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Ad Agrigento, a San Leone, in una discoteca una donna di 30 anni di Canicattì ha riposto la propria borsa incustodita per pochi minuti, tanto è bastato ad una mano ignota per rubarla. Poco dopo un giovane immigrato ha trovato la borsa con dentro i documenti. Ha contattato la donna tramite i social e le ha restituito borsa e i documenti personali. Sottratti sono stati invece i soldi, tra 5 euro e altri 25 euro in franchi svizzeri, e il telefono cellulare. Indaga la Polizia.

A Siculiana, a ridosso della spiaggia della Madonnina, è accaduto che un uomo di 27 anni di Canicattì ha posteggiato la propria automobile, una Fiat 500, con dentro una sorta di gioielleria: una borsa Louis Vuitton contenente una collana d’oro Yves Saint Laurent da collezione, degli orecchini marca Valentino da collezione, 5 anelli in oro, uno dei quali con diamanti, una borsa più piccola a forma di conchiglia, un profumo di una nota marca, un bracciale in argento, una cintura dorata, e 15 euro in contanti. Il tutto ha attirato una gazza ladra che, approfittando che il canicattinese fosse in spiaggia, ha rubato gli oggetti preziosi. Lui ha sporto denuncia alla Polizia. Indagini in corso.

A Palermo i Carabinieri hanno arrestato ai domiciliari tre indagati a vario titolo per induzione indebita a dare o promettere utilità e concussione. L’inchiesta, condotta tra ottobre e dicembre 2021, ha svelato un presunto sistema di interessi e affari negli uffici dell’Istituto autonomo case popolari di Palermo, alimentato da professionisti privati e pubblici ufficiali con competenze in materia edilizia e incaricati della gestione dei fondi di spesa pubblici nazionali ed europei. I pubblici ufficiali coinvolti, nel corso delle procedure, si sarebbero appropriati di una parte delle somme di danaro destinate all’esecuzione di lavori eseguiti solo sulla carta, con la compiacenza degli imprenditori aggiudicatari dei stessi lavori. Tali imprenditori sarebbero stati poi favoriti nell’ambito dell’assegnazione di progetti di edilizia pubblica co-finanziati dall’Unione europea. Ecco perché l’attività investigativa dei Carabinieri è stata coordinata dall’Ufficio della Procura europea. Oggetto dell’indagine sarebbe stato, tra l’altro, un progetto di risanamento e manutenzione di edifici dello Zen con uno stanziamento complessivo di un milione e mezzo di euro.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Questa è la storia della frana di Agrigento. Una storia che molti sconoscono, e che a distanza di quasi 60 anni è bene ricordare, perché se la città oggi si ritrova con un piano urbanistico complesso, con delle frazioni prive di qualunque servizio, prive di collegamenti con il centro, con uno stesso centro storico abbandonato, con decine di grattaceli che sono un vero e proprio pugno in un occhio per il volto storico di Girgenti, ebbene è tutto da attribuire a quella maledetta frana, e ai costruttori, che per loro interessi di tasca, hanno rovinato la storia della città più bella tra i mortali.

Sono già trascorsi 58 anni da quel lontano martedì 19 luglio del 1966. Una calda giornata di metà estate, iniziata molto presto per la città dei Templi. Gli agrigentini residenti nella parte occidentale della città infatti, già alle 6 del mattino furono svegliati da un tale, di nome ciccioFarruggia, un netturbino, che stava lavorando presso la Via Dante, il quale aveva allarmato un intero quartiere. “U terremotu, u terremotu” urlava. Le grida di quell’uomo, misero in salvo decine di migliaia di vite. Una gigantesca frana, aveva appena messo in ginocchio la città di Agrigento.

Ma cosa accadde nello specifico quella mattina? Da cosa fu causata quella frana che rase al suolo mezza città e causò più di 8mila sfollati?

