“Trattativa”, giudici in Camera di Consiglio

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Concluso il dibattimento al processo d’Appello sulla presunta “trattativa” Stato – mafia. I giudici sono in Camera di consiglio. La contro-replica del difensore di Dell’Utri.

Il processo di secondo grado, nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta “trattativa” tra Stato e mafia all’epoca delle stragi del ’92 e del ’93, è iniziato il 29 aprile del 2019. E adesso è prossimo al traguardo conclusivo. Innanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Palermo, presieduta dal giudice Angelo Pellino, si è appena svolta l’ultima udienza prima della Camera di Consiglio, adesso riunita per emettere sentenza sui sette imputati di minaccia a Corpo politico dello Stato, ovvero gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri, Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, il pentito Giovanni Brusca, l’ex senatore Marcello Dell’Utri, e i boss Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, tutti già condannati in primo grado.

Ebbene, il termine del dibattimento, come secondo prassi processuale, è stato riservato alle eventuali contro-repliche delle parti, dopo la requisitoria della Procura Generale e le arringhe della difesa e delle parti civili costituite in giudizio. E a sfruttare tale occasione è stato uno dei difensori di Marcello Dell’Utri, l’avvocato Francesco Centonze, che, tra l’altro, ha affermato in aula: “Abbiamo assistito a una ritirata silenziosa dell’accusa dal contraddittorio, alla rinuncia sostanziale a confutare le nostre argomentazioni. Siamo di fronte all’eterno ritorno dell’uguale: si possono fare processi penali cambiando la storia, gli attori e le fonti? In questo processo riecco il concorso esterno e il patto politico – mafioso per cui Marcello Dell’Utri è già stato assolto. Di fatto sono 25 anni di processi in cui si ritorna al punto di partenza”. E poi Centonze ha aggiunto: “Invece di uscire dal suo cantuccio, la Procura Generale preferisce restare nella sua zona di conforto. Le argomentazioni dell’accusa sono deduzioni prive di dimostrazioni, insomma si guarda il dito e non la luna. La Procura Generale ci ha intrattenuto su una analisi direi sociologica, casistica e aneddotica sul messaggio mafioso, ma non ha citato fatti, testimonianze o documenti relativi a questo processo”.

E poi, in riferimento al ruolo di Berlusconi, l’avvocato Centonze ha aggiunto: “Il Governo Berlusconi si è opposto a provvedimenti favorevoli all’organizzazione mafiosa e questo emerge documentalmente dalle carte della Presidenza del Consiglio depositate al processo. Quanto a Berlusconi vittima della minaccia che la mafia gli avrebbe fatto tramite Dell’Utri, mai avevo sentito l’accusa dileggiare la vittima di un reato. Ne deduco che Berlusconi non goda dell’apprezzamento della Procura Generale ma, di più, dileggiando l’ex premier, è la stessa Procura a disconoscerne il ruolo di vittima, altrimenti non ironizzerebbe su di lui. Il nostro problema – ha concluso l’avvocato – non è come la minaccia mafiosa si eserciti in generale. Il nostro problema è se Marcello Dell’Utri ha minacciato o no Silvio Berlusconi su indicazione della mafia, o se Vittorio Mangano ha incontrato Dell’Utri e ha portato a Dell’Utri il messaggio della criminalità organizzata su input di Brusca o Bagarella. Rispetto ai fatti dell’imputazione la Procura Generale impone il silenzio”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

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