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A Ribera i Carabinieri del Nas hanno inflitto una multa di 7mila euro a carico del legale responsabile di un deposito di farmaci all’ingrosso e di un farmacista, direttore tecnico della struttura. Nel corso di un’ispezione è emersa la mancanza della comunicazione preliminare, all’azienda sanitaria provinciale di Agrigento, dell’adozione del registro informatizzato per la gestione degli stupefacenti.

Dopo il recente crollo di calcinacci dal viadotto “Fontanelle”, ad Agrigento un altro cedimento dello stesso tipo ha interessato il cavalcavia tra Villaseta e Monserrato sul viadotto “Morandi”. Stop al transito in entrambe le carreggiate in attesa della conclusione delle opere di recupero sicurezza da parte dei Vigili del fuoco. Le acque piovane avrebbero corroso le reti di protezione.

La Sicilia recepisce una norma nazionale che consente l’adeguamento delle indennità di sindaco, assessori e presidente del Consiglio comunale. Critica l’Anci. Ecco perché.

E’ accaduto che nella Finanziaria nazionale è stato concesso ai Comuni delle regioni a statuto ordinario di adeguare gli stipendi di sindaco, assessori e presidente del Consiglio comunale. La Sicilia, che è regione ha statuto speciale, ha recepito tale norma nella Finanziaria regionale apportando però una modifica, ovvero: i maggiori costi derivanti dall’aumento degli stipendi non saranno finanziati da un apposito fondo, come avviene nel resto d’Italia, ma peseranno sulle casse comunali, e quindi sui cittadini. Ecco perché adesso l’Anci, l’Associazione dei Comuni di Sicilia, critica aspramente tale norma. Infatti, se gli amministratori locali siciliani aumenteranno il proprio stipendio, adeguandolo ai nuovi parametri, saranno additati dai cittadini come causa del conseguente aumento delle tasse a loro carico, oppure della riduzione dei servizi comunali, già scadenti. E il segretario di Anci Sicilia, Mario Alvano, denuncia: “Così agli amministratori locali della Sicilia si toglie ulteriormente dignità istituzionale.

La norma introdotta provoca una gravissima discriminazione a danno degli amministratori locali siciliani. Ciò che in ambito nazionale è previsto con risorse statali, da noi lo si rimette ai singoli Comuni, alla loro capacità economica. Esponendo così i sindaci al rischio di dover essere additati strumentalmente come coloro che si aumentano gli stipendi. Il rischio concreto è creare le condizioni per rafforzare il senso di scollamento dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Ciò si sarebbe potuto evitare con l’istituzione in Sicilia di un fondo simile a quello a cui si attingerà per pagare le indennità dei sindaci delle altre regioni a statuto ordinario. La norma regionale ha reso quelli siciliani dei sindaci di serie B” – conclude Alvano.

Dunque, più nel dettaglio: la nuova legge stabilisce nuovi parametri per il calcolo degli stipendi. A incidere sarà ancora il numero di residenti nel Comune amministrato, ma il riferimento da cui inizierà il conteggio è lo stipendio dei presidenti delle Regioni: 13.800 euro lordi al mese. A poter ambire a tale cifra saranno i sindaci delle Città metropolitane, che in Sicilia sono Palermo, Catania e Messina. Invece “dovranno accontentarsi” (tra virgolette) dell’aumento fino all’80% dello stipendio del presidente della Regione i sindaci dei Comuni capoluogo sopra i 100mila abitanti, come ad esempio il sindaco di Siracusa, che oggi incassa circa 5240 euro lordi, e domani oltre 11mila. E poi vi sono i sindaci degli altri Comuni capoluogo sotto i 100mila abitanti, che, da meno di 5mila euro al mese, riceveranno in busta paga 9.600 euro. E poi, ancora a scalare, altri sindaci in base al numero dei residenti beneficeranno di aumenti da circa 3700 attuali a più di 6mila euro, e poi da più di 3mila a oltre 4800, e poi da 2800 a 4100 euro, e poi, ultimi, i sindaci dei Comuni tra 3mila e 5mila abitanti, che godranno di stipendi di oltre 3mila euro mentre gli attuali non raggiungono i 2mila, e sotto i 3mila abitanti da circa 1650 mensili a oltre 2mila euro.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

L’ipotesi di reato è la seguente: rifiuti di atti di ufficio.

Ecco scattare un avviso di haranzia per il primo cittadino di Palma di Montechiaro, pronto per tentare la seconda avventura di sindaco alle imminenti amministrative e un dirigente del servizio urbanistica es edilizia.

