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Ma sì, facciamola un po’ di pubblicità alla concorrenza!
La verità è che Fiorello  da bravo show-man tutto può, finanche travestirsi da Maria De Filippi, aprire la seconda puntata del Festival di Sanremo ed essere così credibile da indurre “nostra signora della tv” a telefonare a Fiorello, in diretta, proprio mentre è sul palco e dopo essersi complimentata con Amadeus, si presta simpaticamente allo sketch del doppiaggio.

Si entra nel vivo delle nuove proposte e tra gli altri 4 in gara, passano Fasma e Marco Sentieri, ma il livello è basso e se avessi dovuto premiare qualcuno, avrei fatto passare al successivo step Gabriella Martinelli e Lula (anche batterista) con la loro canzone che parla del dramma dell’Ilva con il loro pezzo “Il gigante d’acciaio“.

E’ il  5 febbraio, e allora un pensiero va a Fabrizio Frizzi che in questo giorno avrebbe compiuto gli anni e con grande sobrietà, con indosso un abito meraviglioso, calca il palco la vedova di Frizzi, Carlotta Mantovan, accolta da lungo applauso dedicato al presentatore prematuramente scomparso.

Sanremo ha un corpo di ballo, ed è ancora Fiorello il protagonista; Lui che canta e poi balla, tra  ballerini e ballerine tra i quali spicca Leon Di Domenico, talentuoso ballerino diciannovenne di Vallo della Lucania che studia all’accademia di danza di Londra dopo stage a Madrid e Los Angeles.

Ma Sanremo è kermesse canora e tocca cominciare.

Piero Pelù  apre la gara, ma è sotto tono, e subito dopo come per magia sul palco arrivano le splendide giornaliste RAI Laura Chimenti e Emma d’Aquino.

E’ il turno della Lamborghini con una tuta improbabile e un pezzo che manco nei peggiori bar di Caracas.  Tra gli ospiti Il tennista Novak Đoković costretto a cantare “terra promessa” con Fiorello in un siparietto penoso.

Nigiotti, scarso con la sua “baciami adesso“, si concede un assolo di chitarra.  Sabrina Salerno sembra uscita dritta dritta dal 1980 calandosi a tempo di record nei panni della valletta.

La cantante siciliana indi-pop Levante, arriva sul palco con un delizioso abito rosa, e  con un pezzo discreto, buon sound, nel suo stile, ma ha problemi con il cantato, come se fosse fuori forma o forse gioca brutti scherzi l’emozione da palco sanremese. Sull’onda della musica indi arrivano i Pinguini Tattici Nucleari, che un po’ ricordano “lo stato sociale”, ma restano nei canoni del loro genere con il pezzo “Ringo Starr“.

Avevo dimenticato che è ospite fisso ed invece torna Tiziano Ferro, questa volta insieme a Massimo Ranieri, e si spartiscono il famoso pezzo “perdere l’Amore“. Ma Ferro non ce la fa e sarà scarso nella performance anche quando, nella seconda metà della serata canora, intonerà alcuni dei suoi più famosi pezzi come “Serenere“.

E’ Tosca a regalare in mondovisione il momento più bello e più alto della serata, e di tutto il Festival fino ad ora. Presenza scenica, ottimo look, intonazione impeccabile, personalità da vendere e un pezzo davvero bello “ho amato tutto“. Sembra essere decontestualizzata per quanto è brava, sembra sovrastare completamente tutto il resto. Come se fosse ospite sopraffino e non cantante in gara che, se fosse per merito, vincerebbe a mani basse, ma la classifica all’una e mezzo di notte – seppur provvisoria – dirà altro.

Momento toccante quando Amadeus con accanto il Maestro De Amicis introduce la canzone di Paolo Palumbo, ragazzo 22enne che da 4 anni è affetto da SLA. E parte l’hashtag #iostoconpaolo

Come annunciato da Amadeus stretto in uno dei suoi abiti glitterati, arrivano i Ricchi e Poveri, tutti e 4, anche con la Occhiena e la reunion dopo 40 anni, avviene in playback, così, giusto per non correre il rischio di figuracce. Partono con la versione tarocca di “everlasting love” per poi adagiarsi su quelli che furono i loro successi.

Ospite – ma direi super ospite – Zucchero, che si conferma essere un grande artista, che calca quel palco che fu suo nel 1985 con “Donne” e che accompagnato da coristi stratosferici, risolleva le sorti della Kermesse canora.

E’ il turno di Gabbani, che sarà primo in classifica alla fine della seconda serata,  Paolo Jannacci emoziona con il pezzo “Voglio parlarti adesso” e con quella somiglianza spiccata con suo papà.

