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Di questo film, la storia di Federica Angeli – la giornalista di La Repubblica che ad oggi ancora vive sotto scorta perché minacciata dalla mafia di Ostia – avrebbe potuto benissimo farne a meno. Un film che non solo è privo di pathos ma che non rende assolutamente giustizia al coraggio della Angeli, al carattere della giornalista d’inchiesta e alla tenacia del suo vivere.

Un film quello di Claudio Bonivento, assolutamente didascalico, semplicistico, fatto di frame incollati; un’accozzaglia di momenti, messi insieme come se si dovesse portare a casa un compitino. Una Claudia Gerini nel ruolo della Angeli che probabilmente ha fatto del suo meglio, mentre mima una vita che è difficile da trasportare in un film se non sorretta da una sceneggiatura solida, e che invece in questo caso fa acqua, ha degli enormi buchi nel racconto, rendendo non credibili alcuni dialoghi, e banalizzando quelle situazioni drammatiche che hanno visto Federica Angeli sfidare, nella realtà, il clan degli Spada.

Pur conoscendo molto bene la storia della Angeli – sulle cui vicende ho scritto  tanti articoli, nella piena volontà di dare il giusto rilievo ai fatti, alla verità, alla vita della giornalista – mi sono immedesimata in chi quella storia non la conoscesse affatto. Anche la malavita è raccontata in maniera poco incisiva nel film e mi domando perché la Angeli, che ha collaborato alla stesura della sceneggiatura non si sia ribellata a quelle scene così misere, semplicistiche. Mi riferisco ai momenti clou della storia, quando per esempio viene sequestrata, minacciata di morte, e quando le viene intimato di lasciar perdere. E quello è uno dei momenti più toccanti che sono accaduti, quando la giornalista ha raccontato la sua vicenda nelle scuole, o durante i convegni. Momento toccante quando lo ha raccontato alle TV in innumerevoli trasmissioni.

Già il libro – che merita un plauso sicuramente perché è un documento di denuncia – mi era apparso particolarmente romanzato. E dunque questo finale – il film intendo – diventa un inutile tentativo di osannare la donna, non il suo ruolo nella vicenda. E se si pensa che il film è tratto da una storia vera, mi viene da dire che se ci fosse stato un “liberamente tratto” nei titoli di coda, sarebbe stato  meglio.

Il film ha l’aspetto di una fiction figlia di mamma Rai, di quelle da prima serata di fine stagione.
Il film non a caso è stato prodotto dalla società di produzione Laser Digital Film insieme a Rai Cinema. Le performance attoriali sono scarse, forse anche perché le parti assegnate non erano adeguate. Francesco Pannofino relegato in quattro battute nel ruolo del caporedattore, Francesco Venditti che interpreta il ruolo del marito della Angeli, che non convince neanche nella scena di sesso quando fa una sorta di “agguato” a sua moglie che rientra a casa tardi prima delle vicende che la renderanno nota alle cronache.  Lo stesso Mirko Frezza, sguaiato ma non credibile nel ruolo del boss.  E’ un film claustrofobico anche per i set che sono stati utilizzati, e per le luci.

Il film si svolge tra l’appartamento della Angeli, la redazione del giornale e il giardinetto dove i figli della giornalista sono soliti giocare. Non si vede cosa accade ad Ostia, non si vede Ostia. Una sola scena del mare e due passaggi, che dovrebbero raccontare la malavita: giornali bruciati ad una edicola e la richiesta del pizzo alla proprietaria di un bar che – non si può non notarlo – ha una somiglianza spaventosa con quella che è stata per molti anni, la sostenitrice numero uno della Angeli nella vita vera. La mafia ostiense, banalizzata con un film, per non parlare dei carabinieri che tentano di dissuaderla da sporgere denuncia verso chi l’ha minacciata di morte.  Non si vede la vita nella redazione, non si vede cosa pulsa nella città di Ostia, non si raccontano la paura, l’omertà, i giri spietati tra le fila dei colletti bianchi; insomma … mancano intere tappe che erano invece necessarie per la riuscita del film. La semiotica del testo filmico ridotta all’osso. Il film parte con una anacronia, una analessi a caso,  per poi tuffarsi in un incipit in medias res così banale da non essere credibile.

Neanche la fotografia è degna di nota. I colori sono cupi, i volti sempre per metà in ombra, ma non è certo quello che rende la suspense che, nella pellicola è pressoché assente. Non esiste un campo contro campo, è tutto realizzato in maniera statica, per non parlare della voce fuori campo che banalizza alcuni momenti che invece andavano sottolineati e messi in scena.

Chi conosce la Angeli non la riconoscerà mai in questo film.  Troppo perfettina come figlia, moglie, madre, che sta al posto suo in maniera mansueta quando le tolgono l’indagine, che ha coraggio sì, ma quasi con il freno a mano tirato. Lei, che invece è una che ruggisce, che le sue paure se le mette in tasca e che sa fare bene il suo lavoro e che è una determinata, che punta l’obiettivo, costi quel che costi.

Nel film non vi è traccia di quello che accade sui social, per esempio, dove molto di questa vicenda ha avuto corso, ma si da fa però una vera e propria sponsorizzazione all’associazione #noi che ormai segue e sostiene la Angeli da diversi mesi. Mi è sembrato fuori luogo anche il passaggio delle foto di famiglia (quella vera) alla fine del film come se si avesse necessità di ribadire che quella storia era la sua, proprio la sua, a scanso di equivoci.

Insomma,  A Mano Disarmata non appare un’opera all’altezza dello scopo che risiede senza dubbio, nell’impegno civile e nel documento di denuncia, circa una condizione che affligge molti giornalisti italiani ad oggi sotto scorta.

Simona Stammelluti 

Ci pone una domanda Federica Angeli, la coraggiosa giornalista di La Repubblica, che vive da oltre 1700 giorni sotto scorta, minacciata da Armando Spada contro il quale ha testimoniato pochi giorni fa.

