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Sono trascorsi due anni, da quando l consiglio di stato ha definitivamente confermato la legittimità del decreto di commissariamento del 2019 del comune di  San Cataldo (Cl) . I giudici amministrativi forniscono un quadro delle irregolarità rilevate in diverse aree di attività dell’ente locale (affidamento degli appalti, abusivismo, gestione tributi, beni confiscati alle mafie etc.), oltre alle responsabilità dell’organo politico, anche per quanto riguarda il mancato controllo del personale risultato colluso con le organizzazioni criminali. Scrive il C.di.S :  (…) l’amministrazione in carica nulla abbia fatto in concreto per rimuovere l’inefficienza, ovvero si sia macchiata di comportamenti meramente omissivi, connotati da tolleranza o tiepidezza, o di condotte di dissociazione meramente nominale o dichiarata, trattandosi in ogni caso di modalità funzionali ad una perpetuazione della situazione di disfunzione e di illegalità preesistente. Oggi a San Cataldo si respira un’aria nuova.

Il giovane “rivoluzionario” avvocato Gioacchino Comparato è il nuovo sindaco. SGB, dopo avere indetto, prima e durante le elezioni, numerosi presidi sotto il Comune, ha immediatamente chiesto un incontro, al fine di delineare la ripresa del servizio mensa nelle scuole, affidato momentaneamente (fino a dicembre) alla precedente cooperativa. Quello della mensa è un servizio essenziale e come tale va inserito in un progetto di stabilizzazione. Contestualmente SGB chiederà un incremento delle ore lavorative degli addetti, i quali non possono continuare ad essere “vittime” di un sistema contrattuale assurdo che prevede poche ore lavorate a fronte di qualche spicciolo in busta paga.

Il quotidiano bollettino dell’Asp riporta che nella giornata di ieri in provincia di Agrigento sono stati sono accertati 6 nuovi positivi, 25 nuovi guariti, nessun ricovero e nessun deceduto.

Al momento risultano 6 persone ricoverate in degenza ordinaria. Cinque si trovano al “Fratelli Parlapiano” di Ribera e uno al San Giovanni di Dio di Agrigento. Una persona è ricoverata in un ospedale fuori provincia.

Resta un solo paziente in terapia intensiva all’ospedale riberese “Fratelli Parlapiano”.

Questa la situazione nei Comuni agrigentini: Agrigento: 15 (-1); Aragona: 2 (stabile); Burgio: 4 (stabile); Caltabellotta: 1 (stabile); Cammarata: 5 (stabile); Campobello di Licata: 2 (stabile); Canicattì: 40 (-2); Casteltermini: 1 (stabile, si tratta di un migrante ospitato in un centro di accoglienza); Castrofilippo: 1 (stabile); Cattolica Eraclea: 27 (-3); Favara: 6 (stabile); Grotte: 1 (stabile); Licata: 16 (-1); Lucca Sicula: 2 (stabile); Menfi: 7 (stabile), Montallegro: 1 (stabile); Montevago: 1 (stabile); Naro: 20 (stabile); Palma di Montechiaro: 8 (-1); Porto Empedocle: 6 (stabile); Raffadali: 11 (stabile); Ravanusa: 3 (stabile); Ribera: 11 (stabile); San Giovanni Gemini: 3 (stabile); Santa Margherita di Belice: 3 (stabile); Sciacca: 28 (-2); Villafranca Sicula: 3 (-3).

Sono “Covid free”: Alessandria della Rocca, Bivona, Calamonaci, Camastra, Cianciana, Comitini, Joppolo Giancaxio, Racalmuto, Realmonte, San Biagio Platani, Sambuca di Sicilia, Sant’Angelo Muxaro, Siculiana, Santo Stefano Quisquina e Santa Elisabetta.

33 i migranti attualmente in quarantena sulle navi di accoglienza in rada dell’Agrigentino.

I Carabinieri di Floridia hanno arrestato un 65enne poiché trovato in possesso di kg.1,2 circa di marijuana, un bilancino di precisione e vario materiale per il confezionamento delle dosi.
I militari hanno controllato l’uomo in quanto sottoposto all’affidamento in prova ai servizi sociali per il medesimo reato e notatone il nervosismo, hanno perquisito la sua abitazione, trovando in un sgabuzzino e in cucina, ben nascosto, lo stupefacente.
La droga sequestrata sarà esaminata presso il Laboratorio Analisi Sostanze Stupefacenti per stabilire la percentuale di principio attivo, mentre l’arrestato è stato associato alla Casa Circondariale di “Cavadonna”.

