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Sempre tutto all’ordine del giorno.
E mentre si cerca con un lanternino la notizia di buona sanità come se dovesse fare notizia un sistema che funzioni, anziché essere la regola, nella vicina Calabria si consuma l’ennesimo caso di malasanità che non si manifesta solo quando qualcuno muore, o subisce un danno invalidante  o irreversibile dentro o a causa di una struttura sanitaria, ma anche quando la superficialità si fa manifesta, in un giorno di ordinarietà.

E così in una famosa clinica cosentina, convenzionata con il Sistema Sanitario Nazionale,  vengono spostati interventi chirurgici senza che i pazienti vengano avvisati, e davanti all’errore evidente si gioca fin troppo a “scarica barile”. Nessuno sa niente, “è così e basta” e se provi a chiedere perché mai una prestazione che al cittadino spetta non venga somministrata nel giorno e all’ora dovuta, allora si è presi di mira e a parolacce.

E’ una realtà fin troppo conclamata, che è la spia di un sistema malato, moribondo, quasi in decomposizione. Un sistema nel quale ogni giorno ci sono disguidi ma nessuna ha più la forza o il coraggio di denunciare. “E che possiamo fare?” – dicono gli utenti che alle 10 del mattino attendono ancora un prelievo del sangue. Ormai tutti zitti, muti e rassegnati, che soccombono alla formula, “o così o niente”.

E non c’entra nulla il periodo Covid, perché  queste storie di vita vissuta si perpetrano da anni, forse dovremmo dire da decenni, ventenni. E nelle strutture pubbliche? Tempi di attesa di 5 mesi per una gastroscopia o per un piccolo intervento in anestesia locale. Sempre che non si perdano le cartelle cliniche come ci ha raccontato una donna che nel nosocomio cosentino si è sottoposta a isteroscopia, senza mai aver ricevuto un documento pubblico che le spettava di diritto.

Perché allora queste cose non si denunciano nelle sedi appropriate?
Perché il comune cittadino non si indigna e subisce tutti i santi giorni le angheria che spettano a chi non è “l’amico dell’amico”?
Forse perché si temono ripercussioni per sé o per i propri cari?

In Italia lo stato di diritto è stato sostituito da una dittatura burocratica bieca e ottusa, così come buona parte dei suoi componenti che in quanto tali, si sentono intoccabili nella loro arroganza e tracotanza.

E allora vista la realtà in cui versiamo,  viene da pensare a cosa realmente sia accaduto in quegli ospedali dei quali i Tg riportano la notizia che questo o quel medico o infermiere che sia, viene malmenato, in preda alla disperazione dal cittadino esasperato dal sistema fatiscente.

E intanto ci sono coloro che siedono a scrivanie sentendosi intoccabili, tanto non accade nulla e semmai accadesse che qualcuno minacci denunce, alla fine sarà solo un caso tra milioni di casi di malasanità che restano sospesi in giorni di assoluta ordinarietà.

IN MERITO ALLA QUESTIONE DELLA STUDENTESSA POSITIVA AL COVID, RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO 


30 settembre 2020 –
Il Dirigente del Liceo Classico ‘Telesio’ di Cosenza, ing. Antonio Iaconianni, aggiornato circa il caso sospetto di SarsCovid2 che riguarda uno studente frequentante la scuola, nel confermarne la positività e manifestare tutta la vicinanza a lei ed alla famiglia, ha altresì comunicato che gli altri studenti che si sono sottoposti al tampone rinofaringeo per la diagnosi di SarsCov2, sono risultati tutti negativi ed ha dichiarato: «Mi preme tranquillizzare l’utenza ed il personale dell’istituzione scolastica, sul fatto che abbiamo sin da subito messo in pratica tutto quanto prescritto per questi casi. Seguiremo ovviamente l’evolversi della vicenda con molta attenzione, e rivolgo un accorato appello  alle famiglie, agli studenti ed alle autorità preposte perché si proceda in un’ottica di massima collaborazione, in un momento che non è affatto semplice. Ognuno di noi, oggi più che mai, è chiamato a fare la propria parte con comportamenti quotidiani improntati alla prevenzione ed al rispetto di noi stessi e degli altri. Raccomando – ha continuato il Preside – agli studenti che mettano in pratica gli stessi comportamenti virtuosi che hanno a scuola anche a casa ed all’esterno, e su questo chiedo la massima collaborazione anche alle famiglie. Chiedo, inoltre, alle autorità preposte una vigilanza attenta e costante, con controlli ed eventualmente anche con sanzioni: serve la collaborazione da parte di tutti.