Chiede aiuto a tutti noi, ai suoi seguaci, ai giornalisti, alla gente comune, affinché tutti insieme si possa dire ai cittadini di Ostia, che non sono soli, che se hanno bisogno di rinforzi, noi ci siamo. Sì, perché ieri, è partito il processo contro il clan Spada, ma le vittime non si sono presentate in aula, non vi è stata nessuna costituzione di parte civile. A parte Regione Lazio, Comune di Roma, le associazioni antimafia Libera, Caponnetto e Ambulatorio Antiusura Onlus nessuna associazione di Ostia si è presentata al processo.

C’è senza dubbio un muro di omertà che soffoca la libertà di questo territorio. La parte buona della città di Ostia diserta l’aula, non accoglie neanche l’accorato appello del Santo Padre della scorsa domenica, che ha incoraggiato ad “aprire le porte alla giustizia e alla legalità“.

Le ragioni di questa assenza collettiva, risiede nella paura, così come sottolineato dal Pubblico Ministero durante il processo, risiede nel fatto che la pericolosità criminale non si è placata con gli arresti, risiede nella sfiducia, forse anche nella rassegnazione.

E se dai social però son tutti “coraggiosi” mentre si lanciano in definizioni di cosa sia la mafia, mentre si lamentano dell’etichetta affibbiata a Ostia, mentre si dicono tutti solidali con chi ha subìto le minacce della malavita, ieri l’aula del tribunale non ha potuto accogliere coloro che avrebbero potuto e dovuto  – perché parte lesa – andare e parlare, una volta per tutte;  hanno preferito star zitti, essere assenti.

Lei no, Federica Angeli parla, perché lei con la paura ha imparato a convivere, l’ha messa a tacere, perché la sua ridotta libertà di movimento non le toglie la libertà di difendere la legalità, con al sua penna e con quel coraggio che tutti dovremmo avere.

Dite cosa avreste fatto voi, al loro posto – chiede la Angeli dalle pagine di Twitter. Bella domanda; perché a parole siam tutti bravi, ma ci saremmo alzati, per andare in quell’aula, ieri?

Se davvero in questi anni, siamo stati sinceri, abbiamo sostenuto con consapevolezza Federica Angeli, le sue battaglie e i suoi insegnamenti, se davvero abbiamo gridato insieme a lei che la mafia è una montagna di merda (Cit. Peppino Impastato) che si vince “a mano disarmata“, allora avremmo dovuto affollare quell’aula, avremmo dovuto denunciare, e sostenere chi ha subìto i soprusi che si trasformano in schiavitù, quando non ci si libera dal peso  delle prepotenze, come ribadiva Papa Francesco solo pochi giorni fa.

Fa bene la Angeli a chiederci cosa avremmo fatto, visto che in quell’aula quando si è girata, ieri, -perché lei c’era malgrado i giornalisti non fossero proprio i benvenuti – non ha visto nessuno. Ha ragione la Angeli a spronarci a chiederci da che parte stiamo, veramente; ha ragione ad incoraggiarci a parlare con i suoi followers, perché la legalità è quella libertà irrinunciabile che dovremmo aiutarci reciprocamente ad avere, a riavere se l’abbiamo perduta e a difendere.

E allora  sì ci siamo, se la parte sana di Ostia ha voglia di parlare, di non stare più zitta, di entrare in quell’aula di tribunale, ci saremo…nessuno sarà lasciato solo. Lo Stato ad Ostia è arrivato, che i cittadini facciano la loro parte, adesso.

E se oggi Federica Angeli rinuncia a presentare ad Ostia il suo libro #amanodisarmata, dopo giorni e giorni di tour in tutta Italia – è perché è stanca proprio di questo comportamento; è stanca di sentirsi chiamare “eroe”, è stanca di applausi e di sentirsi dire “sei tutti noi”. Quel sostegno che in tanti professano, è venuto meno, ieri.

Era questo il momento di alzare la testa, ma non è stato fatto” – dice Federica Angeli, e allora ci auguriamo che la sua provocazione, la sua scelta, e quella domanda rivolto alla collettività dalle pagine del social, possa essere un vero esame di coscienza un po’ per tutti, che idealmente, in quell’aula di tribunale ci dovremmo entrare per dire, senza paura, da che parte stiamo.

 

Simona Stammelluti

Ci voleva un gesto che facesse simpatia a tutti, ma proprio a tutti, anche a quelli del PD messi in punizione fino a data da destinarsi. Ma il gesto di simpatia, che poi è un gesto di puro marketing politico – per chi mastica la materia – ossia la bella foto che ritrae Fico che scende da un autobus, non è sicuramente lì a caso, soprattutto considerato lo sdegno, il rigurgito acido e l’insurrezione di una parte degli elettori che lo scorso 4 marzo hanno votato per il Movimento 5 Stelle sull’onda dello slogan “nessun inciucio, tutti a casa“; perché è da un paio di giorni che quegli stessi elettori inondano i social pubblicando a tutto gas, quel video patchwork nel quale in una lunga carrellata si sente forte e chiara la voce dei grillini che ripetono quelle parole, per poi rimangiarle replicando con un “siamo aperti al confronto, parleremo con tutte le forze politiche, è stato un voto per poter avere Fico come presidente della Camera“.

Che poi a dirla tutta questa parte di elettorato fa un po’ tenerezza, considerato che in politica i compromessi, gli accordi, i patti è quasi impossibile non farli, soprattutto quando diviene necessario uscire da alcune empasse che fermano quelle fasi fondamentali del percorso di una legislatura. Quelli dei 5 Stelle  – i furbetti del movimento – lo sapevano che quelle parole avrebbero attecchito, e pure bene; loro, a differenza di quelli che oggi incominciano ad indignarsi, lo sapevano bene che quelle erano le dinamiche della politica, semmai avessero governato. Dunque si torna sempre allo status quo ante. Se alcune domande ce le si fosse poste a monte, se si conoscesse la materia un po’ di più, oggi non ci sarebbe tutto questo meravigliarsi ed indignarsi…e ancora non abbiamo visto nulla.

