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“Ti presento Francesco”, un invito ad entrare in un mondo privato, che ha pareti trasparenti

Da un libro ci si aspetta di tutto, perché un libro è un luogo/non luogo verso il quale siamo liberi di nutrire tutte le aspettative possibili. Al massimo delude, ma non tradisce. Pertanto si approccia ad esso spesso con entusiasmo (quando lo scegliamo), con molta curiosità (quando ce lo regalano). In entrambi i casi diventa una esperienza, per cui, da un libro ci si aspetto di tutto; che sia bello, meno bello, che ti faccia desistere, che ti faccia riflettere, che ti faccia ridere, che ti tiri dentro o che ti lasci lì, in punta di pagina perché forse “è meglio così”.

Da scrittrice faccio un po’ fatica a raccontare i libri degli altri, ma non perché io non sia in grado di rendere onore alle opere altrui, soprattutto quando sono belle, ma perché ho sempre paura di lasciarmi prendere un po’ la mano, tanto nel gradire, quanto nel dissentire.

Fatta questa piccola premessa che mi sembrava doverosa, prima di raccontarvi che libro, anzi che tipo di progetto è “Ti presento Francesco”, ho la necessità di dire che io – vecchia e navigata – tutto mi sarei aspettata da questo regalo (perché tale è stato)  tranne che riuscisse a scardinare la corazza che negli anni mi sono costruita poiché di lasciarmi scalfire troppo dai sentimenti, non ne potevo più. E proprio mentre avrei scommesso che mai nulla avrebbe potuto ricondurmi a fare i conti con una emotività sopita per necessità e mai per scelta, è arrivato lui, Leonardo De Lorenzo, che in un giorno qualunque, mi ha messo tra le mani un libro, senza chiedermi nulla, tranne che di dedicare il tempo di una lettura e di un ascolto, a quel suo lavoro.

Senza fretta” – mi disse.

La mia vita è fatta di libri che leggo, e di cui spesso mi viene chiesta una recensione, di dischi, tanti dischi, che ascolto e che a volte mi inebriano ma che non sempre mi entusiasmano, e poi di pochissimo tempo libero, che però alla fine finisco per dedicare a dischi e libri, quelli sui quali nessuno mi chiede di dire nulla e dei quali quindi, posso godere a pieno, senza dover dar conto.

Quando ho aperto il libro, mi sono accorta che sull’ultima pagina, dentro la copertina vi era un disco e così – sarà deformazione professionale – ho ascoltato prima quello. In quel disco vi ho trovato una commistione di pathos e musica ben suonata. Un disco pensato, composto  e arrangiato da De Lorenzo (che è un batterista che si divide tra attività concertistica e didattica), e realizzato con la collaborazione di ottimi musicisti – cito su tutti Giovanna Famulari e Paolo Fresu ma ce ne sono tanti altri – e poi ancora Tullio De Piscopo che ha anche firmato la prefazione al libro, e Luca Pizzurro, attore e regista teatrale che è voce narrante. Sì perché questo disco, nato con la voglia di raccontare un percorso di vita, è fatto di parole recitate e di musica che scorre e che sottolinea alcuni passaggi cruciali della vita di Francesco.

 Chi è Francesco?

Dovete attendere ancora un po’ per  scoprirlo, perché prima è giusto che io dedichi ancora qualche riga all’aspetto prettamente musicale di questo lavoro. Ritengo che rispettare “il tema” quando si scrive musica non sia semplice, perché si corre il rischio di ostinarsi in una sola direzione, per paura che chi ascolta non capisca. Ecco, questo disco non snaturalizza le intenzioni, con il risultato di riuscire a raccontare l’intensità di una vita, di un cambiamento, come quando le note di un piano (che nel disco è quello di Ivano Leva) sottolineano la complessità di uno stato d’animo.

E’ Natale in quel disco, come nella vita dei protagonisti, e una bellissima “Tu scendi dalle stelle” viene reinterpretata dal flicorno che suona sugli archi, prima che entri in gioco un loop che accompagna l’ascoltatore alla ricerca di un finale, perché quello facciamo senza quasi accorgercene … cerchiamo un finale che sia come lo vogliamo. L’uso dei fiati, nel disco, mi è apparso molto ben gestito, perché capaci si rivelare il cambio di respiro, di enfasi e di emozione. La ricerca del dettaglio sonoro è il miglior merito che spetta a Leonardo De Lorenzo, che ha affidato a percussioni ed echi, non solo lo scandire di “un tempo”, ma anche il passo che cambia, mentre cambi strada perché se non cambi posizione, soccombi.

L’aria che è vita, che però a volte si ferma e ti lascia inerme mentre ti domandi “perché“, è affidata al sax che disegna non solo quella respirata, ma anche quella trattenuta.

Il disco musicalmente muta. Nella seconda parte, vi è una orchestrazione semplice e raffinata, che ha il compito di mettere insieme due sentimenti come la speranza e la rassegnazione, la forza di chi non molla e la voglia di ricominciare, qualunque sia la forma del domani.

Vi è poi la genialità di affidare al violoncello il senso e il movimento di una preghiera, le domande senza risposte e quindi di note che salgono e scendono senza sosta, ostinate e costanti, e che poi si aprono alle altre voci. Ci sono echi di bossanova, nel disco, quelli scelti per descrivere la specialità di alcuni sorrisi, quelli speciali, quelli che ti restano impigliati, che ti avvolgono e ti ridanno vita.

