Agrigento che cede: tra crolli annunciati e una pista ciclabile costruita sull’illusione

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C’è una città che lentamente scivola verso il mare, non solo fisicamente ma anche politicamente e amministrativamente. È Agrigento, dove crolli, cedimenti e lavori eterni non sono più emergenze ma parte del paesaggio. L’ultimo simbolo di questa deriva è la pista ciclabile di San Leone: nata come opera di riqualificazione e mobilità sostenibile, oggi è l’emblema di una programmazione fragile quanto il terreno su cui poggia.

La costa arretra, le fondamenta cedono, l’asfalto si spacca. Eppure tutto questo era prevedibile. L’erosione costiera a San Leone non è una novità, così come non lo sono le mareggiate che ogni inverno divorano metri di spiaggia. Costruire – o mantenere – una pista ciclabile a ridosso del mare senza un serio intervento strutturale di difesa costiera equivale a sfidare le onde sperando che, prima o poi, si arrendano. Ma il mare non fa sconti e non guarda i rendering dei progetti.

Nel frattempo Agrigento vive circondata dai cantieri: strade aperte, transenne, lavori iniziati e mai conclusi, rattoppi che durano lo spazio di una stagione. Ogni intervento sembra concepito più per tamponare che per risolvere. Si spende, si inaugura, si promette. Poi arriva una pioggia più intensa del solito o una mareggiata appena più forte e tutto torna come prima, spesso peggio di prima.

La pista ciclabile di San Leone è solo l’ultimo capitolo di una storia già scritta. Doveva essere un fiore all’occhiello, un segnale di modernità e attenzione all’ambiente. Oggi è una struttura a rischio, chiusa o pericolante, che pone interrogativi seri sulla sicurezza e sull’uso delle risorse pubbliche. Quanto è costata? Quanto costerà ancora ripararla? E soprattutto: ha senso continuare a intervenire senza una visione complessiva?

Il problema non è la pista ciclabile in sé. Il problema è un modello di sviluppo che ignora il territorio, le sue fragilità geologiche, la forza della natura. Agrigento non può permettersi opere “di facciata”, buone per i titoli ma destinate a sgretolarsi. Serve pianificazione vera, studi seri, scelte anche impopolari: arretrare dove necessario, proteggere la costa con interventi strutturali, smettere di costruire sull’emergenza.

Perché una città che vive di turismo, storia e paesaggio non può continuare a offrire l’immagine di un luogo che crolla pezzo dopo pezzo. Agrigento rischia di sprofondare non solo nel mare, ma in un’abitudine pericolosa: quella di considerare il dissesto come normalità e il fallimento come fatalità.

Il mare avanza. La domanda è se la politica e l’amministrazione continueranno a indietreggiare.

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