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Ormai non ci facciamo più caso; viviamo il mondo virtuale come se fosse un luogo qualunque, quando invece ha delle sue precise regole, che non rispettiamo perché non le conosciamo, e perché ci dimentichiamo (o forse non ci abbiamo mai pensato) che quella dimensione che tanto ci attrae e alla quale non riusciamo più a fare a meno, prevede una prossemica, ossia la gestione delle distanze entro le quali consumiamo i rapporti (virtuali).

Per lui, Emanuele Fadda, classe 1972, docente di semiotica e linguistica all’Università della Calabria, scrivere questo libro “è stato più una necessità che un dovere” – come lui stesso sostiene.

Fatto sta che questo libro, molto ben scritto, dovremmo leggerlo tutti, con attenzione. Ci aiuterebbe a gestire quella precisa dimensione  – che è il mondo virtuale – e i rapporti che da essa derivano;  quei rapporti che spesso riescono a trasformarci, a condizionarci, a farci dire e fare cose senza quasi che ce ne si accorga, mentre restiamo vittime (consapevoli) di vicinanze spesso asfissianti, pur stando geograficamente lontani.

Questo libro, non è un manuale … sia chiaro. Non ci sono consigli spiccioli su come fare o non fare, su cosa fare o non fare, su come risolvere alcuni quesiti che forse qualcuno dei lettori si sarà posto mentre naviga in un mare di situazioni che sembrano sempre fare al caso nostro, salvo che nei casi in cui si avverte di essere finiti in una trappola; perché intrappolati sì, lo siamo, in quello spazio ridotto, esposti costantemente allo sguardo e alle azioni altrui.

Troppo lontani, troppo vicini – elementi di prossemica virtuale (è questo il titolo del libro) è un’analisi approfondita di come si trasforma la realtà,  quando lo spazio tra noi e gli altri diminuisce e la distanza si annulla. Così accade, per esempio, quando decidiamo di far entrare qualcuno nella nostra sfera privata, intima, senza però avere tutte le armi sensoriali (che abbiamo a disposizione nella vita reale), per poterla gestire quella distanza, dentro situazioni che sembrano semplici, quasi scontate, ma che al contrario, proprio quando sono virtuali, possono avere delle conseguenze che quasi mai teniamo in considerazione.

Il libro mette a disposizione del lettore tutta l’esperienza dello studioso, del semiologo, insieme alla sua diretta esperienza di utente, che quella dimensione sociale e virtuale la abita, la studia e la interpreta, e che allo stesso tempo l’asseconda ma con delle dinamiche precise.

La bravura di chi scrive, sta nell’accompagnare il lettore nelle tre parti del libro: nella prima, “Spazi”, in cui spiega come i luoghi virtuali, al pari di quelli fisici, necessitano di alcune regole che possano aiutare il fruitore a gestire le diverse distanze, che sono pubbliche, sociali, ma anche personali ed intime; oltre che a gestire gli spazi comuni condivisi che inevitabilmente innescano una qualche minaccia.

Leggere questo libro aiuta a far luce su quei quesiti che di tanto in tanto ci poniamo, ma senza volerle per davvero le eventuali risposte.
E allora se le risposte non le vogliamo (perché è più facile così) perché dovremmo leggerlo questo libro? – direte.
Perché al suo interno non ci sono risposte, ma semplicemente un invito ad una riflessione su come si possa starealla meno peggio – dice Fadda – in un mondo dal quale non si deve e non si può sfuggire”.

L’autore attinge a citazioni, ad altri testi per spiegare alcune dinamiche, e poi spalanca le porte di mondi forse già attraversati, ma tracciando altri percorsi, interessanti e a tratti indispensabili – a mio avviso – per coloro che ancora non hanno compreso quanto stare tutti in uno stesso posto, a fare tutti la stessa cosa, può renderci vulnerabili, manipolabili e senza dubbio, meno indipendenti.