Nella mattinata odierna, operatori della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato sono stati impegnati nell’esecuzione di cinque misure cautelari interdittive nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti responsabili dei reati di peculato, corruzione, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e violazioni alla normativa in materia di subappalto.

A dare avvio alle investigazioni, coordinate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Messina, sono intervenute mirate segnalazioni inerenti anomalie nell’affidamento e nella gestione dei servizi e delle attività afferenti il settore acquedotto dell’azienda.

Specificamente, erano stati riscontrati una eccessiva frammentazione dei lavori ed un frequente ricorso alla trattativa privata e/o all’affidamento diretto a favore di un limitatissimo numero di ditte, in palese violazione degli obblighi di evidenza pubblica e del principio di rotazione previsto per gli appalti c.d. sottosoglia che utilizzano la procedura negoziata.

I successivi approfondimenti, quindi, espletati per il tramite di intercettazioni telefoniche ed ambientali, interventi di natura dinamica e di riscontro sul territorio ed acquisizioni documentali, hanno consentito di fare luce, secondo ipotesi d’accusa e che dovrà trovare conferma nei successivi gradi di giudizio, su un sistema radicato nel suddetto Ente, connotato dalla cattiva gestione dei poteri e delle prerogative connesse alla funzione pubblica afferente agli affidamenti di lavori e forniture da parte di una municipalizzata comunale incaricata della gestione dell’acquedotto, il cui esercizio, allo stato delle investigazioni, sarebbe risultato piegato alla realizzazione di interessi di tipo personalistico piuttosto che rispondente ai principi di correttezza, trasparenza ed imparzialità che dovrebbero presiedere all’azione amministrativa.

Nella presente fase delle indagini, che hanno trovato un primo vaglio positivo nel Giudice delle Indagini preliminari del Tribunale di Messina, la figura centrale è risultato un funzionario del predetto Ente, responsabile del servizio acquedotto, il quale operava, secondo ipotesi d’accusa, con spregiudicatezza e gestendo in maniera personalistica l’articolazione da lui diretta, tanto da fare mercimonio della funzione ricoperta, per ottenere vantaggi personali.

In svariate circostanze il funzionario, essendo necessario eseguire lavori di scavo per perdite della rete idrica comunale e ripristinare la sede stradale, provvedeva con affidamento diretto ad incaricare ditte, i cui titolari erano ovviamente compiacenti, senza la previa consultazione di altre imprese e, quindi, in violazione alla normativa in materia di appalti pubblici.

Inoltre, come emergente dall’attività d’indagine svolta dalle Fiamme Gialle e dalla Polizia di Stato, il predetto funzionario si sarebbe appropriato, avendone la disponibilità, di materiale idraulico di proprietà della municipalizzata del valore di circa 1.000 Euro e di alcuni contatori in ottone dismessi, vendendoli a terzi per oltre 2.000 Euro e acquistando, con il ricavato, una caldaia e dei radiatori da installare nella propria abitazione.

Da ultimo, allo stesso funzionario è altresì oggetto di contestazione provvisoria l’aver richiesto ad un imprenditore, che accettava, di assumere a tempo determinato il proprio figlio, offrendogli in cambio informazioni sulle offerte presentate da altre ditte concorrenti nelle gare per l’aggiudicazione dei lavori ed annullando procedure già concluse, al solo fine di favorirlo.

Sulla scorta del quadro indiziario così raccolto, salvo diverse valutazioni giudiziarie nei successivi livelli e fermo restando il generale principio di non colpevolezza sino a sentenza passata in giudicato, il competente Tribunale di Messina disponeva nei confronti del funzionario indagato la misura cautelare della sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio per la durata di un anno, con interdizione, per il medesimo periodo, dello svolgimento di tutte le attività inerenti al pubblico ufficio o servizio da lui ricoperto; parimenti, nel medesimo ambito, venivano disposte ulteriori quattro misure cautelari del divieto temporaneo di contrattare con la P.A. nei confronti di altrettanti imprenditori, nella misura variabile da sei mesi a 10 mesi

Al rintraccio ed alla notifica dei provvedimenti hanno proceduto, per la Polizia di Stato, la Squadra Mobile della Questura di Messina, insieme al Commissariato di Taormina, e per la Guardia di Finanza, il G.I.C.O del Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Messina, unitamente alla Compagnia di Taormina.

L’Asp di Palermo eroga, da anni, il servizio di Assistenza Domiciliare Integrata (c.d. ADI) nei confronti di circa 5.000 utenti.