Agrigento, per sua natura, nasce su un territorio formato prevalentemente da calcarenite arenaria, il comune tufo. Ma poggia le sue basi sopratutto su terreni costituiti da argilla e sabbione. Zone quindi poco adatte alla costruzione di edifici. Di tutto ciò ne erano già a conoscenza i tecnici delle Ferrovie dello Stato, che il 15 settembre 1925, durante la costruzione della galleria che collega la stazione di Agrigento Centrale con quella di Agrigento Bassa si erano accorti di tale situazione. Nello specifico, veniva evidenziato che il tronco della galleria, in corrispondenza dell’ex convento del Carmine, oggi palazzo dei Mutilati, veniva a trovarsi contro un banco tufaceo non perfettamente compatto. Dalla progressiva 1640, la galleria si addentrava in uno strato di argilla pliocenica costituita da lame liquide di correnti subalvee. Al che, gli addetti ai lavori dovettero puntellare il tutto, anche se vanamente, tanto che edifici come lo stesso convento ed annessa chiesa del Carmine vennero rasi al suolo a causa del sostegno che venne meno e dei forti scivolamenti del terreno, costituito da riporti di humus misti e terricci disgreganti.

Dunque già, nel 1925, dei tecnici avevo messo nero su bianco che la città di Agrigento presentava forti criticità sul piano statico. Relazioni che si rivelarono carta straccia, visto che vennero subito archiviate.

Ma torniamo alle cause che determinarono la frana. Agrigento, nel 1943, usciva dal secondo conflitto mondiale in situazioni critiche, non soltanto dal punto di vista economico e sociale, ma sopratutto da un punto di vista edilizio urbano. Si infatti, i bombardamenti alleati avevano distrutto parte del centro abitato. Circa 7526 vani abitativi erano crollati o parzialmente inagibili. Intere famiglie si ritrovarono senza un tetto su cui stare.

Il 28 febbraio 1944, una frana di modeste dimensioni colpisce la parte nord di Agrigento. L’epicentro dell’evento franoso è piazza Plebis Rea, meglio conosciuta come Bibbirria, e la faglia si estese tra la via delle Mura e la via Giardinello, attraversando il seminario e colpendo proprio la galleria ferroviaria, dove erano state evidenziate anni prima criticità statiche del terreno.

Nel 1945 Agrigento viene inclusa nell’elenco dei centri sinistrati dagli eventi bellici. Tra il 1947 e il 1948 la Soprintendenza ai Beni Culturali inizia a stilare una serie di elenchi delle bellezze da vincolare in città. Solamente nel 1953, tramite decreto ministeriale, Agrigento viene obbligata a redigere un piano di ricostruzione. Vengono incaricati Del Bufalo, Granone e Biuso. Un anno dopo i progettisti consegnarono il piano, che al tempo prevedeva due zone di espansione. La prima a sud/est verso la valle, e la seconda a sud/ovest l’odierna via Dante. Zone destinate ad alta edilizia intensiva, con massicci sventramenti del terreno.

Nel 1955 iniziano le polemiche per le nuove costruzioni, che nascono spesso senza licenza edilizia, con altezze spropositate rispetto a quelle che prevedeva lo strumento urbanistico dell’epoca. Nei primi mesi del 1958, un’altra frana si verifica in via Giardinello, alla Bibbirria, ma di minor rilevanza rispetto a quella del 1944. Di questo evento calamitoso però, non vi è traccia negli archivi comunali. Nel 1959 si costruiscono 1440 vani. L’anno successivo nasceranno i palazzi Vita e Riggio, con altezze superiori ai 50 metri, cosa che l’art.32 del regolamento edilizio precedentemente non consentiva.