Per cui ad oggi poco varranno i: “pensavo fossero diversi”, “avevano detto che mai con Berlusconi”, perché che piaccia o no – e qui gli elettori del Movimento 5 Stelle dovranno farsi piacere tutto, ma proprio tutto, a meno che non si mettano a pregare che accordatisi su una nuova legge elettorale, si vada nuovamente al voto – loro hanno vinto, e devono governare, devono far vedere quello che sanno fare e quel “fare”, va ben oltre la foto di Fico che scende da un autobus.

Certo è che fanno sorridere e non poco quei video in cui l’odio e il disgusto che Di Maio esternava verso Salvini e viceversa, si sia trasformato, nel giro di poche ore, in una pacifica convivenza, o forse dovrei dire in un “tango” nel quale ci si appassiona al ruolo, a quel ruolo che fa gola  a tutti, e allora va bene che ci si rimangi tutto, tanto loro sapevano come sarebbero andate le cose, perché seppur non avranno la competenza del “fare”, sono tutti furbi abbastanza per sedere su quelle sedie.

E mentre si salvano e si conservano le foto dell’ormai famoso murales realizzato a  Roma da un artista di strada palermitano, esponente del movimento “Neo Pop” che ritrae il bacio tra Di Maio e Salvini – fatto cancellare alla velocità della luce dall’amministrazione Raggi (magari avesse fatto chiudere le buche sulle strade con la stessa solerzia) – che tanto ricorda il murales di Berlino che ritraeva il bacio fraterno tra Erich Honecker e Leonid Brezhnev, il marketing politico del Movimento 5 Stelle muove i suoi passi e punta tutto sulla foto di Fico, sorridente che si mostra uomo tra gli uomini, come Gesù Cristo prima di finire sulla croce e che prende i mezzi pubblici (sempre che circolino in orario e fuori dagli scioperi).

E si lasci stare il fatto che molti degli esponenti del M5S non hanno conseguito una laurea o che hanno lavorato in un call center, non è questo che importa. Ci sono persone validissime senza laurea, mi viene da pensare a Valter Veltroni, che è stato direttore dell’Unità, e poi vicepresidente e ministro nel governo Prodi, fu Sindaco di Roma, e i risultati ottenuti nella valorizzazione ed il recupero dei beni culturali su tutto il territorio nazionale, sono stati riconosciuti anche all’estero. Per questo non è la mancata laurea  di qualcuno, ma la mancanza di un pensiero politico, di un’idea propria che esca dalla loro bocca senza essere stati prima indottrinati come se ci fosse una sola risposta contemplabile, nella miriade di domande plausibili.

Non siamo come quelli del Fatto Quotidiano che vomitano parolacce ed improperi perché usare quel tipo di intercalare contro gli altri, contro il Pd forse, da loro una forza che non riescono a trovare altrove. Noi, dalle pagine del nostro giornale, vogliamo sottolineare anche qualcosa che in queste ore sfugge, ossia che quelli del M5S non sono angeli scesi dal paradiso per liberarci dal fuoco dell’inferno. Sono quelli che tra di loro hanno Dessì, sono quelli del bluff, del “Dessì ha rinunciato” e poi dell’imbarazzo di Di Maio. Emanuele Dessì, finito sotto accusa per il canone di 7 euro della casa popolare in cui era in affitto e per il filmato che lo ritraeva insieme a Roberto Spada. Difficile oggi non sapere chi siano gli Spada, la malavita, la mafia su Ostia. La stessa Ostia dove i balneari puntarono sull’appoggio dei 5 Stelle, per intralciare il lavoro di Sabella alla lotta al sistema degli abusi edilizi sulle spiagge e delle concessioni balneari irregolari. A parlare sono le intercettazioni in cui Balini e Papagni tramano per sabotare gli interventi sui lidi abusivi, e che  potete leggere se vi va, su La Repubblica a firma di Federica Angeli, che vive e resiste ad Ostia, che ha bisogno della scorta per non morire, dopo essere stata minacciata da quella stessa mafia locale.

E che non si dica sempre “Però il Pd” perché il Pd è fuori dai giochi, e un po’ di penitenza non gli farà male, sopratutto perché ha bisogno di tempo per capire quali errori siano stati commessi e soprattutto come rimediare, per non permettere che l’incoerenza e il potere del marketing, trascinino questa Italia, in una sete di sangue e ad un punto senza più ritorno.

Che poi siamo sempre alle solite. Siamo tutti bravi quando dobbiamo difendere quel che è nostro, ma alla fine siamo un popolo che non vuole cambiare, forse, perché vogliamo l’onestà altrove e poi però continuiamo ad essere quelli che non pagano le tasse, che parcheggiano al posto degli invalidi, che sorpassano con la doppia striscia continua e che aggrediscono gli altri, perché signori, a parlare civilmente, non siamo abituati più.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 


