“Trattativa”, a difesa di Subranni

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Proseguono le arringhe difensive al processo d’Appello sulla presunta trattativa tra Stato e mafia all’epoca delle stragi. L’intervento dei difensori del generale Antonio Subranni.

Lo scorso 7 giugno, al processo di secondo grado in corso innanzi alla Corte d’Assise d’Appello di Palermo nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta “trattativa” tra Stato e mafia all’epoca delle stragi, la Procura Generale, a conclusione della requisitoria, ha invocato la conferma delle condanne inflitte in primo grado il 20 aprile del 2018. E dunque, tra gli altri, 12 anni di reclusione a carico del Generale dei Carabinieri del Ros, Antonio Subranni. Ebbene, adesso, a difesa di Subranni, è intervenuto l’avvocato Cesare Placanica, già difensore di Massimo Carminati, e che, arringando dopo il collega del collegio di difesa, l’avvocato Fabio Ferrara, tra l’altro ha affermato: “La sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia? Un bel libro di inchiesta, che si legge molto bene, con tante intuizioni, illazioni e mistificazioni. E non è con queste che si fa il processo. Secondo la sentenza impugnata, il generale Subranni avrebbe ideato la trattativa, un anno prima delle stragi del 1992, per salvare la vita del ministro Calogero Mannino. Il grande assente in questo processo è la prova, e la sentenza si basa solo su ragionamenti logico-deduttivi. Ed è però un ragionamento non accolto nel processo che ha visto assolto, in modo definitivo, lo stesso Calogero Mannino”. E poi l’avvocato Placanica ha aggiunto: “I collaboratori di giustizia raccontano solo frottole. Così come Francesco Onorato, o Giovanni Brusca. Brusca non si può credere per l’amoralità che ha avuto nella sua vita. Lui passeggia libero per la promessa di impunità che permette ai pentiti di raccontare storie, e lui cambia versione quando capisce che potrebbe essere scoperto. E non c’è bisogno che io ricordi quali atrocità, al limite dell’umano, è stato capace di commettere quest’uomo, oltre alla strage di Capaci”. E poi, in riferimento al dialogo che sarebbe stato avviato dai Carabinieri del Ros con Vito Ciancimino, Cesare Placanica ha replicato: “Le ‘coperture politiche’ che il Ros cercava nel comunicare quel contatto con Vito Ciancimino erano solo per avere ‘spazio di autonomia’ nel loro operato per la ricerca di latitanti e nell’utilizzo dei confidenti”. Poi l’avvocato si è soffermato sulle parole di Agnese Piraino Leto, moglie di Borsellino, secondo cui il marito, la sera del 15 luglio, quattro giorni prima della strage di via D’Amelio, le rivelò che gli avevano confidato che Subranni era “punciuto”, ovvero affiliato alla mafia. E Placanica è intervenuto così: “Queste parole sono dolorosissime per il mio assistito, peraltro dette a distanza di anni. Non sappiamo chi avrebbe detto quelle cose a Borsellino. Spero che non siano state dette su qualche spinta suggestiva. Certo è che il loro valore è neutro”. E poi, ancora, in conclusione, nel merito del presunto ‘papello’ di Riina, ovvero le richieste allo Stato in cambio della cessazione delle stragi, l’avvocato Fabio Ferrara ha controbattuto: “La prova che Riina avrebbe inviato le sue richieste ricattatorie la si fa ricondurre ad un comunicato emesso dai Carabinieri nel momento dell’arresto di Riina. Qui si parla di trattativa. Ma sono questi elementi di prova che possono dare una solidità all’accusa? C’è una illogicità diffusa nella sentenza che si scontra con la realtà dei fatti”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

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