodipendenza. Tutto veniva commentato da un pubblico composto esclusivamente da ragazzi (alcuni presenze fisse, altri cambiati di puntata in puntata) che interagivano e si confrontavano con gli ospiti.
Poi però arrivo un altro “Amici” che era “di Maria De Filippi” che trasformò la trasmissione con un intento diverso, ossia facendolo divenire una specie di “Saranno Famosi” Made in Italy, una sorta di casting che mirava a scoprire talenti, per poi farli accomodare in una scuola nella quale gli stessi venivano istruiti alle arti del canto, ballo, recitazione dizione, dando loro la possibilità di avere poi una chance per diventare “famosi”.

In quegli anni, quando ad insegnare la musica c’erano Luca Jurman, Luca Pitteri, e il maestro Vessicchio dirigeva anche una orchestra dal vivo, sembrava potesse essere quella una occasione per i ragazzi con una particolare attitudine per l’arte, di imparare attraverso corsi tenuti da professionisti quotati, non solo la materia per la quale erano entrati nel programma televisivo (perché tale era) ma anche avere dei rudimenti in altre materie artistiche che potessero permettere loro di trovare una propria dimensione nel mondo dello spettacolo, ma anche teatrale, oltre che trovare una strada nel mondo della musica.

Ricordiamo tutti le prime edizioni nelle quali Fioretta Mari insegnava la dizione, Jurman canto, Steve La Chance danza jazz e molte altre discipline nelle quali gli insegnanti erano titolati per fare quello, e non solo i talent scout. Erano gli anni in cui i casting si svolgevano facendo cantare un pezzettino di una canzone qualsiasi, per testare la capacità di andare a tempo, essere intonati, prendere la nota al volo e senza troppo sforzo.
Erano in tempi in cui i ballerini, venivano presi o scartati perché dotati o meno per fare quella disciplina. Il resto lo si imparava nella scuola.

Il tutto condito dall’audience, dalle fasce pomeridiane durante le quali si sbirciava nella “casetta” e nelle aule di canto e di ballo, per vedere come procedessero le lezioni e i miglioramenti dei ragazzi.

Un programma sì, ma anche una possibilità per quei ragazzi che magari ambivano ad uno studio senza però a volte poterselo permettere.

Ma nel corso del tempo le cose sono cambiate, sono scivolate in una dimensione altra, all’interno della quale sono cambiati gli interessi della produzione e lo scopo stesso del programma che si è trasformato in una macchina ben collaudata che sforna ogni anno personaggi destinati a finire in un tritacarne mediatico fatto di tappe prestabilite, di un successo spesso effimero oltre alla convinzione che fare visualizzazioni o streaming significhi essere un artista.

Ad oggi i ragazzi vengono reclutati dalla trasmissione attraverso canali che evidenziano una potenzialità mediatica di ragazzi avvezzi al rap, alle barre, al canto facile, per essere poi prodotti da major che ne sfruttano parte della visibilità, decidono le sorti di un pezzo che adulterato da autotune e privo di testi degni di nota nel mondo cantautorale (ormai tutti cantautori arrivano al programma) vengono sparati su piattaforme di streaming decretando successi momentaneo, ben distanti da quel mondo in cui la notorietà, la fama, il successo passavano inevitabilmente dal talento e dalla vendita di dischi, che prevedevano dall’altra parte un acquisto a fronte di una volontà di dare una chance ad un artista.

E così anno dopo anno, il livello del mondo dei cantanti all’interno del programma Amici è sempre più sceso, anche grazie al messaggio che ormai passa ossia che alla fine lo studio non serva poi a molto, che basta saper fare due rime, due barre, e che anche se si è imprecisi, c’è sempre l’autotune che tutto appiattisce, che tutto copre, che tutto aggiusta.

E quindi chi è oggi l’artista?
Quello al quale se togli ogni sovrastruttura diventa una campana rotta? Chi è, colui che non sa come si respira mentre si canta, come si tiene una nota, come si utilizza il diaframma, che non ha mai realmente seguito una lezione di canto durante la quale viene insegnata l’armonia, il solfeggio, la costruzione di una scala, la tenuta di una nota? A che serve chiamarla “scuola di Amici” se a sedere nei banchi degli insegnanti ci sono persone che nulla hanno a che fare con l’insegnamento della musica? Aver far parte di una casa discografica o aver fatto lo speaker radiofonico non significa essere esperto di musica o insegnante.

Provate a ricordare chi ha vinto amici 4 anni fa, o potrei dire 5 anni fa o 3 anni fa. Ricordate la vincitrice della sezione canto dello scorso anno, ma perché si chiama Angelina Mango, vincitrice anche dell’ultimo festival di Sanremo. Perché sì, gli amici di Maria sono i benvenuti dappertutto, anche a Sanremo, perché il sistema ben collaudato, ha come tramite le case discografiche che colgono il fenomeno e lo catapultano lì dove vi è terreno fertile.