Sembra ieri quel 23 maggio del 1992: 25 anni fa Giovanni Falcone aveva da poco saputo che sarebbe stato il procuratore nazionale antimafia, uno scenario quello, che all’epoca dei fatti faceva ancor più paura, perché con quel nuovo incarico il giudice diveniva ancor più pericoloso e i suoi nemici lo sapevano. Quei nemici che non erano solo i “mafiosi”propriamente detti. Che poi andrebbe capito per davvero di che mafia si parla. Certo non la manovalanza, non la malavita locale che innescò il tritolo sull’autostrada di Capaci.
Quella mafia che un tempo era relegata alle terre del sud e che da sempre prende nomi diversi pur utilizzando lo stesso codice, quella mafia che ha rotto ogni confine, che ha cambiato continuamente forma e natura, che si è modificata, si è infiltrata, si è messa il vestito buono per mimetizzarsi in maniera impeccabile in tutti gli ambienti, perché il potere resta la migliore posta in gioco e il mondo è abitato da corrotti e corruttibili.
Sembra una vita fa, quel 23 maggio. Chissà cosa sarebbe accaduto se Giovanni Falcone non fosse stato assassinato. Difficile dirlo. Lui, convinto che la mafia non fosse invincibile, che come tutti i fenomeni umani, avrebbe avuto una fine. Lui, consapevole in vita di essere un morto che camminava, che sapeva per certo che ad ucciderlo non sarebbe stato il fumo, lui consapevole di essere un bersaglio scomodo e di avere un destino segnato, lui che non si sottrasse mai alla morte ma non fu certo un martire. Morì amando la vita, difendendo la verità con il lavoro e il sacrificio.
Le parole strage, attentato oggi fanno paura come allora.
Oggi i giovani che hanno l’età che io avevo all’epoca della strage di Capaci, hanno forse più mezzi di quelli che avevano quelli della mia generazione per capire i meccanismi della mafia e per prendere le distanze da essa. Mafia Capitale è solo uno dei tanti nuovi volti della mafia, che si annida davvero in molti dettagli del quotidiano, anche se a volte facciamo finta di non vedere, ci tappiamo orecchi e bocche, ci giriamo dall’altra parte perché è più comodo così. C’è la mafia ad Ostia, e ci sono voluti tanti altri “sacrifici” e massicce dosi di coraggio per smascherare realtà ben nascoste nei piani alti di palazzi di potere.
La lotta alla mafia dovrebbe essere costante e partire sempre dal basso. Ci potranno essere altri cento Giovanni Falcone, ma se non impariamo a riconoscerla, la mafia, alcuni sacrifici saranno stati vani. E non dimentichiamo che ad oggi ci sono altri magistrati e tanti giornalisti che rischiano di saltare in aria perché la mafia la guardano in faccia, la raccontano, la scovano, scavando a mani nude proprio lì dove in molti si sono girati dall’altra parte, proprio lì dove ci sono realtà inquietanti.
Nella confusione di alcuni eventi e in momenti storici propizi, nasce il marcio anche dove non dovrebbe. Non ci dimentichiamo che esistono sì associazioni antimafia, ma ne esistono anche di finte. E allora come si fa a capire da che parte stare, se a volte la verità si nasconde nelle rughe di volto che dovrebbe rappresentare la legalità?

Quando conobbi per la prima volta la giornalista di Repubblica Federica Angeli, a tutt’oggi sotto scorta perché ripetutamente minacciata, lei mi disse queste parole a bruciapelo: “La mafia si fa strada ogni volta che si chiede un piacere a qualcuno che conta, ogni volta che pretendiamo di passare avanti agli altri, ogni volta che siamo disposti a ricambiare un favore mentre sappiamo che quel favore non era proprio lecito, ogni volta che sappiamo che da qualche parte qualcosa non va come dovrebbe, ma facciamo finta di non aver visto e di non aver sentito perché è più comodo così”.
Dovrebbero scriverne un decalogo con queste parole della Angeli e appenderle nelle scuole. Dovremmo essere capaci di educare le nuove generazioni alla legalità, sostenendo la cultura, ed è questo che Falcone voleva, era questo che credeva possibile come arma contro la mafia.
Esiste un “mondo di mezzo”, che andrebbe raso al suolo. Prendere una posizione ferma e di coraggio è oggi più che mai un passo fondamentale, prima che si sia costretti a dire che “il tempo passa, la mafia resta”.
Ma sembra che le coscienze si smuovano solo all’occorrenza, nelle occasioni che ci ricordano che la mafia è una montagna di merda (Peppino Impastato).

Solo all’occorrenza ci si mobilita, si aderisce ad iniziative, si alzano bandiere a lutto, si è sensibili, ci si commuove e si piange. Si grida all’atto ingiusto. Tutto dopo, però.
Come se la spinta a fare qualcosa, a capire che non si può più stare ad aspettare, inermi, che le cose cambino, sia sempre un “atroce accaduto”. La mafia non attende inerme.
Attende solo i momenti propizi.
Studia le sue mosse, rendendole significative, e prepara gli attentati.
Mai a caso.
Mai in un luogo a caso.
Mai in un giorno a caso.
Perché il terrore, la mafia lo semina “a fuoco”, lasciando cicatrici nella vita sociale, che nessuna chirurgia estetica potrà mai nascondere.
Simona Stammelluti


E’ dalla pagine di Repubblica che Federica Angeli, colei che scrive con tenacia, coraggio e precisione quasi chirurgica sulla malavita di Ostia, torna a denunciare quello che “continua” ad accadere, malgrado i riflettori, i processi e le condanne agli Spada.
Ci si domanda come mai tutto continui a scorrere come se nulla fosse, come se fossero più forti di tutto e di tutti, come se nulla possa ostacolare un percorso che mira – così come si legge nell’inchiesta – a mettere in trappola, gli imprenditori in difficoltà.
Una guerra troppo grande? A leggere le parole della Angeli e di Enrico Bellavia, che hanno fatto quello che sanno fare bene e che si chiama denunciare, sarà anche una guerra, ma se è vero che vince chi non molla, qua la Angeli non ha nessuna intenzione di mollare. Ricordiamo che Federica Angeli vive ormai da 3 anni sotto scorta, ma questa condizione non l’ha certo dissuasa dal “lasciar stare”, perché lei queste parole non le conosce proprio, non le contempla nel suo vocabolario di vita, nel quale spiccano a caratteri cubitali le parole verità e giustizia.
Ma veniamo ai fatti. I fatti accadono ad Ostia, dove convivono i clan degli Spada e dei Fasciani, e dove nell’arco di un anno, ci sono stati sei casi di imprenditori che, trovatisi in difficoltà, sono finiti nella trappola di chi voleva “aiutarli”, ma che alla fine si sono ritrovati tagliati fuori dalla malavita, che si è impossessata delle loro proprietà.
Ma cosa accadeva nel dettaglio? Come si legge nelle pagine di Repubblica, gli imprenditori in difficoltà, in un momento di crisi, venivano avvicinati da un broker che prometteva loro un prestito, che però non arrivava. Ma arrivava il “consiglio” di affittare l’attività, nell’attesa di un periodo di nuova liquidità. Iniziavano così le storie disperate dei proprietari di bar e negozi, ma finiva che “quelli lì” si piazzavano dentro e si impossessavano di tutto…ma proprio di tutto. Quale modo migliore di riciclare il denaro sporco, derivante da innumerevoli attività illecite perpetrate sul territorio? Il territorio è sempre quello dove si deve sempre sapere “chi comanda” e comanda chi sa ripulirsi, chi sa mostrare una buona facciata, perché quel che c’è dietro si sa come nasconderlo.