Nei primi anni ‘60, la stampa nazionale inizia ad interessarsi della situazione in città. Giornali come il Corriere della Sera titolavano “Caos edilizio dilagante ad Agrigento”. In effetti, si stava assistendo sempre più alla costruzione di nuovi edifici, molti dei quali privi di concessione edilizia, non coerenti con quello che era il tessuto originario di Agrigento. La nuova città infatti, doveva nascere “A gradoni” sulla sua mezza costa, senza che nessuna costruzione inceppasse la vista delle costruzioni retrostanti. Ad Agrigento giorno dopo giorno veniva inghiottito un pezzo della città vecchia, per far posto alle nuove costruzioni in cemento armato, senza che l’agrigentino però chiedessi tutto ciò. La popolazione, difatti poteva permettersi solo in parte un appartamento all’interno dei nuovi ciclopici palazzoni. Chi poteva farlo era solitamente la classe borghese, che molto spesso coincideva con gli stessi costruttori, che si riservarono loro gli ultimi vani in cima alle nuove costruzioni.

Mentre rispettivamente nel 1960 vengono costruiti 1706 vani e nel 1962 altrettanti 2965, nel 1963 l’antimafia inizia anch’essa ad interessarsi dell’abuso edilizio che si sta perpetrando in città. Viene condotta un’ispezione straordinaria presso il comune. Gli esiti di quell’inchiesta, condotta dal vice prefetto Di Paola e dal maggiore dei Carabinieri Barbagallo sono agghiaccianti. Veniva evidenziato che molti lavori venivano avviati senza regolare licenzia edilizia, e continuati anche dopo l’obbligo di sospensione, che le altezze quasi sempre erano difformi dal progetto originario, che sia per le costruzioni abusive che per le sopralevazioni, il comune concedeva costantemente sanatorie e condoni edilizi dietro pagamento di cifre irrisorie, e poi infine, lo stesso comune concedeva autorizzazioni alla fabbricazione in aree con vincolo di tutela.

Quello era stato messo in luce da Di Paola e Barbagallo era alquanto inquietante. Ad Agrigento si costruiva in barba alle leggi, centinaia di colate di cemento avevano inghiottivo il volto antico della città, senza che nessuno avesse opposto resistenza. La classe politica era corrotta dai costruttori, che giorno dopo giorno sventravano l’antica Girgenti. Ma la natura ad un certo punto si ribellò. Era il 19 Luglio dell’anno 1966.

Il 19 Luglio del 1966 cadeva di martedì, un giorno come tanti altri. Gli agrigentini erano ancora inebriati dai festeggiamenti in onore di San Calogero. Il caldo era torrido. Alle 6 del mattino circa un netturbino, Francesco Farruggia, mentre stava prestando servizio nei quartieri a sud/est di Agrigento, vide delle fenditure comparire sui piani viari. Allorché si mise ad urlare “U terremotu u terremotu, nisciti tutti ca stati murennu, i palazzastannucadennu u terremotu.” Centinai di famiglie così, si riversarono in strada. È a questo che si deve se i crolli non hanno causato vittime. Alle 7 l’intera area compresa tra la via Garibaldi, la via Santo Stefano, la discesa Porto Empedocle e i rioni limitrofi era ormai evacuata. Alle 7,10 una telefonata avvertiva il nucleo operativo e radio mobile dei Carabinieri che il terreno si era improvvisamente aperto a nord, nella zona del Duomo. Nel frattempo, altre pattuglie avevano raggiunto la zona a sud. Alle 7 e 15 il sussulto. Un’immensa nube si levò sopra i quartieri occidentali della città di Agrigento. Una vasta area compresa tra via Dante, via Santo Stefano, via Porto Empedocle, venne inghiottita dal terreno, mentre la faglia saliva verso nord, distruggendo il rione Santa croce, radendo al suolo quasi tutto l’abitato di quella zona, tagliando in due la Cattedrale ed il suo costone, fino ad attraversare la Bibbirria e terminare nella zona di San Michele, centrando e distriggendo l’omonima chiesa. La gente nel frattempo, scesa in strada, era sconvolta. La notizia della frana fece subito il giro della città. E ci mise ben poco a raggiungere il resto d’Italia. I mass media riportavano notizie di morti, ma fortunatamente il caso volle che nessuno perì sotto le macerie, e che si registrassero solamente 8mila sinistrati. Nei giorni a seguire quell’evento franoso, in città arrivarono l’allora capo dello Stato e il presidente del Consiglio. “È assurdo” sussurrava Saragat visitando i luoghi della frana. Se da un lato si tendeva la mano agli 8mila sfollati che furono subito collocati in delle tendopoli sotto il viale della Vittoria, dall’altra parte c’era rabbia e amarezza per quanto successo in città.