Emanuele Fadda

Nel libro si parla dei rischi che si corrono, ma non per come farebbe uno psicologo, un sociologo, un media trainer, ai quali l’autore non si vuole sostituire, non fosse altro perché i rischi di cui si parla sono principalmente quelli di quando si sbaglia la prossemica.  

Più siamo, meno distanza c’è tra uno e l’altro.
Una distanza virtuale è asfissiante quanto quella fisica?
Sì, spiega Fadda, anche se non si è fisicamente nello stesso posto, si disegna con la propria presenza una mappa di ciò che l’affollamento costituisce.

Alcune definizioni, in questo libro sono illuminanti, invitano ad entrare in una nuova dimensione, diversa però da quel mondo in cui viviamo ogni giorno, quell’ambiente digitale di cui non conosciamo alcuni anfratti, e non li conosciamo perché ci siamo stati sempre di dentro, da quando si è formato, come se fosse un acquario;  nuotiamo, ci spostiamo ma alla fine siamo sempre lì, dove l’identità personale si sbiadisce e il limite tra vita reale e virtuale si fa sempre più sottile.

Leggere questo libro è come uscire da lì dentro, insieme ad una guida che ti spiega cosa si nasconde spesso alla nostra consapevolezza, stanandone alcuni dettagli indispensabili.

Sorvegliamo o siamo solo sorvegliati?
Che cosa ci accade da quando siamo sempre in scena? E cosa accade nei retroscena?
Che vuol dire “metterci la faccia”, nel mondo virtuale?

Sembra facile rispondere a queste domande.

Provateci, e  poi leggete il libro; scoprirete che vi conoscete molto meno bene di quanto immaginiate e conoscete alcune dinamiche virtuali, molto meno bene di quanto non ne foste convinti fino a prima di leggerlo, questo libro.

C’è una seconda parte – che ho molto apprezzato –  in questa opera, che racconta quanto simili siamo ad alcuni primati e dunque al mondo animale, mentre dimentichiamo alcune norme base dello stare in gruppo, quando non calibriamo nel modo opportuno le distanze nella comunicazione interpersonale, quando siamo maldestri, come se non conoscessimo neanche l’esistenza, di un galateo.

Branchi” si intitola questa seconda parte.

Quanto vale ricevere likes?
Cosa comporta in fatto di potere sociale?
Chi sa cos’è il clickbaiting?

Così su due piedi magari non ne sapreste dare una definizione. Neanche io ne sono stata capace prima di erudirmi attraverso le pagine di questo libro. Eppure ci condiziona in una maniera che non immaginereste mai. Ci sono meccanismi che si attivano prima ancora che ce ne rendiamo conto. Ma se li si conosce, forse li si possono ridimensionare … forse, perché forse siamo ancora in tempo.

Quante situazioni risolviamo con il contatto fisico?
Anche i bonobo fanno così.

E come i bonobo nasciamo altruisti ma poi mutiamo, sospendiamo la fiducia generalizzata, impariamo ad essere indifferenti, un po’ anche per difenderci. Eppure restiamo istintivi. E più lo spazio e ridotto e più diventiamo aggressivi, abbiamo reazioni subitanee.

Ma da un semiologo, da un esperto di linguistica, ci si aspetta un finale che abbia un sapore prettamente empirico, una conclusione che si possa mettere in pratica, e che passi attraverso un segno.

“Segni”, la terza e ultima parte di questo volume, che mette al centro l’essere umano che governa le proprie azione perché parla, e perché in seno alla società, il umano nasce.

“Il linguaggio è il nostro campo di battaglia” – dice Fadda. E’ la lingua che costituisce l’immagine e il modello di ogni potere mediatico.

E’ vero, non è un manuale questo, ma insegna un bel po’ di cose. Per esempio a recuperare ragionevolezza e senso del limite, insegna come essere meno elefanti e a muoverci con più leggerezza in una dimensione piena di cose che cadono e che potrebbero finire in frantumi, e non sono oggetti.

