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C’è una parte di noi che è in agonia.
E’ la parte che ha smarrito ogni forma di tolleranza.
Siamo divenuti intolleranti verso tutto ciò che non si uniforma al pensiero comune, a quella pseudo normalità che ha sembianze sempre più misere, grette, prive di pathos e carità.

Sembra come se per essere al sicuro in questo mondo così ostile si debba essere bianco, maschio ed etero e in nome di questa assurda formula c’è chi è capace di compiere reati efferati e violenze inaudite.
La parola omolesbobitransfobia è tanto difficile da pronunciare quanto da accettare, almeno per me.
E’ una parola che reca in se l’odio profondo verso ciò che in realtà è frutto di scelte di vita che non nuocciono a nessuno, se non al perbenisimo vile che fa sentire i prepotenti e gli odiatori seriali in diritto di “dare lezioni”, “spaventare”, “annientare”, “togliere di mezzo”, “fare pulizia”, comandando la vita e le scelte altrui, pena la morte.

Le parole pronunciate da trentenne napoletano che ha ucciso sua sorella perché legata ad un uomo trangender sono agghiaccianti e imperdonabili: “mia sorella era stata infettata“.
Da cosa? Chi stabilisce cosa sia una “relazione normale”?
A parte il fatto che nella propria stanza da letto ognuno fa quello che più desidera, la normalità presumibilmente si contempla all’interno di un rapporto psicologicamente e sentimentalmente equilibrato. Nel mondo etero sono innumerevoli i casi di rapporti psicologicamente e sentimentalmente inadeguati che finiscono in tragedia. E in quei reati, in quelle condizioni non vi è nulla di “normale”.
Chi infetta chi?
L’odio infetta.
L’amore no.
E l’amore inteso come sentimento non ha sesso, non ha codici genetici.
E’ necessaria una legge contro l’omolesbobitransfobia ma è anche un problema culturale perché la discriminazioni, gli atti di odio e di intolleranza si nutrono di parole non dette, di domande che restano senza risposta, di inciviltà radicata.
Urge una rieducazione ai sentimenti, al rispetto dell’altro e all’accettazione dei limiti in una società che crea mostri che si nutrono di prepotenza, apparenza, rabbia.
Sbagliamo a chiedere ai nostri ragazzi: “hai la fidanzata? Hai il ragazzo?
Dovremmo chiedere loro se “amano qualcuno”. 
Perché le parole sono importanti, hanno un peso, possono erigere, distruggere, innescare reazioni a catena, istigare. E al contrario se usate con lucidità e coerenza, possono consolare, rendere consapevoli, portare a compimento una condotta che talvolta smarrisce la via maestra, ossia quella dell’amore.
Non riesco a credere che non ci sia un “effetto famiglia” su quello che accade.
L’odio non nasce mai dal nulla, ha prodromi che nessuno a volte vuole vedere.
Nasce dal silenzio, da un mancato amore, da una disattenzione nei rapporti, da una incapacità di guardare e valutare. Che torni l’educazione civica, che si riprendano in mano le regole e le si facciano rispettare, che non si transiga su alcuni atteggiamenti che solo apparentemente possono sembrare innocui.
Quando accadono fatti di cronaca come quelli di questi giorni, esiste una responsabilità collettiva che va considerata, riconosciuta e analizzata. Il rispetto della libertà altrui, delle scelte altrui deve tornare in cima alle priorità di una società che è in agonia e nessuno sembra più intenzionato ad rianimarla.

L’arcobaleno che tanto si usa per “fingersi” schierati verso la libertà, per la difesa delle minoranze dovrebbe splendere in giorni qualunque, mentre teniamo stretto a noi la convinzione che quella tanto difesa famiglia tradizionale, partorisce sempre più spesso una schiera di uomini e donne che disconoscono l’essenza del vivere.

