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La Polizia Postale ha sgominato un gruppo criminale che, tramite due canali Telegram, avrebbe attirato dei no vax per vendergli green pass taroccati. I due canali social sono stati sequestrati su disposizione della Procura di Catania. Le indagini sono state avviate a seguito di una precisa segnalazione della Digos. La Polizia Postale ha monitorato i due canali Telegram denominati “Green Bypass 2.0” e “Vendita Green Pass autentico”, in cui sono risultati iscritti rispettivamente 5200 e oltre 120 utenti. Nelle due chat è stata pubblicizzata la vendita di green pass falsi dietro pagamento di un corrispettivo in criptovaluta di 250 euro. Sono indagate due persone. Gli investigatori hanno sequestrato smartphone e supporti informatici che saranno oggetto di un’apposita analisi al fine di confermare eventuali responsabilità. Le indagini proseguono per l’identificazione di altri partecipanti. La società Telegram, su sollecitazione della Polizia Postale, ha oscurato i canali.

Ad Agrigento, al carcere “Pasquale Di Lorenzo”, in contrada Petrusa, è stato celebrato il 29esimo anniversario dell’omicidio, per mano della mafia, dello stesso Di Lorenzo, Sovrintendente di Polizia Penitenziaria. Lui, in servizio ad Agrigento, fu ritenuto persona dotata di forte carattere, non incline a compromessi, e consapevole del ruolo delicato che svolgeva in un istituto penitenziario con una folta presenza di detenuti per reati di mafia. L’omicidio di Di Lorenzo maturò nell’ambito di una strategia terroristica della mafia contro il 41 bis. Pasquale Di Lorenzo fu scelto come obiettivo simbolo della vendetta mafiosa, che prevedeva l’uccisione di un poliziotto penitenziario in ogni carcere della Sicilia. Fortunatamente tale progetto criminale fu abbandonato dalla mafia perché il piano avrebbe avuto come conseguenza una reazione troppo forte da parte delle Forze dell’Ordine. Il 16 giugno 2003 il Sovrintendente Pasquale Di Lorenzo è stato insignito di Medaglia d’Oro al Merito Civile alla Memoria. Poi a lui è stato intitolato il carcere di Agrigento.

Continua a ritmo serrato la lotta allo spaccio degli stupefacenti da parte dei Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Agrigento. Nel pomeriggio di ieri i Carabinieri della Sezione Operativa, nel corso dell’ennesimo servizio finalizzato alla repressione dei reati in materia di stupefacenti, predisposto nel territorio di Porto Empedocle, hanno arrestato un soggetto di 40 anni residente del posto, disoccupato, sorpreso con circa 6 gr di cocaina e quasi 80 gr. di hashish. Rocambolesche le modalità del fermo: l’uomo mentre si accompagnava con un altro soggetto in Via Giulio Cesare, avendo riconosciuto i Carabinieri che stavano per controllarlo, si è dato a precipitosa fuga a piedi. Inseguito dai Militari, il soggetto dopo pochi metri di corsa è inciampato rovinando a terra e lasciando cadere dalle mani un involucro in cellophane risultato contenere successivamente sostanza stupefacente del tipo cocaina per un peso di circa 6 gr. La successiva perquisizione domiciliare, operata presso l’abitazione dell’uomo, ha consentito di rinvenire ulteriore sostanza stupefacente del tipo hashish per un peso di circa 80 gr. Sono stati sequestrati anche strumenti ed oggetti idonei al taglio ed al confezionamento della sostanza, quali un bilancino elettronico di precisione ed un cutter imbrattato di sostanza, utilizzato verosimilmente per tagliare in dosi il fumo. Su disposizione della Procura della Repubblica di Agrigento, l’arrestato è stato collocato agli arresti domiciliari presso la propria abitazione in attesa della fissazione dell’udienza di convalida. La droga sequestrata sarà sottoposta agli accertamenti tecnici di laboratorio

Il consigliere comunale di Agrigento, Mario Fontana, rivolge un appello al sindaco Miccichè affinchè modifichi l’ordinanza che vieta dalla mezzanotte in poi l’asporto di bevande alcoliche “fermo restando – afferma Fontana – il divieto di vendita di bottiglie in vetro che, in passato, ha certamente arrecato non pochi danni alla nostra città nonchè principalmente a coloro che sono stati vittime di violenza”. Fontana aggiunge: “Essendo stato più volte sollecitato dai vari esercenti, ritengo opportuno portare avanti tali motivate istanze in quanto costoro sono già stati vittime di un periodo estremamente gravoso e non possiamo consentire la morte di questo settore in una città definita a vocazione turistica. Pertanto confido nel buonsenso del Sindaco, dell’assessore Picarella e di tutta l’amministrazione affinché tali istanze siano accolte positivamente per permettere, a coloro che rappresentano il motore dell’economia cittadina, di ricominciare a lavorare serenamente cercando di sopperire in parte ai danni irreparabili causati da questo incessante periodo di pandemia”.