Nei giorni a seguire la frana, l’opinione pubblica mondiale mise in luce quanto si era perpetrato per anni in città, fin ad arrivare a quell’evento. Molti si domandavano come la classe politica, avesse potuto permettere agli impavidi costruttori di distruggere un’intera città. Ma con il passare dei giorni, i riflettori si andarono spegnendo, e l’Italia dimenticò subito quanto fosse accaduto in quella piccola cittadina del sud Italia.

Il 30 Luglio 1966 il Consiglio dei Ministri emana il decreto legge nr.590, passato alla storia come il decreto “Gui Mancini”, ovvero la perimetrazione della zona archeologica della Valle dei Templi. Decreto volto a tutelare quell’ultima porzione di terra dalla speculazione edilizia selvaggia. L’otto ottobre dello stesso anno si concluse l’indagine amministrativa condotta dalla Commissione Martuscelli che venne poi consegnata nelle mani del ministro ai lavori pubblici, l’allora socialista Giacomo Mancini. “Gli uomini in Agrigento hanno errato, fortemente e pervicacemente sotto il profilo della condotta amministrativa. Il danno di questa condotta, si è tradotto nell’evento franoso” era la sintesi di quanto veniva letto nell’indagine.

L’ultimo atto di sussulto della città si ebbe il 20 dicembre del 1966. Una protesta fu messa in campo dai costruttori della passata stagione della speculazione edilizia selvaggia, i quali tentarono di abbattere con delle ruspe il portone del palazzo di città, mentre i sinistrati, i commercianti e gli artigiani messi in ginocchio dalla frana invasero il palazzo del genio civile, distruggendo il tutto, e bruciando decine di centinaia di incartamenti. L’ultimo atto di protesta di una città in preda ad una grave crisi economica e sociale.

Nel 1968 si ritorna a costruire. Nasce la frazione di Villaseta, che andrà ad occupare tutti i sinistrati della frana. Al contempo si ampliò la frazione balneare di San Leone, nacque il Villaggio Mosè, e piu tardi i quartieri a sud di Monserrato e a nord di Fontanelle. Frazioni totalmente disconnesse dal tessuto urbano, che fecero in modo che il centro di Agrigento si spopolasse, e che l’antico centro storico venisse totalmente abbandonato. Infine, nei quartieri della frana, venne costruito il parco icori o dell’addolorata, da sempre in stato di abbandono, che coprì totalmente le cicatrici del passato evento franoso.

La frana negli ultimi anni ha ripreso a muoversi. Ha minacciato più volte la cattedrale di Agrigento, che a più riprese è stata costretta a chiudere per poi riaprire, ma solamente per piccoli periodi. Con gli ultimi interventi di consolidamento, si spera di bloccare quanto meno lo scivolamento del colle.

La segreteria provinciale del SAGI di Agrigento esprime solidarietà al direttore della testata giornalistica on line “Sicilia24h”, Lelio Castaldo, per la polemica pretestuosa e fuori luogo messa in atto da parte di una consigliere comunale, Claudia Alongi nei suoi riguardi. Le consigliera  ha contestato di fatto, la scelta del giornale di pubblicare per intero la nota del gruppo di maggioranza che confutava le tesi delle consigliere di opposizione. Non volendo scendere nel merito delle critiche politiche questa segreteria sindacale di categoria osserva come- non può essere contestata la scelta editoriale di pubblicare per intero il documento dei consiglieri di maggioranza in quanto si tratta di una decisione presa in piena autonomia dalla testata agrigentina e del suo direttore Lelio Castaldo, che ha così inteso informare i propri lettori della nota della maggioranza in risposta alle critiche di Alongi. Appare strano poi che la consigliera Alongi, in modo particolare, risponde attraverso i social media, spalleggiata dal padre ex consigliere comunale, per attaccare la scelta di Scilia24h di pubblicare integralmente la posizione della maggioranza consiliare. Il giornale on line, a parere del SAGI, ha fatto bene a mettere in rete il documento con la certezza che avrebbe pubblicato anche la eventuale nota stampa prodotta nella forma canonica del comunicato stampa redatto dalla Alongi in replica a quella nota politica.