E’ un libro che racchiude in se una forza … la stessa che appartiene a chi dell’uso corretto della parola e del linguaggio ne ha fatto uno significativo e raffinato stile di vita.

 

Simona Stammelluti 

Sono stati due maestri del Conservatorio di Cosenza, Carlo Cimino contrabbassista e Nicola Pisani sassofonista, a salutare il folto pubblico intervenuto all’Università della Calabria e con “Silence”, di Charlie Haden hanno dato via al seminario dedicato al marionettista C. J. Abbey con il quale Steven Feld ha realizzato un film “Ghana’s Puppeteer” che documenta la capacità dello stesso Abbey di utilizzare le marionette per raccontare la musica in molte sfumature, dalle strade del Ghana, alle Tv internazionali; Abbey che parlava diverse lingue, che aveva una vera e propria passione per Coltrane, che utilizzava le marionette per rappresentare le situazioni locali, per comprendere il senso del suono. Marionette che dalle sue sapienti mani cantavano ed eseguivano musiche delle varie culture, e quella capacità di Abbey di mettere insieme l’antropologia del suono con il cosmopolitismo.

15 anni di collaborazioni, tra i due, diversi dischi, un film e un libro che è semplicemente una nota a piè di pagina di questa complessa ed entusiasmante storia.

L’invito è giunto a Steven Feld dal Professor Carlo Serra – docente di Teoria dell’immagine del suono – che fortemente ha voluto la sua presenza all’Università della Calabria e che ha organizzato il convegno, invitando un gruppo di esperti del settore, che hanno relazionato circa i loro lavori nell’ambito del suono e della musica. Steven Feld noto nel nostro paese anche per le frequenti incursioni che lo hanno portato a studiare le nostre tradizioni e il nostro paesaggio sonoro.

Presenti al convegno insieme a Steven Feld e al Prof. Carlo Serra, il Prof. Fulvio Librandi, dell’Università della Calabria, il Prof. Antonello Ricci dell’Università della Sapienza di Roma, il Prof. Sergio Bonanzinga dell’Università di Palermo e il Prof. Nicola Scaldaferri dell’Università degli studi di Milano. Da tutti loro è arrivato un contributo fattivo ed interessante sul senso antropologico della musica e dell’ascolto, sull’accostamento tra suono e musica, sull’importanza della tradizione musicale e sul suono come forma di conoscenza del mondo contemporaneo.

Tanti i concetti che hanno catturato il pubblico intervenuto numeroso, composto non solo da studenti della prestigiosa Università calabrese, ma anche musicisti, docenti, giornalisti di settore e appassionati.

Siamo un equilibrio precario da mantenere secondo natura; i sensi mediano il nostro rapporto con il mondo e i saperi che apprendiamo attraverso i sensi, sono veri e propri manufatti culturali. Il suono ci ingloba e il punto di vista come il punto di ascolto sono parimenti utili nella concezione del mondo, un mondo dove il suono ci comprende e ci specifica” – ha spiegato Fulvio Librandi.

Molto interessante il lavoro documentario di Antonello Ricci, antropologo e etnomusicologo nel quale attraverso un’etnosceneggiatura, Luigi Nigro, campanaro, racconta se stesso, la musica delle sue campane, il rapporto tra suono e sentimento,  tra suono e pianto, che si traduce in quel legame che tutti noi abbiamo tra l’udito e il nostro modo di stare al mondo. L’ascolto è il senso dell’antropologia, e la compassione diventa una dimensione importante, nella misura in cui la “passione comune” si evolve anche attraverso gli scambi sonori, attraverso un codice acustico che diventa un codice culturale. Luigi Nigro, che tutto quel che sa gli è giunto da suo nonno, attraverso la comunicazione da bocca ad orecchio, sia per quanto riguarda la storia e la realizzazione delle campane che l’arte della costruzione ed intonazione della zampogna. “L’accordo mi è entrato nella testa” – dice Nigro nel documentario, parlando emozionato di quel momento in cui suo nonno gli insegnava il mondo della musica.