Tutto ruota attorno ad un immobile abusivo a Palma di Montechiaro sul quale è firmato l’ordine di demolizione dal 2010. Lo stesso immobile risulta assai pericoloso anche perchè si trova a ridosso di una spiaggia palmese.

L’immobile era stato acquistato dal Comune ma poi viste le condizioni precarie scattò l’ordine di demolizione. Una demolizione che non è mai avvenuta. Da qui l’avviso di garanzia.

 

Ecco il discorso integrale che Papa Francesco ha rivolto questa mattina alle Chiese di Sicilia ricevute in Vaticano
Cari fratelli!

Sono contento di incontrarvi. Ricordo con gioia il mio viaggio a Piazza Armerina e a Palermo: non l’ho dimenticato. Ringrazio Monsignor Antonino Raspanti per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi. Tenendo presente la realtà che lui ha presentato, vorrei condividere alcune riflessioni. Un altro luogo che non ho dimenticato dei viaggi è Agrigento, il primo che ho fatto, davanti alla tragedia di Lampedusa.

Il cambiamento d’epoca nel quale ci troviamo a vivere richiede scelte coraggiose, anche se ponderate e, soprattutto, illuminate con il discernimento dello Spirito Santo. Questo cambiamento sta mettendo a dura prova soprattutto i legami sociali e affettivi, come la pandemia ha ancor più chiaramente evidenziato. L’atteggiamento responsabile con cui viverlo, come in altre fasi storiche, è accoglierlo con consapevolezza e con una «fiduciosa presa in carico della realtà, ancorata alla sapiente Tradizione viva e vivente della Chiesa, che può permettersi di prendere il largo senza paura» (Discorso al Simposio “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, 17 febbraio 2022).

La Sicilia non è fuori da questo cambiamento; anzi, come è accaduto in passato, si trova al centro di percorsi storici che i popoli continentali disegnano. Essa ha spesso accolto i passaggi di questi popoli, ora dominatori ora migranti, e accogliendoli li ha integrati nel suo tessuto, sviluppando una propria cultura. Ricordo quando, circa 40 anni fa, mi hanno fatto vedere un film sulla Sicilia: “Kaos”, si chiamava. Erano quattro racconti di Pirandello, il grande siciliano. Sono rimasto stupito da quella bellezza, da quella cultura, da quella “insularità continentale”, diciamo così… Ma questo non significa che sia un’isola felice, perché la condizione di insularità incide profondamente sulla società siciliana, finendo per mettere in maggior risalto le contraddizioni che portiamo dentro di noi. Sicché si assiste in Sicilia a comportamenti e gesti improntati a grandi virtù come a crudeli efferatezze. Come pure, accanto a capolavori di straordinaria bellezza artistica si vedono scene di trascuratezza mortificanti. E ugualmente, a fronte di uomini e donne di grande cultura, molti bambini e ragazzi evadono la scuola rimanendo tagliati fuori da una vita umana dignitosa. La quotidianità siciliana assume forti tinte, come gli intensi colori del cielo e dei fiori, dei campi e del mare, che risplendono per la forza della luminosità solare. Non a caso tanto sangue è stato versato per la mano di violenti ma anche per la resistenza umile ed eroica dei santi e dei giusti, servitori della Chiesa e dello Stato.

L’attuale situazione sociale della Sicilia è in netta regressione da anni; un preciso segnale è lo spopolamento dell’Isola, dovuto sia al calo delle nascite – questo inverno demografico che stiamo vivendo tutti noi – sia all’emigrazione massiccia di giovani. La sfiducia nelle istituzioni raggiunge livelli elevati e la disfunzione dei servizi appesantisce lo svolgimento delle pratiche quotidiane, nonostante gli sforzi di persone valide e oneste, che vorrebbero impegnarsi e cambiare il sistema. Occorre comprendere come e in quale direzione la Sicilia sta vivendo il cambiamento d’epoca e quali strade potrebbe intraprendere, per annunciare, nelle fratture e nelle giunture di questo cambiamento, il Vangelo di Cristo.

Tale compito, pur essendo affidato all’intero popolo di Dio, chiede a noi sacerdoti e vescovi il servizio pieno, totale ed esclusivo. A fronte di questa grande sfida, anche la Chiesa risente della situazione generale con le sue pesantezze e le sue svolte, registrando un calo di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, ma soprattutto un distacco crescente dei giovani. I giovani stentano a percepire nelle parrocchie e nei movimenti ecclesiali un aiuto alla loro ricerca del senso della vita; e non sempre vi scorgono la chiara presa di distanza da vecchi modi di agire, errati e perfino immorali, per imboccare decisamente la strada della giustizia e dell’onestà. Mi sono addolorato quando ho dovuto avere nelle mani qualche pratica che è arrivata alle Congregazioni romane per qualche giudizio su sacerdoti e persone di Chiesa: ma come mai, come mai si è arrivati a questa strada di ingiustizia e disonestà?