Devo, però, – ha concluso Iaconianni – al fine di evitare un triste, ma prevedibile, rincorrersi di fake news sulla vicenda, chiarire in maniera ufficiale che: 1. la studentessa non è mai stata in presenza nei locali scolastici. Solo giorno 26 c.m. dalle ore 9 alle ore 10,15 è stato presente in auditorium: una struttura che ha circa 800 posti e che per l’occasione era occupata da soli 140 alunni, che indossavano mascherine ed erano distanziati secondo i protocolli di sicurezza. 2. La classe è in quarantena ed al termine ogni studente ripeterà il tampone. 3. La nostra scuola oggi è un luogo sicuro dove si segue scrupolosamente ogni regola in materia di prevenzione e contenimento del contagio. 4. Da oggi sarà mia premura informare periodicamente, con comunicati stampa, il territorio e l’utenza circa l’evolversi della situazione, invitando gli organi di stampa a seguire come unica fonte che riguarda la vita del Liceo ‘Telesio’ i nostri comunicati ufficiali, per fuggire il rischio di divulgare notizie infondate che non fanno bene e che alimentano solo il panico tra la popolazione». #iovadoaltelesio  #unascuolameravigliosa

Una domenica infausta nel cosentino, dove subito dopo la mezzanotte due auto si sono scontrate frontalmente causando la morte di 4 giovanissimi.

6 in tutto le vittime di un incidente dovuto forse alle strade sdrucciolevoli post piogge.

Il bilancio è dunque di 4 morti e 2 feriti; tutti giovanissimi, i deceduti, poco più che diciottenni.

L’incidente è avvenuto sulla strada statale 107 silana-crotonese, al km 25 e 500 in prossimità dello svincolo di Rende in provincia di Cosenza. 

I 4 giovani che viaggiavano sulla Polo Volkswagen sono deceduti nell’impatto frontale. Sono invece attualmente ricoverati nel nosocomio cosentino i due trentenni, un uomo e una donna, che viaggiavano sulla Citroen C3.

Sul posto sono intervenuti i Vigili del Fuoco, il 118 e i Carabinieri della vicina Compagnia di Rende. 

In corso le indagini per verificare le dinamiche del drammatico incidente.

scatto tratto dallo spettacolo "il ricordo sconnesso" - foto di Roberto Sottile


L’idea è venuta alla coreografa Simona Altomare che dopo aver letto il libro della Stammelluti “Il ricordo sconnesso” (Falco Editore)  – già vincitore del premio letterario “Amaro Silano” – ha deciso di portarlo in scena.
La prima dello spettacolo realizzato dalla stessa Altomare con la collaborazione della coreografa Francesca Spataro è andato in scena lo scorso 13 maggio al teatro dell’Acquario di Cosenza e sembra essere destinato a far parlare di se.
In scena, i ballerini della Compagnia “Ruggiero Leoncavallo” – Serena Altomare, Anna Calderaro, Antonio Salituro, Rosy Prezio, Francesco Rodilosso e Carola Puglisi – hanno ballato scene toccanti tratte dal libro, raccontando in maniera emozionante e ricca di pathos i personaggi ideati dalla Stammelluti, parte delle loro storie, gli intrecci e i momenti di suspense.
Tematiche importanti quelle toccate nel libro della Stammelluti, rese vive agli occhi degli spettatori dai ballerini. La violenza subìta, l’abbandono, la voglia di farla finita, e poi ancora la forza dei legami forti, la voglia di riscatto e un amore mai convenzionale.
A tenere le fila dello spettacolo la voce narrante della scrittrice Simona Stammelluti, che ha introdotto le scene danzate. Il connubio tra il racconto e l’interpretazione dei ballerini, hanno coinvolto il pubblico.
Nessun effetto scenico particolare, una scenografia minimalista, un audio impeccabile. Protagonisti i ballerini e le coreografie che la Altomare e la Spataro hanno realizzato con una cura estrema, mirata a “raccontare” le storie, tanto quanto la Stammelluti ha fatto con il suo libro.
Un teatro pieno ha applaudito a scena aperta la performance, e le emozioni sono state sul finale stemperate dal blackout che ha fatto piombare il teatro nel buio più assoluto, prima che si accendessero i telefonini in sala.