Che Sanremo sarebbe senza “non dirgli mai” di Gigi D’Alessio, canzone che festeggia 20 anni. Gigi alla fine è uno che se la canta e se la suona e che – va ricordato per onore di cronaca – ha venduto oltre 30 milioni di dischi in tutto il mondo.

Arriva Rancore, ma nessuno sa chi sia, manco chi l’ha portato al festival.
Ancora Ranieri che fa la sua figura e ancora Tiziano Ferro condannato alla stonatura a vita.

E’ notte fonda quando arriva lui, Junior Cally,  senza maschera, con la faccia da pischello, quel suo “no no grazie” e vestit0 con una giacca che ricorda le divise naziste.

E i monologhi?
Apprezzabile quello di Emma d’Aquino sul mestiere del giornalista e sul diritto alla libertà di informazione, un po’ meno quello che arriverà più in là da Laura Chimenti che altro non è che una lettera melensa alle 3 figlie. Forse si poteva evitare.

In finale di gara tra big Giordana Angi, che paga lo scotto di cantare per penultima all’una e un quarto di notte, che è vocalmente brava ma che perde l’occasione di fare bene, perché a mio avviso la canzone ha un testo troppo banale.
Zarrillo torna a Sanremo, ma se non lo avesse fatto, era lo stesso.

Nella classifica Gabbani primo, Junior Kelly ultimo.

Così sia

 

a domani

Simona Stammelluti 

Un concerto diviso per “tempo” e per capitoli, quello di Zucchero, in concerto all’Arena di Verona fino al 28 settembre

Verona – Compirà 61 anni, il prossimo 25 settembre, ed il compleanno, Adelmo Fornaciari – per tutti Zucchero – lo festeggerà proprio all’Arena di Verona, nel bel mezzo di una tournée di 11 giorni.

L’Arena di Verona ha senza dubbio un suo fascino intrinseco, ma ad abbellire il suggestivo luogo, c’ha pensato chi ha ideato la scenografia a disposizione del “Black Cat World Tour 2016” targato Zucchero.

Due “occhi” laterali, spalancati sul pubblico dell’Arena, ed un cuore gigante al centro, che vien fuori da un telo che cade, e che domina un palco di 40 metri di lunghezza che ospita “signori musicisti”, i loro strumenti e poi lui, il signore del Funky all’italiana, che da quei lontani anni 80, di strada ne ha fatta tanta e che ha proprio per questo deciso di dividere il suo concerto in tre capitoli, che potessero raccontare al meglio, tutta la sua carriera. Una sorta di conto alla rovescia, dal suo ultimo lavoro, a ciò che è più datato.

Un pubblico variegato ha accolto l’artista in una maniera molto calorosa, e salta subito agli occhi come Zucchero – impeccabile nell’intonazione durante tutto il concerto – non abbia cambiato di una virgola il suo look e la sua presenza scenica. Giacca con le frange, cappello in testa, e quella mimica che molto ricorda Joe Cocker, al quale probabilmente si è ispirato nel corso degli anni, fino ad affinare una personalità artistica incastonata nel blues e soprattutto del funky, quell’approccio musicale libero da ogni sofisticazione, ma estremamente caratteristico nell’uso degli strumenti oltre che negli arrangiamenti, con l’utilizzo di due o più chitarre, della sezione fiati e – come nel caso del concerto di zucchero – anche due batterie (con due batteristi) e la presenza di una interessante violinista.

I colori, non solo scenografici, sono la colonna portante del concerto, considerato che più di metà dei musicisti che accompagnano Zucchero sono di colore, provengono da ogni parte del pianeta, e sul palco mostrano prepotentemente le loro origini artistiche oltre che una spiccata capacità di sinergia, di interplay, tanto che viene da domandarsi, quanti carati di bravura e di talento siano presenti su quel palco, rispetto a quello che potrebbe fare, da solo, Zucchero.

Sì perché la differenza tra quando il gruppo suona, e quando il cantante sceglie un angolo di palco, per intonare un pezzo, chitarra e voce, si nota in maniera prepotente. Così come si nota tutto la verve possibile, quando la band viene lasciata libera di suonare quel che più “sente” e la performance che ne vien fuori non solo è jazz, ma è anche delle migliori, in pieno stile “yellowjackets”. Spicca nella performance il quasi ottantenne Brian Auger, londinese, virtuoso dell’organo hammond, pianista jazz che nella sua carriera può vantare collaborazioni con nomi del calibro di Jimi Hendrix, o dei Led Zeppelin.