Un momento intenso e significativo quello nel quale Steven Feld ha parlato dell’acustemologia, che unisce il concetto di acustica e di epistemologia, per affermare il suono come metodo di conoscenza. “Il mondo e dentro la bocca e la bocca è nel mondo” – ha detto Feld, spiegando come vi sia un passaggio dall’antropologia del suono all’antropologia nel suono, come le strutture relazionali possono passare dall’interno all’esterno e viceversa, e come nulla ha a che fare con il rituale, ma con la vita di tutti i giorni. La concezione della conoscenza come piacere; il piacere della conoscenza del mondo, che si fonde alla gioia di “essere al mondo”.

Durante il lungo seminario, è stato Sergio Bonanzinga a raccontare attraverso il suo lavoro documentario realizzato tra il 1987 e il 2017, le concezioni di tradizione orale in Sicilia, ossia la ridefinizione del concetto  di musica in relazione all’aspetto interculturale. E mentre nella nostra comune concezione, per conoscere abbiamo bisogno di distinguere, altrove la cultura si forma sulla agglomerazione, sulla relazione, sul “tenere insieme”. Così diventa fare musica e non solo suono, il battere del martello del fabbro sull’incudine, il suono delle ruote del carretto che diventano accompagnamento al canto, l’utilizzo di coltelli come se fossero strumenti a percussione, o il canto del telaio che “se non accordato, stona”.

A chiudere i lavori del convegno, prima di una collettiva e aperta discussione, Nicola Scaldaferri, che ha mostrato un servizio realizzato proprio insieme a Steven Feld, durante le tappe lucane, e i racconti del Maggio di Accettura, nel quale il rituale della musica non lascia mai spazio al silenzio.

Un vero e proprio excursus nel mondo sulla dinamica del suono, sul potere della conoscenza attiva, sull’importanza dell’ascolto e dello scambio quasi simbiotico tra la nostra percezione e le risposte dell’ambiente che in un continuo feedback reagisce con suoni, che sanno essere musica e che nutrono il rapporto sottile e meraviglioso tra le differenti sensibilità ed i contesti socioculturali.

Simona Stammelluti

 

 

 

Professor Marco Mazzeo - Photo Sicilia24h -

Docente di filosofia del linguaggio talentuoso e motivato, dotato di una sorprendente carica comunicativa, simpatico – ma non troppo – Marco Mazzeo, romano, classe 1973, rappresenta una delle eccellenze nell’Ateneo di Arcavacata di Rende. L’Unical (Università della Calabria) ha bisogno di insegnanti come lui, mossi non solo da una capacità oggettiva, ma anche da una spiccata dedizione che in tanti chiamano “missione”.

Ho avuto il piacere di intervistarlo nel suo ufficio al settimo piano (raggiunto rigorosamente a piedi) in un’ora apparentemente tranquilla per entrambi. Mentre gli parlo non mi sfugge un particolare: sulla parete alle sue spalle svetta una foto, che non è una foto di famiglia, ma di un filosofo austriaco di cui non svelo il nome, perché il Professor Mazzeo ha piacere di parlare di lui, proprio durante l’intervista.

D: Professor Mazzeo, lei è un giovane docente universitario, tra l’altro pendolare, che ha fatto questa scelta mettendo sul piatto della bilancia le rinunce che evidentemente si attuano quando si lavora fuori dalla propria regione, con quello che è il peso dell’insegnamento e del proprio ruolo all’interno di un ateneo. Mi racconta quando ha deciso di fare l’insegnante e quanto le è pesato dover rinunciare ad alcune cose per assolvere a questo compito.