Il corpo di ballo della compagnia "Ruggiero Leoncavallo" con la coreografa Simona Altomare e con la scrittrice Simona Stammelluti


La serata è stata condotta dalla giornalista Rita Russo, che in maniera impeccabile ha gestito le interviste a coloro che hanno scelto di realizzare questo progetto, che mira a valorizzare i talenti calabresi ma che adesso attende anche di uscire dai confini della Calabria e di approdare su altri palcoscenici, per cimentarsi con altro pubblico ed altre esigenze artistiche.
In sala critici d’arte, docenti, appassionati di arte e di cultura. A fine spettacolo, qualche commento a caldo ha confermato un grande apprezzamento per lo spettacolo e la curiosità di leggere il libro della Stammelluti, per chi ancora non l’avesse fatto.
Anche a riflettori spenti resta una riflessione:  quando l’arte non si arrende al mondo sterile del “mordi e fuggi”, quando l’impegno e la volontà di “fare bene” ciò che si sa fare supera la fatica, si assiste alla realizzazione di progetti di qualità che raccontano di una terra che può risorgere, se mette radici nella cultura e nella sinergie tra idee e talento.

Il prossimo lunedì 8 maggio alle ore 20,30 sarà proiettato in anteprima per la Calabria, presso il Cinema San Nicola di Cosenza, il primo episodio della serie documentaristica Matera 15/19, realizzato dalla società di produzione cinematografica Open Fields Productions e diretto da Fabrizio Nucci, Nicola Rovito e Alessandro Nucci.

Negli anni i giovani registi Fabrizio Nucci e Nicola Rovito si sono distinti, nella produzione dei lungometraggi quali Goodbye Mr. President e Scale Model – La Donna che Uccise due Volte, mentre Alessandro Nucci è già vincitore del premio Ilaria Alpi con il documentario “Una Stagione all’Inferno“.

L’antologia documentaristica racconterà la Basilicata e il Sud Italia per quattro anni a partire dal 2015, alla luce dell’evento internazionale che vede la Città dei Sassi – già patrimonio Unesco Capitale europea della Cultura 2019.

Ogni episodio vedrà un proprio protagonista confrontarsi con il racconto della storia e della cultura lucana, con le problematiche e le riflessioni sull’Europa di oggi, piena di contraddizioni ma anche di speranza per il futuro.

Il primo capitolo concentra la propria narrazione su una famiglia materana: Lina nata nei Sassi di Matera, e suo marito Vito ritornato a casa dopo essere emigrato in Germania per sfuggire alla povertà degli anni ’50. Lina ha cresciuto una famiglia; tre figli e sei nipoti. Vito ha cavalcato il sogno di essere un attore di Hollywood partecipando negli anni alla realizzazione di diversi film girati a Matera, tra cui Il Demonio di Brunello Rondi. Sono i Volpe, nucleo familiare che ha scelto di ritornare e restare nella città un tempo definita “vergogna d’Italia” e oggi faro di speranza per tutto un Meridione in cerca di riscatto. La loro quotidianità si sovrappone con entusiasmo ad uno sfondo di festeggiamenti per la 627ª Festa della Madonna della Bruna e degli incredibili afflussi turistici della Matera dei giorni nostri, unitamente alle riflessioni di personalità e istituzioni legate alla storia della Basilicata e alla nascita di Matera Capitale europea della Cultura 2019.

Matera 15/19: Episodio I è stato realizzato in collaborazione con Lucana Film Commission, Regione Basilicata, Comune di Matera, Comune di San Severino Lucano, Unibas, Parco Nazionale del Pollino, Bcc Laurenzana e Nova Siri, ArifaFilm, West 46th Films e Pierpaolo Bonofiglio.