Di chi sono quei sorrisi?

Bene, Vi presento Francesco.

Ma non per come vi aspettate, e non lo farò perché non ne sarei capace, perché lo ha fatto benissimo suo padre, Leonardo, in questo libro.

Francesco oggi è un ragazzo ventenne, che da quando ne aveva 5 di anni, dopo un tumore pediatrico raro che l’ha colpito, è rimasto tetraplegico, intrappolato in un passato che non si è evoluto nel corpo ed in alcune manifestazioni come il linguaggio, ma che ha imparato a comunicare anche solo con un sorriso e che ha insegnato agli altri che “l’amore è il più intenso dei linguaggi”.

Ho letto questo libro in due mezze nottate, perché è un libro che non vuoi proprio lasciare sul comodino e lì su lo lasciavo, solo quando calava l’attenzione, ed invece volevo dare a quest’opera tutta l’attenzione che meritava e di cui sono capace.

Leonardo De Lorenzo è dotato di una grande capacità di scrittura. Non lo conoscevo come musicista, tanto meno potevo immaginare che gli appartenesse il dono dello scrivere. Fluido, mai banale, scrive con parole semplici, esaustive.

Il racconto di Francesco e della sua famiglia è un meraviglioso viaggio durante il quale ci si imbatte in mille sentimenti, tranne che nella pietà strappalacrime. Io le lacrime le ho piante, ma perché lui è riuscito – e  vorrei sottolineare che io invece non sarei stata capace – a raccontare tutto quello che ha segnato la sua esistenza, nella verità cruda della realtà e nella forza di quei sentimenti che si provano, senza neanche sapere come fare. E parlo di disperazione, e poi di dignità e di coraggio; e ancora di rassegnazione, di desideri ostili, di perdita di lucidità e poi di ritorno all’unica verità possibile.

La bellezza dello scritto, che combacia con la forza che appartiene a Leonardo e sua moglie Teresa (a cui va un abbraccio speciale dalle pagine di questo giornale, e che a mio avviso custodisce in se come molte mamme una forza magica ed inspiegabile); e poi ancora la speranza, l’amore che vince su tutto e la gioia “malgrado tutto”.

Ecco quel “malgrado tutto” non è mai a caso, e nel libro viene regalato al lettore sotto forma di cambio di prospettiva, come un cielo che dispensa pioggia ma anche senso di pienezza e serenità.

Questo libro è stato fatica, è costato sacrificio. E’ stato una condizione “sine qua non”, senza la quale, forse, non si sarebbe chiuso un cerchio, il loro, quello della loro famiglia, dentro il quale sono transitati medici, santoni, persone di gran cuore ma anche indifferenza, insofferenza e quella consapevolezza che il tempo non si può sprecare.

Sì, direte … lo diciamo tutti fin troppo spesso.

Ecco, è raffinato proprio il modo, in cui Leonardo De Lorenzo racconta di quel tempo che è meno di quanto si possa immaginare, di come quello stesso tempo fa mutare tutto, contro ogni volontà, di come alcuni rapporti mutino, diventando speciali oltre ogni aspettativa … malgrado tutto.

Nel libro si racconta con una maestria dialettica e senza filtri, un dramma, come quelli che accadono a molti, ogni giorno ed è questa la forza del testo. Potersi adagiare nelle emozioni di chi un dramma del genere non lo ha mai vissuto e nello stesso tempo avvicinarsi alla disperazione di chi invece, vive drammi diversi, condividendone però quel percorso fatto di rabbia, malinconia e disperazione.

C’è un grande inno alla vita, in questo progetto, che impreziosito dalla parte musicale sa divenire una dimensione dalla quale non si vuole uscire se non prima di aver fatto i conti con un desiderio. Io il mio l’ho espresso e presto lo realizzerò. A voi il compito di scegliere il vostro, dopo la lettura di questo libro e dopo l’ascolto delle musiche che un padre musicista ha tirato fuori da quella forza che solo l’amore può consegnare a piene mani. Perché lo credo da sempre: da solo un eventuale talento può poco, se non sorretto da ispirazione, passione, trasporto verso qualcosa o qualcuno.

C’è voluto tanto tempo per realizzarlo, questo libro ma ne è valsa la pena. Insieme al libro nasce anche un progetto, un’associazione “L’isola dei girasoli” con lo scopo di utilizzare la musica come mezzo per crescere, affinché la fruizione possa riguardare anche contesti dove i protagonisti sono i più deboli e disagiati. La musica gratuita negli ospedali pediatrici, nei centri con disabilità gravi, nelle carceri.

Una “missione” valida e di grande sensibilità.

Valuto questa opera come pregevole, perché è ben realizzata, non ha pretese, se non quella di interrogarci su cosa saremmo disposti a fare, se da un giorno all’altro qualcuno ci strappasse di mano quelle piccole certezze che appartengono all’essere umano. Leonardo e Teresa sono stati così umili e così generosi da raccontarci il loro percorso, suggerendoci, senza volerlo e con discrezione un piccola morale: se si riesce a farlo decantare, un dolore, finisce che riusciamo a trovare in un apparente normalità, ogni giorno, un nuovo stimolo per imparare ad amare.

 

Simona Stammelluti

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