Tale servizio – dal 2013 – è erogato dalla ATI Osa/Sisifo che,attualmente, eroga il servizio per effetto di numerose proroghe.

Nell’ottobre 2020, l’Assessorato Regionale della Salute, con apposito Decreto, ha avviato “il percorso finalizzato all’accreditamento degli erogatori per l’assistenza domiciliare ex art. 22 del D.P.C.M. 12 gennaio 2017”, prevedendo che“fino alla contrattualizzazione” dei soggetti accreditati il servizio venga garantito dagli attuali erogatori.

L’ASP di Palermo, invece, con delibera del 14.10.21, ha disposto l’avvicendamento dell’attuale erogatore (ATI OSA – Sisifo) con altro soggetto (RTI OSA – Medicasa) risultato vincitore di una precedente procedura selettiva risalente ad anni prima.

Avverso tale Delibera, hanno proposto ricorso, innanzi al TAR Sicilia Palermo, con il patrocinio degli Avv.ti Griolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia, talune associazioni di tutela dei diritti dei disabili ed i genitori di minori disabili gravi che, attualmente, usufruiscono del servizio di assistenza domiciliare integrata.

In particolare, con il ricorso, gli avv.ti Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia hanno rilevato come l’avvicendamento dei soggetti erogatori, già a partire dal primo novembre 2021, fosse illegittimo giacché adottato: – senza tenere in alcun modo conto del suddetto Decreto Assessoriale relativo all’accreditamento (nelle more del quale era stato inizialmente differito il suddetto avvicendamento); – senza accertare il superamento di talune problematiche già esistenti e rilevate dalla stessa Asp, relative al passaggio di consegne; – nonostante il procedimento di accreditamento dei soggetti erogatori fosse già stato avviato.

Con il ricorso è stato, altresì, evidenziato come tale avvicendamento fosse idoneo ad arrecare un gravissimo pregiudizio per i disabili in termini di continuità dell’intervento assistenziale, di continuità organizzativa, di trattamento e sicurezza dei propri dati sensibili.

I disabili, infatti, da un momento all’altro si sarebbero trovati a dovere cambiare soggetto erogatore nelle more dello svolgimento del proprio Piano Assistenziale Individualizzato (PAI), senza poter attendere neanche il completamento dello stesso.

Il Presidente della sezione III del TAR Sicilia Palermo – dottoressa Maria Cristina Quiligotti – condividendo gli assunti degli avv.ti Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia in ordine alla gravità del danno derivante dai provvedimenti impugnati, ha sospeso il provvedimento dell’ASP di Palermo (relativo al contestato avvicendamento) e fissato l’udienza camerale per il 23.11.21.

Nelle more della suddetta udienza,pertanto, nessun avvicendamento potrà avvenire e l’attuale erogatore (ATI OSA – Sisifo) continuerà ad erogare il servizio di assistenza domiciliare integrata.

Il Partito Democratico, tramite il capogruppo all’Assemblea Regionale, Giuseppe Lupo, interviene in occasione della manifestazione oggi a Roma dei sindaci siciliani. E afferma: “Condividiamo e sosteniamo le ragioni che hanno portato i sindaci siciliani a sottoscrivere un appello rivolto al governo nazionale ed al governo regionale con il quale ribadiscono la necessità di approvare in tempi brevi le modifiche normative relative all’abbattimento del 50% degli accantonamenti del fondo crediti di dubbia esigibilità, all’assunzione di figure professionali qualificate ed alle nuove previsioni degli accordi tra Stato e Regione per compensare i mancati incassi dei crediti dovuti alle difficoltà del sistema di riscossione regionale. In particolare il governo Musumeci deve provvedere rapidamente a proporre, d’intesa con lo Stato, le modifiche normative necessarie ad adeguare le indennità spettanti agli amministratori locali dei Comuni siciliani a quelle previste nel resto d’Italia”.

Un barcone con 111 persone a bordo, tra cui 2 donne e 2 minori, provenienti da Marocco ed Egitto, è stato intercettato dalle motovedette della Guardia costiera e di Finanza a circa 8 miglia da Lampedusa. I migranti sono stati soccorsi e trasbordati. Al molo Favaloro sono stati eseguiti i primi controlli sanitari, e poi sono stati condotti nell’hotspot di contrada “Imbriacola”, che attualmente ospita 266 ospiti a fronte di una capienza di 250 posti. A Lampedusa da domenica scorsa sono quasi 450 i migranti giunti con 15 imbarcazioni.

