Martedì 9, “Uniti contro la precarietà negli Atenei”

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Dieci anni dopo l’approvazione della Legge Gelmini, il Parlamento si appresta ad approvare un progetto di legge sulle Disposizioni in materia di attività di ricerca e di reclutamento dei ricercatori nelle università e negli enti pubblici di ricercaUn intervento legislativo atteso da anni: la moltiplicazione delle figure precarie disposta dalla Legge Gelmini, unita al taglio netto delle risorse trasferite a Università e Ricerca, ha infatti diminuito di oltre il 25% il personale di ruolo e più che raddoppiato il numero dei contratti a termine che rappresentano ormai oltre la metà del personale universitario della ricerca e della didattica. Nel 90% dei casi questa fetta significativa di personale viene espulsa dal sistema e, fatto ancor più grave, ciò avviene dopo anni di precarietà passati a risolvere le esigenze di didattica e ricerca degli atenei. Il tutto, in un contesto di verticalizzazione nei processi decisionali e una polarizzazione nella distribuzione dei fondi che crea disparità sempre più marcate.

 Lo scorso giugno abbiamo denunciato con forza l’impianto del progetto di legge poi approvato alla Camera, che è in assoluta continuità con l’impostazione della Legge Gelmini. L’avvio del confronto nella 7a Commissione Istruzione pubblica, beni culturali del Senato, in sede redigente, non ha sostanzialmente modificato quell’impostazione, nonostante le audizioni e le interlocuzioni intercorse in questi mesi con i gruppi parlamentari, il Relatore e la stessa commissione. Sono ad oggi stati depositati numerosi emendamenti, di cui uno del Relatore si pone l’obbiettivo di convertire l’assegno in un vero e proprio contratto di ricerca. Vengono comunque mantenuti i lunghi tempi di ingresso nei ruoli universitari, oltre che figure atipiche senza garanzie e con basse retribuzioni. Mancano inoltre interventi volti a rilanciare le assunzioni nell’università, garantendo conseguentemente processi di stabilizzazione e quindi esaurimento della bolla di precariato cresciuta nell’ultimo decennio. Il presunto obbiettivo dell’intervento di “combattere il precariato” non viene quindi raggiunto. Anzi, proprio in questi mesi sono state bandite migliaia di posizioni per nuovi RTDa e altre migliaia saranno probabilmente bandite il prossimo anno nel quadro del PNRR, portando così a raddoppiare questa figura a termine proprio nel momento in cui se ne prevede la messa ad esaurimento, gonfiando una nuova bolla di precariato. A maggior ragione è quindi necessario ed urgente prevedere oggi degli impianti normativi e dei fondi strutturali per garantire percorsi di espansione delle università e degli organici universitari, in grado di assorbire ed esaurire strutturalmente ogni forma atipica, parasubordinata e precaria negli atenei.

 L’impianto del DDL in discussione conferma quindi l’ineluttabilità di una precarietà estremamente lunga prima di una “eventuale” immissione in ruolo, istituendo il “nuovo” Ricercatore Tenure Track e un contratto di ricerca che può arrivare a 5 anni, senza eliminare le borse di ricerca che rappresentano il paradigma fondato su rapporti di lavoro a forte dumping contrattuale, senza diritti e tutele, determinando una condizione complessiva che ci colloca fuori dai parametri europei. Oltre a ciò, si forzano intrecci e su singoli aspetti omogeneità tra università e Enti di Ricerca, che in tutta evidenza non miglioreranno il grado di fluidità della relazione tra i due mondi e che rischiano però di causare importanti squilibri interni ai due sistemi.

 Siamo di fronte all’ennesima “riforma a costo zero” per l’università, in un contesto in cui le risorse a disposizione degli atenei per il reclutamento sono a tutt’oggi insufficienti. Il mancato investimento nell’università, unito a vincoli e barriere ipotizzati nella discussione in Commissione Cultura e presenti nella proposta, determina un’ulteriore espulsione di decine di migliaia di precari/e. Tutto questo è semplicemente inaccettabile.

L’Università necessita di un’inversione radicale di rotta. Un cambiamento che porti il nostro Paese in linea con gli altri grandi Paesi Europei, con un ingente ri-finanziamento del settore di almeno 2 miliardi di euro per programmare un reclutamento straordinario, in 4/5 anni, di almeno 30.000 posti di ruolo, attraverso una fase transitoria e un reclutamento ordinario, ciclico e progressivo, certo nei tempi, di almeno 5000 posti di ruolo a regime in grado di scardinare la guerra fra poveri che il Parlamento sta scatenando in una contrapposizione generazionale. Un reclutamento ordinario e straordinario che deve esser distribuito senza sperequazioni tra gli atenei, cancellando i criteri di presunta eccellenza oggi utilizzati. Questi numeri in ingresso consentirebbero unicamente di ripristinare e mantenere un organico pari a quello del 2008, al di sotto della media europea del rapporto tra docenti stabili e popolazione, tra docenti stabili e numero di studenti.

E’ indispensabile una riforma del reclutamento che superi l’arcipelago delle forme parasubordinate, lesive della dignità dei lavoratori e delle lavoratrici della ricerca, con l’introduzione di una figura unica pre-ruolo, che abbia una durata contenuta e in numero proporzionale agli sbocchi in ruolo, con diritti e tutele universali sulla base dei principi sanciti dalla Carta Europea dei Ricercatori e che tenga anche conto che sia i bandi Europei che quelli nazionali prevedono finanziamenti per ruoli a tempo determinato, eliminando tutte le altre forme contrattuali di sfruttamento del lavoro precario, borse ed assegni di ricerca. Va inoltre impedito l’uso indiscriminato delle docenze a contratto che produce ulteriore precariato.

Interventi strutturali che sono un’utile base per definire una visione di sistema complessivo, mandando in soffitta l’impianto tecnocratico del sistema di valutazione (ANVUR, ASN, VQR), perseguendo l’introduzione di un ruolo unico della docenza universitaria, per eliminare la competizione strutturale tra pari e che permette a tutto il personale il pieno riconoscimento della propria attività senza intrecci e confusione tra i percorsi di reclutamento e i processi valutativi, a domanda, di progressione stipendiale. Crediamo fortemente nella necessità di un radicale processo di riforma complessivo del sistema universitario e non siamo più disposti/e ad accettare che le decisioni sul futuro di chi attraversa le università ogni giorno vengano prese senza coinvolgere realmente ed ufficialmente la comunità accademica, se non con sporadici contatti informali come nella recente fase emendativa.

Lanciamo quindi un nuovo Appello a tutta la comunità accademica, le associazioni e i movimenti a partecipare ad un’assemblea on line il prossimo 9 novembre 2021, alle ore 17.30, connettendo così diverse aule e diversi voci presenti nelle nostre università.

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