Il sindacato Confasi Scuola di Agrigento punta il dito contro – a suo avvio – la mancata sanificazione degli istituiti scolastici che hanno ospitato i seggi nel primo turno elettorale amministrativo. Il commissario provinciale, Riccardo Montalbano, afferma: “Le norme vigenti in materia di covid lasciano perplessi in considerazione del fatto che le aule non sono state sanificate subito dopo il voto e alla ripresa delle lezioni. Esprimiamo solidarietà nei confronti dei docenti, del personale Ata e degli studenti. Bisognano provvedimenti certi sulla sicurezza sanitaria nelle scuole”.

Ha preso il via il processo per una coppia di coniugi, e il loro figlio, accusati di avere gestito un presunto giro di prostituzione nel centro storico della città, nell’ambito dell’inchiesta denominata “Bed & Babies”, ovvero “letto e bimbe”, condotta sul “campo” dal personale della squadra Mobile, e coordinata dalla locale Procura della Repubblica. Dopo un primo passaggio, il collegio dei giudici del Tribunale di Agrigento, presieduto da Wilma Angela Mazzara, ha rinviato l’udienza al 24 novembre prossimo, per sentire i primi testimoni della lista dell’accusa.

Sul banco degli imputati siedono Emanuele Pace, di 68 anni, la moglie Pierina Micciche’, di 63 anni, e del loro figlio Vasilij Pace, 31 anni. Sono accusati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. I tre sono difesi dagli avvocati Giuseppe Lo Dico, ed Emilio Dejoma. Le indagini erano iniziate in seguito alla denuncia presentata da una prostituta, la quale, sarebbe rimasta vittima di un tentativo di pestaggio per avere, secondo il suo racconto, chiamato i carabinieri per sedare un litigio avuto con una trans, e un’altra escort.

In circa otto mesi di indagini gli agenti hanno contato ben 260 clienti, recarsi nelle tre strutture, tra case vacanza e bed & breakfast, collocate in via Saponara, dove ragazze e transessuali, di varie nazionalità, si prostituivano. I tre imputati si sono sempre difesi, sostenendo che si limitavano ad affittare gli appartamenti, e le stanze di loro proprietà.

Il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Agrigento, Micaela Raimondo, a fronte della richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura, ha disposto invece il non luogo a procedere, con la formula “perché il fatto non sussiste”, nei confronti di 62 imputati di interruzione di pubblico servizio allorchè, tramite un gruppo su Wathsapp, “Immiezu a via” (In mezzo alla strada), avrebbero segnalato, uno a vantaggio dell’altro, la presenza di posti di blocco stradale delle forze dell’ordine. L’inchiesta è stata avviata dalla Polizia quando casualmente ha scoperto l’esistenza di tale gruppo dopo il sequestro di un telefono cellulare. Tra gli imputati, quasi tutti di Canicattì, vi sono ance autisti di ambulanze o di mezzi di soccorso e camionisti.

La sanguinosa faida favarese oggetto dell’inchiesta “Mosaico”. La Procura antimafia di Palermo ha iniziato la requisitoria. I dettagli.

A Palermo, al palazzo di giustizia, il sostituto procuratore della Procura antimafia, Alessia Sinatra, ha iniziato la requisitoria nell’ambito del processo frutto dell’inchiesta, sostenuta dalla Squadra Mobile di Agrigento, cosiddetta “Mosaico”, ruotante intorno a diversi episodi delittuosi commessi tra Favara e il Belgio.

I sette imputati, arrestati il 15 settembre del 2020, giorno del blitz “Mosaico”, sono giudicati in abbreviato innanzi al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Palermo, Claudia Rosini. Ai sette si contestano, a vario titolo, tre omicidi, tre tentati omicidio e un traffico di armi e droga risalenti al periodo tra il 2016 e il 2018. Si tratta di Antonio Bellavia, 50 anni, Calogero Bellavia, 32 anni, Calogero Ferraro, 44 anni, Carmelo Nicotra, 40 anni, Gerlando Russotto, 32 anni, Vincenzo Vitello, 65 anni, tutti di Favara, e poi Calogero Gastoni, 40 anni, di Agrigento. Un altro imputato, Carmelo Vardaro, 44 anni, di Favara, ha scelto di essere giudicato in ordinario alla prima udienza il prossimo 26 ottobre innanzi alla Corte d’Assise di Agrigento presieduta da Alfonso Malato.

