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“Dopo appena 14 mesi possiamo sancire la débacle politica ed amministrativa del Sindaco di rifondazione comunista Antonio Palumbo e della sua amministrazione.

Un fallimento su tutti i fronti, dove è  impossibile trovare un solo elemento di valutazione positiva. Manca una qualsivoglia idea di città, senza la quale nessuna Rivoluzione può essere posta in essere. Impossibile immaginare una intera legislatura senza un cambio di passo sulle grandi questioni del territorio favarese e senza incidere minimamente sul tessuto socio-economico della città.

Nello stesso modo è grave l’assoluta mancanza di confronto che il Sindaco Palumbo, con atteggiamenti autoritari ritiene di continuare a portare avanti, negando all’opposizione, maggioranza in consiglio comunale, la partecipazione attiva sul futuro della città. Evidentemente manca la cognizione dei propri limiti, elemento essenziale per entrare in concertazione con i cittadini, con il consiglio comunale e i partiti-movimenti presenti nel civico consesso cittadino. Una città allo sbando, situazione inverosimile figlia di una Rivoluzione al contrario, enunciata e mai perseguita. Palumbo porterà l’ente al terzo dissesto economico senza passare dal secondo. Manca un chiaro indirizzo politico sui temi economici di rientro dei debiti, sui costi della Tari e nei rapporti con gli enti che gestiscono il sistema idrico. Si va avanti alla giornata, con gli uffici comunali vittime di smembramenti penalizzanti sia per gli impiegati che per l’utenza. Una gestione del personale dipendente arcaica ed anacronistica. Il PNRR è al palo, la viabilità al collasso come non mai, la lotta all’evasione tributaria solo una stravagante enunciazione retorica. Vogliamo essere fiduciosi che un cambio di passo e di rotta possa esserci, affinché la città segua la via del miglioramento sociale al di fuori da ogni steccato ideologico, e che le istituzioni politiche elette democraticamente trovino un momento di sintesi . Palumbo non può continuare trincerarsi dietro il proprio steccato, ad amministrare senza coraggio, senza intraprendenza e senza entusiasmo.. La città vive una sorta di rassegnazione che da politici non possiamo permetterci, poiché quando finisce la fiducia inizia la SFIDUCIA”.

Lo dichiara in una nota il coordinatore del movimento Cambiare Passo Michele Montalbano

 

Da oggi altri 37 nuovi arbitri entrano a far parte della sezione AIA di Agrigento tra cui 4 ragazze.
Questa mattina si sono svolti ad Agrigento, presso i locali della sezione, gli esami per gli aspiranti arbitri di calcio. Dopo tre mesi di corso, ben 37 giovani, con età media 18 anni di cui 4 ragazze e ben 2 ragazzi che faranno l’esperienza del doppio tesseramento (calciatore-arbitro), entreranno a far parte della grande famiglia dell’AIA. Alla presenza del Presidente della Commissione di Esami, nominato dal Comitato Regionale Sicilia, Vito Milana della sezione di Trapani, si sono svolti dapprima i quiz tecnici e successivamente gli esami orali con il resto della commissione dove i nuovi colleghi hanno dimostrato preparazione e grande entusiasmo. Il Presidente Gero Drago ha dato il benvenuto ai nuovi colleghi precisando che “da oggi in avanti la sezione riporrà in loro tante aspettative non solo tecniche e atletiche ma soprattutto comportamentali, perché essere arbitri richiede soprattutto grandi doti umane. Si ringrazia i veri protagonisti di questo risultato ossia i colleghi che hanno svolto il corso arbitri, Manfredi Scribani, Alfonso Aquilina, Antonino Costanza e Carlo Virgilio. Venerdì 20 gennaio presso il campo sportivo di Porto Empedocle i nuovi colleghi sosterranno i test atletici agonistici dopodiché potranno esordire arbitrando la loro prima gara ufficiale”.
Ecco i nomi dei nuovi arbitri: Filippo Barone, Cristiano Curtopelle, Vincenzo Russo, Salvatore Di Liberto, Michele Culmo, Martina Amico, Angelo Messana, Carlo Russo, Giuseppe Caruana, Emanuele Sortino, Diego Rinallo, Salvatore Morreale, Giancarlo La Rosa, Angelo Cammilleri, Eliana Lo Bue, Giuseppe Bona, Daniele Seminatore, Alessandro Fazio, Gaetano Bonifacio, Salvatore Cordaro, Giuseppe Baiamonte, Calogero Turco, Flavio Indelicato, Salvatore Rotulo, Gerlando Bonsignore, Ignazio D’Asaro, Salvatore Genova, Gioacchino Fazio, Ahlam Bouldjenet, Alessandro Fumo, Claudia Russo, Paolo Conticello, Alfredo Chiarelli, Orazio Rotulo, Gaetano Gulisano, Pasquale Savio Bonsignore, Marica Lo Manto, Antonio Di Franco.