La serie – già migliore proposta del cinema indipendente alle Giornate Professionali di Mantova del 2015 – di recente è giunta in finale ai Festival di categoria Roma Cinema Doc e Los Angeles CineFest.

L’8 maggio attendiamo dunque di vedere il nuovo impegnativo lavoro di Fabrizio e Alessandro Nucci e di Nicola Rovito, sempre pronti a cimentarsi in esperienze significative e a sorprendere gli spettatori in sala.

Simona Stammelluti


Il prossimo lunedì 8 maggio alle ore 20,30 sarà proiettato in anteprima per la Calabria, presso il Cinema San Nicola di Cosenza, il primo episodio della serie documentaristica Matera 15/19, realizzato dalla società di produzione cinematografica Open Fields Productions e diretto da Fabrizio Nucci, Nicola Rovito e Alessandro Nucci.
Negli anni i giovani registi Fabrizio Nucci e Nicola Rovito si sono distinti, nella produzione dei lungometraggi quali Goodbye Mr. President e Scale Model – La Donna che Uccise due Volte, mentre Alessandro Nucci è già vincitore del premio Ilaria Alpi con il documentario “Una Stagione all’Inferno“.
L’antologia documentaristica racconterà la Basilicata e il Sud Italia per quattro anni a partire dal 2015, alla luce dell’evento internazionale che vede la Città dei Sassi – già patrimonio Unesco Capitale europea della Cultura 2019.
Ogni episodio vedrà un proprio protagonista confrontarsi con il racconto della storia e della cultura lucana, con le problematiche e le riflessioni sull’Europa di oggi, piena di contraddizioni ma anche di speranza per il futuro.

Il primo capitolo concentra la propria narrazione su una famiglia materana: Lina nata nei Sassi di Matera, e suo marito Vito ritornato a casa dopo essere emigrato in Germania per sfuggire alla povertà degli anni ’50. Lina ha cresciuto una famiglia; tre figli e sei nipoti. Vito ha cavalcato il sogno di essere un attore di Hollywood partecipando negli anni alla realizzazione di diversi film girati a Matera, tra cui Il Demonio di Brunello Rondi. Sono i Volpe, nucleo familiare che ha scelto di ritornare e restare nella città un tempo definita “vergogna d’Italia” e oggi faro di speranza per tutto un Meridione in cerca di riscatto. La loro quotidianità si sovrappone con entusiasmo ad uno sfondo di festeggiamenti per la 627ª Festa della Madonna della Bruna e degli incredibili afflussi turistici della Matera dei giorni nostri, unitamente alle riflessioni di personalità e istituzioni legate alla storia della Basilicata e alla nascita di Matera Capitale europea della Cultura 2019.
Matera 15/19: Episodio I è stato realizzato in collaborazione con Lucana Film Commission, Regione Basilicata, Comune di Matera, Comune di San Severino Lucano, Unibas, Parco Nazionale del Pollino, Bcc Laurenzana e Nova Siri, ArifaFilm, West 46th Films e Pierpaolo Bonofiglio.
La serie – già migliore proposta del cinema indipendente alle Giornate Professionali di Mantova del 2015 – di recente è giunta in finale ai Festival di categoria Roma Cinema Doc e Los Angeles CineFest.
L’8 maggio attendiamo dunque di vedere il nuovo impegnativo lavoro di Fabrizio e Alessandro Nucci e di Nicola Rovito, sempre pronti a cimentarsi in esperienze significative e a sorprendere gli spettatori in sala.
Simona Stammelluti

Cosenza – Sembrerebbe che le mura di cinta dell’Ospedale Civile dell’Annunziata pronunciassero le parole “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, il che la dice lunga su quello che può attendere un comune cittadino che, non certo per gioco ma per mera necessità, varca il cancello di un Pronto Soccorso, con la “speranza” di essere aiutato, soccorso, guarito, per quanto possibile.