E’ stata invece stralciata la posizione di Maurizio Distefano, 47 anni, di Favara. Gli omicidi sotto giudizio sono quello di Mario Jakelich, il 14 settembre del 2016 in Belgio, contestato ad Antonio e Calogero Bellavia ed a Vardaro, poi quello di Carmelo Ciffa, ucciso a Favara il 26 ottobre del 2016, contestato ai due Antonio e Calogero Bellavia, e poi quello di Emanuele Ferraro, ucciso a Favara l’8 marzo del 2018, contestato a Calogero Gastoni. Lo stesso Maurizio Di Stefano sarebbe stato vittima di due tentati omicidio: il primo in occasione dell’omicidio di Jakelich, e il secondo, il 23 maggio del 2017, a Favara, nel magazzino di Carmelo Nicotra, dove lui, e non Nicotra, sarebbe stato la vittima designata. Ecco perchè Distefano, bersaglio due volte, si è costituito parte civile al processo tramite l’avvocato Salvatore Cusumano.

Nel collegio difensivo lavorano gli avvocati Salvatore Virgone, Giuseppe Barba, Samantha Borsellino, Angelo Farruggia, Annalisa Russello e Giacomo La Russa. A scatenare la sanguinosa faida sarebbe stato l’omicidio, il 26 gennaio del 2015, dell’imprenditore di Favara, Carmelo Bellavia, 51 anni. Il collaboratore della Giustizia di Favara, Giuseppe Quaranta, in riferimento a tale omicidio ha dichiarato: “Originariamente Nicotra, Distefano e Bellavia erano tutti assieme, poi si sono divisi in due e dalla parte dei Distefano c’era andato il Nicotra. So che Ciffa era vicino al gruppo dei Distefano. Mi fu detto che Ciffa venne ucciso perché aveva sparato a Carmelo Bellavia, inteso Melu Carnazza”. Giuseppe Quaranta aggiunge di avere appreso ciò perché gli è stato confidato da Emanuele Ferraro e Carmelo Vardaro.

E nell’ordinanza di custodia cautelare “Mosaico”, in base alle dichiarazioni di Quaranta, il giudice per le indagini preliminari, Guglielmo Nicastro, che ha firmato i mandati di cattura, scrive: “Il gruppo inizialmente è coeso, impegnato soprattutto nel traffico di sostanze stupefacenti sull’asse Belgio-Favara. Poi si è scisso dando vita a due sottogruppi contrapposti. Nell’autunno del 2014, Maurizio Distefano ha prestato un’ingente somma di denaro a Carmelo Bellavia, con cui era legato nel traffico di droga, per consentirgli di iniziare l’attività di commercializzazione di bibite. I due, Distefano e Bellavia, sono entrati in contrasto per la restituzione del prestito e per il pagamento di una partita di droga che Distefano aveva inviato allo stesso Bellavia. I due litigarono violentemente mentre si trovavano in Romania. Tali circostanze determinavano in Maurizio Distefano la decisione di uccidere Carmelo Bellavia, poi materialmente assassinato da Maurizio Distefano e Carmelo Ciffa”. A tali dichiarazioni di Quaranta, ritenuto attendibile, non è seguito alcun provvedimento giudiziario perché mancano riscontri certi a quanto da lui dichiarato.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

Avvicinare fisicamente la direzione aziendale ai bisogni della gente, alle istanze del personale, alle esigenze che si vivono in quegli ambienti nei quali si eroga in prima linea l’assistenza sanitaria. E’ questa la motivazione di fondo che anima la scelta dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Agrigento, quantomeno inconsueta, di rendere “itinerante” la sede della direzione generale delocalizzandola, a turno, presso ciascuno dei cinque presìdi ospedalieri della provincia. La decisione, presa dal commissario straordinario ASP, Mario Zappia, avrà efficacia già a partire dalla prossima settimana quando, in prima battuta, sarà l’ospedale “San Giovanni di Dio” di Agrigento ad ospitare per circa due mesi il vertice aziendale. “La scelta – precisa il commissario Zappia – non ha un mero significato simbolico. Serve a penetrare ancor più da vicino le dinamiche dell’assistenza ospedaliera e contribuisce, in un periodo così difficile per la sanità globale come quello che stiamo vivendo a causa del covid-19, ad acuire lo spirito di squadra fra chi opera in corsia a diretto contatto con i pazienti e la direzione strategica”.

Il Tribunale di Agrigento ha inflitto due condanne per minacce e aggressione a colpi di tenaglia, risalenti al giugno del 2018 a Licata, a danno di un automobilista con cui i due imputati incorsero in un incidente stradale. In particolare, 7 mesi di reclusione sono stati comminati ad Antonio Semprevivo, e 10 mesi a suo figlio Giuseppe, entrambi di Licata. I due sono stati assolti dall’imputazione di lesioni aggravate.