Giovanni Motisi è nato il primo gennaio del 1959 a Palermo. Rientra tra i ricercati più pericolosi in Italia dal 1998 per omicidi, dal 2001 per associazione di tipo mafioso ed altro, dal 2002 per strage ed altro. Poche le tracce sul suo conto. In un’intercettazione del 2016, era Giuseppe Calvaruso lo scorso dicembre perché ritenuto il nuovo capo del clan di Pagliarelli – a raccontare che, assieme a Vincenzo Cascino, sarebbe stato l’unica persona autorizzata ad incontrare il latitante Motisi: “Tutto il lavoro lo facevo io, ma era lui che gli diceva ‘va fatti quest’appuntamento’, ‘come si deve impostare’, ‘così, colì’, lo voleva bene assai, bene assai e gli unici che ci andavamo eravamo io e lui”.

 

La foto segnaletica di Giovanni Motisi (Fonte Ministero dell'Interno)
Giovanni Motisi

Deve scontare la pena dell’ergastolo. Nel 1999 sono state diramate le ricerche in campo internazionale, per arresto ai fini estradizionali.

Renato Cinquegranella.

Renato Cinquegranella è nato a Napoli il 15 maggio del 1949. Fa parte della lista dei più ricercati in Italia dal 2002 per associazione per delinquere di tipo mafioso, concorso in omicidio, detenzione e porto illegale di armi, estorsione ed altro.

 

La foto segnaletica di Renato Cinquegranella (Fonte Ministero dell'Interno)
Renato Cinquegranella (Fonte Ministero dell’Interno)

Nel 2018 sono state avviate le ricerche in campo internazionale a fini estradizionali.

Pasquale Bonavota: chi è

Pasquale Bonavota è nato a Vibo Valentia il 10 gennaio del 1974. Rientra nella lista dei latitanti più ricercati in Italia dal 28 novembre 2018 per associazione di tipo mafioso e omicidio aggravato in concorso.

 

 

 

 

L’unico siciliano è Giovanni Motisi (Cosa Nostra), nato a Palermo, ricercato dal 1998 per omicidi, dal 2001 per associazione di tipo mafioso: il 10 dicembre 1999 sono state diramate le ricerche in campo internazionale

Giovanni Motisi

 

Maurizio De Lucia, Procuratore di Palermo: “Siamo orgogliosi di quanto fatto questa mattina perché abbiamo catturato l’ultimo stragista. Era un debito che la Repubblica aveva nei confronti delle vittime ed in parte oggi è stato saldato. La mia presenza e quella del procuratore aggiunto Guido è anche una testimonianza di riconoscimento e di affetto verso l’Arma dei Carabinieri e verso coloro i quali sono intervenuti stamattina. Non sono state utilizzate le manette e non è stata usata violenza come si usa in un Paese democratico. Abbiamo assicurato allo Stato un pericolosissimo latitante. Allo stato non ci sono elementi che ci facciano pensare a complicità della clinica. I documenti utilizzati dal latitante erano apparentemente legittimi e legali ma ci sono comunque accertamenti in corso. Il soggetto che è stato arrestato per favoreggiamento della latitanza di Messina Denaro è un nome noto per omonimia in ambienti mafiosi. È un perfetto sconosciuto ed è compatibile con il profilo di un accompagnatore di latitanti. Matteo Messina Denaro non parla e non abbiamo avuto indicazioni da lui. Siamo davanti ad un obiettivo primario e la cattura viene prima di qualsiasi cosa. L’indagine si basa su due pilastri: le intercettazioni, che sono irrinunciabili e indispensabili nel contrasto alla mafia e senza le quali non si possono fare indagini di questo tipo; lo sviluppo investigativo dei Ros a diversi livelli dalle indagini tradizionali a quelle tecnologiche. Nel ventunesimo secolo la gente si muove con criteri smart e le nostre indagini devono esserlo altrettanto.”