I consiglieri comunali Teresa Nobile e Alessandro Sollano esprimono soddisfazione per il lavoro di discerbamento, manutenzione e pulizia del lungomare Falcone Borsellino. I consiglieri sottolineano come ” tali lavori stanno cambiando il volto del lungomare di San Leone e cioè da quando 10 giorni fa hanno preso il via. Adesso si procederà alla pulizia della villetta Sandro Pertini su nostra precisa richiesta. Successivamente inizierà lo scerbamento e la manutenzione della aiuole per poi procedere alla potatura della palme”.

Nobile e Sollano ringraziano l’assessore Giovanni Vaccaro “per l’impegno profuso che sta rendendo la zona balneare vivibile e soprattutto gradita non solo dagli agrigentini ma anche dai tantissimi turisti che in questo momento si trovano a San Leone”.

8.676 nuovi casi positivi di Covid19 registrati in Sicilia a fronte di 34.989 tamponi processati. Ieri i nuovi positivi erano stati 2.678. Il tasso di positività sale al 25%, ieri era al 15%. Emerge dal bollettino del Ministero della Salute di martedì 19 luglio.

Gli attuali positivi sono 161.134 (+6.146), mentre i deceduti sono stati 17, e portano il totale delle vittime siciliane a 11.454. I ricoverati totali sono 1.079; ricoverati in terapia intensiva: 47.

Questa la situazione nei Comuni capoluogo: Palermo 1.606, Catania 1.861, Messina 1.634, Siracusa 971, Trapani 712, Ragusa 606, Caltanissetta 514, Agrigento 999, Enna 216.

Nel 1987 la Corte Costituzionale ha emesso la sentenza n. 215, con la quale si riconosceva il diritto pieno ed incondizionato di tutti gli alunni disabili, anche se in situazione di gravità, a frequentare anche le scuole superiori, imponendo a tutti gli enti interessati (amministrazione scolastica, Enti locali, Unità sanitarie locali) di porre in essere i servizi di propria competenza per sostenere l’integrazione scolastica generalizzata. Con i Decreti Delegati (1973-74), la scuola italiana, trasformata in senso democratico, realizza un passo importantissimo verso quell’appianamento delle diseguaglianze definito negli articoli 3 e 34 della nostra Costituzione. Con la Legge n. 104/92, che rappresenta una vera e propria eccellenza per il nostro paese, si ha la generalizzazione dell’integrazione e si sancisce il diritto all’istruzione e all’educazione nelle sezioni e classi comuni per tutte le persone in situazione handicap precisando che “l’esercizio di tale diritto non può essere impedito da difficoltà di apprendimento né da altre difficoltà derivanti dalle disabilità connesse all’handicap”. Nel tempo si susseguono: il DPR 24 febbraio 1994 “Atto di indirizzo e coordinamento relativo ai compiti delle Unità Sanitarie Locali in materia di alunni portatori di handicap”. Nel 1999 la Legge n.68 del 22 marzo, Norme per il diritto al lavoro dei disabili, rappresenta un’ulteriore passo di normalizzazione civile sulla disabilità. La Legge 8 novembre 2000, n. 328  pone l’accento sui bisogni essenziali delle persone. La legge n. 18 del 3 marzo 2009, Ratifica ed esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Legge 28 marzo 2003 n.53. Legge delega al Governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale. Dopo la riforma Gelmini (133/2008) e dopo altri provvedimenti legislativi (es. legge 244/2007) tesi a tagliare le risorse della scuola riducendo pesantemente l’organico dei docenti curricolari e di sostegno, ci sono state pesanti ricadute sui processi di inclusione e sull’educazione-formazione degli alunni più deboli ed in difficoltà. L’Angola e la Nigeria, ad esempio, stanno prendendo in considerazione l’idea di trasformare le scuole speciali in centri di sostegno per bambini con disabilità all’interno delle scuole ordinarie. Anche il Kenya riconosce un ruolo fondamentale al passaggio dalle scuole speciali verso un’istruzione inclusiva. Nel nostro Paese, nonostante centinaia di Leggi, decreti e note ministeriali, non si è mai acceso il sorriso dei  bambini disabili gravi e gravissimi,esclusi da quel concetto di integrazione scolastica che sulla carta, rappresenta una tappa fondamentale nella vita di un disabile.