Il giudice monocratico del Tribunale di Sciacca, Dino Toscano, ha disposto il non luogo a procedere, per intervenuta prescrizione, nei confronti di quattro imputati coinvolti nell’inchiesta antidroga cosiddetta “Azalea”. I prosciolti sono Simone Chifari, Accursio Sabella, Giovanni Maniscalco e Salvatore Perez. L’operazione risale al 2011 quando i Carabinieri sgominarono un traffico di droga, prevalentemente hashish, da Palermo verso Sciacca.

La Procura della Repubblica di Sciacca ha chiesto al giudice per le indagini preliminari del Tribunale l’archiviazione delle indagini a carico del dirigente medico Tiziana Catalano, indagata del reato di epidemia colposa ipotizzato nel marzo del 2020, all’inizio dell’emergenza sanitaria covid, a seguito di un focolaio di contagi insorto nell’ospedale “San Giovanni Paolo secondo” a Sciacca, la città che fu la prima tra le maggiormente colpite dall’infezione in provincia. La stessa Catalano contrasse il virus, e fu trasferita al reparto “Malattie infettive” dell’ospedale “Sant’Elia” a Caltanissetta. Dopo tre settimane di ricovero è guarita. Secondo la Procura di Sciacca, la condotta della dottoressa non ha inciso su due pazienti ricoverati e deceduti in ospedale. Sono stati i familiari a sporgere denuncia.

Le vittime chiedono di citare in giudizio i loro Comuni di residenza e la Regione Sicilia in qualità di “responsabili civili”: in sostanza avendo disposto, in ragione delle proprie competenze in materia di assistenza sociale, il ricovero nella comunità, in caso di condanna degli imputati potrebbero essere chiamati al risarcimento.

Il processo scaturito dalla maxi inchiesta “Catene spezzate”, che nel 2015 fece scattare alcune misure cautelari, è iniziato dopo i rinvii a giudizio decisi dal gup. I disabili psichici, sostiene l’accusa, venivano tenuti in stanze sporche: isolati dal resto del mondo, senza alcuna possibilità di contattare i familiari e costretti al digiuno.

Uno di loro sarebbe stato persino legato al letto con una catena per evitare che potesse allontanarsi. Fra gli imputati anche l’imprenditore ed ex presidente del consiglio comunale di Favara, Salvatore Lupo, ucciso a 45 anni il giorno di Ferragosto in un bar da un killer che gli ha esploso addosso tre colpi di pistola prima di fuggire.

Lupo, infatti, era l’amministratore unico della Suami, la coop che gestiva le strutture. Il suo difensore, l’avvocato Domenico Russello, ha prodotto il certificato di morte che ha chiuso il processo, nei suoi confronti, prima di iniziare.

La struttura di accoglienza di Licata, negli anni successivi, finì al centro di un’altra inchiesta su un giro di estorsioni ai danni di dipendenti. Il pubblico ministero Chiara Bisso ha chiesto, ottenendolo, il rinvio a giudizio di otto, fra responsabili e operatori di quella che fu ribattezzata come la “comunità degli orrori” di Licata.

Sul banco degli imputati, oltre allo stesso Lupo: Caterina Federico, 37 anni; Angelo Federico, 33 anni; Domenico Savio Federico, 29 anni; Giovanni Cammilleri, 30 anni; Salvatore Gibaldi, 43 anni; Maria Cappello, 50 anni e Angela Ferranti, 53 anni, tutti di Licata. Le accuse contestate sono di maltrattamenti e sequestro di persona. L’inchiesta è stata chiamata “Catene spezzate” perchè una telecamera posizionata in incognito dai carabinieri all’interno della struttura avrebbe provato la circostanza che uno degli ospiti veniva legato a un letto con una catena.

Questi filmati sono stati oggetto di una perizia, disposta all’udienza preliminare su incarico della difesa secondo cui non ci sarebbe stata alcuna volontà di sequestrare il disabile ma solo di contenerlo per evitare che potesse commettere gesti di autolesionismo.

La difesa delle presunte vittime ha ottenuto di citare in giudizio i Comuni e la Regione che saranno chiamati a risarcire i danni in caso di condanna avendone avuto, in astratto, la responsabilità di indirizzarli nella struttura dove avrebbero subito dei maltrattamenti.

Il giudice monocratico Giuseppe Miceli, davanti al quale si celebrerà il dibattimento, ha rinviato il processo all’8 febbraio per consentire la citazione degli enti pubblici. A seguire saranno sentiti i primi testi della Procura.