R: Ho deciso di studiare filosofia del linguaggio il primo giorno che sono entrato all’università di Roma. Era un giorno di novembre del 1991, entrai in una classe nella quale si parlava di linguaggio, cosa che mi aveva sempre interessato perché già da adolescente era quello il mio punto forte, ed incontrai un professore molto bravo che si chiama Massimo Prampolini – che poi sarebbe diventato il mio professore di tesi – e che incominciò a parlare di un filosofo che si chiamava Wittengstein e mentre parlava disse questa frase: “le scimmie non zappano perché non parlano”. Questa frase mi rimase in testa tutto il giorno e ritornai a casa convinto di dover studiare quell’ autore. Da quel punto in poi la filosofia del linguaggio non mi ha più abbandonato. Poi dopo la laurea ho incominciato a cercare una borsa di dottorato, intraprendendo un vero e proprio viaggio tra le università sparse per l’Italia, e per tre anni ho girato tutti gli atenei. Quello più a sud è stato Palermo, quello più a nord Vercelli. Poi sono approdato all’università della Calabria, e ho incominciato a scoprire un mondo fatto di persone che io avevo già conosciuto in altri luoghi, come Daniele Gambarara, conosciuto all’Università di Roma, Paolo Virno,  Felice Cimatti, di cui ero stato allievo.  Erano tutti qui, senza che io lo sapessi. Quando feci la prova scritta pensai che sarebbe stato bello restare all’Unical. Questo perché qui in realtà c’è un gruppo con il quale si lavora. Non è dunque solo insegnamento, ma anche ricerca d’insieme. Ho vinto quel dottorato ed ho così cominciato questo percorso. E’ stata la Calabria a scegliermi, ed è stato giusto così, malgrado le problematiche oggettive di chi come me viaggia. La mia vita va un po’ a fasi; C’è una fase nella quale non esco di casa e studio, e poi quella nella quale riporto a persone, in questo caso i miei studenti, tutto quello a cui ho lavora nell’altra parte della mia stagione.  Questa cosa è molto bella e ancora oggi in qualche modo funziona.

D: Poco fa ha raccontato di aver seguito una lezione, di essersi appassionato a quella materia e di non essersi più separato da essa. Oggi i suoi studenti, che sono sicuramente diversi da quello che siamo stati noi un ventennio fa, conservano secondo lei del talento e delle passioni, sanno dove andare, o sono un po’ “parcheggiati” senza sapere davvero che orizzonte guardare?

R: Bella domanda. La situazione è diversa non tanto in termini di passione, quanto per alcuni aspetti di fondo. La prima cosa sostanziale è capire da dove questi ragazzi vengano. Vengono da una scuola che è stata profondamente danneggiata in questi vent’anni e questo è particolarmente evidente. Io ogni anno, in inizio di corso, faccio ai miei studenti un test chiedendo loro il significato della parola “scorribanda”, che non è certo una parola particolarmente aulica, e quest’anno su 100 persone, una sola ha alzato la mano e mi ha dato la risposta giusta. Questo significa che in 5 anni, 500 persone non hanno saputo rispondere a questa domanda, il che significa che la loro dimestichezza con l’italiano si è sensibilmente ridotta, rispetto a quella che potevamo avere noi vent’anni fa. Questo è un vero problema perché dimostra come aver tolto risorse alla scuola pubblica, sta dando degli effetti, che però non possono certo essere definiti positivi. La cosa interessante è che l’Università della Calabria è ancora oggi una vera università di frontiera, ed il fatto che presso la nostra università vengano le persone più diverse, magari meno portate per lo studio teorico per quello che riguarda le proprie esperienze e gli studi passati, la considero una grande sfida, un grande segno di vitalità. Questo significa che in Calabria l’università resta un significativo punto di riferimento, e se chi è disorientato viene qui in cerca di risposte, beh, questo rappresenta un aspetto positivo. Certo…il disorientamento dei ragazzi oggi è evidente ma non solo in riferimento agli studi universitari ma anche al loro futuro, al tipo di lavoro che dovranno fare. La trasformazione del mondo del lavoro in questi ultimi vent’anni pesa sulle loro spalle in termini di incertezza e di confusione. Noi insegniamo scienze della comunicazione che nel bene o nel male, sono un punto di convergenza delle aspirazioni, ma anche dei timori della società dello spettacolo che purtroppo viviamo.