Il 27 maggio scorso è stata presentata la candidatura della città di Agrigento a “Capitale italiana della Cultura” per il 2025.

La candidatura non è limitata alla città capoluogo ma include tutto il territorio della provincia, per cui in vista della redazione del dossier di candidatura, che dovrà essere presentata entro il 13 settembre prossimo, si è ritenuto di coinvolgere tutti i comuni della provincia agrigentina, attraverso una serie di incontri con il territorio, al fine di acquisire proposte ed idee progettuali che tengano conto delle potenzialità e delle risorse dei singoli comprensori.

Giovedì 21 luglio alle ore 17,00, presso l’Aula Magna “Luca Crescente” del Consorzio Universitario Empedocle di Agrigento, si svolgerà un incontro con i tutti i Sindaci della provincia di Agrigento, per chiedere loro un significativo contributo di idee per la redazione del progetto di candidatura.

L’Asp di Agrigento dovrà rimborsare al Comune di Santa Elisabetta la somma di € 248.611,91 per la cura dei pazienti affetti da disabilità psichiche cui si rivolgono le prestazioni sociosanitarie. Con sentenza n.1020/2022  il Giudice unico del Tribunale di Agrigento si è definitivamente pronunciato condannando l’ASP di Agrigento a rimborsare la somma di € 248.611,91 euro nei confronti del Comune di Santa Elisabetta a titolo di compartecipazione dell’ASP nella misura del 40%, alla spesa sostenuta dall’ente locale per disabili psichici dal 2010 al 2017.

Il Tribunale ha accolto le difese illustrate dall’Avv. Vincenzo Sicorello sull’assunto che trattasi di un’obbligazione solidale gravante a pieno titolo su ciascuno dei soggetti pubblici coinvolti in tutte le fasi relative alla gestione del paziente affetto da disabilità psichiche cui si rivolgono le prestazioni socio-sanitarie.

Il concorso alla spesa dei soggetti pubblici coinvolti nell’esecuzione della prestazione stessa riveste un carattere indispensabile, nel rispetto del principio di “cooperazione”, in quanto la compartecipazione alla spesa da parte dei soggetti pubblici coinvolti è condizione necessaria per la tutela uniforme del bene salute e dei LEA in tutto il territorio nazionale.

Il Sindaco Mimmo Gueli ha manifestato soddisfazione per la pronuncia in sentenza che, in un quadro solidaristico, ispirato anche all’esigenza di contemperare la qualità della prestazione con le risorse del settore sanitario, in ossequio ai principi costituzionali di “sussidiarietà verticale o fra le istituzioni” riconosce la compartecipazione alla spesa, già anticipata interamente dal Comune, da parte dell’A.S.P. di Agrigento.

Una importante conquista che, rispetto al pubblico servizio fornito dal Comune nei confronti dei soggetti fragili, corrobora quanto sinora sostenuto circa l’esistenza di un obbligo ex lege di compartecipazione, espressione del principio generale dell’integrazione sociosanitaria valevole per l’intero territorio nazionale e dei principi costituzionali in materia di spesa pubblica che, certamente, non possono essere compressi o trascurati a danno dei più deboli.