Simona Stammelluti 

 

 

Come sempre ho bisogno di metabolizzare, ho bisogno di capire (per quanto possibile) e di riflettere. Poco altro si può fare quando la cronaca ci restituisce una realtà che non si può ignorare … non più. Siamo ad un punto di non ritorno, la violenza ha la forza di un potere subdolo e ignobile. La bellezza della vita viene sotterrata, infranta, umiliata, annientata. C’è un dolore che si fa eco e una mostruosità che si insinua sempre più nei nostri giorni, nelle vite di tutti, rendendoci un po’ colpevoli e forse anche complici.
A che serve un processo, per 4 mostri che uccidono un loro coetaneo?
Una crudeltà così efferata, una colpevolezza così esplicita, che non si coniuga con il principio di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Chissà se un ergastolo potrebbe redimerli, ma io alla redenzione faccio fatica ormai a credere. Perché quei giovani così violenti, che si sono sentiti padroni del mondo e della vita altrui, che hanno massacrato di botte un giovane con tante speranza, un sogno nel cassetto e tutta una vita davanti, sono figli di famiglie che non hanno saputo insegnare loro il rispetto per la vita altrui e delle regole, non hanno insegnato loro l’educazione al vivere, non hanno saputo iniettare nelle loro coscienze la differenza tra bene e male, la forma di quell’essere parte di una società nella quale le differenze possono migliorarci, non scavare distanza che poi annientano, rendendo tutto così assurdo.
Concorso in omicidio preterintenzionale.
Calci, pugni senza sosta fino alla morte.
Non c’entra la passione per le arti marziali (che invece insegnano il senso di disciplina, il rispetto delle regole, l’autocontrollo, l’onore e lo spirito di sacrificio) né i tatuaggi, né il look. Non c’entra l’eventuale emulazione di violenza che da sempre nel cinema viene raccontata come parte di un mondo che si divide tra buoni e cattivi.
C’entra la mancanza di cultura, c’entra quella sottocultura che innesca questo genere di tragedia, c’entra una vita senza regole, il culto della violenza, i precedenti di questi ragazzi avvezzi alla rissa facile, su cui grava ad oggi un’accusa così tremenda.

In fondo che ha fatto, ha solo ucciso un extracomunitario“. Sono le parole dei familiari di uno dei presunti assassini. I genitori di Willy Monteiro, capoverdiani sono perfettamente integrati, e non “estranei” a quella comunità.
Se esiste un aggravante razziale saranno gli inquirenti a stabilirlo, ma se si cresce in un ambiente familiare in cui un ragazzo nero viene considerato “solo un extracomunitario” allora non c’è più speranza per una società che diventa sempre più insensibile al dolore.
Saranno testimoni e immagini di telecamere a dire come siano andate le cose, ma c’è una condizione sociologica che deficita, un grado di civiltà che si è assottigliato fino a spezzarsi, una disattenzione generale verso la crescita di una nuova generazione che non ha maturato l’importanza del limite che è alla base della differenza tra il lecito e il reato.
20 minuti per uccidere, per togliere la vita.
Un tempo sospeso che annienta e cambia i connotati della vita di molte persone.
Una realtà che ormai oltre ad una morte a tempo, ha sdoganato tutto, dalla violenza verbale al razzismo, dal delirio di onnipotenza all’atto di follia. Torniamo ad educare, al rispetto delle regole, all’onore, all’autocontrollo, allo spirito di sacrificio.
Per ora ci resta la speranza che chi ha commesso il crimine venga assicurato alla giustizia, venga punito in base al crimine commesso e che possa arrivare assieme alla giustizia terrena, anche una redenzione, affinché il male si esaurisca, piano e inesorabilmente, dentro le coscienze e oltre le sbarre di una prigione.

Simona Stammelluti 

Purtroppo siamo consapevoli che esistano violenze di tanti generi e che ci indigniamo ad ogni notizia  o di fronte ad ogni comportamento violento, ma ancora oggi, mentre professiamo la nostra accoglienza , la nostra estraneità e il nostro prendere le distanza da comportamenti a tema, i fenomeni “violenti” proliferano come l’erba sui campi. Perché?