D: Paolo Gallo, responsabile delle risorse umane del Word Economic Forum ha dichiarato in una intervista che per riuscire nel lavoro, bisognerebbe seguire più il proprio talento che le passioni, perché a suo dire, le passioni sono soggettive, il talento, invece, un fattore assolutamente oggettivo. Professore come si fa secondo lei a capire se qualcuno possiede un talento? Dei suoi 150 alunni di quest’anno, quanti riusciranno a capire se sono mossi da un talento e stanno andando per la strada giusta?

Io sinceramente non credo a questa distinzione, in nessuna delle sue articolazioni. Dire che il talento sia oggettivo, mi sembra un modo carino per dire “vieni da noi e sapremo come utilizzarti”, che suona un po’ come “vieni da noi che sapremo come sfruttarti”. Mi sembra un’affermazione di parte, che non è certo la nostra. Spesso talento e passioni si incastrano tra di loro. A volte invece, si può fare qualcosa nella vita per la quale si è portati, ma che può non creare una passione e dunque si è costretti a vivere una vita florida ma infernale, sotto alcuni aspetti. Il problema a mio avviso è proprio l’orientamento. Ci troviamo in un momento delicato, per cui ai bambini piccoli, tra 0 e 10 anni, chiediamo di essere velocemente degli adulti, e di  avere il talento di fare tanti sport, andare a scuola, fare i compiti, pensare alla vita sociale, avere un carnet degli appuntamenti. Nello stesso tempo chiediamo agli adulti di essere ancora come dei bambini, e quindi avere una vita indeterminata, che non deve avere mai un obiettivo troppo preciso perché tanto ci sarà chi stabilirà per cosa hai talento, come per esempio un responsabile delle risorse umane. Questo strano processo, diventa un problema per chi dovrebbe poter trovare la sua passione, individuare il suo talento, vivere in un modo significativo. Bisogna scardinare l’idea che da soli si possa capire quale sia la propria passione, o che qualcuno possa dirci “questo è il tuo talento”, perché nessuno dei due è un modo sincero per trovare la propria strada.


D: Professor Mazzeo, penso di poter affermare che lei sia una persona estremamente colta, a prescindere dalle sue competenze e dalla sua spiccata capacità di espletare il ruolo di insegnante. A mio avviso la cultura non è solo un insieme di nozioni ma anche la consapevolezza di quello che si può fare con quelle nozioni, il peso che la cultura può avere in quello che siamo e in quello che possiamo realizzare. Si è mai soffermato su questo aspetto?

R: La ringrazio per la stima che è sempre preziosa. Guardi, vengo da un quartiere di Roma che quasi nessuno conosce, che non è un quartiere stereotipato e si chiama Monte Spaccato e che rappresenta una delle periferie urbane peggiori che esistano. Ho pertanto questa estrazione, però la cosa positiva è che ho ben presente i conflitti del mondo reale perché li ho vissuti sulla mia pelle e so perfettamente quello che lei diceva poc’anzi, e cioè che conoscere delle cose non significa avere delle nozioni. Quello che cerco di fare in questa università va proprio in questa direzione, anche se per come è organizzato il mondo universitario non siamo aiutati in questo compito, non siamo agevolati nell’aiutare gli studenti a sviluppare le proprie capacità. Impartiamo delle nozioni o diamo loro delle tecniche affinché trovino un eventuale lavoro, ma in realtà dovremmo trasformarli in professionisti, anche se non si sa precisamente di cosa e quindi ci troviamo chiusi in questi tipo di contraddizione. Sviluppare il pensiero critico dovrebbe essere a mio avviso la prima mossa in un processo pedagogico in genere, perché è un modo per mettere in discussione se stessi, quello che si ha intorno, ed è quindi un requisito per costruire la propria strada, qualunque essa sia.

D: Quindi l’università può essere considerata una porta stretta dalla quale far passare la cultura, affinché poi diventi frutto sociale?