Si ricordi il caso del tentativo di esproprio del lido Orsa Maggiore, sempre ad Ostia, denunciato dalla Angeli e da Repubblica. Quello fu l’inizio di una tomba scoperchiata che portò alla luce i rapporti tra malavita locale e politica.
E adesso il sistema si è rimesso in moto. La scorsa estate un imprenditore, che possiede dei bar, in un periodo di crisi, concentra le sue energie sul locale che più ha prestigio e che quindi può portare più frutto. Chiede un prestito ad una banca locale, che però con mille pretesti, gli nega il denaro per risollevare le sorti delle sue attività. Qualcuno gli suggerisce una soluzione, e così l’imprenditore si ritrova a colloquio con il titolare di una agenzia immobiliare “tuttofare”, che si occupa di mutui online, disbrigo pratiche, prestiti anche in condizioni difficili, insomma la persona ideale per risolvere ogni problema.
Negli uffici dell’Immobiliare c’è anche Armando Spada – già condannato a 5 anni e 8 mesi in primo grado per corruzione aggravata dal metodo mafioso nella vicenda Orsa Maggiore – che all’inizio promette e poi frena. L’imprenditore scalpita perché vuole risolvere la questione, ma la questione la risolvono loro, a modo loro: convincono l’imprenditore, ormai stremato da tutta la vicenda, a cedere il bar, a darlo in gestione, “giusto il tempo di riprendersi” – dicevano loro. L’imprenditore accetta, il canone di locazione è di 1800 euro a settimana.
Alla stipula del contratto ci sono un certo “Aldo” e lo stesso Armando Spada. Dal bar non usciranno più e quando l’imprenditore va a reclamare ciò che gli spetta si sente dire che soldi non ce ne sono e che lì comandano loro. Riceve poi due assegni scoperti. L’imprenditore prova con le vie di legge. Lo sfratto messo in atto non va a buon fine, a causa di cavilli. L’imprenditore sembra non capire con chi ha a che fare. E allora gli schiariscono le idee. Qualche giorno dopo, la Finanza chiude un altro bar dell’imprenditore perché definito malfamato, considerato che durante un blitz vengono trovati al suo interno dei pregiudicati.
L’imprenditore capisce di essere finito in trappola, così come anche altri suoi 5 colleghi. Non resta che denunciare. L’indagine è partita e anche questa volta si andrà fino in fondo.
Simona Stammelluti


Stefano Costantini, caporedattore della Cronaca di Repubblica Roma, è senza dubbio la persona giusta alla quale porre qualche domanda a caldo, a seguito della sentenza di condanna con l’aggravante del metodo mafioso, per gli imputati nel processo di primo grado, circa l’illecita gestione degli appalti pubblici e delle concessione degli stabilimenti balneari del litorale di Ostia.
D: Dott. Costantini qual è stato il primo pensiero che le è venuto a far visita appena ha appreso della sentenza?
R: Sono stato doppiamente contento, sia come cittadino che come giornalista. E’stata una sentenza importante, che ha ad oggi un peso ancor più significativo considerato che per la prima volta viene riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso ad Ostia, e che dunque è una conferma che ad Ostia c’è la mafia. Tra l’altro il comune di Ostia è commissariato e pertanto questa sentenza è molto, molto significativa.
D: Lei guida la redazione della cronaca di Roma e lavora ogni giorno fianco a fianco con Federica Angeli, la giornalista la cui inchiesta è stato il vero punto di partenza che poi ha condotto alla sentenza di poche ore fa. Com’è stata la prima conversazione tra di voi, subito dopo la sentenza?
R: C’era grande tensione, ma l’ho sentita molto soddisfatta, come era giusto che fosse. Il suo lavoro fatto con competenza e coraggio ha portato a questo risultato e la sua soddisfazione è stata anche la mia, che guido la redazione, e di tutto il giornale.
D: Dott. Costantini com’è lavorare con una professionista che ad oggi ha un grande seguito sui social, ha una grande notorietà, ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti per il lavoro svolto e per il coraggio che la contraddistingue?
R: Federica Angeli ha un carattere forte, è una persona solare, malgrado la situazione difficile che la riguarda. Non dimentichiamo che vive sotto scorta, che non è solo una giornalista di Repubblica, ma è anche una madre, pertanto la situazione è doppiamente difficile. Si lavora insieme con sinergia e con una perfetta gestione dei ruoli.