Quello che salterebbe subito in mente , se si dovesse rispondere in modo veloce e senza pensare , sarebbe che il male sia insito nell’uomo così  come il bene…eterna lotta. 

Esemplificativo e banale.

Chiediamoci piuttosto perché, nonostante il grado di cultura sia (abbastanza) aumentato e nonostante tutti gli sforzi da parte di esperti di fenomeni e deviazioni sociali, di interventi da parte delle forze dell’ordine, (e finalmente da parte dello stato) siamo ancora relegati al concetto di violenza di seria A e violenza di serie B ?

Cosa c’è che non va nel nostro sistema sociale e in quello intellettivo?

Da quando esiste il mondo la violenza sulle donne è stata sempre considerata un male minore rispetto a quella esercitata sugli uomini , questo perché ci hanno insegnato che l’essere perfetto sia di genere maschile, dando in questo modo una connotazione sessuale a Dio, (Dio Padre) e che vuole la donna seconda all’uomo, creata più come sollazzo che come sostegno.

“In principio Dio creò il cielo e la terra….allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere di suolo e soffió  nelle sue narici un alito di vita…poi il Signore Dio disse : non è bene che l’uomo sia solo….il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo che si addormentò, gli tolse una costola e richiuse la carne al suo posto….il Signore Dio plasmò con la costola che aveva tolta all’uomo, una donna…allora l’uomo disse: è carne della mia carne e ossa delle mie ossa …” (dal libro della Genesi).

Attenzione: seconda nell’atto della creazione, non seconda all’uomo.

La donna, rea d’aver attinto all’albero della conoscenza  e di averne dato al marito il frutto, fu relegata al ruolo di prostituta e tentatrice , causa della loro cacciata dall’Eden . 

Da quel giorno l’opera di denigrazione e punizione sulla donna, non è mai cessata. 

A volte credo sia necessario partire da molto lontano.

La storia ci insegna quante battaglie ha dovuto combattere la donna per riprendersi il posto che Dio le aveva assegnato come compagna dell’uomo e non come sua sottoposta a causa dell’unico peccato mai perdonato nella storia dell’umanità, fin dalla creazione.

L’arroganza del genere umano nel volersi  sostituire a Dio nel giudizio e nelle opere, (non essendo di natura divina), ha permesso di fatto che  ci fossero due pesi e due misure; una per l’uomo è una per la donna, facendone la vittima sacrificale di ogni sorta di frustrazione, rabbia, malcontento e follia del genere maschile. 

L’importante è però non cedere a meri  discorsi sessisti e cadere nella trappola del fare “di tutta l’erba, un fascio” . (Errore imperdonabile).

Vero è, che la cronaca è piena di notizie di femminicidio, reato che finalmente ha trovato una collocazione nella nostra giurisprudenza da pochissimo tempo in un paese che si professa civile e in uno stato che ha abolito il delitto d’onore (come se ci fosse un onore nel commettere omicidio), soltanto nel 1981 con la Legge 442.  Uno Stato complice dell’omicidio di troppe donne e che dava potere di giudizio insindacabile all’uomo , il quale poteva decidere della vita o della morte della propria moglie, fidanzata, sorella, figlia scostumata o disonorata, in nome di “quell’onore” riconosciuto come valore socialmente rilevante , tanto da giustificarne un omicidio per il quale avrebbe avuto notevoli attenuanti nello scontare una pena.

Nonostante ciò, gran parte della violenza di genere, nella fattispecie l’omicidio, in qualunque parte del mondo, (e sottolineo, qualunque luogo nel mondo), avviene  sempre per lo stesso motivo: “quello passionale”, fin dalla creazione di Eva.