Non esistono più le giurie fatta da giornalisti di settore che vanno lì a dire perché qualcuno potrebbe riuscire a vivere nel mondo della musica (restandoci, non come meteore) e altri invece no.
Ormai tutti sono “bravi”, tutti sono capaci.

Io invece tutta questa capacità non la vedo.

Vedo invece un grande senso di angoscia in questi ragazzi che si ammalano di depressione, di ansia, perdono il filo del discorso con loro stessi, catapultati in una giostra nella quale più di qualcuno decide per loro, convincendoli che quella strada sia l’unica possibile per arrivare al successo. Ma di quale successo parliamo? Di quello che dura una stagione o poco più? Di quello che passa per dischi di platino su numeri di ascolti mordi e fuggi?

Ieri sera è iniziata l’ennesimo serale della trasmissione più famosa tra i ragazzi che vorrebbero rincorrere la fortuna.

Per l’ennesimo anno di fila, la trasmissione è rigorosamente in differita, registrata in settimana e mandata in onda al sabato sera.

Finita l’epoca in cui al serale c’era un’orchestra di maestri che suonavano dal vivo e di insegnanti – mi viene in mente Luca Jurman perché era solito farlo – che accompagnavano i ragazzi al pianoforte, in performance corali (anche il canto corale si studia eh).

Oggi le basi post prodotte vengono somministrate a ragazzi che non sono in grado (vedasi la crisi di Lile Jolie ieri sera) di gestire una gara (e le stesse conseguenze) che non ha i connotati di una gara dove alla fine dovrebbe per davvero vincere il migliore.

Al serale sono andati ragazzi impreparati, stonati, incapaci di gestire la propria voce senza la sovrastruttura dell’autotune, incapaci anche di improvvisare (anche l’improvvisazione si studia eh).

Un serale, quello di ieri sera, per nulla elegante, anzi al contrario, un po’trash, un po’ kitsch, condito anche da scenografie che ricordano i programmi televisivi spagnoli agli inizi anni 90.

I giudici (sempre gli stessi) che non sanno dire altro che “bravo, emozionate, fatto a modo tuo” insomma, nulla che abbia davvero a che fare con un giudizio obiettivo e costruttivo.

Ma domandiamoci che interesse potrebbero avere quei giudici a dire quello che realmente pensano.

La risposta ognuno se la dia nel silenzio della sua stanzetta e della sua capacità di giudizio critico. A mio avviso, nessuno di quei giudici, tutti amici e riconoscenti per qualche motivo a Maria De Filippi, ha interessi se non a restare nelle grazie della loro beniamina che mai ha negato loro uno spazio per riscattarsi, rispolverarsi, riprendersi un pezzetto di luce di riflettore. E così è stato per tutto l’anno scolastico.

Avvicendamento di cantanti, produttori, ecc che andavano da Maria per promuovere qualcosa, lasciando in cambio un “giudizio”.

E allora al netto delle sfide di ballo che alla fine vengono messe in scena da maestri che alla fine nelle sale da danza fanno sgobbare gli alunni riescendo a lasciare un segno di tale insegnamento, le sfide di canto sono un ammasso informe di voci che nessuno riconoscerà mai e nessuno ricorderà, di brani che non hanno nulla per diventare un evergreen e che finiscono all’oblio dopo una stagione, altro che dischi di platino!

Ma riesco a tollerare tutto, tranne la poca cultura e i modi di esprimersi dei ragazzi (non tutti, ovviamente).

Nessun garbo, incapacità di costruire frasi minime, coniugare correttamente verbi anche solo al modo indicativo; come se la voglia di “arrivare” contasse anche più di una cultura di base che servirebbe a non fare brutta figura semmai si arrivasse da qualche parte.

Insomma … tra qualche settimana finirà una delle più brutte edizioni del famosissimo talent. Poco talento, parole inutili nei giudizi di persone chiamate a parlare da professionisti e poi ridotti a dire 4 cose in croce, stando bene attenti a che non si capisse nulla, perché capire è cosa da persone grandi, mature, consapevoli.

E semmai tornasse la consapevolezza, tornerebbe forse un programma dove al centro ci sarebbe l’arte, il talento e soprattutto lo studio perché senza di quello, le luci si spengono proprio quando non sai più che strada devi intraprendere.

Se fossi la redazione della famosa trasmissione, forse prenderei un anno di pausa. Per rivedere alcune dinamiche, per capire se per caso – per caso eh – si fosse calcata la mano su alcune situazioni, per capire perché i ragazzi che entrano poi escono soffocati da qualcosa che fa male, perché sono preda di attacchi di panico, perché si finisce per rendere ridicolo qualcuno che non è pronto ad alcuni meccanismi; e non si è pronti quando non si è preparati abbastanza.

La musica è una cosa seria.

Come la danza e tutte le altre arti, che necessitano di tanto studio e di una guida che possa dirti se stai andando nella direzione giusta, aiutandoti, eventualmente a raggiungere un traguardo.
E un traguardo non sempre è fatto di numeri, ma di bravura oggettiva e di emozioni.

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