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Un uomo.
Un uomo tra gli uomini, ma con la responsabilità di un ruolo così delicato sulle spalle. 
Nel suo abito bianco, senza cappotto, a piedi, affaticato, solo e sotto la pioggia incede in una piazza (San Pietro) vuota come mai era stata, fin dove si spinge il ricordo.
Papa Francesco ieri ha raccolto in preghiera tutto il mondo, anche chi forse sta in quello spazio compreso tra il non credere e il perché non crede.
Un’ora in mondovisione, in cui ha raccontato a noi, quello che noi tutti stiamo attraversando in questo periodo. Tutti collegati, a mezzo Tv e social network per seguire una diretta al calar della sera, in quel momento dell’anno in cui la bella stagione pone il meriggio a custodia di un tempo mite che verrà, ma che ancora non si è deciso.
Il vescovo di Roma, con tutto il carisma di cui è dotato, parla così ad una piazza vuota, alla luce delle fiaccole, con le tv di tutto il mondo che riprendono il suo viso e le sue parole, e quel suo discorso rieccheggia nel vuoto di un luogo che è anche quello spazio che è dentro ognuno di noi, che spesso anche nel silenzio, sa di essersi smarrito.

Un discorso quello di Papa Francesco che non è solo un discorso religioso, da fare a chi la domenica si accalca in preghiera e colmo di fede in quella piazza per l’Angelus, ma un discorso che tocca tutti; perché quella che doveva essere semplicemente un’omelia, un commento al vangelo di Marco, si è trasformata in un discorso etico, morale, a tratti politico e di altissima levatura.

Un messaggio buono, un esempio di come si può essere caritatevoli verso gli altri senza gesti plateali, e anche solo con una manciata di parole.

Perché avete paura? 
Queste le parole tratte dal vangelo di Marco, che racconta di quando i discepoli scesa la sera, in mare nell’incertezza più assoluta, si sentono impauriti e smarriti, allarmati e disperati.
Ecco, sulla paura e su come tenga in ostaggio le nostre vite in questo tempo di pandemia, che si impernia quella omelia di ieri pomeriggio, di un Papa che si fa fratello di tutti, in un momento in cui ci sente avvolti dalla notte, senza il punto di riferimento quotidiano dato da una normalità che si è data sempre (forse troppo) per scontata; fatta di progetti, di abitudini e di priorità non sempre ben a fuoco; e adesso lo sappiamo. Siamo andati avanti sempre sentendoci forti, invincibili e capaci di tutto. Ed ora siamo stanchi, incapaci e realmente smarriti. Ma come il buon pastore, il Papa ci dice che “nessuno si salva da solo” e ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza, capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare.

Poi il papa riprende il filo del Vangelo e racconta che è l’atteggiamento di Gesù che sconvolge i discepoli. Lui dorme, è sereno, non ha paura. Lui ha fede nel Padre.
Papa Francesco parla a tutti, raccontandoci quando noi si sia vulnerabili, incapaci di gestire un tempo nuovo, nelle avversità.

Ma c’è un passaggio di quell’omelia così madida di sentimento, di pietà e di consolazione che lascia il mondo cattolico e laico sospeso in una commozione difficile da trattenere:

“Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli”. 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?»
No, abbiamo perso tutto, forse anche quella.
Ma avere fede significa avere fiducia, essere capaci di “affidarsi” a Dio (per chi crede) e all’altro per chi riesce ancora a ricordare quanto bello possa essere che qualcuno ti tenga per mano quando scende la sera e la strada si fa impervia. Quella fiducia che è un bene imprescindibile nei rapporti umani e che adesso affidiamo a medici, forze dell’ordine, scienziati e politici, affinché insieme si possa traghettare il futuro in un posto sicuro, più confortevole e degno di speranza.

Tutti insieme, perché saremo anche tutti lontani, ma dovremo continuare ad interessarci all’altro, perché abbiamo bisogno dell’altro e perché ha ragione Papa Francesco, nessuno si salva da solo.

E così sia

Simona Stammelluti  

 

Un po’ come nei film romantici, sul più bello arriva la proposta di matrimonio. Ma in questo preciso caso è tutto vero. Mentre la cinese He Zi è sul podio, con al collo la medaglia che spetta al secondo classificato, le arriva, inattesa, una proposta di matrimonio con tanto di anello

Una giornata proprio fuori dal comune per la cinesina. Chiusa con un secondo posto la finale del trampolino di 3 metri, vede arrivare il suo fidanzato Qin Kai, tuffatore anch’egli, campione olimpico a Pechino.

La scena, in mondovisione, è quella di un uomo innamorato che in ginocchio, pronuncia il discorso alla sua amata, che tra gli applausi compatti, risponde che “sì, vuole sposarlo”, e poi si slancia in un abbraccio, senza però baciarlo.

Dopo aver ricevuto l’anello, pegno di un amore che sfocerà presto in un “e vissero felici e contenti”, He Zi è scoppiata a piangere, lasciando così andare l’incontenibile emozione. Subito dopo sono state le sue colleghe atlete ad abbracciare lei, congratulandosi con la stessa, in un momento per lei “doppiamente” felice.

Un fuorionda emozionante anche per chi era sul posto o davanti alla Tv, considerato che dalla scatola infernale escono molto spesso notizie che fanno sì piangere, ma non certo di gioia e di contentezza. Per cui vedere due ragazzi che si promettono “amore eterno” davanti al mondo, lascia ben sperare in un futuro nel quale l’affetto e le cose “sane” come lo sport, possano spazzar via un odio che sta riducendo a brandelli un paradiso terrestre, ormai perduto.

Simona Stammelluti