L’unica cosa che è cambiata, è la nostra consapevolezza, la nostra capacità di giudizio e quella di riconoscere un delitto o una violenza in quanto tale, rivolta sia  agli uomini, che in questo caso alle donne.

Questa nuova consapevolezza , ha fatto in modo che nascessero tante strutture di supporto alle donne, sfruttate, stolkerate , stuprate, oltraggiate, vilipese e oggetto di ogni genere di violenza che va da quella psicologica a quella fisica a quella di costume a quella sociale. 

Sono tanti gli uomini che si fanno promotori e partecipi di iniziative di solidarietà e di sostegno alle donne, ma non è ancora abbastanza . Fino a quando non si estirperanno le sovrastrutture radicate come grosse querce nel nostro cervello, che vogliono le donne in qualche misura inferiori all’uomo sia nella forza fisica che nel potenziale intellettivo, fino a quando non si avrà contezza che non esiste nel genere umano una natura superiore se non quella divina, fino  a quando non si avrà l’onesta intellettuale di riconoscere che da sempre è stato perpetrato un danno morale oltre che fisico e sociale nei confronti della donna e se ne farà ammenda, fino a quando non si smetterà di vedere la donna meretrice, furba e disonesta che affabula ed inganna, fino a quando non sparirà ogni forma di competizione tra le stesse, fino a quando la diversità antropologica non diverrà un valore aggiunto e non la scusante di comportamenti estremi insiti nell’animale maschio a scapito della femmina, rimarranno soltanto belle parole farcite di ipocrisia che non faranno vedere nessuna luce in fondo al tunnel. La donna non dovrebbe essere costretta a difendersi dall’uomo per la paura che meri istinti atavici che non si sono mai evoluti, possano essere l’arma che attacca e uccide…

In questo caso, l’unica consapevolezza che ci rimane è quella che c’è ancora tanta, troppa, strada da fare.

Purtroppo.

Che vogliamo fare?
Proponiamo i numeri del 2017 che raccontano i casi di femminicidio?
Oppure vogliamo dire tutti insieme “nessuno tocchi le donne“, così, giusto per essere “accordati” ad oggi, alla giornata mondiale contro la violenza sulle donne?

No perché qui di giornate ufficiali proprio non se ne può più; perché durano troppo poco, perché ormai si assomigliano tutte, perché si perpetuano anno dopo anno senza che cambi poi tanto nella condotta di tutti, nel modo di pensare oltre che di agire; fermi nel pantano degli stereotipi, che si alternano al pregiudizio, e poi alla discriminazione, o semplicemente all’idea – stereotipata, pregiudizievole e discriminante – che la donna sia un qualcosa da possedere, completamente priva di volontà.

Eccola la parola chiave. Il volere, il desiderare di una donna vale tanto quanto quello di chi pensa di poter scegliere per tutti, di avere le “armi” giuste per convincere e quando non si riesce a farlo, c’è sempre un piano “B” che si chiama sopruso, violenza, minaccia, morte.

Ed anche quando la morte non arriva, o quando le violenze non sono così visibili, l’orrore della violenza stessa,  delle minacce, dei soprusi, rendono la vita del genere femminile un vicolo cieco, una strada senza uscita, un silenzio che regna dopo le urla di dolore che si gridano a bocca chiusa, restando dentro ad una serie di perché che si alternano senza mai trovare una via d’uscita in una risposta plausibile, oltre che in una probabile soluzione.

La violenza contro le donne non è la violenza contro Maria, Giovanna, Francesca, Marta … è una violenza contro l’umanità, contro il simbolo della famiglia, contro i figli di quelle madri che vengono violentate, massacrate, uccise. E’ un crimine contro le regole del buonsenso, contro l’essere umano come facente parte di una comunità che spesso, però, resta a guardare. Perché non servono – o meglio non bastano – i messaggi di solidarietà, le scritte proiettate sul Pirellone, le panchine rosse a ricordare il sangue versato, i numeri di telefono dedicati, il sostegno che sembra arrivare dalle voci autorevoli di chi ti dice “non sei da sola” o quell’invito a denunciare, sempre, ogni forma di violenza, anche la più piccola, perché a volte sono le più piccole ad essere le più profonde.