R: La porta ancora più stretta per far passare la cultura è proprio il pensiero critico, ossia la capacità di mettere in discussione alcune realtà, quello che si ha intorno, i luoghi comuni, anche alcuni propri pensieri, i propri stereotipi; ed ognuno di noi ne ha a sufficienza.  Mettere in discussione non significa lamentarsi, ma portare argomenti, analizzare, discutere, scrivere, leggere, ragionare insieme, dibattere in modo fruttuoso.  Questa cosa è particolarmente difficile, perché se ad oggi uno studente medio conosce poco la propria lingua madre, sarà un problema sviluppare una sensibilità verso le parole. E poi c’è questa forte tendenza a pensare che noi si debba essere dei formatori capaci di indirizzare gli studenti e prepararli al mondo del lavoro, che a volte significa formare le persone per essere sfruttate il prima possibile.

D: Leggo testualmente un passaggio preso da uno dei suoi libri, “Il bambino e l’operaio”, che mi ha particolarmente colpito: “In alcune circostanze mi è stato concesso il lusso di dimostrarmi caparbio, in altre, ho goduto del piacere di poter cambiare idea repentinamente, senza l’ostacolo di sguardi giudicanti”. Sono sorte in me due riflessioni e quindi due domande che vorrei porle. Quando secondo lei non si può assolutamente cambiare idea, quando bisogna difenderla una determinata idea fino alla fine? Questa pratica attuale di andare dove vanno tutti, di non prendere mai una posizione netta, decisa, questa nuova logica di non essere mai la voce fuori dal coro, è secondo lei condizionata dalla possibilità di essere sottoposti poi a sguardo giudicante?

R: Penso che un essere umano non debba  mai scendere dalle proprie posizioni davanti ad una ingiustizia. Bisogna lottare e chiedere sempre che giustizia venga fatta. La citazione che lei fa –  e che mi fa piacere venga citata –  nasce da una esperienza a cui tengo molto, fatta fuori dallo schema universitario ma dentro l’università; Un seminario lungo, durato diverse settimane, molto impegnativo. Eravamo io ed il Professor Paolo Virno, preparavamo delle lezioni e poi spiegavamo agli studenti alcuni argomenti. Tutto questo mentre Paolo Virno mi poneva delle domande critiche. Io prendevo appunti prima della lezione, poi prendevo appunti delle domande che mi poneva, e poi prendevo ancora appunti delle mie stesse risposte. Così è nato questo libro. Risposte mie, ma anche risposte della situazione, risposte di me che dialogavo con Paolo Virno e con gli studenti. La mia unica abilità è stata quella di capire che dovevo prendere nota di quello che stava succedendo, considerato che sentivo la fatica per quello che stavamo realizzando, come ricercatori. Abbiamo dimostrato anche come potrebbe essere l’università del futuro. Ci sono gli studenti, più persone, si lavora seriamente, si producono delle nuove idee e in questa dimensione pubblica e collettiva, si supera questo problema della frammentazione.

D: Professore se le dessero un’ora in più oltre alle 63 già a sua disposizione, cosa insegnerebbe ai suoi alunni oltre alla filosofia del linguaggio?

R: Mi piacerebbe insegnare loro l’arrampicata sportiva. Mi piacerebbe portarli su delle pareti d’arrampicata e fare con loro un lavoro così come si faceva nel ginnasio nell’antica Grecia quando si univa al lavoro filosofico quello pratico-ginnico. Mi piacerebbe pertanto sfidare insieme ai miei studenti, la forza di gravità. Questa sarebbe una cosa bella, perché si lavorerebbe sulla sfida contro ciò che ci circonda.

D: Il 2 novembre del 1975 moriva Pier Paolo Pasolini. Mi regala una riflessione su quello che poi è stato definito l’ultimo intellettuale del ventesimo secolo?