Sì, perché se è vero che solo chi non fa, non sbaglia, è anche vero che la bravura si vede nel “sbagliare il meno possibile”, e nel caos, chi resiste, facendo al meglio e con coscienza il proprio mestiere, vince…anzi no, vincono i pazienti, tutti, anche quelli piccoli, tenuti nel corridoio di un reparto Pediatria, che al suo ingresso mostra finestre pericolanti, sporcizia e disordine, peggio del peggior ospedale da campo dei Burundi.
Si fra presto a dire che “ci sono lavori in corso”, lavori che tra l’altro durano da così tanto tempo, che ci si domanda quando si potrà avere l’onore (se di onore si tratta) di varcare le porte di un ospedale – luogo che si visita solo per estrema necessità – potendo procedere per padiglioni e reparti senza dover incorrere in ascensori fuori uso, e discariche a ridosso di reparti come quello di ortopedia, che mostra ammassi di roba vecchia, monitor di computer obsoleti, fili elettrici, pezzi di attrezzatura in disuso e così via, ammassati su barelle, alcune delle quali completamente rotte, messe a disposizione di un reparto, che dovrebbe avere ricevuto da poco, una sorta di “abito nuovo”.
Ma la cosa che ancora fa tremare, oltre alla sporcizia che sembra regnare sovrana, su pavimenti che mostrano macchie di sporco stantie, e mentre camminando tocca scansare sacchi neri di spazzatura, pieni di chissà cosa, è la gestione “anche spicciola” di alcuni reparti, come per esempio il pronto soccorso pediatrico, dove arrivando, con un bambino con un braccio rotto, si attende che quell’unico medico chirurgo in forza al reparto, sbrighi quella che loro definiscono “urgenza”, mentre tutto il resto dei pazienti attende.  E così accade che durante quell’attesa, una paziente adolescente, con il volto ricoperto di bolle, continui a tossire in faccia a bambini febbricitanti, stipati nello stesso corridoio dove l’attesa – spesso di ore – si trasforma in un vero e proprio inferno.

E così, tra le esperienze che la vita ti riserva, c’è anche quella di imbatterti in un medico che prescrive il Voltaren a pomata sul braccio di un bambino ingessato per sospetta rottura del capitello radiale, e che quel piccolo paziente, prima di dimetterlo, non lo degna neanche di uno sguardo.
C’è chi approfitta del marasma, del caos e dei “lavori in corso” per nascondere la propria incompetenza, e per concedersi “momenti di svago”.
Ma la realtà quando la si racconta, la si deve raccontare per bene, attraverso lo sguardo della verità, e la verità è che all’interno di quell’ospedale che di “civile” a guardarlo da vicino, ha ben poco, lavorano “anche” medici, infermieri, e paramedici che sono dei veri e propri professionisti, di grande caratura, che svolgono il proprio lavoro districandosi tra difficoltà, mancanza di personale, disagi, imprevisti, e che quel lavoro così delicato lo fanno con caparbietà e coscienza, con dedizione, con amore e compassione, quella che serve per restituire “la speranza” a chi arriva in quei luoghi, per essere curato, aiutato, salvato.
In questa realtà sciagurata, ci sono medici che non guardano l’orologio, attendendo la fine del turno, ma che finiscono di lavorare quando hanno terminato per davvero il proprio compito; medici che non lasciano nulla al caso, che lavorano con zelo, e rispetto nei confronti dei pazienti, mettendo a disposizione tutto il proprio sapere, come se nel proprio contratto ci fosse inserita la clausola “donare fino ad esaurimento scorte”.

La verità è che non si può e non si deve generalizzare, ma non si può neanche tacere, perché una cittadina come Cosenza, che vive ancora il lusso di avere un ospedale dentro le mura della città, dovrebbe tutelarne l’utilità, e la politica competente, dovrebbe avere l’occhio ben puntato su ciò che accade, e non far passare per eccezionale, quelle rare forme di normalità che si consumano molto raramente, rispetto ai disagi e a ciò che è obbrobrioso e fa paura.
Tornerò ancora, all’Ospedale Civile di Cosenza e spero di poter raccontare finalmente una realtà diversa, ma per adesso “lasciate ogni speranza, o voi che entrate”.
Simona Stammelluti

Cosenza – Sembrerebbe che le mura di cinta dell’Ospedale Civile dell’Annunziata pronunciassero le parole “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, il che la dice lunga su quello che può attendere un comune cittadino che, non certo per gioco ma per mera necessità, varca il cancello di un Pronto Soccorso, con la “speranza” di essere aiutato, soccorso, guarito, per quanto possibile.

