“Così ho ucciso Padre Puglisi”

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A cavallo del 30esimo anniversario dell’omicidio di Padre Puglisi riaffiora il racconto – confessione del suo sicario, l’ex killer poi pentito Salvatore Grigoli.

\"\"In occasione dei 30 anni dall’omicidio di don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio a Palermo, riemerge la confessione del suo assassino, l’ex killer al servizio dei fratelli Graviano, Salvatore Grigoli, poi collaboratore della giustizia di rilievo.

Ecco il suo racconto ai magistrati: “Adesso vorrei dire io cosa sono a conoscenza e le mie responsabilità riguardo il delitto di padre Puglisi. Vorrei premettere che io… tengo a precisare che non è assolutamente vero il fatto che io mi sia vantato dopo aver commesso questo omicidio, perché non ne trovavo le ragioni… non me ne vantavo per altri omicidi… figuriamoci di questo che già… anche perché, dopo averlo commesso, ci pensavo spesso a questo omicidio e non vedevo la ragione per cui è stato fatto… anche se i motivi ne sono a conoscenza, ma non mi sembravano motivi validi per uccidere un prete. I fatti che io conosco, le responsabilità dell’omicidio, sono quelli che un giorno… non ricordo se fu lo Spatuzza o Nino Mangano, che un giorno mi disse che dovevamo commettere questo omicidio, che deve essere stato lo Spatuzza. Già aveva parlato con Giuseppe Graviano e si doveva commettere questo omicidio. Sicuramente ne parlai anche con Nino Mangano, perché io non facevo niente se non ne parlassi con lui. Quindi una sera… cercammo di vedere i movimenti, gli spostamenti del Padre e lo incontrammo a Brancaccio, in un telefono pubblico. Non mi ricordo se già ero armato o dopo averlo visto…. ci recammo per armarci, anche se poi l’unico ad essere armato ero io, e lo attendemmo nei pressi di casa. Così fu, eravamo io, lo Spatuzza, Giacalone Luigi e Lo Nigro Cosimo. Eravamo comunque… non avevamo né macchine rubate, né motociclette, niente di tutto questo, eravamo con le macchine… Scese Spatuzza dalla macchina del Lo Nigro, perché Spatuzza era con Lo Nigro ed io ero con Giacalone. Il primo ad arrivare fu lo Spatuzza, ricordo che il Padre si stava accingendo ad aprire il portone di casa, lo Spatuzza si ci affiancò… perché il padre aveva un borsello, gli mise la mano nel borsello e gli disse: ‘Padre, questa è una rapina’… il Padre neanche si era accorto di me… fu una cosa questa qui che non posso dimenticare, perché ogni volta che penso a questo episodio mi viene in mente questa visione del Padre che sorrise, non capii se fu un sorriso ironico o sorrise e gli disse allo Spatuzza ‘me l’aspettavo’. Allorchè io gli sparai un colpo alla nuca e il Padre morì sul colpo senza neanche accorgersene di essere stato ucciso. Dopo di ciò chiaramente il borsello fu portato via dallo Spatuzza… Dopo di ciò ci recammo in uno stabilimento della zona industriale e lì fu controllato il borsello. Ricordo bene che c’era una patente, lo ricordo bene perché lo Spatuzza aveva la mania, perché lui all’epoca già era latitante, di togliere le marche da bollo che potevano servire per eventuali documenti falsi e tutti i documenti, e tolse le marche da bollo. Vorrei premettere che il borsello fu portato via perché si voleva far credere che l’omicidio… dovevano pensare gli inquirenti che era stato fatto da qualche tossicodipendente o da qualche rapinatore, ecco perché fu utilizzata la 7 e 65, che non è un’arma consueta agli omicidi di mafia… Questo è quello che io sono a conoscenza…”.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

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