Generale Pasquale Angelo Santo, comandante Ros: “Un percorso investigativo durato anni. Nell’ultimo periodo abbiamo acquisito elementi che ci hanno portato a concentrarci sull’aspetto legato alla salute e alla sua malattia e che stesse frequentando una struttura per potersi curare. Il lavoro è stato caratterizzato dalla rapidità, dalla riservatezza e dal modo con cui in poche settimane abbiamo messo in fila elementi per individuare la data di oggi. Il ricercato si sarebbe dovuto sottoporre a terapie cliniche. La Procura di Palermo ha autorizzato le attività tecniche fino al punto del blitz. La ricerca del latitante è stata concentrata nelle prime ore del mattino e attraverso alcune verifiche lo abbiamo identificato e arrestato. Questo è il risultato del lavoro di tanti carabinieri, del loro sacrificio e di quello delle loro famiglie. I nostri militari hanno trascorso, ad esempio, le ultime vacanze natalizie in ufficio senza mai fermarsi.

Paolo Guido, procuratore aggiunto Palermo: “L’aspetto sanitario è stato rilevante, indubbiamente. È stato uno degli eventi che ha costretto il latitante ad esporsi. Non abbiamo trovato un uomo distrutto anzi in apparente buona salute, ben curato. Lo abbiamo trovato con una rete che fino a qualche ora fa lo ha sorretto e alimentato la sua latitanza. Dover fare i conti con la salute è grazie a Dio un fatto democratico. Non poteva affidarsi a personaggi distanti dal contesto territoriale ma ci sono indagini in corso.”

Colonnello Luigi Arcidiacono: “L’intervento che abbiamo effettuato oggi si basa su più fasi. Avevamo avuto notizia che il latitante era arrivato nella struttura sanitaria ed è scattato il dispositivo in una zona ritenuta sensibile. Il latitante non ha opposto alcuna resistenza, si è subito dichiarato anche se guardandolo ci siamo accorti che fosse lui. Era quello che ci aspettavamo di trovare. Non abbiamo avuto contezza di una fuga ma sicuramente avrà cercato vie di uscita alla vista del dispositivo.”