Sì, perché se è vero che solo chi non fa, non sbaglia, è anche vero che la bravura si vede nel “sbagliare il meno possibile”, e nel caos, chi resiste, facendo al meglio e con coscienza il proprio mestiere, vince…anzi no, vincono i pazienti, tutti, anche quelli piccoli, tenuti nel corridoio di un reparto Pediatria, che al suo ingresso mostra finestre pericolanti, sporcizia e disordine, peggio del peggior ospedale da campo dei Burundi.

Si fra presto a dire che “ci sono lavori in corso”, lavori che tra l’altro durano da così tanto tempo, che ci si domanda quando si potrà avere l’onore (se di onore si tratta) di varcare le porte di un ospedale – luogo che si visita solo per estrema necessità – potendo procedere per padiglioni e reparti senza dover incorrere in ascensori fuori uso, e discariche a ridosso di reparti come quello di ortopedia, che mostra ammassi di roba vecchia, monitor di computer obsoleti, fili elettrici, pezzi di attrezzatura in disuso e così via, ammassati su barelle, alcune delle quali completamente rotte, messe a disposizione di un reparto, che dovrebbe avere ricevuto da poco, una sorta di “abito nuovo”.

Ma la cosa che ancora fa tremare, oltre alla sporcizia che sembra regnare sovrana, su pavimenti che mostrano macchie di sporco stantie, e mentre camminando tocca scansare sacchi neri di spazzatura, pieni di chissà cosa, è la gestione “anche spicciola” di alcuni reparti, come per esempio il pronto soccorso pediatrico, dove arrivando, con un bambino con un braccio rotto, si attende che quell’unico medico chirurgo in forza al reparto, sbrighi quella che loro definiscono “urgenza”, mentre tutto il resto dei pazienti attende.  E così accade che durante quell’attesa, una paziente adolescente, con il volto ricoperto di bolle, continui a tossire in faccia a bambini febbricitanti, stipati nello stesso corridoio dove l’attesa – spesso di ore – si trasforma in un vero e proprio inferno.

E così, tra le esperienze che la vita ti riserva, c’è anche quella di imbatterti in un medico che prescrive il Voltaren a pomata sul braccio di un bambino ingessato per sospetta rottura del capitello radiale, e che quel piccolo paziente, prima di dimetterlo, non lo degna neanche di uno sguardo.

C’è chi approfitta del marasma, del caos e dei “lavori in corso” per nascondere la propria incompetenza, e per concedersi “momenti di svago”.

Ma la realtà quando la si racconta, la si deve raccontare per bene, attraverso lo sguardo della verità, e la verità è che all’interno di quell’ospedale che di “civile” a guardarlo da vicino, ha ben poco, lavorano “anche” medici, infermieri, e paramedici che sono dei veri e propri professionisti, di grande caratura, che svolgono il proprio lavoro districandosi tra difficoltà, mancanza di personale, disagi, imprevisti, e che quel lavoro così delicato lo fanno con caparbietà e coscienza, con dedizione, con amore e compassione, quella che serve per restituire “la speranza” a chi arriva in quei luoghi, per essere curato, aiutato, salvato.

In questa realtà sciagurata, ci sono medici che non guardano l’orologio, attendendo la fine del turno, ma che finiscono di lavorare quando hanno terminato per davvero il proprio compito; medici che non lasciano nulla al caso, che lavorano con zelo, e rispetto nei confronti dei pazienti, mettendo a disposizione tutto il proprio sapere, come se nel proprio contratto ci fosse inserita la clausola “donare fino ad esaurimento scorte”.

La verità è che non si può e non si deve generalizzare, ma non si può neanche tacere, perché una cittadina come Cosenza, che vive ancora il lusso di avere un ospedale dentro le mura della città, dovrebbe tutelarne l’utilità, e la politica competente, dovrebbe avere l’occhio ben puntato su ciò che accade, e non far passare per eccezionale, quelle rare forme di normalità che si consumano molto raramente, rispetto ai disagi e a ciò che è obbrobrioso e fa paura.

Tornerò ancora, all’Ospedale Civile di Cosenza e spero di poter raccontare finalmente una realtà diversa, ma per adesso “lasciate ogni speranza, o voi che entrate”.

Simona Stammelluti