Non sono mancate, tuttavia, in passato, e non mancano ancora oggi, figure di sacerdoti e fedeli che abbracciano pienamente le sorti del popolo siciliano: come non ricordare i Beati don Pino Puglisi e Rosario Livatino, ma anche persone meno note, donne e uomini che hanno vissuto in ogni stato di vita la fedeltà a Cristo e al popolo? Come ignorare il silenzioso lavoro, tenace e amorevole, di tanti sacerdoti in mezzo alla gente sfiduciata o senza lavoro, in mezzo ai fanciulli o agli anziani sempre più soli? E a proposito dei sacerdoti che sono vicini ai vecchi, ho ricevuto poco tempo fa una lettera da uno dei vostri sacerdoti, che mi raccontava come aveva accompagnato il vecchio parroco negli ultimi tempi di vita, fino all’ultimo momento. Tornava stanchissimo dal lavoro, ma la prima cosa era andare dal “vecchio” e raccontargli le cose, farlo felice; e poi portarlo a letto, accompagnarlo fino a che si addormentasse… Questi sono gesti grandi, grandi! E questa grandezza c’è anche fra voi, nel vostro clero. La figura sacerdotale in mezzo al popolo, di bravi sacerdoti, è importante perché in Sicilia, si guarda ancora ai sacerdoti come a guide spirituali e morali, persone che possono anche contribuire a migliorare la vita civile e sociale dell’Isola, a sostenere la famiglia e ad essere riferimento per i giovani in crescita. Alta ed esigente è l’attesa della gente siciliana verso i sacerdoti. Non restare a metà del cammino, per favore!

Di fronte alla consapevolezza delle nostre debolezze, sappiamo che la volontà di Cristo ci pone nel cuore di questa sfida. La chiave di tutto è nella sua chiamata, sulla quale appoggiarci per prendere il largo e gettare ancora le reti. Noi non conosciamo nemmeno noi stessi, ma se torniamo alla chiamata, non possiamo ignorare quel Volto che ci ha incontrati e tratti dietro di sé, persino uniti a sé, come la nostra tradizione insegna quando afferma che nella liturgia agiamo addirittura “in persona Christi”. Questa unità piena, questa identificazione non possiamo limitarla alla celebrazione, bensì occorre viverla pienamente in ogni istante della vita, memori delle parole dell’apostolo Paolo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

Se allora, nel sentimento della gente di Sicilia, prevale l’amarezza e la delusione per la distanza che la separa dalle zone più ricche ed evolute del Paese e dell’Europa; se tanti, soprattutto giovani, aspirano ad andare via per trovare standard di vita più ricchi e comodi, mentre chi rimane si porta dentro sentimenti di frustrazione; a maggior ragione noi pastori siamo chiamati ad abbracciare fino in fondo la vita di questo popolo. Non dimentichiamo i profeti d’Israele, che rimasero fedeli al popolo per la fedeltà di Dio all’alleanza, e lo seguirono fin nell’esilio. Come pure i saggi e i pii che nella diaspora sostennero il popolo fedele. Stare accanto, essere vicini, ecco quello che siamo chiamati a vivere, per la fedeltà di Dio; per amore suo stiamo accanto fino in fondo, fino alle estreme conseguenze, quando ad esse conducono le circostanze di giustizia, di riconciliazione, di onestà e di perdono. Vicinanza, compassione e tenerezza: questo è lo stile di Dio ed è anche lo stile del pastore. Lo stesso Signore dice al suo popolo: “Dimmi, quale popolo ha i suoi dei così vicini come tu hai me?”. La vicinanza, che è compassionevole, perdona tutto, è tenera. Abbraccia, accarezza.

Nell’“oggi” faticoso del popolo di Dio che è in Sicilia, i sacerdoti attingono quotidianamente questa forma di vita dall’Eucaristia. Lo dicevo parlando con voi a Palermo quattro anni fa: «Le parole dell’Istituzione delineano la nostra identità sacerdotale: ci ricordano che il prete è uomo del dono, del dono di sé, ogni giorno, senza ferie e senza sosta. Perché la nostra, cari sacerdoti, non è una professione ma una donazione; non un mestiere, che può servire pure per fare carriera, ma una missione» (Discorso al clero, ai religiosi e ai seminaristi, Palermo, 15 settembre 2018). E per favore, state attenti al carrierismo: è una strada sbagliata che alla fine delude, alla fine delude. E ti lascia solo, perduto.