Gli applausi che si sono sentiti quando è stato arrestato sono probabilmente significativi di una terra che ha voglia ancora di riscatto, della volontà di liberarsi dalla prepotenza mafiosa, della privazione di libertà in tutti i campi, gli stessi dove la mafia ogni giorno si infiltra diventando invisibile.
Dopo l’arresto di stamane del super-latitante Matteo Messina Denaro, viene da pensare che alla fine (meglio tardi che mai) la giustizia arriva, si palesa e dunque non esiste l’impunibilità e l’invincibilità della mafia.
Giovanni Falcone era solito dire: “la mafia è un fenomeno umano e come tale ha avuto in inizio e avrà anche una fine”.
La mafia ha però sempre giocato sul mito della invincibilità, ma oggi con questo arresto esemplare, questo mito non c’è più.
Ma ci sono voluti trent’anni prima che questo giorno arrivasse perché il mafioso gode dell’appoggio di tutto un ambiente che lo favorisce; Matteo Messina Denaro era considerato un “benefattore” nella sua zona di competenza, e quindi nessuno lo avrebbe mai tradito. Probabilmente il boss ha preferito non diventare il capo assoluto, non un “capo dei capi” (come fu Totò Riina) proprio per mantenersi nel suo territorio, con i suoi affari per poter garantirsi al massimo questa latitanza. C’è voluta una malattia grave per spingerlo verso Palermo, per curarsi in una delle migliori cliniche private palermitane, sotto falso nome (Andrea Bonafede), per poter avere dunque una falla, nella sua rete di protezione.
Ma chi l’ha curato, sapeva?
Le ipotesi – come ha detto Piero Grasso – sono due: o c’è un favoreggiatore che l’ha favorito per farlo curare, o c’è un traditore che lo ha tradito per farlo arrestare. Il favoreggiatore se c’è, prima o poi verrà scoperto, il traditore non lo scopriremo mai.
Arrestato quest’oggi mentre faceva colazione, durante una brillante operazione che non ha coinvolto nessuno all’interno dell’ospedale; i carabinieri in borghese – che in un primo momento hanno fatto fatica a riconoscerlo, che non erano sicurissimi che fosse lui – lo hanno preso a braccetto dicendogli “venga con noi, le dobbiamo parlare” e lui ha detto subito detto “sono Matteo Messina Denaro”. In ambito mafioso chi ti avvicina non puoi sapere subito se sono forze dell’ordine o avversari ed è per questo che ha subito detto il suo nome, e una volta capito che lo stavano arrestando non ha opposto resistenza.
Matteo Messina Denaro sa tante, tantissime cose del periodo stragista.
È stato lui uno dei componenti del commando che era stato mandato da Riina nel febbraio del ’92 a Roma per seguire, pedinare e uccidere Falcone con armi comuni mentre era al ristorante. Quell’attentato non andò a buon fine perché ci fu un errore di ristorante. Il commando andò al ristorante “La matriciana” al quartiere Prati, mentre Falcone andava spesso al ristorante “La carbonara” a Campo dei Fiori, dietro il ministero della giustizia. Spesso finendo tardi al ministero, liberava la scorta e faceva due passi a piedi. Giovanni Falcone a Roma si sentiva sicuro.
È stato il figlioccio di Riina, cresciuto sulle sue ginocchia, da lui ha imparato ad uccidere, ne  ha custodito e ne custodisce i segreti e le confidenze. Condannato per essere tra i mandanti degli attentati mafiosi avvenuti tra il 1992 2 il 1993. Quindi la strage di Capaci, di Via D’Amelio, gli eccidi di Roma, Firenze e Milano. Ha compiuto tredici omicidi tra cui quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido nel 1996.
Messina Denaro era proprio il preferito di Riina, quando i corleonesi si presero Palermo.
La domanda che in molti si stanno ponendo in queste ore è se Messina Denaro parlerà. Chi conosce bene lui e l’ambiente mafioso (parliamo di magistrati) pur sperandolo, ritiene che non lo farà, considerato il fatto che i grandi capi di Cosa Nostra non hanno mai parlato. Provenzano e Riina si sono portati segreti nella tomba.
E chissà se avrà mai un rimorso di coscienza, per tutto quello che ha ideato e ha contribuito a provocare, mettendo da parte l’omertà mafiosa. Forse allora potrà raccontare tutti i dettagli delle stragi, tutti i contatti che ha avuto insieme a Bagarella per tutte le stragi commesse.
Si dice che lui sia stato quello più “acculturato” rispetto ai suoi pari grado; infatti era lui ad individuare i beni culturali ed artistici da colpire per incominciare ad avviare le trattative con lo Stato.
Se diventerà un collaboratore di giustizia, probabilmente avverrà perché ha un pentimento intimo, non per avere dei benefici.
Per Piero Grasso non è tipo da utilizzare la legge dei pentiti.
Ma la mafia non è finita con questo arresto, continua a tramare nell’invisibilità, tra traffici e profitti.