R: Ho un ricordo di come reagirono i miei genitori alla morte di Pasolini. Ricordo questa foto ritagliata da un giornale, appesa con dello scotch ad una mattonella della cucina e mi ricordo il dolore dei miei genitori, come se avessero perso un loro amico, come se in casa mia fosse scomparso un interlocutore con il quale non sempre si può essere d’accordo, ma la cui scomparsa segnò molto … come se fosse andata via una persona di casa. Per me è una figura strana, ma che però  ha sempre fatto parte del mio alveo familiare e quindi ogni volta che ci penso, recupero il ricordo come di una persona che aveva in qualche modo frequentato casa mia.

D: Professor Mazzeo, lei è un docente particolarmente motivato nel suo ruolo di insegnante. Ma se qualcuno un giorno le dicesse “può cambiare mestiere, chieda e sarà accontentato”, lei cosa risponderebbe?

R: Farei sempre quello che faccio, magari facendo qualche chilometro in meno. Mi piacerebbe continuare a fare bene ciò che già faccio. Sono motivato perché credo di avere una percentuale di incidenza e perché in questa università incontro tantissime persone, alcune molto strane, ma l’aggettivo strano che ha connotazione di generico, lo suo perché ci sono persone che mi mettono realmente in difficoltà. Ogni anno comincio a fare lezione però non so cosa mi accadrà,  con chi dovrò scontrarmi e questa sfida mi motiva molto. E’ una sfida didattica che consiste nel portare dei contenuti filosofici il meno possibile semplificati, a persone che oggettivamente pur  avendo corpi da ventenni, hanno conoscenze linguistiche o di nozioni, pari sostanzialmente alla terza media. Questa è una sfida pazzesca, e proprio perché sembra una sfida impossibile, che io l’affronto ogni giorno.

D: Professore, questa intervista la leggeranno in tanti. Se lei volesse invitare qualcuno ad informarsi su chi sia Wittengstein? Solo lei può riuscirci.

R: Beh, inviterei a vedere l’unico film su Wittgenstein, di Derek Jarman, che è un film realizzato da un regista che non è certo un filosofo ma che mostra una grande sensibilità teorica e che è stato capace di raccontare tantissime cose penetranti su quel filosofo. E’ un film molto interessato al personaggio, che ha fatto molto più di quanto abbiano fatto tanti scrittori accademici su questo pensatore, che magari hanno scritto di lui, ma non sono interessati a quello che lui dice. Jarman invece era interessato, e vedere il film è sicuramente meno impegnativo che leggere gli scritti di Wittengstein, ma dà un buon quadro della filosofia e dei limiti di questo pensatore.

D: Si dice che lei bocci uno studente su due. E’ vero? I suoi studenti devono quindi votarsi a Wittengstein per superare l’esame?

R: Sorride. Sì, sono tremendo, ma fa parte del gioco e per questo mi piace stare al primo anno, perché posso così creare dei presupposti chiari, circa quello che si chiede al lavoro che facciamo con gli studenti in classe, senza sconti nell’esame. Se sono chiamato a organizzare questa prova di realtà, cerco di fare un po’ di attrito.

D: Professore, lei ha un figlio di sei anni. Che consiglio gli darà quando raggiungerà la stessa età che hanno oggi i suoi alunni?

R: Gli dirò di fare una scelta di studio, se vorrà studiare, lavorativa, se vorrà lavorare, artistica, se vorrà fare l’artista, ma tendenzialmente di fare una scelta che lo indirizzi verso una via che in quel preciso momento gli sembri significativa, al di là delle speranze professionali o del futuro lavorativo che in quel preciso momento sembrerà dischiudersi. Non quindi la scelta più facile o la più remunerativa, ma solo la scelta per la quale lui si senta realizzato anche solo per il fatto che quella cosa la possa fare di lì a poco. Questa mi sembra – per quella che è la mia esperienza – una giusta garanzia. Se uno fa un’attività per la quale vede un significato a prescindere, quella è una sorta di cassaforte che nessuno potrà mai scassinare.

Simona Stammelluti