La verità forse, si nasconde nelle pieghe di tutto un meccanismo che pensiamo essere invisibile,  distanti da noi, ma che poi alla fine ci riguarda tutti molto da vicino. E’ come gestiamo le cose piccole che ci appartengono, come parliamo in famiglia, come agiamo davanti ai nostri figli, come reagiamo a quel che vediamo, come ci schieriamo a favore di qualcosa o prendiamo le distanze rispetto ad altro, come ci facciamo carico di aiutare dove possiamo anziché girarci dall’altra parte, facendo finta che quella scorrettezza consumatasi sotto i nostri occhi non sia mai avvenuta.

Non facciamo mai caso a come reagiamo quanto ci rubano il parcheggio sotto il naso, o come imprechiamo con violenza contro qualcuno sperando che ci senta (ma senza il coraggio di andargli a parlare di persona) o a come sgomitiamo slealmente per avere qualcosa che forse neanche ci spetta, o come gioiamo dei fallimenti altrui, o come diventiamo ossessionati quando qualcosa non riusciamo ad averla, senza interrogarci abbastanza sul perché alcune cose non ci appartengono o “non ci appartengono più”. Siamo nell’era del “a un metro dal mio culo, accada quel che vuole accadere“, ma al contempo del “se non mio, di nessun altro“.

Fermarsi a riflettere, non solo oggi, sarebbe un dono da fare a quell’umanità della quale fanno parte tutte le donne, le nostre madri, le nostre mogli, le nostre sorelle, le nostre figlie, le nostre insegnanti, i nostri avvocati, i nostri medici, le nostre vicine di casa, e non solo le donne che sono morte, per mano di chi non ha rispettato non solo loro, ma anche i loro sogni e le loro volontà.

Noi giornalisti raccontiamo ogni giorno, 365 giorni all’anno di casi che si consumano, che aumentano, che sconvolgono, che sconcertano, ma che non si arrestano. E’ di pochi giorni fa la vicenda della donna tenuta segregata per anni, costretta a subire violenze inaudite, sotto gli occhi dei suoi figli. Un orrore che neanche nei film, si era mai visto, perché per davvero a volte la realtà supera la fantasia.

E poi lo scandalo nel mondo del cinema, dove il potere sembra essere per molti il lasciapassare per violentare, stuprare, offendere e stritolare animo e corpo di donne che non sempre sono capaci di fare un passo indietro, di capire i risvolti di alcuni “NO, non detti”, perché spesso i contorni patinati sono come una droga che ti stordisce, come un bicchiere di troppo che ti lascia senza forze e senza più identità. Perché alla fine le donne che non muoiono, vivono senza più una identità e la morte di quella, porta ad un lento regredire di quelle volontà che invece dovrebbero salvare il mondo.

Chiudo raccontando un evento che mi ha visto protagonista 15 anni fa, quando stavo per diventare madre di una figlia femmina, quando un medico donna, durante un’ecografia mentre mi consegnava la notizia che si trattava di una bambina, scoppiò a piangere dicendomi che le dispiaceva che fosse femmina e mi disse “avrà una vita difficile in questo mondo. Non è un mondo per le donne, questo. Farà tanta fatica anche se avrà delle doti superlative e dovrà passare la sua vita a difendersi“. Quando le chiesi da chi o da che cosa avrebbe dovuto difendersi, mi raccontò di essere stata violentata a 16 anni, nel portone di casa sua, quando rientrava da una serata con degli amici, quando insistette per uscire senza suo fratello maggiore. Mi raccontò ogni dettaglio di quella violenza. E da allora mi sono sempre chiesta se sarei mai stata capace di insegnare a mia figlia a difendersi dalla violenza e a riconoscerla, sopratutto, prima che possa annientarla.