D: Mi viene da chiederle quanto importanti siano secondo lei, le inchieste come quella condotta dalla Angeli su Ostia, quanto importante siano sia per un giornale come Repubblica, che per il lettore.
R: Bella, domanda. Rispondo dicendole che non è solo importante; è corroborante, è un vero e proprio “carburante” per il lavoro che facciamo dedito alla notizia, alla verità e alla capacità che questi risultati hanno, di cambiare le cose. Inchieste svolte così come ha fatto Federica Angeli, danno proprio la misura dell’importanza del giornale, in un momento come questo, nel quale si legge meno, ma l’informazione è sempre più importante. Questi risultati, queste sentenze, servono a togliere ogni dubbio sull’importanza di fare bene questo lavoro, semmai qualche collega abbia ancora qualche dubbio. E poi non ci dimentichiamo che questi risultati possono davvero fare la differenza. Sono fondamentali per il cittadino, che può sentirsi incoraggiato a collaborare per la giustizia, comprendendo l’importanza della denuncia.
D: Dott. Costantini, lo sguardo sui fatti di Ostia dunque, è sempre stato molto alto, vero?
R: Verissimo. Come giornale siamo stati sempre sulla notizia, come nel caso della marcia contro la proroga del commissariamento del X Municipio, marcia nella quale hanno sfilato contemporaneamente i militanti di destra e di sinistra. E abbiamo preso una posizione forte, sulla vicenda, così come si evince dalla cronaca che abbiamo raccontato.
Ho ringraziato il Dott. Stefano Costantini per aver risposto alle mie domande per il Sicilia24h.it e dopo avergli augurato buon lavoro, ho realizzato quanto sia importante che alla guida di una redazione ci sia la persona giusta, che con competenza e lucidità mediatica gestisca giornalisti che, come Federica Angeli, ogni giorno danno l’esempio di come si possano “cambiare le cose”, così come il Dott. Costantini ci ha raccontato.
Simona Stammelluti

Stefano Costantini, caporedattore della Cronaca di Repubblica Roma, è senza dubbio la persona giusta alla quale porre qualche domanda a caldo, a seguito della sentenza di condanna con l’aggravante del metodo mafioso, per gli imputati nel processo di primo grado, circa l’illecita gestione degli appalti pubblici e delle concessione degli stabilimenti balneari del litorale di Ostia.

D: Dott. Costantini qual è stato il primo pensiero che le è venuto a far visita appena ha appreso della sentenza?

R: Sono stato doppiamente contento, sia come cittadino che come giornalista. E’stata una sentenza importante, che ha ad oggi un peso ancor più significativo considerato che per la prima volta viene riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso ad Ostia, e che dunque è una conferma che ad Ostia c’è la mafia. Tra l’altro il comune di Ostia è commissariato e pertanto questa sentenza è molto, molto significativa.

D: Lei guida la redazione della cronaca di Roma e lavora ogni giorno fianco a fianco con Federica Angeli, la giornalista la cui inchiesta è stato il vero punto di partenza che poi ha condotto alla sentenza di poche ore fa. Com’è stata la prima conversazione tra di voi, subito dopo la sentenza?

R: C’era grande tensione, ma l’ho sentita molto soddisfatta, come era giusto che fosse. Il suo lavoro fatto con competenza e coraggio ha portato a questo risultato e la sua soddisfazione è stata anche la mia, che guido la redazione, e di tutto il giornale.

D: Dott. Costantini com’è lavorare con una professionista che ad oggi ha un grande seguito sui social, ha una grande notorietà, ha ricevuto innumerevoli riconoscimenti per il lavoro svolto e per il coraggio che la contraddistingue?

R: Federica Angeli ha un carattere forte, è una persona solare, malgrado la situazione difficile che la riguarda. Non dimentichiamo che vive sotto scorta, che non è solo una giornalista di Repubblica, ma è anche una madre, pertanto la situazione è doppiamente difficile. Si lavora insieme con sinergia e con una perfetta gestione dei ruoli.


D: Mi viene da chiederle quanto importanti siano secondo lei, le inchieste come quella condotta dalla Angeli su Ostia, quanto importante siano sia per un giornale come Repubblica, che per il lettore.

R: Bella, domanda. Rispondo dicendole che non è solo importante; è corroborante, è un vero e proprio “carburante” per il lavoro che facciamo dedito alla notizia, alla verità e alla capacità che questi risultati hanno, di cambiare le cose. Inchieste svolte così come ha fatto Federica Angeli, danno proprio la misura dell’importanza del giornale, in un momento come questo, nel quale si legge meno, ma l’informazione è sempre più importante. Questi risultati, queste sentenze, servono a togliere ogni dubbio sull’importanza di fare bene questo lavoro, semmai qualche collega abbia ancora qualche dubbio. E poi non ci dimentichiamo che questi risultati possono davvero fare la differenza. Sono fondamentali per il cittadino, che può sentirsi incoraggiato a collaborare per la giustizia, comprendendo l’importanza della denuncia.

D: Dott. Costantini, lo sguardo sui fatti di Ostia dunque, è sempre stato molto alto, vero?

R: Verissimo. Come giornale siamo stati sempre sulla notizia, come nel caso della marcia contro la proroga del commissariamento del X Municipio, marcia nella quale hanno sfilato contemporaneamente i militanti di destra e di sinistra. E abbiamo preso una posizione forte, sulla vicenda, così come si evince dalla cronaca che abbiamo raccontato.

Ho ringraziato il Dott. Stefano Costantini per aver risposto alle mie domande per il Sicilia24h.it e dopo avergli augurato buon lavoro, ho realizzato quanto sia importante che alla guida di una redazione ci sia la persona giusta, che con competenza e lucidità mediatica gestisca giornalisti che, come Federica Angeli, ogni giorno danno l’esempio di come si possano “cambiare le cose”, così come il Dott. Costantini ci ha raccontato.

Simona Stammelluti

Ha vinto la verità, ha vinto la giustizia, ha vinto Federica Angeli e la sua tenacia.
Sono stati tutti condannati con l’aggravante dell’articolo 7 del “metodo mafioso” gli imputati nel processo di primo grado, circa l’illecita gestione degli appalti pubblici e della concessione degli stabilimenti balneari del litorale di Ostia

Sono passati più di tre anni da quando nella primavera del 2013, la giornalista di Repubblica, Federica Angeli – nota alle cronache per essere una testimone scomoda per la mafia e che a tutt’oggi vive sotto scorta – denunciava attraverso la sua inchiesta, coloro che oggi sono stati condannati con l’aggravante del metodo mafioso.
Condannato a 5 anni ed 8 mesi, Armando Spada, esponente dell’omonimo clan.
La pena maggiore, 8 anni e 6 mesi di reclusione, i giudici l’hanno inflitta ad Aldo Papalini,  ex direttore dell’ufficio tecnico del XIII Municipio, ritenuto il personaggio chiave dell’affidamento degli appalti pubblici a ditte compiacenti, per il quale i magistrati dell’accusa avevano chiesto una condanna a 17 anni e 6 mesi di reclusione.

