Home / Post taggati"Tomorrow’s Modern Boxes"

Ho letto davvero di tutto, in merito. Finanche descrizioni dettagliate del traffico cittadino, pur di non prendere una posizione netta, sul nuovo modo di fare musica di Thom Yorke, frontman dei Radiohead, in giro con il suo “Tomorrow’s Modern Boxes“, che ieri sera si è esibito a Roma nella cavea dell’Auditorium Parco della Musica.

Io non faccio fatica a dire con obiettività, che se non avete visto questo concerto, poco male, se invece non avete mai visto un concerto di Pat Metheny, forse sarebbe il caso di rimediare …  ed anche al più presto.

E adesso con calma vi dico perché questo concerto – al netto di alcune cose – non è destinato ad entrare nella storia.

Partiamo da un presupposto, ossia che un grande artista come Thom Yorke – perché tale è  – può permettersi tutto, anche il lusso di non piacere ad alcuni addetti ai lavori. In fondo non è difficile ricordare quanti grandi artisti, hanno presentato progetti che sono piaciuti ai fans, ma meno a chi fan non è, e dunque guarda ad un’opera con la lucidità di chi non deve per forza perdonare tutto al proprio idolo.

Thom Yorke è strepitoso. Questa è la prima cosa che va detta, a scanso di ogni equivoco e la sua voce, così delicata, sottile, ammiccante e intonatissima, sa sempre come lasciare un segno. Sembra solo, su quel palco, ma non lo è; insieme a lui, Nigel Godrich, produttore degli album dei Radiohead e un bravissimo Visual Artist olandese, che risponde al nome di Tarik Barri. Che ci fanno allora questi tre signori sul palco, se non vi è traccia in questa performance di ciò che è appartenuto al famoso gruppo?

Mi verrebbe da dire che chi come me è nato negli anni ’70, (Yorke è del 1968) non fa fatica a ricordare quello che accadeva nei primi anni ’90, nelle discoteche, quando la tecno dettava la moda, quando la musica nelle sale da ballo svisava verso la acid-house. Ecco, il muro di suono è più o meno quello. Il cantante fa un tentativo – a mio avviso non completamente riuscito – nel dimostrare di poter fare a meno di un gruppo. Campiona e riproduce tutti i suoni possibili, la base ritmica è completamente campionata, ogni tanto imbraccia la chitarra, altre volte – rare – siede al piano elettrico e dice al suo pubblico, con questa performance, che non c’è posto per la nostalgia. Non v’è traccia del repertorio dei Radiohead; viene proposto il repertorio di Thom Yorke solista. A prescindere se quel repertorio lo si conosca o meno, si fa fatica a capire dove finisca un brano e dove inizi l’altro, considerato che il ritmo scelto dal cantante, polistrumentista e compositore inglese è sempre lo stesso, i beat che battono non cambiano mai inclinazione.

Lui balla, è esagitato, balla a tempo, in quel ritmo sempre così serrato. Sembra di essere in una enorme discoteca sotto le stelle, di quelle tecno, nella quale però nessuno balla ma in tanti restano ipnotizzati. La sua voce è suadente, capace di non lasciare scampo al piacere che si nutre di quel suo essere così affascinante ed intonato. Suona la chitarra ammiccante, come se fosse uno strimpellatore di note a caso, e questa cosa mi è particolarmente piaciuta. Gli echi wawa sono suggestivi tanto quanto i  favolosi visual che sono la parte portante dello show di Yorke. I suoni e le immagini dialogano durante tutto il concerto. I Visual sanno essere morbidi e poi acidi, tenui e policromatici, eccitanti e meditativi. Ci sono tutti, e sono tutti stratosferici, ipnotici, convincenti.

E’ sicuramente una esperienza visiva e sonora di grande impatto. Yorke è a suo agio, e regge le due ore di concerto senza perdere un colpo. E’ generoso, Yorke, regala due bis. La scaletta la mette insieme un po’ come è sua consuetudine, ossia non regalando nulla che il pubblico si aspetti. Pesca nel suo repertorio da solista, in un excursus ampio dal 2006 al 2014, fino al suo ultimo disco “Anima” uscito pochissimi giorni fa. Non mi sembrava che i fans riuscissero a cantare qualcosa, ma sicuramente seguivano il pathos del loro beniamino, che sapeva come coinvolgerli.  Le mani erano spesso in alto, quasi come ad acclamare il loro messia. Questo è la dimostrazione di come quando si diventa un big, quando vi è un imprinting nel mondo della musica, ci si può permettere di sperimentare tutto quello che si vuole, perché la fedeltà si manifesterà sempre prorompente.

Parla in italiano, Yorke, forse facilitato dal fatto di avere una compagna italiana.  Ringrazia Roma, con la sua “siete straordinari, ci vediamo presto“. Nei bis Yorke regala “Suspirium” – colonna sonora del film remake firmato da Luca Guadagnino, e poi incanta seduto al piano elettrico con “Dawn Choruscon quella sua voce che chissà da quale meditazione arriva, ma finisce dritto dentro lo stomaco di chi ascolta e che chiude gli occhi per poi lasciarsi andare. C’è anche “Black Swan” tra i pezzi che esegue.

E’ tutto un filo conduttore, è tutto dentro un loop, che tiene tutto insieme, che porta la firma di un grande artista, che forse in quell’eccesso ha trovato la traduzione di ciò che di nuovo aveva da dire. O forse voleva dire solo che alla fine si finisce per immaginare tutto in quella dimensione tra fantascientifico e psichedelico, tra natura che diventa landa desolata e paesaggi lunari che restano ancora inesplorati.

Abbiamo visto tutto questo su quel wall, abbiamo sentito un progetto nuovo che ci vuole un po’ per capire se sia davvero efficace. Resta uno scenario artistico impalpabile, quasi sfuggente rispetto ad alcuni schemi, a tratti primordiale.

Ecco, c’è sicuramente una voglia di tornare indietro.

Ed io spesso ieri sera ho chiuso gli occhi, per fare un salto nel passato, ma lì, alla fine degli anni 80, non lo avevamo un artista pazzesco come Thom Yorke.

 

Simona Stammelluti