L’arresto del capomafia Matteo Messina Denaro è una notizia straordinaria che mi riempie di gioia.
Il 16 gennaio diventa un giorno storico.
La cattura del boss, latitante da 30 anni, è una grande vittoria dello Stato e rappresenta una svolta nella lotta alla mafia.
Sono sindaco di un territorio dove la mafia di Matteo Messina Denaro, sia nell’epoca delle stragi che in quella più recente, ha fatto tantissimo male. Questa cattura rappresenta un grande riscatto per tutti noi siciliani. Oggi respiriamo profumo di libertà.
Complimenti ai Carabinieri del Ros, ai Gis e a tutti gli inquirenti che hanno lavorato incessantemente per raggiungere questo grandissimo risultato.

Il boss Matteo Messina Denaro, ex primula rossa è al momento presso la caserma dei carabinieri di San Lorenzo di Palermo. In seguito sarà trasferito presso una località segreta.
Arrestato durante un blitz questa mattina poco meno di un’ora fa, un blitz condotto da centinaia di carabinieri del Ros, del Gis e del comando territoriale della regione siciliana, coordinati dal procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia.
Al momento dell’arresto, il boss stava facendo colazione nel bar della struttura sanitaria dove si stava sottoponendo a delle terapie per curare il cancro che lo aveva colpito un po’ di tempo fa. All’uscita dalla struttura sanitaria del boss con le forze dell’ordine c’è stato un applauso dei palermitani che si trovavano all’esterno della clinica La Maddalena.Trent’anni di latitanza, durante i quali il boss ha avuto fidati luogotenenti di cosa nostra, la cerchia familiare che ha garantito questa lunga latitanza; un esercito che negli anni è stato decimato dai tanti blitz delle forze dell’ordine.

Figlio di un padre boss mafioso, amante del lusso, ha ordinato stragi, ha fatto profitti illeciti;

La notizia dell’arresto arriva a trent’anni dall’arresto del capo del capi, Totò Riina che avvenne il 15 gennaio del 1993.
Le ultime notizie arrivano dal generale di divisione Comandande dei Ros Pasquale Angelo Santo che ha condotto il blitz:

Un lavoro congiunto tra polizia di stato e carabinieri. La cattura di Matteo Messina Denaro ha una importanza storica. Era l’unico stragistra rimasto in libertà.

La notizia apre un anno bellissimo per la lotta alla mafia. I latitanti non sono dunque invincibili come si sentono.
Una grande botta alla mafia, anche se la mafia non finisce con questo arresto.
Arrestare Matteo Messina Denaro nel cuore del suo territorio è un segno importante.
La procura di Palermo in questi anni ha effettuato centinaia e centinaia di arresti, tra cui i fratelli e la sorella di Matteo Messina Denaro, sono in carcere, hanno sequestrato e confiscato beni, ma mai nessuno di loro lo ha tradito. Una rete di favoreggiatori che purtroppo “amava” questo uomo. Questo arresto, svelerà finalmente il volto di questo uomo, che ha traghettato la mafia stragista di Totò Riina in una mafia imprenditoriale ed invisibile che oggi inquina l’economia e la politica.

 

 

Matteo Messina Denaro, l’ultimo superlatitante di Cosa nostra, è stato arrestato questa mattina, lunedì 16 gennaio. Era ricercato dall’estate del 1993. L’Ansa dà notizia dello storico arresto, compiuto dai carabinieri del Ros dopo 30 anni di latitanza. L’inchiesta che ha portato alla cattura del capomafia di Castelvetrano (Trapani) è stata coordinata dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dal procuratore aggiunto Paolo Guido.

A quanto pare il potente boss si trovava all’interno della clinica privata per sottoporsi ad alcune terapie.

A Palma di Montechiaro è accaduto che un automobilista non ha obbedito all’alt della Polizia. E’ stato inseguito e acciuffato. Lui, 18 anni, al volante di una utilitaria, è risultato essere senza patente perché mai conseguita. E non è la prima volta. E’ stato denunciato a piede libero alla Procura di Agrigento per guida senza patente e resistenza a pubblico ufficiale. E’ stato denunciato anche il padre per incauto affidamento dell’automobile.