Condannati anche Cosimo Appeso, luogotenente della Marina Militare a 5 anni e 5 mesi, sua moglie Matilde Magni e Damiano Facioni amministratore della società Bludream, entrambi condannati a 4 anni e 4 mesi. E poi ancora  8 mesi con pena sospesa, all’Imprenditore Angelo Salzano.

Gli imputati erano stati rinviati a giudizio per reati che andavano dall’abuso d’ufficio alla turbativa d’asta, dal falso ideologico e concussione, alla corruzione, in diversi casi con l’aggravante del metodo mafioso.

Questi nomi in questi anni, sono stati fatti “forti e chiari” da Federica Angeli, che non ha avuto mai paura di andare fino in fondo, scavando in quello che poi si è rivelata essere una storia di malaffare, gestita all’ombra della criminalità organizzata, una storia fatta di illeciti sia nella gestione degli appalti, che nelle concessioni balneari. Lei, la Angeli che senza paura denunciava come il litorale di Ostia, fosse in mano alle cosche. E quelle parole che rimbombano da oggi nelle nostre orecchie e ci raccontano la verità e che sono “metodo mafioso”, non l’hanno mai spaventata, o meglio, l’hanno incoraggiata ancor più a dire, “io non mollo, io vado fino in fondo”, anche quando le fu detto “io ti sparo in testa”.

In questi anni, l’inchiesta svolta dalla coraggiosa giornalista di Repubblica è stata un vero e proprio punto fermo, che nessuno ha saputo e potuto mettere a tacere, neanche le minacce a lei stessa rivolte o forse dovremmo dire, “da lei subite”.

Federica Angeli era partita da una intercettazione avvenuta nel municipio di Ostia, dalla quale si evinceva che Armando Spada chiedeva apertamente al direttore dell’ufficio tecnico, di consegnargli un chiosco. Gli venne invece concesso uno stabilimento balneare e per lei questa era la prova di quanto si fossero spinti “oltre”. Gli Spada avevano già tante panetterie, tante sale scommesse che gestivano, gli autolavaggi, ma quell’affaccio sul mare fu per lei la prova che tutto quello che possedevano lo avevano ottenuto con il placet della politica e dell’amministrazione e pertanto, bisognava assolutamente andare avanti.

Si è andati avanti, prima con la coraggiosa denuncia, con gli avvisi di garanzia notificati nel dicembre dello stesso 2013, e con la condanna di oggi, che inchioda i colpevoli alle loro responsabilità.

“Metodo mafioso” … aveva ragione Federica Angeli, aveva in mano la verità e non l’ha barattata con la vita. Perché si può anche avere paura, ma la forza che ed il coraggio che lei ha alimentato costantemente in questi anni, le ha consegnato a piene mani questa sentenza.

Simona Stammelluti


Ha vinto la verità, ha vinto la giustizia, ha vinto Federica Angeli e la sua tenacia.
Sono stati tutti condannati con l’aggravante dell’articolo 7 del “metodo mafioso” gli imputati nel processo di primo grado, circa l’illecita gestione degli appalti pubblici e della concessione degli stabilimenti balneari del litorale di Ostia
Sono passati più di tre anni da quando nella primavera del 2013, la giornalista di Repubblica, Federica Angeli – nota alle cronache per essere una testimone scomoda per la mafia e che a tutt’oggi vive sotto scorta – denunciava attraverso la sua inchiesta, coloro che oggi sono stati condannati con l’aggravante del metodo mafioso.
Condannato a 5 anni ed 8 mesi, Armando Spada, esponente dell’omonimo clan.
La pena maggiore, 8 anni e 6 mesi di reclusione, i giudici l’hanno inflitta ad Aldo Papalini,  ex direttore dell’ufficio tecnico del XIII Municipio, ritenuto il personaggio chiave dell’affidamento degli appalti pubblici a ditte compiacenti, per il quale i magistrati dell’accusa avevano chiesto una condanna a 17 anni e 6 mesi di reclusione.
Condannati anche Cosimo Appeso, luogotenente della Marina Militare a 5 anni e 5 mesi, sua moglie Matilde Magni e Damiano Facioni amministratore della società Bludream, entrambi condannati a 4 anni e 4 mesi. E poi ancora  8 mesi con pena sospesa, all’Imprenditore Angelo Salzano.
Gli imputati erano stati rinviati a giudizio per reati che andavano dall’abuso d’ufficio alla turbativa d’asta, dal falso ideologico e concussione, alla corruzione, in diversi casi con l’aggravante del metodo mafioso.
Questi nomi in questi anni, sono stati fatti “forti e chiari” da Federica Angeli, che non ha avuto mai paura di andare fino in fondo, scavando in quello che poi si è rivelata essere una storia di malaffare, gestita all’ombra della criminalità organizzata, una storia fatta di illeciti sia nella gestione degli appalti, che nelle concessioni balneari. Lei, la Angeli che senza paura denunciava come il litorale di Ostia, fosse in mano alle cosche. E quelle parole che rimbombano da oggi nelle nostre orecchie e ci raccontano la verità e che sono “metodo mafioso”, non l’hanno mai spaventata, o meglio, l’hanno incoraggiata ancor più a dire, “io non mollo, io vado fino in fondo”, anche quando le fu detto “io ti sparo in testa”.
In questi anni, l’inchiesta svolta dalla coraggiosa giornalista di Repubblica è stata un vero e proprio punto fermo, che nessuno ha saputo e potuto mettere a tacere, neanche le minacce a lei stessa rivolte o forse dovremmo dire, “da lei subite”.
Federica Angeli era partita da una intercettazione avvenuta nel municipio di Ostia, dalla quale si evinceva che Armando Spada chiedeva apertamente al direttore dell’ufficio tecnico, di consegnargli un chiosco. Gli venne invece concesso uno stabilimento balneare e per lei questa era la prova di quanto si fossero spinti “oltre”. Gli Spada avevano già tante panetterie, tante sale scommesse che gestivano, gli autolavaggi, ma quell’affaccio sul mare fu per lei la prova che tutto quello che possedevano lo avevano ottenuto con il placet della politica e dell’amministrazione e pertanto, bisognava assolutamente andare avanti.
Si è andati avanti, prima con la coraggiosa denuncia, con gli avvisi di garanzia notificati nel dicembre dello stesso 2013, e con la condanna di oggi, che inchioda i colpevoli alle loro responsabilità.
“Metodo mafioso” … aveva ragione Federica Angeli, aveva in mano la verità e non l’ha barattata con la vita. Perché si può anche avere paura, ma la forza che ed il coraggio che lei ha alimentato costantemente in questi anni, le ha consegnato a piene mani questa sentenza.
Simona Stammelluti

