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The Post: Spielberg racconta il coraggio della stampa libera

Non è un film realizzato solo per celebrare la regia di chi i film li sa fare, e pure bene e neanche per mostrare l’immensa bravura di due attori come Maryl Streep e Tom Hanks che di riconoscimenti prestigiosi ne hanno vinti a vagonate. E’un film girato con la voglia e la fierezza di raccontare il ruolo del giornalismo nella storia, oltre a mostrare come si affrontano i poteri forti, come si resiste alla tentazione di “non rischiare”.

La stampa è al servizio di chi è governato, non di chi governa“. E’questa la frase cardine di un film forte, che pianta le sue fondamenta nella difficoltà delle scelte, e punta l’attenzione su quanto quelle scelte pesino sul lavoro, in termini di credibilità e di correttezza.
È tutto questo mentre amicizie strette, sodalizi, interessi più o meno spiccati, vengono utilizzati come sottili ricatti affinché alcune verità non vengano rivelate. Poteri forti da difendere, così come sono da difendere gli investitori e poi il popolo americano, il lettore, l’unico al quale la stampa dovrebbe sempre dare conto.
Seppur i fatti raccontati siano noti a tutti, il film di Spielberg, con il suo ritmo incessante e i dettagli storici, tiene lo spettatore in uno stato di eccitazione e di attesa.

Il film narra di una donna, titolare del Washington Post, che tira fuori tutto il coraggio e la convinzione che ha per ignorare la minaccia del governo americano guidato da Nixon – siamo nel 1971 – decidendo di pubblicare un articolo frutto di un’inchiesta stracolma di dettagli circa la guerra in Vientam, dettagli che spiegavano come mentre si continuavano a mandare a morire migliaia di soldati pur sapendo che non si sarebbe mai potuto vincere, i presidenti degli Stati Uniti si continuavano a passare il testimone di quelle scelte scellerate, solo per non ammettere la verità davanti al mondo intero.
Il film narra di come si fa il giornalismo d’azione, di come si consumano fumo ed ore in una redazione ai tempi nei quali le informazioni dovevi sapere dove trovarle e come. Il salto nel passato Steven Spielberg lo sa fare, portandoti dentro a quel luogo fatto di gente che lavora alacremente, mentre prepara le macchine per stampare a ciclostile, e poi ancora i camion che partono all’alba e buttano i giornali per strada mentre sono ancora in corsa. Racconta di un reporter che raccoglie la verità sul posto e che decide di trafugare i documenti Top Secret per poi passarli al New York Time che però dopo aver pubblicato, viene fermato dalla Casa Bianca. Sarà allora il Washington Post a dover continuare la battaglia affinché il popolo americano sappia.

Il sodalizio e il coraggio di colei che detiene la proprietà del giornale, ma che per una vita intera ha dovuto piegarsi al fatto di essere una donna, di essere spesso invisibile rispetto ad alcuni meccanismi, che sceglie però di mettere a repentaglio anche la sua amicizia con il Primo Ministro – colui che quelle indagini le aveva richieste – pur di dare un senso al suo ruolo e al ruolo della stampa. Il suo gesto ispira le altre testate che sull’esempio del Washington Post decidono anch’esse di pubblicare parti di quel fascicolo fino ad allora secretato, innescando a catena la forza della stampa libera, quella che non si lascia intimidire, che va fino in fondo, con tutti i rischi del caso.
E’ un film che tutti i giornalisti dovrebbero vedere perché descrive il coraggio di chi deve decidere, della passione che si deve necessariamente mettere in questo lavoro, di come si lavora in squadra, di come si reagisce davanti a delle scelte da prendere con lucidità e mettendo da parte ogni interesse, di come si tiene testa a chi è più forte e a chi quella forza sa sempre come usarla.
Molto bello il ruolo di Tom Hanks, che interpreta il direttore Ben Bradlee, che vive la sua vita in attesa che arrivi il momento propizio affinché il giornale possa diventare un quotidiano di grido; entusiasmante quel modo di convincere, di motivare, di non mollare. Appassionato il rapporto con Katharine Graham (Maryl Streep) editore, donna di grande fascino, che si trova a dover gestire il quotidiano alla morte di suo marito, morto suicida, che aveva ricevuto l’incarico di dirigere il giornale dal padre di Katharine. Degna di nota anche l’interpretazione di Bob Odenkirk, che nella pellicola fa Ben Bagdikian che insegue il suo vecchio amico Dan fino in una sperduta camera di un Motel per prendere in consegna i fascicoli incriminati e che, quella sua voglia di poter essere parte di una piccola rivoluzione la vive quando, all’indomani dell’uscita dell’articolo sul W.P. scopre che tutti gli altri giornali hanno seguito quell’esempio.

Un film dinamico, con molti primi piani, con la cinepresa che segue i personaggi nei loro passi, non sfrutta il campo controcampo nei dialoghi, ma si mette come terzo interlocutore, a fianco e poi gira intorno per scorgere ogni dettaglio di quello scambio di parole, di sguardi e di emozioni. E sono quelle che pulsano nel film e che dalla pellicola vengono fuori travolgenti. Emozioni come amore per un lavoro, passione per quel che si deve fare e coraggio, quello che spesso cambia per sempre il corso della storia.
Vincente la trovata di Spielberg che decide di utilizzare sul finale la vera voce di Nixon mentre si ribellava e sputava odio verso la stampa che raccontava i suoi misfatti.

Un film fin troppo attuale, che ricorda qualcuno che ancora oggi si comporta nella medesima maniera, ma resta da chiedersi se il coraggio della stampa di allora, sarebbe replicabile oggi.

Il film c’ha provato a porre questo interrogativo, chissà se gli avvenimenti e le scelte che verranno, sapranno regalare questa risposta, senza deludere.

 

Simona Stammelluti

 

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