Sono 13 i musicisti di “grand class” che si esibiscono per 11 serate consecutive all’Arena di Verona, sono musicisti storici, considerato che molti di essi seguono Zucchero nelle sue tournée da quasi un decennio. Musicisti che riempiono in maniera impeccabile la kermesse pop, dove pop sta proprio per “popolare”, che richiama le masse, che mette tutti d’accordo, e che diventa un vero spettacolo di qualità. Piano, synt, organo, base ritmica formata da basso, due batterie e percussioni, tre chitarre, la sezione fiati – tromba, flicorno, trombone, sassofono tenore, flauto traverso  – affidata a James Thompson Lazaro Amauri Oviedo, Carlos Miguel Minoso Amuey. Sul palco anche gli italiani Adriano Molinari alle percussioni e Mario Schirilà alla chitarra.

Sorprende ed entusiasma, la presenza di quattro donne sul palco, alle quali Zucchero affida dei ruoli strategici, ma che sanno fondersi in maniera spiccata nella “texture reliefs“. La corista Tonya Boyd-Cannon, la batterista Queen Cora Duman, la violinista Andrea Whitt, e la chitarrista Kat Dyson. Donne…e che donne! Gli assoli, sia vocali che musicali, sono spesso incoraggiati da Zucchero che cede loro il palco, affinché facciano la propria parte nelle esecuzioni dei pezzi in scaletta, che – come annunciato – si divide in tre capitoli, che si snodano su circa 30 pezzi. Interessanti le escursioni canore di Tonya Cannon dotata di una voce capace di raggiungere vertiginose note acute, attraverso la tecnica del falsetto, oltre che alla potenza nelle note gravi e quelle sfumature soul che si incastrano perfettamente nel tempo in levare.

Il primo capitolo è imperniato quasi tutto sul nuovo album “Black Cat”. Il capitolo secondo, alterna a pezzi prettamente funky, coinvolgenti e movimentati, a ballad dalle nuance intime ed autobiografiche. Ma è nel terzo capitolo, che il pubblico riconosce a pieno il proprio idolo, ed è in esso che raccoglie tutta la voglia di divenire parte integrante di quel  concerto che riesce – con qualità – a mettere insieme oltre 15 mila persone ogni sera.

E così dal tormentone di “13 buone ragioni”, si passa a “Ti voglio sposare”,  mentre Zucchero poi scivola piano “dentro”  “Ten More Days” nella quale i cori diventano un tappeto vocale che concedono a Zucchero una constante ispirazione.

Chapter Two, nel centro del concerto, mette insieme musicalità e ritmo. Tanti i successi che il pubblico ricorda e intona. Alcuni pezzi, in questa parte del concerto sono particolarmente suggestivi: Hey man, madre dolcissima, e “il soffio caldo” pezzo scritto da Zucchero insieme a Francesco Guccini. Ma nello stesso capitolo secondo, anche L’urlo, il mare impetuoso al tramonto e Vedo Nero. A mio avviso la parte migliore, della serata, durante il quale “il senso” della musica di Zucchero, trova il respiro giusto, per lasciare il segno nella serata.

Nel terzo ed ultimo capitolo, i passaggi salienti della sua carriera, con quei pezzi che tutti – ma proprio tutti – conoscono e nel tempo hanno rispolverato alla prima occasione utile. E così mentre qualche fan sfegatata grida che “lo ama”, lui, Zucchero, i grandi successi li tira via tutti in fila, mostrando una instancabile verve. Overdose d’amore, con le mani, Solo una sana ed inconsapevole libidine, Diavolo in me, per colpa di chi.

Ma è anche il momento di “Diamante“, capolavoro datato 1989, tratto dall’album “Oro incenso e birra”, scritto a 4 mani con Francesco De Gregori, che ne ha curato il testo. Si accendono i telefonini, in Arena, l’atmosfera è delle più suggestive tanto da condurre ogni spettatore ad un personalissimo ricordo.

Eppure qualcosa in questo show, che ha i connotati di una macchina che cammina a ottime velocità, c’è qualcosa che all’orecchio di chi di concerti ne ha visti più di qualcuno, salta all’attenzione. Un uso un po’ troppo calcato delle “casse” (e grancassa) delle due batterie suonate sicuramente in maniera impeccabile, ma che coprono l’altra importante parte della sezione ritmica affidata ad un basso che, durante la performance, si sente “poco o nulla”. Non si ricorda una bassline, tra i pezzi eseguiti, eppure il basso resta una importante linea guida nel blues quanto nel funky. Le tre chitarre ci stanno, ma non sorprendono, ma nel complesso resta una ottima performance, che trova nell’ensamble, la sua migliore forma.

Nessuna “tendina di stelle” nel cielo della notte del 21 settembre, ma una parentesi di musica italiana, simile ad uno spicchio di luna, che si è chiusa, per riaprirsi ancora in nuove puntate tutte da godere.

Simona Stammelluti