E poi vi anima la grande devozione mariana della Sicilia, consacrata a Maria Immacolata, per la quale insieme, vescovi e sacerdoti, avete preso l’abitudine di celebrare una Giornata Sacerdotale Mariana: continuate con questo. Il primo valore che si sottolinea con questa pratica è quello dell’unità, davvero cruciale dinanzi all’individualismo e alla frammentazione, se non alla divisione che incombe su di noi tutti. L’unità, dono del sacrificio pasquale di Gesù, è rafforzata con il metodo della sinodalità, che anche voi avete adottato tramite i percorsi formativi impostati sul tema «Con passo sinodale». Nelle varie iniziative per la formazione regionale del clero, è bello il vostro proposito di fare esercizi di sinodalità vivificando la fraternità e la paternità sacerdotale, di “camminare insieme” narrando reciprocamente le esperienze umane e spirituali, le iniziative pastorali, con sincerità e naturalezza, con gratitudine e stupore per i passi compiuti con l’aiuto dello Spirito. Un cammino, certamente, che richiede apertura alle sorprese di Dio nella nostra vita e negli snodi esistenziali delle nostre comunità, con la consapevolezza che attraverso l’ascolto, umile e sincero, possiamo vivere un discernimento che raggiunge il cuore e ci modifica interiormente.

L’altro valore è quello dell’affidamento a Maria, donna della tenerezza e della consolazione, della pazienza e della compassione. Tra il sacerdote e la Madre celeste si intreccia giorno dopo giorno un segreto dialogo che conforta e lenisce ogni ferita, che soprattutto allevia negli alti e bassi della quotidianità ai quali egli va incontro. In questo dialogo semplice, fatto di sguardi e di parole umili come quelle del Rosario, il sacerdote scopre come la perla della verginità di Maria, totalmente dedita a Dio, la renda madre tenera verso tutti. Così anche lui, quasi a sua insaputa, vede la fecondità di un celibato, a volte faticoso da portare avanti, ma prezioso e ricco nella sua trasparenza.

Non vorrei finire senza parlare di una cosa che mi preoccupa, mi preoccupa abbastanza. Mi domando: la riforma che il Concilio ha avviato, come va, fra voi? La pietà popolare è una grande ricchezza e dobbiamo custodirla, accompagnarla affinché non si perda. Anche educarla. Su questo leggete il n. 48 della Evangelii nuntiandi che ha piena attualità, quello che San Paolo VI ci diceva sulla pietà popolare: liberarla da ogni gesto superstizioso e prendere la sostanza che ha dentro. Ma la liturgia, come va? E lì io non so, perché non vado a Messa in Sicilia e non so come predicano i preti siciliani, se predicano come è stato suggerito nella Evangelii gaudium o se predicano in modo tale che la gente esce a fare una sigaretta e poi torna… Quelle prediche in cui si parla di tutto e di niente. Tenete conto che dopo otto minuti l’attenzione cala, e la gente vuole sostanza. Un pensiero, un sentimento e un’immagine, e quello se lo porta per tutta la settimana. Ma come celebrano? Io non vado a Messa lì, ma ho visto delle fotografie. Parlo chiaro. Ma carissimi, ancora i merletti, le monete…, ma dove siamo? Sessant’anni dopo il Concilio! Un po’ di aggiornamento anche nell’arte liturgica, nella “moda” liturgica! Sì, a volte portare qualche merletto della nonna va, ma a volte. È per fare un omaggio alla nonna, no? Avete capito tutto, no?, avete capito. È bello fare omaggio alla nonna, ma è meglio celebrare la madre, la santa madre Chiesa, e come la madre Chiesa vuole essere celebrata. E che la insularità non impedisca la vera riforma liturgica che il Concilio ha mandato avanti. E non rimanere quietisti.

Cari fratelli, vi ringrazio tanto della vostra visita. Vi benedico e benedico le vostre comunità, benedico il loro cammino. Mi raccomando: non dimenticatevi di pregare per me, perché ne ho bisogno.