Ho raccontato questo affinché le esperienze di ognuna di noi, possano essere quelle mani che tutte insieme siano capaci di dire: “nessuno tocchi le donne, nessuno tocchi le loro volontà”.

 

Simona Stammelluti

Un sacerdote di cinquant’anni originario di Licata, Agrigento è stato esonerato dalle funzioni e dalle attività sacerdotali e sospeso a divinis dopo l’arresto avvenuto a Napoli per violenza sui minori.

A emettere il decreto di sospensione ed esonero nei confronti di don Camillo Sessa è stato l’arcivescovo di Cosenza-Bisignano, mons. Salvatore Nunnari che ha reso noto il provvedimento con un comunicato stampa della curia. Il religioso è stato fermato e arrestato dal nucleo tutela minori della polizia municipale mentre era intento a palpeggiare un ragazzo all’interno di un Internet point. Monsignor Nunnari ha dichiarato di avere appreso “dell’arresto per l’ignobile delitto di pedofilia”, di essersi raccolto in preghiera e, come prevede il regolamento, di avere informato le autorità ecclesiastiche competenti e la Congregazione della Fede.

L’arcivescovo cosentino ha espresso vicinanza, affetto e solidarietà alla famiglia della vittima

il sacerdote in oggetto, originario di Licata accolto ed ordinato dal mio predecessore, dopo alcuni anni di servizio pastorale nel territorio dell’Arcidiocesi ha ricoperto il ruolo di cappellano del mare coordinato dall’Ufficio Nazionale di Pastorale marittima che si è concluso da circa un anno. Dopo aver rifiutato un nuovo impegno pastorale in diocesi, non rispondente ai suoi desiderata, è tornato in famiglia senza dare notizie di sè da qualche mese, si legge nella nota con la quale l’arcivescovado “esprime fiducia nell’azione della magistratura attendendo ogni sua decisione con spirito di reale collaborazione”. Il sacerdote, originario di Licata, dopo alcuni anni di servizio pastorale nel territorio dell’Arcidiocesi (per un breve periodo è stato pure nella parrocchia di Donnici), ha ricoperto il ruolo di cappellano del mare coordinato dall’Ufficio nazionale di Pastorale marittima che si è concluso da circa un anno. Nel 2012 si trovava sulla Costa Allegra, la nave da crociera alla deriva al largo delle Seychelles, nell’Oceano Indiano, dopo un incendio in sala macchine. Dopo aver rifiutato un nuovo impegno pastorale in diocesi, non rispondente al suo desiderio, informa una nota dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi cosentina, è tornato in famiglia senza dare notizie di sè da qualche mese. «L’Arcivescovo dinanzi a questo ulteriore dolore arrecato alla nostra Chiesa», continua la nota, «implora una preghiera unanime per la conversione dei cuori. Monsignor Nunnari esprime infine «fiducia nell’azione della magistratura attendendo ogni sua decisione con spirito di reale collaborazione»

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COMUNICATO STAMPA

Lo studio Teologico “San Gregorio Agrigentino”
ed il Centro per la Cultura e la Comunicazione dell’Arcidiocesi di Agrigento
promuovono per Lunedì 12 gennaio una

Tavola Rotonda su:”Bibbia e violenza”
con una particolare attenzione al rapporto
violenza e sacro, mafia e religione

Il tema verrà affrontato da 4 docenti dello Studio Teologico che lo analizzeranno secondo diverse prospettive, in particolare:

– Violenza come problema antropologico, prof. A. Frenda

– Violenza come problema filosofico, prof. G. Todaro

– Violenza nella Bibbia, prof. B. Reina

– Religione, violenza e mafia, prof. A. Chillura

– Presiede il prof. V. Lombino

L’incontro si terrà nella Sala Chiaramontana del Seminario Arcivescovile di Agrigento, alle ore 10.30.
La partecipazione è libera.

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