Si è svolto ieri 26 agosto a Camigliatello Silano un dibattito dal titolo “Informazione nel mezzogiorno in formato 2.0”, uno dei tanti incontri organizzati dall’Associazione ASSUD

Si chiama “Stelle del Sud 2016” il programma di incontri, dibattiti ed eventi organizzati per discutere del mezzogiorno, della sua economia, di come si gestisce l’informazione, l’attualità e la politica e ieri sera a Camigliatello, sono giunti tre dei più capaci giornalisti di cronaca che la nostra nazione può vantare, i cui nomi sono ormai famosi per il loro impegno costante nel contrasto alla criminalità organizzata, che è poi costato loro una vita sotto scorta.

Ospiti del dibattito Federica Angeli, giornalista di nera e giudiziaria di La Repubblica, Paolo Borrometi di Agi e Michele Albanese del Quotidiano della Calabria. A moderare l’incontro, la giornalista del TgR Rai Calabria, Livia Blasi.

Tre giornalisti, dunque, che hanno raccontato non solo la propria esperienza di cronisti sotto scorta, ma anche la loro personale e sentita idea di come si possa e si debba fare notizia nelle terre devastate dalla criminalità che in ogni territorio prende un nome diverso, ma che sortisce sempre gli stessi effetti nefasti nel sud, radicandosi sempre più in tessuti sociali mirati, mimetizzandosi e tessendo tele che vanno scovate e distrutte.
Un delicato ruolo, dunque, quello dei giornalisti, così come loro stessi hanno raccontato.

Federica Angeli, da anni ormai sotto scorta, a seguito di minacce ricevute dopo essere stata sequestrata dalla malavita di Ostia, dopo essere stata testimone oculare di un tentato omicidio, che ha scelto di non tacere, di denunciare, di andare avanti nelle indagini, “scavando”senza sosta nella verità. Lei, che ha parlato della mafia romana, prima ancora che saltasse alla ribalta della cronaca, lei, che fu accusata di “vedere troppi film gialli”, lei, che la paura la guarda in faccia tutti i giorni ma non si arrende, lei, che non si è mai fermata davanti alla verità, l’ha raccontata sempre quella verità facendo il suo mestiere con estrema coscienza, con equilibrio, senza mai scadere nello show “tout court”, non accontentando mai la parte morbosa dei lettori, nel rispetto sempre delle storie e dei protagonisti, decidendo “liberamente” che tipo di informazione dare nel rispetto del dolore, sempre. Perché dopo aver rinunciato alla libertà, la stessa la restituisce al lettore attraverso una verità che merita di essere raccontata senza aggiungere altro se non dettagli sostanziali di immagini di quella parte di società che si nasconde dietro interessi che non sono per il bene comune.

Paolo Borrometi, siciliano, che dalla Sicilia è dovuto scappare dopo aver raccontato la mafia nel territorio di Montalbano, dopo l’inchiesta sul boss di Scicli, alla quale sono seguite minacce e poi aggressioni, che adesso lo costringono a girare con la scorta. Anche da Roma, dove adesso vive continua a scrivere di mafia, e le minacce lo spaventano, ma fino ad un certo punto. Racconta alla platea che lui, come i suoi colleghi, racconta ciò che nei territori del sud non venita raccontato. Racconta di quella mafia in provincia di Ragusa, città che per tanto tempo è stata considerata distante dalla criminalità organizzata. Ragusa dove venne ucciso Giovanni Spampinato (giornalista italiano, ucciso dalla mafia), dove i suoi stessi colleghi dissero “se l’è cercata” e al suo funerale non andarono.

Anche Michele Albanese, giornalista sotto scorta per aver raccontato nei suoi articoli le attività delle cosche nella piana di Gioia Tauro. Lui, che sostiene che “se non risolve il problema della mafia, della ndrangheta, della camorra, l’Italia non potrà mai risolvere i suoi problemi”. Se non ci fossero giornalisti come loro – continua Albanese – i territori non verrebbero raccontati e neanche le forze dell’ordine potrebbero agire e “reagire” ai fenomeni mafiosi. Perché la mafia toglie occasioni al sud, ai figli, cancellando la parola “futuro”.

Rispondono alle domande intelligenti e mirate di Livia Blasi, i tre giornalisti sotto scorta, che li invita a raccontare come si resta persone “per bene”, raccontando storie attraverso le loro “scarpe consumate”, rispettando la notizia nel tempo della notizia “mordi e fuggi”, nel tempo del 2.0

Tutti concordi nel sottolineare l’importanza di recuperare una deontologia, lasciando da parte il giornalismo spettacolarizzato, recuperando anche la voglia di anonimato, senza voler apparire a tutti i costi, altrimenti si rischia di non essere più credibili.

Angeli, Borrometi ed Albanese, sottolineano come avere la scorta non è uno status symbol, ma una condizione difficile nella quale vivere, e il ringraziamento e l’applauso di tutti, è stato rivolto ai ragazzi della scorta, che difendono le loro vite e le scelte giuste di un giornalismo che rispetta la verità.

Simona Stammelluti