Un’altra cosa… Questo non lo dico solo per la Sicilia, questo è universale: una delle cose che più distruggono la vita ecclesiale, sia la diocesi sia la parrocchia, è il chiacchiericcio, il chiacchiericcio che va insieme all’ambizione. Vi daranno uno scritto che ha fatto un Nunzio Apostolico sul chiacchiericcio, lo chiama “parola abusata”. Noi non riusciamo a mandare via il chiacchiericcio: anche dopo una riunione: Ciao, ci salutiamo, e incomincia: “Hai visto cosa ha detto quello, quell’altro, quell’altro…”. Il chiacchiericcio è una peste che distrugge la Chiesa, distrugge le comunità, distrugge l’appartenenza, distrugge la personalità. E mi piace tanto l’immagine che ha messo nella copertina – poi lo vedrete perché ve ne daranno uno per ciascuno – c’è il segno del dito, che è il segno dell’identità, e uno che lo sfila, perché con il chiacchiericcio ti toglie l’identità, ti toglie l’appartenenza: questo fa il chiacchiericcio, con noi. Scusatemi se predico queste cose che sembrano da prima Comunione, ma sono cose essenziali: non dimenticarle!

Adesso vi darò la benedizione.

Il Tribunale di Agrigento ha condannato a 8 mesi di reclusione il presunto boss di Camastra, Rosario Meli, 74 anni, imputato di resistenza a Pubblico ufficiale con l’aggravante del metodo mafioso. Il 14 giugno del 2018, Meli, detenuto nel carcere di Agrigento, avrebbe aggredito verbalmente, con offese e insulti, un assistente capo della Polizia penitenziaria. I giudici della prima sezione penale, presieduta da Alfonso Malato, hanno escluso l’aggravante del metodo mafioso e riqualificato l’imputazione di resistenza a pubblico ufficiale in oltraggio. Rosario Meli è stato arrestato il 7 luglio del 2016 nell’ambito dell’inchiesta antimafia “Vultur”, nel cui ambito è stato condannato a 17 anni e 6 mesi di reclusione nei primi due gradi di giudizio.

Emergono altri particolari nell’ambito dell’inchiesta che ieri ha provocato l’arresto del candidato al Consiglio comunale di Palermo con Forza Italia, Piero Polizzi, del costruttore mafioso Agostino Sansone e del collaboratore Manlio Porretto. Un trojan è piazzato nel cellulare di Sansone. Lui il 10 maggio si reca nel comitato elettorale di Polizzi, e Polizzi si rivolge così a Sansone, sussurrando: “Se sono potente io, siete potenti anche voi. Ce la facciamo”. E Manlio Porretto afferma: “Però siamo stati iunco… ci siamo calati alla china! Perché noi bene abbiamo fatto! Non è che c’è qualcuno che può parlare male di noialtri!”. Secondo gli indaganti, Porretto si riferisce alla capacità di resistenza della famiglia mafiosa dell’Uditore, che, nonostante le numerose e continue condanne, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e i sequestri, era riuscita a resistere. E i magistrati aggiungono: “Con ciò richiamando l’immagine della flessibilità del ‘junco’, descrivendo una ben precisa filosofia mafiosa: riemergere dalla necessaria e alle volte ineluttabile strategia di sommersione, per poi rialzare nuovamente il capo, al momento opportuno, e ritornare più forti di prima, riallacciando i rapporti con la politica, ripristinando le vecchie e attivando nuove alleanze con gli appartenenti alle istituzioni”.

La Fortitudo Agrigento e Akragas Calcio stanno per affrontare il momento più importante della stagione, entrambe le squadre pronte a giocarsi le finali e la promozione di categoria. Ecco perchè tutta la città deve sostenere i suoi Giganti Biancoazzurri sul parquet del Palamoncada e sul manto erboso dell’Esseneto.

Domenica 12 giugno alle ore 20.00 in occasione di gara 1 delle finali contro la Real Sebastiani Rieti  tutta la squadra e lo staff dell’Akragas assisteranno al mach ed il nostro capitano Albano Chiarastella e l’agrigentino Alfonso Cipolla, capitano del team biancoazzurro, si scambieranno le rispettive maglie e stringeranno un sodalizio che vuole promuovere lo sport agrigentino ed i suoi colori.

di Mariella Di Stefano
Si è svolta nei giorni scorsi al museo archeologico San Nicola di Agrigento una riunione sindacale di “Confintesa dipendenti regionali A e B”. Sindacato che come indica il nome è nato per difendere questa categoria di lavoratori.
Sono le fasce più basse tra le categorie dei lavoratori della regione siciliana, coloro che nella maggioranza dei casi svolgono lavori di fascia superiore e che da un ventennio sono inchiodati in queste qualifiche pur avendo acquisito professionalità e quindi essere cresciuti professionalmente e portando avanti la macchina amministrativa facendo raggiungere gli obiettivi ai dirigenti. Da 15 giorni circa questo sindacato, dopo la conta degli iscritti fatta appunto 15 giorni fa dall’Aran Sicilia sono finalmente rappresentativi avendo già 450 circa d’iscrizioni.